Come Tantalo

Tutti conoscono il mito, ma chi ne conosce la realtà? Tantalo è immerso per metà in un fiume, sotto i rami di alberi da frutto; quando si china per bere, l’acqua si ritira; se stende le braccia i frutti si sottraggono; ed eccolo condannato a morire di sete in mezzo alla sorgente, mentre arde sempre di più dal desiderio che suscita in lui la promessa di refrigerio che gli sta davanti senza requie. Perché una tale condanna? Perché ha dato suo figlio Pelope in pasto agli dèi… Invece di accogliere la nascita umana ha brigato per favori sovrumani, dimenticando che i veri dèi del cielo sono i garanti dell’ordine sulla terra e che la dismisura che pretende di avvicinarsi all’Olimpo fa in verità sprofondare nel Tartaro. Ora, stranamente, il supplizio di Tantalo assomiglia alle delizie dell’internauta. Tutto sta sul suo schermo ma niente è realmente presente. Crede che il mondo sia diventato più piccolo, che si riversi nella sua stanza, che sia a portata di mano, quando invece non è mai stato così lontano e le sue dita non possono afferrare neanche i pulsanti della tastiera. Come suggerisce Albert Borgmann non si tratta soltanto del virtuale: si tratta dell’“opacità” degli apparecchi tecnologici. La loro sedicente trasparenza è una dissimulazione nascosta. La loro pretesa immediatezza è una mediazione occulta. Vuoi mandare un messaggio, clic, ed è partito, è già arrivato, e tutto sembra scorrere liscio come l’olio, e tuttavia per sostenere questa fulmineità occorrono centrali nucleari, satelliti, antenne giganti che emettono onde come tsunami, enormi datacenter o server farm (giacché si utilizza il termine molto contadino di “fattoria” per designare questi parchi di macchine, e credo che si potrebbe parlare anche di “stalla” dove il verbo si fa bit) con sale più soffocanti che in un sottomarino, tubature multicolori, spaghetti di cavi, fumi che salgono verso le nuvole, come sopra la città-fabbrica di Lenoir nella Carolina del Nord. Ci si può stupire dell’ignoranza di un Ray Kurzweil che sogna di immortalare la sua coscienza personale grazie a “supporti non-biologici”, come se questi supporti non fossero ancora più materiali del corpo umano, e per questo più fragili, più dipendenti dalle incertezze del mercato mondiale. Ma, conformemente al mito, occorre che il trans-umanista consegni il bimbo agli dèi digitali per avere in cambio soltanto immagini di frutti e fontane la cui realtà gli sfugge. Non è tutto. Il software ci nasconde l’hard, ed ecco qui il più hard, ecco, dietro la pseudo-immaterialità della tecnologia, la sua materialità più pesante: i minerali necessari alla fabbricazione dei suoi componenti, e dunque le miniere, giudiziosamente delocalizzate lontano dal cybersurfer, dove uomini, donne e bambini lavorano in condizioni in confronto alle quali il “Voreux” (la miniera raccontata da Emil Zola in Germinale) sembra un’attrazione di Disneyland. Ed ecco qui il più bello: come per caso, tra questi “minerali di sangue” ce n’è uno specialmente dedicato all’elettronica, ai condensatori dei nostri computer e in particolare dei cellulari, che si chiama – ve la do a mille contro uno – il tantalio. Derivato dal coltan, il tantalio proviene principalmente dalla regione del Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo, dove alcuni gruppi armati da anni uccidono, saccheggiano e stuprano per avere il controllo dell’estrazione. Dal 1998 a oggi, guerre e guerriglie e le loro fatali conseguenze hanno causato non meno di 6 milioni di morti. L’industria dell’elettronica può vantare un’efficacia simile a quella dei campi di concentramento. E di averci incorporati in una specie di grande Sonderkommando mondiale. Perché i tasti che scatenano i massacri, come una volta si azionava la leva della camera a gas, sono quelli dei nostri piccoli meravigliosi apparecchi che ci aprono all’“immateriale” e all’“immediato”… Certo, ho potuto avere queste notizie tramite Google. La macchina che realmente partecipa al male è anche quella che virtualmente lo denuncia. Ma noi siamo come Tantalo alla rovescia: vediamo le vittime dei nostri schermi sui nostri schermi e le nostre mani non possono venire loro in aiuto.

http://www.avvenire.it/rubriche/Pagine/Ultime%20notizie%20dell’uomo/Il%20sangue%20dietro%20il%20mondodigitale%20non%20e%20virtuale_20160306.aspx?rubrica=Ultime%20notizie%20dell’uomo

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