Senza misura

o di Dio
Mauro Leonardi

giovedì 31 marzo 2016

Il Papa termina il suo ciclo di catechesi sulla misericordia nell’Antico testamento parlando di perdono. Il perdono di Dio, dice, è sempre “più grande di qualunque cosa possiamo rimproverarci”. Con la catechesi di ieri, il Papa prende di petto il problema che noi abbiamo con Dio. È il problema delle misure. Noi uomini viviamo di misure: grande o piccolo, prima o dopo. Invece Dio quando entra nella nostra vita, entra nelle nostre misure e le fa tracimare. Dalla morte alla vita: eterna. Dall’oggi all’eternità, da qui al cielo. E lo fa venendo Lui, facendo Lui, vivendo Lui.

Per questo noi facciamo fatica. Il problema delle nostre misure con Dio non riguarda solo i sentimenti, gli affetti, le gioie, riguarda soprattutto le colpe: le minimizziamo o le ingigantiamo, e di questo ieri ha parlato il Papa. Noi siamo sempre lì a misurare colpe e peccati, a rinchiuderci. E allora Dio non si stanca di riallargare la nostra vita quotidiana, la fa tracimare, e lo fa con il perdono.

Perché se c’è una cosa su cui spesso sbagliamo è proprio la misura del Suo amore. Non c’è colpa che Dio non prenda, copra, cancelli, curi, annulli, qualsiasi di questi verbi noi vogliamo usare Lui lo chiama perdono.

È quella cosa che non finisce mai, che ha spazio per prendere ogni colpa, ed è proprio quel senza misura che ci sembra impossibile, impensabile. Per questo ci andiamo a nascondere, ci colpevolizziamo di più, ci condanniamo senza appello, e ci dimentichiamo che lì dove noi vediamo peccato e morte, Lui vede Mauro, Federico, Luigi, Ada, Marta: me, te, noi, uno per uno.

Lì dove noi vediamo un giudice, Lui è seduto a cuocere pesce per la nostra fame. Proprio la fame che viene la sera, dopo il lavoro. La presenza di Dio è la morte delle metafore: se cuoce pesce non è perché “significa qualcosa”: è, innanzitutto, proprio perché cuoce pesce. Noi facciamo teologia, Lui cuoce pesce. Noi distinguiamo mille peccati, Lui ci chiede se abbiamo da mangiare. Perché perdonare è tornare a mangiare insieme, tornare a mettere insieme il pane, ad essere amici, compagni. Non dimentichiamoci che compagni viene da cum panis: gente che mette il pane in comune. Questo è il perdono di Dio. Sazia.

Il Papa per dire tutto questo usa parole bellissime. “Quando un bambino cade, cosa fa? Alza la mano alla mamma, al papà perché lo alzi. Facciamo lo stesso. Se tu cadi per debolezza nel peccato, alza la tua mano: il Signore la prende e ti aiuterà ad alzarti. Questa è la dignità del perdono di Dio! La dignità che ci dà il perdono di Dio è quella di alzarci, metterci sempre in piedi, perché Lui ha creato l’uomo e la donna per essere in piedi”. Pesce e mani di madre.

La teologia del Papa è quella dei bambini: è sempre la teologia migliore. Cadere come cadevamo al parco, farsi male con le ginocchia sbucciate, è il simbolo di ogni infanzia perché, quando accade, si rimane a terra a piagnucolare e questo lo fanno solo i bambini: già da adolescenti non lo si fa più. Da grandini ci si alza veloci, ci si pulisce da soli, se qualcuno vuole aiutarci, diciamo di no, vergognosi e orgogliosi. E così andiamo via zoppicando.

Da piccoli invece ci si fa alzare da mamma, e questo bisogna fare, ha detto il Papa in udienza. La si chiama e solo lei può toccarci. E la ferita diventa l’occasione dei baci “leva-bua”. Siamo stati creati per stare in piedi perciò se cadiamo, facciamoci rialzare. Ma non è roba da bambini? Sì. Ed è  anche roba da re. Da Re David, addirittura. Traditore e omicida, racconta il Papa. Re, profeta, grande, grandissimo, con l’anima sbucciata. Potente non solo di forza ma anche potente nel chiamare, nel chiedere, nel farsi rialzare.

“Brutto peccato! Il profeta Natan gli svela la sua colpa e lo aiuta a riconoscerla. È il momento della riconciliazione con Dio, nella confessione del proprio peccato. E qui Davide è stato umile, è stato grande! Chi prega con questo Salmo è invitato ad avere gli stessi sentimenti di pentimento e di fiducia in Dio che ha avuto Davide quando si è ravveduto e, pur essendo re, si è umiliato senza avere timore di confessare la colpa e mostrare la propria miseria al Signore, convinto però della certezza della sua misericordia. E non era un peccato da poco, una piccola bugia, quello che aveva fatto: aveva fatto un adulterio e un assassinio!”.

Grande Davide a terra con le ginocchia sbucciate. Grande Davide che usa parole “plastiche”, come dice il Papa: “È un appello accorato a Dio, l’unico che può liberare dal peccato. Vengono usate immagini molto plastiche: cancella, lavami, rendimi puro. Si manifesta, in questa preghiera, il vero bisogno dell’uomo: l’unica cosa di cui abbiamo davvero bisogno nella nostra vita è quella di essere perdonati, liberati dal male e dalle sue conseguenze di morte”. Dio fa così. Accende il fuoco per sfamarci. Cuoce il pesce per saziarci. Cancella, lava, ciò che ci sporca, ciò che ci ferisce. Noi siamo la sua gioia, soffia sulle nostre ginocchia. Non vede peccati, vede la sua gioia a terra. Quando faremo della nostra teologia, pesce, pane, mano che ci rialza?
http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2016/3/31/PAPA-Le-nostre-ginocchia-sbucciate-e-la-dignita-del-perdono-di-Dio/print/692043/

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Amore e desiderio

In Amore e responsabilità ho cercato di dimostrare almeno una cosa. Il pericolo di mescolare due definizioni sullo sfondo del pensiero, delle parole e prima di tutto delle azioni. Il pensiero, la parola e le azioni riguardanti l’amore. Soprattutto che c’è il rischio di mescolare l’amore come disposizione particolare, riferimento interpersonale o sfruttamento di una persona da parte di un’altra. Ho accettato addirittura questa contrapposizione come chiave per l’analisi dell’intero problema e mi è sembrato che spieghi questo problema in modo quanto mai concreto. Lo spiega fino in fondo, fino all’ultimo presupposto.

Mi sembra che in questo modo sia possibile notare l’adeguatezza delle norme dell’etica cattolica nell’ambito sessuale, matrimoniale e familiare. Tuttavia è chiaro che non si tratta qui soprattutto di definizioni. L’amore è prima di tutto una realtà interiore, interna alla persona. E contemporaneamente è una realtà interpersonale, da persona a persona, comunitaria. E in ogni dimensione, in questa dimensione interiore come in quella interpersonale o comunitaria, ha una propria particolarità evangelica. Ha ricevuto una certa luce. E se parliamo o di errori nel campo del pensiero, o di distorsioni nel campo della realizzazione, ci rifacciamo sempre a questa luce. Penso che così si debba comprendere per esempio l’importantissimo testo del Magistero conciliare che è il primo capitolo della seconda parte della costituzione Gaudium et spes. Il titolo stesso è significativo, parla di incoraggiamento alla dignità del matrimonio e della famiglia.

È una lettura della realtà dal punto di vista del patrimonio empirico per così dire, dell’osservazione della vita contemporanea nelle varie gamme, lettura che si riferisce a quella luce che giunge a noi dalla Rivelazione. Questo testo, proprio all’inizio, parla di tutte le distorsioni che questa grande realtà interpersonale, l’amore fra marito e moglie, l’amore familiare, ha subito e subisce, soprattutto ai nostri tempi. L’elenco di queste distorsioni probabilmente non è molto diverso da tutte le letture simili, da tutti gli elenchi che troviamo, per esempio in San Paolo nella sua Lettera ai Romani. Quindi direi che è necessario affermare, riguardo a questo tema, tutta la verità e che bisogna illuminare questo problema fino in fondo e sinceramente. E questo significa anche partire da tutte le mancanze, tutti gli errori, e tutte le distorsioni. Penso che di queste cose sia piena la vita nella coscienza umana e nell’azione dell’uomo e che ne sia piena anche questa nostra terra polacca, che ne sia piena l’intera cultura europea. Penso che solo così si spieghi la contestazione insistente dell’Enciclica Humanae vitae soprattutto in questo ambito.

Ho esaminato a Roma un’enorme massa di documenti riguardanti questo testo. Ho letto le dichiarazioni dei vescovi e degli episcopati di tutto il mondo. Alcune erano molto brevi, dei telegrammi, delle annotazioni pastorali. C’erano anche delle dichiarazioni molto lunghe, lettere, confessioni, e anche annotazioni per la pastorale. Ho notato che proprio l’ambito della cultura europea, quello a cui siamo legati molto da vicino, a cui noi dell’Oriente aderiamo, a cui in pratica apparteniamo, è l’unico ambito in cui si critica la Humanae vitae. Per quanto riguarda la nostra comunità, seguendo il primo paragrafo della seconda parte di Gaudium et spes siamo testimoni del fatto che siamo arrivati a una distorsione della definizione e pratica dell’amore, e di una paternità e maternità responsabile.

E coloro che in passato hanno collaborato alle cause di questa situazione sono quelli che oggi suonano l’allarme con forza. Penso che sarebbe una cosa molto interessante e istruttiva se comparassimo le dichiarazioni degli stessi settimanali o quotidiani nelle edizioni di quindici anni fa e di oggi: allora si invocavano i contraccettivi e li si elevava al rango di imperativo sociale. Dopo quindici anni si richiede un aumento delle nascite. A chi venne detto che bisognava evitare di avere figli nel matrimonio oggi si dice invece che bisogna avere figli e averne in abbondanza. Ma è una cosa realizzabile? L’uomo è forse un meccanismo sul quale è così facile imprimere degli ordini a livello così profondo? Alla base di tutto questo non c’è forse un orribile errore nel campo stesso della visione dell’uomo? E con che faccia possiamo poi ancora parlare di umanesimo? Questo è quanto vorrei dire nella caratterizzazione del problema perché non vorrei andare avanti su questa strada. Desidero invece tornare sul tema dell’amore, dell’insegnamento sul tema dell’amore, che dovremmo porre alla base della preparazione al matrimonio, prima di tutto della gioventù universitaria.

Quando si tratta della verità sul tema dell’amore, che tutti dobbiamo riconoscere perché fa parte della nostra fede e dobbiamo proclamarla (predicarla) nella pastorale universitaria, essa deve essere autentica, cioè evangelica. Salva reverentia(Fatta salva l’attenzione) per tutte le implicazioni filosofiche di grande valore, che ci hanno sempre aiutato nella formulazione della nostra teologia dell’amore, tutte le formulazioni capitali di eros e agape che hanno un grande significato per la spiegazione della nostra scienza evangelica sull’amore, ma non arrivano a mettersi al suo posto. Essa è assolutamente specifica, assolutamente originale. Infatti l’insegnamento evangelico sull’amore viene riassunto prima di tutto nella Rivelazione, di cui fa parte. Penso che sia necessario introdurre almeno due pensieri sulla Rivelazione che sono come la premessa a quello che intendo dire. Il primo è l’idea di San Giovanni che afferma: «Dio è amore» (1Gv 4,8). Il secondo è un pensiero dalla Lettera ai Romani di Paolo che afferma: «L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5).

Perciò, parlando di amore cioè parlandone con la nostra voce, con le nostre labbra, e anche con tutto il nostro corpo, con la coscienza di una certa voce interiore del pensiero e del cuore, noi teologi dobbiamo sempre avere davanti agli occhi l’amore umano come reale partecipazione all’amore di Dio. Tutto il vero amore umano è reale partecipazione all’amore di Dio. Anche l’amore matrimoniale è partecipazione reale all’amore di Dio. L’amore di un uomo e di una donna in tutte le tappe della vita, cominciando dai cosiddetti teenagers, fino agli anniversari che definiamo come ‘nozze d’oro’, in cui gli sposi a volte vengono nelle nostre parrocchie per ricevere una nuova benedizione. Tutta la ricchezza umana di questo amore non può nascere al di fuori di questa partecipazione all’amore di Dio. Certamente, grazie a Lui, se così si può dire, essa si libera, si sprigiona.

http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/AMORE-.aspx

Figurine dei calciatori

 

Aspettavi la paghetta settimanale che arrivava sempre senza un solo giorno di ritardo. Cento lire. A volte scattava il bonus del nonno o della mamma. Quando un bambino è trattato con puntualità e generosità, come se non ci fossero altri modi di fare, ci sono ottime probabilità che da adulto, avendo un’azienda piccola o grande, dei dipendenti e comunque dei fornitori, sia puntuale e generoso. Intanto, con le cento lire in tasca, andavi all’edicola. Cento lire, dieci lire a bustina, dieci bustine dei Calciatori. L’edicolante le contava con interminabile accuratezza, anche perché erano appiccicate. Le mettevi nella tasca del cappotto e camminavi verso casa a passo da bersagliere. L’apertura era un rito: le figurine andavano estratte e adagiate a faccia all’ingiù e girate a una a una, con estenuante lentezza per far durare più a lungo degli attimi di beatitudine. La coccoina andava stesa quanto basta, cercando di non farsi distrarre dall’inebriante profumo di mandorla. I volti si allineavano nell’album e nella fantasia cominciava la partita. Le mamme più comprensive e gentili foderavano di plastica trasparente l’album prima che si sfasciasse. I papà aspettavano che il figlio uscisse per tuffarsi sull’album. I figli non li hanno mai visti, loro non l’hanno mai confessato, ma come può essere andata diversamente?

Buona Pasqua del Signore!

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«Craterio, non far finta di controllare la situazione, di aver voluto provocare la mia collera! E se mi parli di Jeshua, rispondi all’unica domanda essenziale che si può formulare a questo proposito: è risuscitato o no? (…) È risuscitato, sì o no? È soltanto un saggio o è davvero il Figlio di Dio? È il Messia?».
«Nessuno è mai risuscitato».
«Come fai a sapere in anticipo quello che è vero e quello che non lo è? Quello che è possibile e quello che è impossibile? Credi veramente di sapere tutto sul mondo creato?».
Éric-Emmanuel Schmitt, Il vangelo secondo Pilato, 2000
Piero della Francesca, Resurrezione 1460 ca., affresco su muro, Museo Civico di Sansepolcro
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L’attesa

 

Il Sabato Santo è il giorno più femminile dell’anno, perché è il giorno dell’attesa. Solo la donna sa cosa vuol dire attendere, perché porta in grembo la vita per nove mesi e la si dice per questo in dolce attesa. Attesa e attenzione hanno la stessa radice, per questo le donne sono attente ai dettagli sino a rischiare di perdersi in essi, perché ogni talento ha la sua ombra. Solo la donna sa cosa vuol dire tessere la vita, prendersene cura e donarla al mondo. Solo la donna conosce questo accadere in lei e ne stupisce nel corpo e nell’anima. Il Sabato Santo è infatti il giorno delle donne. Alle donne è affidato il compito di prendersi cura, cioè di ‘attendere’ al corpo di Cristo, prima che inizi il sabato ebraico: con i profumi e le essenze ne preparano la sepoltura provvisoria, in tutta fretta, in attesa di quella definitiva dopo l’obbligatorio riposo sabbatico. In qualche modo anticipano, inconsapevolmente, la risurrezione con quel gesto umanissimo della mirra e dell’aloe, che avevano funzione non solo di profumare ma di rallentare la corruzione del corpo. È proprio della donna dare la vita, è proprio della donna profumare e preservare dalla corruzione, è proprio della donna prendersi cura del corpo. Ed è a una donna che viene dato il lieto annuncio della risurrezione, della vita preservata dalla morte che si scopre sconfitta, quando credeva ormai di aver vinto la partita su un cadavere, che è il Corpo più vivo della storia umana. Le parole di Luca, apparentemente soltanto descrittive, svelano il motivo per cui alle donne per prime è dato l’annunzio, loro così attente a quel corpo perché in attesa di quel corpo: «Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea osservarono la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo secondo il comandamento. Il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino, si recarono alla tomba, portando con sé gli aromi che avevano preparato».

Il silenzio del sabato per gli uomini è sconfitta e disfatta. Tutto è finito. Per gli uomini che cercano sempre soluzioni efficaci ai problemi, la morte non ha soluzione: Cristo è stato un’illusione, non è la soluzione al problema, che differenza vuoi che facciano gli aromi e gli oli profumati (solo Nicodemo fa eccezione, proprio quello a cui nottetempo Gesù aveva spiegato che bisogna rinascere dall’alto). Per le donne c’è qualcosa di diverso, intuiscono che Cristo è come loro, che danno ai loro figli il loro sangue e il loro corpo, perché i figli abbiano la vita. Il punto per loro non è trovare la soluzione al problema, ma accompagnare chi ha il problema, non lasciarlo solo. Il chicco di grano muore a sé, come chi è in dolce attesa, per dare frutto: la donna questo lo sa nel corpo e quindi anche nell’anima, il suo dischiudersi è dolore che dà la vita. L’uomo invece vede la morte con freddo realismo: senza soluzione, e basta. Altro che risurrezione. Anche nella nostra vita molte cose devono morire (e noi moriremo), perché appartengono al mondo vecchio, mortalmente ferito dal peccato.

Ma su questo se ne innesta uno nuovo, inaugurato da Cristo, che fa risorgere la vita e la restituisce intatta, prendendosene cura come fa una donna incinta: il realismo del cristianesimo non ha nulla a che fare con le favole. Si muore realmente e con tutte le sofferenze del caso, ma si risorge altrettanto realmente, per intervento del Padre a cui la vita è affidata. Questa buona notizia, l’unica buona notizia nel naufragare continuo delle cose umane, è data a una donna, a Maria di Magdala, perché sono le donne che sanno dare la vita e sono loro che devono trasmettere agli uomini il messaggio che la vita è ricominciata. Sono loro ad attendere preparando aromi e oli, non sono in fuga, c’è ancora qualcosa da fare per il corpo di Cristo: preparano la loro umanissima ricetta di risurrezione.

Tutto questo avviene nel giardino del sepolcro, così come nel giardino la donna aveva mangiato dell’albero della conoscenza del bene e del male, decidendo che poteva essere lei a dare la vita in proprio, senza il consenso di Dio, e quindi avrebbe potuto anche non attendere la vita, non attendere alla vita. Nello stesso giardino tutto viene riparato: «Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio». Quella donna si era alzata prima dell’alba, probabilmente dopo ore insonni, ed era andata di fretta al sepolcro. Ecco perché il sabato è donna, perché la donna ha atteso trepidante tutto il sabato e quando può scatta in avanti, corre in fretta, come una molla compressa, per curare la vita, anche quella più ferita, si alza quando è ancora buio, per nutrire la vita, come le madri che allattano nel cuore della notte.

Non si cura del fatto che il sepolcro è chiuso da una pietra che non potrà mai spostare, a lei quello che interessa è stare il più vicino possibile al suo amore, essere lì presente, fisicamente. Proprio a lei, innamorata folle, allora viene concesso il privilegio di essere chiamata per nome («Maria!») dal risorto, e così riconoscerlo. Una nuova vita viene attesa dagli uomini, scegliendo il nome che ne inaugurerà l’inedito essere al mondo.

La nuova vita di Cristo risorto si mostra pronunciando il nome di Maria come nessuno lo ha mai pronunciato, con un tono tale che sentiamo risuonare tutta la meraviglia del nostro essere, che non solo è amato così come è, ma è voluto dall’eternità e per l’eternità proprio da chi non può morire più, perché è risorto una volta per tutte. Come quando lo sposo dice alla sposa nel Cantico dei Cantici: «Sei tutta bella», e quel ‘tutta’ non indica solo la totalità del corpo ma la totalità del tempo, bella in ogni tempo, passato presente e futuro. Lei che era andata a prestar cura a un corpo senza vita si ritrova a essere chiamata per nome, per prima, dalla Vita stessa, che non può più morire. E la sua vita rifiorisce, dall’alto. Lei ora sa che non può più appassire, grazie a quella Vita che pronuncia il suo nome come nessun amore umano potrà mai fare.

In quel giardino la donna che era in attesa, era in realtà la donna attesa. Lei che voleva in qualche modo ridare vita a quel corpo con i suoi profumi, rinasce dall’alto, a partire dal suo nome. Lei per prima viene a sapere la buona notizia, sin dentro al suo nome, perché piena di fede e di cure, che poi è lo stesso. Lei la prima a dare la notizia, la buona notizia, perché lei è la prima, vigile, scattante, ad aspettarla quella notizia per un intero trepidante malinconico sabato d’attesa.
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Il miracolo della vita

Luca Doninelli

mercoledì 23 marzo 2016

ATTENTATI A BRUXELLES. Nessun essere umano può sopportare di vivere un’esperienza completamente negativa. Eppure gli attentati di Bruxelles sembrerebbero negare questa evidenza. Cosa c’è di positivo? cosa c’è, in questa storia, che non sia odioso, intollerabile? Trentuno morti innocenti, decine e decine di feriti, e dopo il dolore e il pianto resterà quasi certamente la paura. Impossibile evitarla.

Eppure quella frase rimane vera. Bisogna imparare qualcosa da tutta questa bruttura, fin da subito. Bisogna imparare che uomini incapaci di vivere una vita normale, che uomini incapaci di provare gioie e dolori semplici, umani, quotidiani, sono condannati a uccidere. Non sono uomini religiosi, come dicono: sono uomini senza vita.

La vita è stata loro tolta tanto tempo fa, prima che esistesse l’Isis: l’avevano persa in luoghi dove la vita c’era stata, un tempo, ma dove tutto questo era stato dimenticato. Chi erano questi uomini da bambini? I loro padri e le loro madri non hanno potuto rendere vivibile la vita per questi figli — perché questo va detto: anche loro sono figli, proprio come i miei figli, figli come lo erano le povere ragazze morte a Tarragona, e che adesso hanno qualcuno che le piange, che le ricorda, che riconosce il vuoto lasciato dalla loro morte prematura.

Lo dico perché non dobbiamo lasciarci ingannare fino a perdere anche noi la nostra vita, fino a reclamare tutele impossibili. L’espressione mettere in sicurezza in poche ore è risuonata decine di volte. Ma quanto ci costerà mettere in sicurezza le ventiquattro ore di cui si compone la nostra giornata? Aeroporti, autobus, metrò, supermercati, bar, negozi, taxi, uffici, redazioni di magazine, finestre, cucine, le camerette dei nostri bambini. Come faremo a mettere in sicurezza i mari? Le ferrovie? Il cielo?

Se rinunciamo a vivere sarà questa la conseguenza. Per un’ora di shopping dovremo avvalerci della protezione dell’esercito, delle camionette blindate, dei cecchini sui tetti. Bisognerà allestire centrali operative per tenere sotto controllo le gallerie della metropolitana, le fognature, le condutture elettriche e quelle idrauliche, così da poter raggiungere il panettiere e dire come va? al nostro vicino di casa.

Ma noi non sopporteremo tutto questo, perché un uomo è comunque più di questo. Perché la nostra forza invincibile è lei: la nostra vita quotidiana. Alzarci la mattina, lavarci la faccia, andare al lavoro o a scuola, passeggiare sul lungofiume, fare la spesa, decidere quello che si mangerà oggi a pranzo, sistemare dei fiori in un vaso — e potremmo continuare per pagine e pagine a descrivere, a raccontare la bellezza della nostra povera, semplice vita di ogni giorno.

Certo, capita che la morte ci venga a prendere nel bel mezzo di un gesto appagante, di un’esperienza piena di serenità. Ma rinunciare a questa bellezza per metterci in sicurezza (cosa peraltro impossibile) sarebbe il più grande dei delitti.

Dobbiamo capire la forza immensa della nostra vita, la sua capacità di vincere qualsiasi mostro. Da Guerra e Pace a Vita e Destino, la grande letteratura non smette di innalzare il suo inno a questa quotidianità povera, dimessa, eppure capace di sconfiggere perfino Napoleone e Hitler, e di resistere alla disumanità di chi si dice nostro amico per poterci portare via tutto.

Io credo che la terribile frase di Gesù“Amate i vostri nemici” significhi anche questo: non smettete di amare la vita nemmeno al cospetto di chi ve la vuole togliere, non smettete di amare la vita anche se è quella dei vostri nemici.

Davanti al dolore quasi insopportabile di queste ore, voglio ricordare un episodio del Vangelo (Lc 4, 38-39): “Uscito dalla sinagoga, entrò nella casa di Simone. La suocera di Simone era in preda a una grande febbre e lo pregarono per lei. Si chinò su di lei, comandò alla febbre e la febbre la lasciò. E subito si alzò in piedi e li serviva”.

Si alzò in piedi e li serviva. Il miracolo è questo. La donna si mette a fare quello che avrebbe fatto in ogni caso, perché questa è la sua vita, questa è la bellezza della sua normalissima, semplice vita (solo uno sciocco non capisce quanto è bello servire).

Di fronte all’orrore loquace e macchinoso di uomini senza una vita, senza piacere, senza gioia, difendiamo — vivendo — questa immensa forza, questa bellezza, di cui spesso ci accorgiamo solo quando stiamo per perderla per sempre.
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Alberi

 

L’albero li vede. Un rametto alla volta costruiscono il nido; depongono le uova; nascono i pulcini con i loro becchi spalancati. L’albero sorride di tanta fame, segno di fragilità. Sorride vedendo i genitori affannarsi alla ricerca del cibo. E sorride molto, molto di più quando i piccoli spiccano il volo e partono, e chissà mai se e quando torneranno, e lui li rivedrà. L’albero non parte mai ma non prova invidia o rancore per chi parte e vola lontano a vedere cose che lui non vedrà mai, anzi è contento perché un po’ di merito è suo. L’albero, infatti, protegge e custodisce. Ripara dal sole e dalla pioggia. L’albero è fermo e solido e lì dov’è lo ritroveremo sempre. L’albero non tradisce le attese e quel che promette mantiene. Per non restare delusi dall’albero, sarebbe bene non chiedergli ciò che non può dare. La quercia dà ghiande e il castagno dà castagne e non viceversa; gli alberi da frutto danno un frutto soltanto, il loro, e sarebbe sciocco rimproverar loro di non darne molti e di tipo diverso. Gli alberi sembrano silenziosi ma le loro fronde, a chi sa ascoltare, sussurrano a ogni refolo di vento e giù, in basso, nel sottosuolo le radici s’intrecciano e si scambiano confidenze che nessun altro può udire, perché gli alberi sono riservati e sanno mantenere i segreti. Gli alberi; e le persone albero.