Stadio

Tutti ci ricordiamo la nostra prima volta allo stadio. La mano forte del papà, l’interminabile avvicinamento a quel luogo visto soltanto in televisione in nebbioso bianco e nero, la salita sulla gradinata con il cuore che batte e alla fine l’apparizione del rettangolo verde, verdissimo, di un verde che nessun pastello dell’astuccio potrebbe riprodurre. E tutt’intorno il brontolio dei tifosi che si alza ed esplode quando i ventidue entrano in campo; e i colori violenti delle bandiere e delle sciarpe. Il tempo vola, perché la prima partita della tua vita allo stadio è durata così poco? Non importa se la tua squadra ha vinto, perso o pareggiato. Sei stato ammesso nel magico scrigno dei sogni. Hai cominciato ad apprendere e a decifrare l’alfabeto delle emozioni e dei sentimenti. Quella squadra, la tua, perché della città dove sei nato o perché del tuo papà, che ti parla di quando lui bambino andava allo stadio… la tua squadra sarà tua per sempre, nella buona e nella cattiva sorte. Impari a incoraggiarla sempre anche quando incontra avversari più forti e perde, come farebbe un amico con l’amico o un genitore con il figlio: mai mortificarla. Impari che la vita è gioia e dolore, piccole grandi gioie e piccoli grandi dolori, nessuno mai troppo grande però. Esci dallo stadio e, da bambino che eri, ti senti quasi uomo.

http://mobile.avvenire.it/rubriche/Pagine/Elogi/STADIO_20160227.aspx?path=Pagine%2F

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