Dualismo strutturale

Danilo Zardin
domenica 31 gennaio 2016

Il dibattito sui progetti di legislazione in tema di unioni civili e nuovi diritti ha scatenato nelle ultime settimane opposte tifoserie. Che fare? Come muoversi e agire, in questo preciso istante in cui si prendono decisioni così gravi e delicate, anche sul piano simbolico degli indirizzi da dare alla vita pubblica del Paese? Si può tentare di incidere in modo efficace sugli orientamenti assunti dalla politica? La piazza è il luogo più adeguato per difendere i valori?
Nel proliferare di aut aut che hanno rinfocolato aspri conflitti, anche la coraggiosa presa di posizione di don Julián Carrón ha corso il rischio di finire risucchiata nella bruciante polemica di corto respiro, vedendosi depressa nella sua vera portata. Mi sembra del tutto evidente, infatti, che la questione messa all’ordine del giorno oltrepassa decisamente la controversia sul Family day.
Nelle parole di Carrón, troviamo un più che esplicito invito a non lasciarsi imprigionare in una pura logica di schieramento per combattere l’errore che si manifesta in un disegno di legge sul quale si possono fare molte legittime riserve. La pressione dell’emergenza viene colta, piuttosto, come rude occasione che costringe a ridiscutere a fondo la propria identità di uomini credenti. Non siamo impermeabili al mondo che corre lungo le sue strade intorno a noi. La realtà è una sfida continua, che ci interpella. Volenti o nolenti, ci provoca, ci mette di fronte a scenari del tutto impensabili fino a pochi decenni fa, e in questo modo ci obbliga a rideciderci, in modo radicale, su come la novità dell’esperienza cristiana possa innestarsi nelle fibre logorate della società del nostro tempo: una società così contraddittoria, sfuggente, in larga parte anche ostile, ma che è, in ogni caso, il nostro mondo, l’unico in cui si è chiamati a rendere presente quello che siamo.
Fuori di qui, c’è solo la contrapposizione di una verità che si cristallizza negli schemi del passato e che combatte, per così dire dall’esterno, la modernità vista come un transatlantico alla deriva, sbrecciato da ogni lato e vicino ormai al collasso finale. L’identità che si rinchiude nel bozzolo delle sue granitiche sicurezze e rifiuta di aprirsi alla verifica continua di sé stessa, alla sua riconversione, è un’identità che preferisce smettere di crescere, e che senza accorgersi si lascia catturare dal culto delle ceneri da museo, invece di lanciarsi nella fresca baldanza di una autenticità da riguadagnare a ogni passo come conquista, attaccata alla sua origine ma non schiacciata nella ripetizione rancorosa di forme storiche e ideologiche non più adeguate alla realtà implacabile dell’oggi. Il pensiero, se è vivo, evolve, si perfeziona, matura. Dovrebbe essere così anche per il pensiero cristiano. Se per sentirsi integro e inattaccabile si blocca, degenera in uno spirito di conservazione tendenzialmente intollerante e nemico di ogni novità positiva (magari anche di quella che porta il nome di papa Francesco).
Il giudizio di Carrón può certamente essere discusso e criticato, se si hanno motivazioni di altrettanto elevato livello da contrapporgli. Ma non lo si può sfigurare, riducendolo a uno stratagemma di tattica occasionale su singole scelte contingenti. Se si vuole davvero entrare nel merito, la prima cosa da riconoscere è che il suo intervento viene da lontano e aiuta a guardare al problema dell’oggi nel suo contesto d’insieme, con uno sguardo globale, senza la miopia di fermarsi solo alle conseguenze delle decisioni da prendere in una specifica emergenza. Le idee portanti, le parole chiave, persino l’armamentario delle citazioni di sostegno si ritrovano già raccolti e ancora più distesamente articolati nel libro che Carrón ha pubblicato negli ultimi mesi del 2015. Ne La bellezza disarmata rifluiscono, poi, testi e interventi degli anni precedenti, attraverso i quali ha cominciato a disegnarsi una riconsiderazione intelligente e acuta, ricca di aspetti originalmente stimolanti, su come il fatto cristiano può entrare in rapporto con il mondo della destrutturazione post-moderna e “incarnarsi” in un nuovo dialogo con le attese e i desideri dell’uomo contemporaneo, rimasto senza guide e senza più certezze a cui aggrapparsi.
Il tema del crollo delle evidenze, la crisi antropologica del soggetto, la riapertura della centralità del “senso religioso” come istanza di appagamento e di pienezza, sono implicazioni più volte riprese e approfondite. Don Carrón ne ha parlato ripetutamente nella sua opera di insegnamento. Ne ha fatto oggetto di tanti suoi contributi pubblici, su giornali e riviste, a cominciare, per fare un esempio, dall’impegnativo discorso di presentazione del documento di Cl in vista delle elezioni europee della primavera 2014. Non si può fingere che non esistano tutte queste premesse, questo lungo e paziente cammino di messa a fuoco che va avanti da tempo: è il lavoro di un pensiero e di una ragione che, per essere veramente tali, non possono che riflettere in primo luogo su sé stessi, paragonandosi senza sconti con la realtà che hanno di fronte.
Schematizzando al massimo, forse si può dire che la chiave di volta di questo sforzo di chiarificazione sulle forme della presenza cristiana consiste nell’accettazione di un dato primordiale di realismo: la coscienza religiosa si cala nella trama oggettiva della condizione umana a cui si rivolge, e ormai il mondo dell’uomo di oggi ha lasciato cadere la sua antica ossatura costruita su un cemento cristiano. I valori “naturali” sono diventati quasi irriconoscibili: appaiono a molti capovolti in una forzatura che ingabbia perché non esiste più la “cristianità” e ci siamo inesorabilmente inoltrati nel mondo del meticciato culturale, frantumato al suo interno, senza più codici condivisi in un unanimismo solidale. Siamo stati catapultati nell’era della società “secolare”. E questo impone un modo nuovo di coniugare la passione del fuoco religioso con l’appartenenza di tutti all’universo politico, etico e civile. Non ci sono più quadri comuni di riferimento a cui appoggiarsi. La verità diventa controversa e sul bene si proiettano visioni contrastanti.
Se è così — e la cronaca travagliata del presente ce lo documenta in modo sempre più impressionante — vuol dire, ultimamente, che siamo posti davanti a un bivio: o si rimane fermi a pensare che la società malata si redime puntellando gli schemi etici e le strutture sociali dell’ordine tradizionale messo sotto accusa, con una grande operazione apologetica di difesa e di riscossa (magari riconquistatrice); oppure ci si immerge fino in fondo nella babele della secolarizzazione post-cristiana, continuando, sì, a impegnarsi per umanizzare la vita pubblica e per rendere più ragionevole la disciplina normativa dell’esistenza collettiva, ma allo stesso tempo ridimensionando ogni residua pretesa di imposizione, per via di egemonia, dei valori ultimi, tradotti in schemi giuridici e di etica sociale vincolanti per tutti. Se si è sbriciolata la “società cristiana”, ogni progetto di ordine politico-legislativo immaginato coerente in modo esclusivo con i presupposti della coscienza religiosa contiene in sé il rischio di un sovraccarico dirigista della legge che pretende di sostituire e comprime il libero gioco delle volontà delle parti sociali, chiamate a incontrarsi nell’arena dello Stato “laico” per rinegoziare l’intero sistema delle regole e dei princìpi del loro convivere fra diversi. Il bene umano va tutelato, ma non si impone per decreto.
A monte delle discussioni attuali sulla legittimazione dei legami omosessuali, sta il macigno di una decisione da prendere in rapporto alla valenza “politica”, in senso generale, della coscienza di fede. Si può restare nella lunga scia del “medievalismo cristiano” difeso dal cattolicesimo antiilluminista e intransigente di Sette-Ottocento, suggestionati dalla critica antimoderna e “conservatrice” che arriva fino ai sogni di “nuova cristianità”, coltivati da filoni vivaci e battaglieri del cattolicesimo militante dell’ultimo secolo, fino almeno agli anni di crisi del Vaticano II. Oppure si può accogliere come una circostanza che costringe a cambiare rotta la frattura definitiva tra l’ordine sociale mondano, con i suoi poteri e le sue strutture, e l’ordine della communio cristiana fondata sulla dialettica della grazia e della fede. Questo — nota bene — non vuol dire affatto ripiegare nell’intimismo “religioso” di una identità cattolica impaurita e subalterna nei confronti della dittatura dei desideri e dei diritti delle libertà moderne. Vuol dire accettare che esiste una differenza precisa di ambiti e di finalità tra l’ordine politico-civile del caotico pluralismo globalizzato e l’ordine dell’esperienza di vita nuova che discende dall’incontro con la salvezza fatta carne di Dio. Vuol dire scegliere di “stare dentro” questo “dualismo strutturale” fra Chiesa e governo della società umana che non è una supposta eresia neoprotestante, ma uno dei fulcri fondamentali del magistero di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI in tema di teologia “politica” (se lo si vuole assecondare con fiducia, nella sua interezza).
“Dualismo” che però, e non è ovvio, non può essere separazione, ma spazio dell’incontro tra logiche diverse, che devono intrecciarsi e confrontarsi a vicenda per contribuire, insieme, a modellare l’universo di un “buona società” (Scola), capace di includere al suo interno tutte le sue diverse anime, anche in conflitto tra di loro. Ed è nello scenario aperto creato dal pieno recupero del senso della distinzione tra l’ordine di Dio e l’ordine di Cesare, con il ritorno alla rifondazione dalle sue radici della coscienza che guida l’agire degli individui, legandosi al primato originario della libertà e della persuasione in quanto pilastri di ogni vera condotta umana indirizzata al suo bene ultimo, che acquista tutto il suo luminoso risalto l’idea di riproporre l’essenza del fatto cristiano non come schema etico preconfezionato, ma come testimonianza viva che prorompe dal fascino di una bellezza da sperimentare, che sollecita la libera adesione dell’io che si converte: senza più tribunali e inquisizioni alle sue spalle, senza obbligato consenso esteriore, nel rischio audace di una schietta semplicità trasfigurante, che “si offre” a tutti anche andando incontro allo scandalo doloroso del rifiuto.

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Noi, la Cirinnà e il Family Day – LETTERE

Stiamo ricevendo diverse lettere da lettori che si confrontano con la vicenda del Family Day e con l’intervento di Julián Carrón sul “Corriere della Sera”. Ne pubblichiamo alcune, come un contributo a capire le ragioni in gioco

Sorgente: Noi, la Cirinnà e il Family Day – LETTERE

L’irriducibile IO

Tra «io» e «atto» non c’è diritto di usare gli altri Nell’attuale, confuso, spesso fazioso dibattito sul riconoscimento legale di unioni tra persone che si definiscono omosessuali, c’è un elemento che, se troppo taciuto, fa perdere senso al confronto, che invece potrebbe essere salutare e non solo sterile contrapposizione. L’io, l’identità di una persona non è definita dalle sue scelte. È caratterizzata, certo, ma non definita. Per questo accettare – come vogliono opposte ideologie – che uomini e donne si definiscano in quanto omosessuali o eterosessuali è fuorviante. Lo è tanto quanto definire una persona ‘ebreo’ o ‘nero’.

La persona, questo meraviglioso misterioso organismo di corpo e spirito, è definito da qualcosa che gli conferisce un valore assoluto, prima e al di là delle scelte che compie e della cultura che vive. Il suo essere creatura di Dio, per chi crede, o l’esser definito da qualcosa senza misura, per chi non accoglie l’ipotesi religiosa, è il problema in gioco oggi. Questo legame con l’infinito toglie l’essere umano dalla disponibilità di ogni potere. E lo alza sopra ogni disegno di uso e di abuso che se ne voglia fare. Per questo, come segno di rispetto di tale valore, la saggezza popolare affermava: «Si dice il peccato, ma non il peccatore».

O, in altro campo, un uomo che si macchia di un reato non ‘coincide’ con quel reato, non ne è definito totalmente e perciò si tenta di recuperarlo. La separazione tra ‘io’ di valore assoluto e ‘atto’ (o scelta) che invece può e deve essere oggetto di discussione, di apprezzamento o di accusa, in quanto frutto spesso di fluttuanti volontà o di mode dettate dal pensiero dominante, è uno dei pilastri fondamentali di un sapere che custodisce l’intangibilità della persona. Vale anche per la malattia.

Un uomo non è la sua malattia, non è – come si pensava prima di Cristo, e ancora in certe civiltà – esito di colpa o errore di natura. Per questo è possibile dire che in quanto tale un uomo che ha compiuto un atto grave o che vive una dura condizione di handicap vale quanto il presidente degli Stati Uniti o una meravigliosa star. Insistere, come fa la filosofia detta ‘gender’, che la identità di una persona consista nelle sue scelte o nelle sue tendenze è perciò un grave attentato al valore in sé della persona. Non si separa più tra persona e atto. Tu sei un omosessuale, tu sei un eterosessuale.

No, tu sei Mario, tu sei Giuseppe, tu sei rapporto con il Mistero che ti fa. Poi discutiamo sugli atti e sulle scelte. Non a caso tale filosofia, nata nei dipartimenti umanistici dall’incontro del materialismo con l’individualismo americano, non avendo più un fondamento di valore esterno alle scelte e sposando, appunto, una idea di società individualistica, finisce per fissare l’identità in certe caratteristiche o tendenze. E ovviamente, chiede che queste identità non siano discriminate dalle leggi. Se a questo si oppone un modo di vedere contrario sulle scelte legislative, ma identico nel modo di pensare alla persona, beh, il dibattito è inutile.

È solo scontro di potere. Il motivo per cui si possono pensare forme di unione (di contratto) tra persone che vogliono convivere, senza che questo coincida con il poter ‘usare’ di una terza persona (figlio, donna in affitto ridotta al suo utero etc.) mi pare il modo più saggio per uscire da questa diatriba. È sacrosanto manifestare perché le leggi non stravolgano il senso delle parole (non è un matrimonio se non c’è mater munus, ovvero protezione dei figli generati, ma può esservi un altro tipo di contratto) e perché si proteggano i diritti dei più deboli da un commercio iniquo, contro la dignità della donna. Ma il vero tema resta sul campo, decisivo. Lo ha gridato Leopardi alla luna: «E io che sono?».

Una certa ansia che soprattutto nei giovani si nota deriva dal fatto che se «io sono quello che scelgo e che faccio», nel momento in cui commetto un errore, magari una baggianata, avverto il mio essere tutto definito dallo sbaglio. E ciò genera ansia e una dipendenza ansiogena dal giudizio altrui (spesso drogato da forme di chiacchiera social). Occorre un nuovo movimento di liberazione dell’io. Di questo il cristianesimo autenticamente vissuto si è sempre fatto carico, perché nato da un Dio che ama smisuratamente l’io di ciascuno.

http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/OGNI-PERSONA-VALE-ED-PI-DELLA-SUA-SCELTA-.aspx

Una pietra che è vita

Roma, gennaio. Non ero mai stata nella Necropoli vaticana, sotto a San Pietro. Si passa per una piccola porta nelle mura possenti della Basilica, spesse sette metri, e poi si scende per scalette e cunicoli, nelle viscere della terra. Fa caldo qui sotto, e una luce rossastra illumina gli scavi che negli anni Quaranta, sotto il pontificato di Pio XII, portarono al ritrovamento della tomba di Pietro.

 Si cammina fra le urne e i sarcofagi lussuosi dei potenti che ai tempi dell’Impero si fecero seppellire in riva al Tevere: tombe pagane e poi, passando i decenni, cristiane. Ma su tutte indistintamente, nel terzo secolo dopo Cristo, si sovrappongono le fondamenta della Basilica costantiniana, di cui ancora vedi le mura regolari, e l’ordine perfetto dei mattoni. (Meraviglia il visitatore il fatto che l’imperatore ordinasse di erigere la prima Basilica proprio sopra le tombe di famiglie ricche e influenti. Non avrebbe, ti chiedi, potuto scegliere un altro luogo?)

Si cammina per anditi angusti, chinando il capo, si procede dietro alla guida come in un labirinto in cui pare di avvertire il fiato umido del vicino Tevere. E finalmente si arriva a scorgere una parte della nicchia in cui l’archeologa Margherita Guarducci decifrò, incisa sul marmo, la frase in greco: «Pietro è qui». Pietro è qui, il suo corpo fu, in un remoto giorno, dopo il martirio, sepolto qui. Qui venivano a pregare i primi cristiani.

Ai tempi di Costantino questa memoria doveva essere ben viva, perché l’imperatore facesse sbancare una collina per costruire lì, e non altrove. Poi, il tempo e i saccheggi barbarici e il decadimento dell’Impero oscurarono la memoria, mentre alla Basilica costantiniana si sovrappose quella rinascimentale. Quella piccola lapide fu una contrastata, ma straordinaria scoperta. Non su parole, non su leggende sta fondata San Pietro, ma sulla tomba dell’apostolo.

«Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam», sta inciso all’interno della cupola, e quante volte lo hai letto; ma, mentre sbuchi in Basilica dal sottosuolo, la perfetta corrispondenza in verticale dell’altare del Bernini con quella scritta, laggiù nel buio, ti colpisce il cuore. «Pietro è qui», e nemmeno un tempo per gli uomini immenso lo ha potuto cancellare. Dopo l’oblio, la tomba è stata ritrovata. Su quella lapide sta l’altare di Pietro, sulla stessa verticale si leva la sommità del Cupolone.

«Su questa pietra edificherò la mia Chiesa»: risalendo dalle viscere della terra in San Pietro avverti tutta la carnalità tenace della Chiesa, come inchiodata alla tomba del primo apostolo. Non altrove, non a un’utopia, a un non-luogo, ma qui, esattamente qui, a questa pietra siamo ancorati noi, due millenni dopo.

Foto Ansa

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La piccola scintilla

 

Valerio Capasa

lunedì 25 gennaio 2016

“Io sono supplenza”. Sì, “io non sono leggenda”: da due mesi nun famo artro che supplì. Didatticamente assurdo, umanamente avventuroso. Non sai a che ora entri e non sai a che ora esci: è di troppo avere un orario, è di troppo avere una classe, è di troppo sapere il giorno prima cosa devi fare il giorno dopo, ed è di troppo anche saperlo il giorno stesso. È di troppo anche avere uno stipendio, che intanto non arriva da settembre. Tendenzialmente non servi: per pura pietà promettono di inventarsi dei corsi qualsiasi in cui deportare qualche malcapitato alunno pur di tenerti occupato. Mentre «il mobbing» – Checco Zalone docet – «come mi rilassa!». Sei di troppo per gli alunni, con cui devi litigare almeno venti minuti all’inizio di ogni ora, perché non riescono proprio a credere che pretendi veramente di fare lezione, quasi sbarcassi da Marte e solo tu non fossi a conoscenza dell’inveterata usanza di rubare lo stipendio facendosi i fatti propri e beatamente ignorandoli mentre loro copiano sgranocchiano amoreggiano.

Poi succede che reciti La sera del dì di festa e qualcuno si commuova fino alle lacrime. O che un’insegnante ti venga a cercare per dirti che è entrata nelle sue classi e li ha trovati colpiti, e vuole sapere chi sei tu, che sei riuscito a colpirli. Oppure una mattina trovi la scuola okkupata: inizia un dialogo surreale con gli okkupanti, dall’altra parte delle sbarre, che ti sfottono con un “lei cosa crede di cambiare con le sue supplenze?”. E a quel punto l’aiuto insperato ti arriva da un pluriripetente incappucciato steso sul cancello, che d’un tratto riemerge e fulmina l’amico in barese stretto: “lo sai cosa cambia quello? che quando è venuto in classe mia non volevo più alzarmi dalla sedia”.

Cos’è questa mezza frase rispetto a tutti i problemi della scuola? Che peso ha la lettera di una ragazza che ti ringrazia di «mettere luce in questi giorni di scuola, che ai nostri occhi sono sempre tutti uguali»? Qualcosa di impalpabile, e quasi di invisibile. Non sposterà di un millimetro il dibattito pubblico né le riforme né tutta la baracca, e nemmeno la sua classe. Ma è l’unica cosa che conta: perché l’unica cosa che conta è quando si accende una scintilla. Solo da qui potrebbe ricominciare tutto (o potrebbe anche non ricominciare, ma è certo che da nessun altro punto potrebbe ricominciare): dalla scintilla per cui ti viene voglia di alzarti la mattina, per cui inizi ad amare quel posto altrimenti insopportabile. “E mo’ chi glielo dice?” mi bisbigliano sulle scale dopo una quinta ora. “A chi?” chiedo. “Agli altri professori. Loro la classe così in silenzio non l’hanno mai vista. Non ci crederebbero nemmeno”. Torni a casa senza un’unghia di orgoglio. Perché la mattina dopo, lo sai, devi ricominciare da zero.

«Il lavoro del maestro è come quello della massaia, bisogna ogni mattina ricominciare daccapo: la materia, il concreto sfuggono da tutte le parti, sono un continuo miraggio che dà illusioni di perfezione. Lascio la sera i ragazzi in piena fase di ordine e volontà di sapere — partecipi, infervorati — e li trovo il giorno dopo ricaduti nella freddezza e nell’indifferenza».

Pasolini ha ragione: «per fare studiare i ragazzi volentieri, “entusiasmarli”, occorre ben altro che adottare un metodo più moderno e intelligente», perché bisogna tenere «conto in concreto delle contraddizioni, dell’irrazionale e del puro vivente che è in noi». Può educare solo «chi vive nel cerchio continuamente mobile dello spirito, gli occhi sempre puntati sul gioco della Provvidenza».

L’amore è uno spreco, e non può essere diversamente. Infatti i generosi si spompano, ricattati come sono dall’illusione delle ricompense. Non c’è insegnamento che non sia darsi in pasto, fregarsene del ritorno. «Anche perché sono tutti capaci a innamorarsi di un lavoro che si sa quanto renda; difficile è innamorarsi gratuitamente» (Cesare Pavese).

Qui infatti comincia quell’enorme questione che si chiama libertà. Perché quando entri in classe da supplente non hai nessuna arma: né autorità da ostentare né voti da mettere né credibilità da difendere. Sei nessuno, e puoi puntare soltanto sul fascino di quel che hai da dire e che sei. Che poi è la drammatica incarnazione dei due criteri con cui vorrei si valutassero gli insegnanti: 1. non vede l’ora che arrivi il lunedì o non vede l’ora che arrivi il sabato? 2. è in grado di farsi ascoltare da 25 ragazzi un sabato sera senza il ricatto del registro e dei voti e dell’autorità? Eccolo avverato, ecco che vai in classe nudo: la prima volta e ancor di più la seconda, quando lo stupore precedente è sfumato come zucchero a velo. E giochi ad alzare il tiro, come se potessi tirar fuori infiniti colpi dal cilindro, e colpi di tacco senza botte sugli stinchi: come se «si vivesse solo di inizi, di eccitazioni da prima volta, quando tutto ti sorprende e nulla ti appartiene ancora». Tu che appunto vuoi «costruire», come canta Niccolò Fabi, sai che alla lunga così non può funzionare, e giustamente ti lamenti di essere mandato come un agnello in mezzo ai lupi, e magari a chi esagera metti pure una nota. Poi torni a casa e c’è tua figlia che, anche lei, senza alcuna ragione, non ti dà retta: e cosa fai, le metti la nota?

Ricominciare, ricominciare sempre. È «il potere dei senza potere», quello che non si fonda sulla titolarità di cattedra o sull’istituzione scuola: si fonda solo su di te. Te la giochi su quanto è più bello Dante rispetto al non fare niente, e stavolta non ci sono punti di vantaggio, non ci sono facce rispettose solo per finta: nessun filtro, al diavolo le ipocrisie svelate a ogni fine dell’anno, quando i ragazzi che fingevano un interesse finalmente stappano l’odio.

Ora lo scopri in diretta, non devi più aspettare giugno perché il cuore si mostri limpido come il volto. Te lo dicono in faccia, “non mi va”, “chi ti conosce?”, “chi crede di essere?”, “oggi non è cosa”. O nemmeno alzano lo sguardo, nemmeno si girano verso di te. E quanti insulti che ti prendi, secchi secchi, tu che ti ostini a far sentire Mozart a orecchie abituate a Lorenzo Fragola.

Ma te la giochi, finalmente te la giochi. E lo vedi bene tutto quello che manca. Forse, supplendo supplendo, lo vedi più di tutti, quando pensi che sulla libertà pura, in effetti, non si può «costruire». Troppo fragile. Perché quell'”è passata un’ora e mi sono dimenticata di andare in bagno!” andrebbe sostenuto. È una misera scintilla, su cui soffierà tutto il mondo, già fra un secondo, ora dopo ora: ci vorrebbe un occhio che la noti, un muro che la ripari, delle ossa non rassegnate al solito gelo. Dai quasi ragione al grande inquisitore di Dostoevskij, che spiegava a Gesù che loro erano riusciti a fare di più per il cristianesimo di quanto avesse fatto Lui, fallito proprio per quanto ingenuamente aveva puntato sulla libertà. Quasi quasi te ne vai pure tu appresso alla musa ispiratrice di tutti gli insegnanti, la tata Lucia, quando gracchia che «ci vogliono delle regole!». Tutto giusto: rispetto dei ruoli, continuità didattica, fine della supplentite, orario stabilito. La scuola deve essere una scuola, certo. Ma la scuola non è più la scuola, facciamocene una ragione. Chi cerca di evitare il crollo e pontifica su quel che dovrebbe essere forse non si è reso conto che la scuola è già un Bataclan, un arco di Palmira, un cadavere col respiratore ancora attaccato.

È anche vero che, come diceva la volpe al piccolo principe, «se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… ci vogliono i riti». Non si può uscire da una classe con un generico “ci vediamo”, come un saluto di fine estate: bisogna sapere quando ci si vede. Perché è vero che a tua figlia non metti una nota, ma è anche vero che tua figlia è sicura che ti rivede, che c’è una casa. Ma quanti ne hai, davanti a te, che non si fidano neanche dei genitori? C’è da rifare la scuola, son da rifare le case, siamo in un tempo in cui c’è da rifare tutto, e forse non lo rifaremo. Ma abbaiare alla luna non è mai servito, e tutte le difese istituzionali non fanno che coprire il problema: che ora invece è scoperto, incandescente. Perché ricostruiremo sulle uniche fondamenta del fascino, che nessuno ti garantisce, e della libertà di dar retta a quel fascino, che nessuno ti garantisce.

Noi non sappiamo se un giorno vedremo rinascere la scuola e la cultura e il liceo classico e le famiglie; oppure, più probabilmente, se le vedremo afflosciarsi ancora. Certo, noi saremo lì, perché «nel restare / dentro l’inferno con marmorea / volontà di capirlo, è da cercare / la salvezza. Una società / designata a perdersi è fatale / che si perda: una persona mai» (Pier Paolo Pasolini). Saremo lì, mentre tanti costruiscono castelli di sabbia o si lagnano della roccia che fu, a ricominciare in mezzo alle macerie, facendoci casa di quattro macerie. Saremo lì, in piena «selva oscura», fra molto più di tre fiere e troppe lampadine inutili, sparate sugli occhi di quei ragazzi, per non farteli vedere: saremo lì senza illuderci che la selva non sia oscura, ma offrendoci a quell’unico fra tanti abbagliati, quando ci sarà, che ci sussurrerà un «miserere di me». E lo dirà magari non nella continuità di un rapporto triennale, ma in quello spazio irripetibile — effimero ed eterno — della tua unica ora di supplenza.

L’io alla ricerca della verità e del compimento

 

Lorenza Violini

domenica 24 gennaio 2016

Quasi inavvertitamente, la rivoluzione tecnologica che ha investito i processi riproduttivi della vita umana nella forma della fecondazione assistita e di tutto quanto gravita intorno ad essa sta coinvolgendo tutti gli aspetti della vita sociale e ha toccato, fino a scardinarlo, uno dei pilastri su cui per secoli la società si è retta, cioè la famiglia, quella che oggi viene comunemente chiamata la famiglia tradizionale, affiancando ad essa nuove forme di vita familiare, profondamente diverse nei loro aspetti fondamentali, primo fra tutti l’eterosessualità.

Tale cambiamento epocale è stato accompagnato e forse anche favorito da un radicale mutamento del pensiero sull’uomo, caratterizzato da una visione della persona come essenzialmente determinata dalla sua libera volontà, senza riferimenti previ alla natura, agli scopi che ogni essere umano è chiamato a perseguire, a principi morali quali il bene e il male come elementi di orientamento dell’azione.

E, così, oggi, ragionare sull’attualità politica del nostro Paese (le unioni civili, le manifestazioni pro e contro la famiglia tradizionale, la stepchild adoption, eccetera) spesso genera una sorta di disagio per l’incapacità drammaticamente percepita di offrire spunti di giudizio che tengano conto di tutto quanto c’è in gioco.

Quali i fattori di questo panorama? Si può sommariamente provare ad elencarli così come li si percepisce confusamente presenti in noi e negli altri, spesso così profondamente intrecciati che risulta difficile metterli a fuoco. E tuttavia si tratta di uno sforzo da fare, visto che da esso dipende poi la capacità di orientarsi in questo nuovo scenario.

Il primo elemento è la necessità di sgombrare il campo ad equivoci di tipo moralistico: la difesa della famiglia tradizionale, che è pure un nobilissimo scopo, non può generare (o anche solo favorire) negli interlocutori la percezione che si sia a favore di una sorta di ghetto da cui tenere fuori altri che non la pensano in questo modo. La naturale simpatia umana che sta alla base della convivenza civile rischia infatti di essere intaccata da prese di posizione che possono essere percepite come giudizi sulla bontà o meno di certi comportamenti (ad esempio l’omosessualità praticata), mentre è ovvio che nessuno può essere discriminato per concezioni o pratiche diverse da una vera o presunta maggioranza.

Se questo è vero, ne discende — come secondo fattore — che il piano su cui entrare nel discorso pubblico va modificato e portato al fondo: non basta infatti porre il problema della famiglia, dei suoi componenti, dei suoi diritti da diversificare a seconda delle tipologie familiari (tutte questioni non banali, ovviamente, ma da contestualizzare); occorre invece, ad esempio, mettere in luce le condizioni concrete che possono favorire la permanenza delle relazioni, la tanto sbandierata stabilità che differenzierebbe la coppia etero dalle coppie omosessuali e che permetterebbe di creare per i figli un ambiente adatto alla crescita e alla maturazione.

Il terzo elemento, che è ad un tempo anche una difficoltà, deriva dal fatto che questo cambio di passo non è primariamente relativo al discorso pubblico. E’ il soggetto umano, l’io, che è chiamato a riandare alla problematiche fondamentali che determinano l’esistenza personale e collettiva, al proprio desiderio e alle condizioni che lo tengono vivo, fonte di azione buona e di relazioni non adulterate. E’ nell’io che si radica la riflessione sui temi che occupano l’attualità, alla ricerca di elementi che possano essere giocati sulla piazza pubblica con coerenza ed efficacia.

In questo senso, momenti pubblici che lascino nella penombra questi elementi primigenii, dandoli per acquisiti, in un contesto che invece li nega o li considera superflui o fuori luogo, possono facilmente essere equivocati, generando divisioni, opposti schieramenti, incomunicabilità.

E’ sbagliato frequentarli? Non necessariamente. E ciò soprattutto se lo si fa con piena consapevolezza della natura e della profondità del problema, che non si esaurisce dentro il tema, pur rilevante, della definizione legislativa ma che tocca la radice stessa della concezione dell’uomo e del suo destino, del suo cammino al vero e al suo pieno compimento. Ed è interessante, per entrare nel vivo delle questioni, avere esempi da guardare. Oggi affermare la verità non può che andare di pari passo con la testimonianza, che è sempre personale, uno sguardo al tu che si incontra, come ben mostra papa Francesco, il cui messaggio tocca le coscienze perché si riconosce in lui un’inattesa capacità di abbracciare tutti, senza distinzioni e senza preconcetti.

La capacità di incidere sul discorso pubblico nasce dallo sguardo a quest’uomo, ascoltato ed amato da tutti gli uomini di buona volontà e a tutti coloro che, con lungimiranza, ce ne mostrano la pertinenza ultima alla nostra vita personale.

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La vera prossimità

“Riscoprire il potere della misericordia di sanare le relazioni lacerate e di riportare la pace e l’armonia tra le famiglie e nelle comunità”. È l’invito che Papa Francesco rivolge a “tutte le persone di buona volontà” nel messaggio per la 50ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali (8 maggio 2016), dal titolo “Comunicazione e Misericordia: un incontro fecondo”.
La comunicazione, ricorda il Papa nel testo, presentato in Vaticano, “ha il potere di creare ponti, di favorire l’incontro l’inclusione, arricchendo così la società”.
Infatti, “le parole possono gettare ponti tra le persone, le famiglie, i gruppi sociali, i popoli. E questo sia nell’ambiente fisico sia in quello digitale”. Pertanto, “parole e azioni siano tali da aiutarci ad uscire dai circoli viziosi delle condanne e delle vendette, che continuano ad intrappolare gli individui e le nazioni, e che conducono ad esprimersi con messaggi di odio. La parola del cristiano, invece, si propone di far crescere la comunione e, anche quando deve condannare con fermezza il male, cerca di non spezzare mai la relazione e la comunicazione”.
Da qui l’importanza della “misericordia”, “capace di attivare un nuovo modo di parlare e di dialogare, come ha così eloquentemente espresso Shakespeare: ‘La misericordia non è un obbligo. Scende dal cielo come il refrigerio della pioggia sulla terra. È una doppia benedizione: benedice chi la dà e chi la riceve’ (Il mercante di Venezia, Atto IV, Scena I)”.Nel documento il Pontefice ribadisce che il vero potere della comunicazione è la “prossimità” e chiede ai cristiani di comunicare la verità con amore, senza giudicare le persone. Quindi, esorta a rendere anche i social network luoghi di misericordia dove si favoriscono le relazioni e la condivisione.

“Ciò che diciamo e come lo diciamo, ogni parola e ogni gesto dovrebbe poter esprimere la compassione, la tenerezza e il perdono di Dio per tutti”. Nell’Anno Santo della Misericordia, Papa Francesco ricorda innanzitutto che “l’amore, per sua natura, è comunicazione”. Per questo “siamo chiamati a comunicare da figli di Dio con tutti, senza esclusione”. In particolare, si legge nel Messaggio, “è proprio del linguaggio e delle azioni della Chiesa trasmettere” la misericordia di Dio, “toccare i cuori delle persone”. Quindi, invita a diffondere il “calore della Chiesa Madre”, quel “calore che dà sostanza alle parole della fede” e che accende “la scintilla che le rende vive”.

La comunicazione deve creare ponti, superare le incomprensioni
La comunicazione, sottolinea Francesco, “ha il potere di creare ponti, di favorire l’incontro e l’inclusione”. E confida la sua gioia nel “vedere persone impegnate a scegliere con cura parole e gesti per superare le incomprensioni, guarire la memoria ferita e costruire pace e armonia”. Le parole, ribadisce, “possono gettare ponti”. E questo sia nell’ambiente fisico sia in quello digitale”. Di qui l’invito ad usare le parole per “uscire dai circoli viziosi delle condanne e delle vendette, che continuano ad intrappolare gli individui e le nazioni”. La parola del cristiano “si propone di far crescere la comunione”. Anche quando “deve condannare con fermezza il male – rileva – cerca di non spezzare mai la relazione”. Francesco invita a riscoprire il “potere della misericordia” di sanare le ferite. “Tutti – constata – sappiamo in che modo vecchie ferite e risentimenti trascinati possono intrappolare le persone e impedire loro di comunicare e di riconciliarsi”. In questi casi, è il suo incoraggiamento, “la misericordia è capace di attivare un nuovo modo di parlare”. Francesco cita Shakespeare laddove ne Il Mercante di Veneziaafferma che “la misericordia non è un obbligo. Scende dal cielo come il refrigerio della pioggia sulla terra. È una doppia benedizione: benedice chi la dà e chi la riceve”.
Il linguaggio dei leader politici non alimenti odio e paura
Per il Papa, è “auspicabile che anche il linguaggio della politica e della diplomazia si lasci ispirare dalla misericordia” e fa appello “a quanti hanno responsabilità istituzionali” affinché “siano sempre vigilanti” sul loro modo di esprimersi. È facile, ammette, “cedere alla tentazione” di alimentare “le fiamme della sfiducia, della paura, dell’odio”. Proprio per questo, allora, bisogna avere il coraggio di “orientare le persone verso processi di riconciliazione”. “Come vorrei che il nostro modo di comunicare, e anche il nostro servizio di pastori nella Chiesa – è l’auspicio del Papa – non esprimessero mai l’orgoglio superbo del trionfo su un nemico, né umiliassero coloro che la mentalità del mondo considera perdenti e da scartare!”. La misericordia, riafferma con forza, “può aiutare a mitigare le avversità della vita e offrire calore a quanti hanno conosciuto solo la freddezza del giudizio”.
Comunicare la verità con amore, non giudicare le persone
Lo stile della nostra comunicazione, si legge ancora nel Messaggio, “sia tale da superare la logica che separa nettamente i peccatori dai giusti”. Noi, è la sua convinzione, “possiamo e dobbiamo giudicare situazioni di peccato” ma “non possiamo giudicare le persone, perché solo Dio può leggere in profondità nel loro cuore”. Si deve “ammonire chi sbaglia, denunciando la cattiveria e l’ingiustizia di certi comportamenti”, ma sempre ricordandosi che la verità è Cristo, “la cui mite misericordia è la misura della nostra maniera di annunciare la verità e di condannare l’ingiustizia”. Dunque, la verità va affermata “con amore” perché solo cosi “si toccano i cuori di noi peccatori”. “Parole e gesti duri o moralistici – avverte – corrono il rischio di alienare ulteriormente coloro che vorremmo condurre alla conversione e alla libertà, rafforzando il loro senso di diniego e di difesa”.
Fondamentale ascoltare l’altro, senza presunzione di onnipotenza
Il Papa mette l’accento sulle relazioni nella famiglia per rispondere a quanti “pensano che una visione della società radicata nella misericordia” sia “idealistica” o “indulgente”: “i genitori ci hanno amato e apprezzato per quello che siamo più che per le nostre capacità e i nostri successi”. E incoraggia “a pensare alla società umana” proprio come a “una casa o una famiglia dove la porta è sempre aperta e si cerca di accogliersi a vicenda”. “Comunicare – evidenzia il Messaggio – significa condividere, e la condivisione richiede l’ascolto, l’accoglienza. Ascoltare è molto più che udire”. Ascoltare infatti rimanda alla comunicazione “e richiede la vicinanza”. “Ascoltare – scrive il Papa – significa anche essere capaci di condividere domande e dubbi, di percorrere un cammino fianco a fianco, di affrancarsi da qualsiasi presunzione di onnipotenza e mettere umilmente le proprie capacità e i propri doni al servizio del bene comune”. “Ascoltare non è mai facile. A volte – commenta – è più comodo fingersi sordi”. “Nell’ascolto – rimarca – si consuma una sorta di martirio, un sacrificio di sé stessi”: “Saper ascoltare è una grazia immensa, è un dono che bisogna invocare per poi esercitarsi a praticarlo”.
Anche sui social network, comunicare con misericordia
Francesco si sofferma anche sulla realtà della comunicazione digitale. “Anche e-mail, sms, reti sociali, chat – afferma – possono essere forme di comunicazione pienamente umane”. Per il Papa, “non è la tecnologia che determina se la comunicazione è autentica o meno, ma il cuore dell’uomo”. E invita a far sì che i social network favoriscano le relazioni e non conducano “ad un’ulteriore polarizzazione e divisione tra le persone”. Anche in Rete “si costruisce una vera cittadinanza”. “L’ambiente digitale – prosegue – è una piazza, un luogo di incontro, dove si può accarezzare o ferire, avere una discussione proficua o un linciaggio morale”. La Rete, quindi, deve “essere ben utilizzata” e “aperta alla condivisione”. La comunicazione con il suo sviluppo, ribadisce, “è un dono di Dio”, ma rappresenta “anche una grande responsabilità”. Ancora una volta definisce quello della comunicazione come il potere della “prossimità”. “L’incontro tra la comunicazione e la misericordia – esorta il Papa – è fecondo” proprio “nella misura in cui genera una prossimità”. “In un mondo diviso, frammentato, polarizzato – conclude – comunicare con misericordia significa contribuire alla buona, libera e solidale prossimità tra i figli di Dio e fratelli in umanità”.
http://www.avvenire.it/Chiesa/Pagine/messaggio-comunicazioni-sociali-papa-francesco.aspx

La molla della vita è il desiderio

 

Roberto Persico

venerdì 22 gennaio 2016

I passi dell’amore, il film tratto dal libro di Nicholas Sparks uscito nel 2002, entusiasmò mia figlia. Lei, la protagonista, era una diciottenne malata di leucemia. Aveva stilato una lista delle cose che sognava di fare prima di morire. Tra queste c’erano “essere una stella” e “essere in due posti contemporaneamente”. Lui, il giovane bullo della scuola affascinato della ragazza a prima vista sciatta ma infinitamente più profonda delle altre, si dava da fare per esaudire i suoi desideri.

Ma quello era un film. Jess Fairclough era una ragazza vera. Aveva diciott’anni. Le avevano appena detto che il tumore con cui lottava da un anno le dava pochi giorni di vita. E lei ha scritto. Ha messo nero su bianco le “cose più importanti in questo momento”: “Stare con la famiglia e gli amici”, “Scrivere il mio diario”, “Leggere e ascoltare e parlare e scrivere e disegnare e ascoltar musica”. Perché “queste cose rendono gli esseri felici e io credo che sia il segreto della vita essere felici ed essere buoni il più possibile gli uni con gli altri”.

Che cosa desidera una ragazza di diciott’anni di oggi, quando la morte le chiede il conto? Le cose semplici di cui la vita è fatta: la famiglia, gli amici, i libri, la musica, volersi bene. Torna alla mente l’elenco fatto da un giovane uomo di settecento anni fa: “vedemo li parvuli desiderare massimamente un pomo; e poi, più procedendo, desiderare uno augellino; e poi, più oltre, desiderare bel vestimento; e poi lo cavallo; e poi una donna; e poi ricchezza non grande, e poi grande, e poi più”. Così Dante descriveva la dinamica del desiderio umano, che parte dalle cose semplici — “perché la sua conoscenza prima è imperfetta, piccioli beni le paiono grandi, e però da quelli comincia prima a desiderare” — e poi cresce, cresce, e finisce che mai si accontenta, perché, annota Dante, “in nulla di queste cose truova quella che va cercando, e credela trovare più oltre”. Ma per quanto si salga di scala, rimane che “tutto è poco e piccino all’animo nostro”, chioserebbe Leopardi.

La molla della vita è il desiderio. Il desiderio è una cosa semplice: ama quel che vede, cerca quel che si trova davanti. Jess, a diciott’anni, ha la semplicità dei “parvuli” danteschi. Come questi desiderano “uno augellino”, “un pomo”, così lei vuole “stare con la famiglia e con gli amici”. Ora Jess vede che cosa, Chi, desiderava veramente, dentro la musica e i libri. Le cose sono buone. Le cose ci attirano. Ma le cose non bastano. Per usare l’espressione di una mia amica, sono come i sassolini di Pollicino. Sono messe lì per indicarci la strada. Sono belle, sono buone le cose. Beato chi scopre che sono i sassolini di Pollicino messi lì dal padre che ce le regala.
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