Il Natale dei credenti, gesti di umanità che muovono il cuore – DOCUMENTI

«Misericordia. L’amore ci raggiunge attraverso facce sconosciute che con il loro esultare ci restituiscono la nostra vita e il disegno di Dio». La lettera del Presidente della Fraternità di CL al Corriere della Sera (23 dicembre 2015)

Sorgente: Il Natale dei credenti, gesti di umanità che muovono il cuore – DOCUMENTI

Annunci

Nella speranza della rivelazione

Monica Mondo

martedì 22 dicembre 2015

Bisogna essere grati ai radicali per certe battaglie, portate avanti con determinazione e sprezzo delle conseguenze. Penso soprattutto all’insistenza sulle condizioni dei detenuti, e ai continui richiami all’indulto o all’amnistia, che per i cristiani ha un sinonimo di ben altra pregnanza, che è la misericordia. Ma il loro sguardo all’uomo è assolutamente ideologico: l’esaltazione di una Libertà totale, deificata, in nome della quale tutto è lecito, se lo si desidera. Avere un figlio se non si può, non averlo se non lo si vuole, non averlo se non lo si vuole in un certo modo, farlo avere da altri e comprarlo, o comprare pezzi d’uomo per poterlo generare.

Anche morire, se lo si ritiene, o si crede di ritenerlo una strada, se la vita non ti piace, se il dolore fisico o psicologico non riesci a reggerlo. Si chiama eutanasia, ma è un inganno: di dolce, la morte assistita in asettiche cliniche svizzere, ha ben poco. E’ invece il trionfo dell’autodeterminazione sì, ma nella solitudine, nella disperazione, nel nulla che ha avvolto la tua vita, e che avvolgerà il dopo vita. Nulla. Tu, le persone che hai amato e ti hanno amato, cancellato, come ferraglia da rottamare, di cui non lasciar traccia. E’ coraggio, il suicidio, o la forma più sottile di vigliaccheria? E chi ci specula, chi accoglie il dramma e lo smarrimento per risolverlo con un’iniezione, perché lo fa?

Per i soldi, certo. Non solo, purtroppo, cosa che avrebbe almeno una parvenza di cinica logica. Lo fa perché crede fermamente che ogni uomo sia libero di darsi la morte, se lo crede, anzi di pretenderla. Non c’è nulla di ragionevole, in questa hybris antica, perché l’evidenza ci conferma che non ci diamo la vita, e non ce la diamo come vogliamo. Ma tant’è, se non esiste un creatore, e la tua esistenza è in balia del caso, la sfida al caso diventa quasi l’affermazione di sé, il tentativo estremo di dominare l’indomabile.

Così Marco Cappato, leader storico dei radicali italiani, si  è autodenunciato per aver aiutato una donna italiana a morire in Svizzera, perché malata terminale. È successo il 15 dicembre, pare, ma il riserbo è d’obbligo, per tutelare una vicenda personale. Che i radicali non esitano a mettere in piazza per annunciare l’iniziativa di sostenere economicamente tutti i malati terminali che facciano richiesta della morte assistita, in modo che al più presto si possa ottenere una legge italiana. E’ un atto di disobbedienza civile, dicono. Lo Stato lede il principio della libertà individuale.

E’ quasi banale rispondere che in nome della mia libertà individuale posso giustificare l’omicidio, ad esempio. Che in suo nome posso decidere di farmi schiavo, o di fingermi una pupattola di 12 anni, come ha detto di sentirsi quel pazzo che ha sbandierato il transage come nuovo vessillo. E’ inutile ricordare che i medici sono tali per curare, e per aiutare a non soffrire. Che il Diritto nasce per rimediare ai mali dell’uomo, per garantire la vita, come primo e universale diritto. Nessuno ha mai pensato di fondare la giurisprudenza sul diritto alla morte.

Inutile, perché all’ideologia non risponde la ragione. Solo una resistenza antropologica, cui allenare i nostri figli, può rispondere. Solo l’educazione, e la coscienza di chi siamo, di quali desideri profondi abitino in noi, solo la pietà, o la misericordia, meglio, che connota fin dalle origini il nascere delle civiltà. Resistenza ostinata almeno quanto quella dei radicali. Mentre pare che nel vuoto, di idee e ragione e cuore tutto ci scorra addosso, e qualche decina di morti in più in Siria, un presepe di meno, una donna uccisa in una clinica svizzera, non ci riguardino. Sono esempi diversissimi, ma uniti da un filo comune: chi siamo, quali desideri albergano in noi, cosa vogliamo per i giorni che ci sono dati. Guardo a quella donna, sola, in una stanza pulita e ordinata, con i suoi pensieri, con i suoi ricordi. Chissà se ha pensato che in Avvento, da piccola, si facevano l’albero e il presepe,  a casa, e si mangiava il panettone in famiglia dopo la Messa.

Ieri sera è mancato il papà di amici, care persone. Dolorosa perdita, per un uomo ancor forte, in poco tempo,  con gran sofferenza. Ma, spiegava la figlia, l’abbiamo seguito con immenso amore, giorno dopo giorno. E’ stata dura, ma al tempo stesso un’esperienza importante. Poiché morire è fatale, e questo scandalo bisogna affrontarlo, dai barlumi della coscienza, non solo quando ci tocca da vicino. Quest’uomo è andato incontro con dignità e coraggio alla vita di cui la morte è una parte. Aspettando una rivelazione, aspettando di vedere. Che accadesse, questo compimento di una vita piena. Non era solo.

© Riproduzione riservata.

Un patto di intimità tra Dio e l’uomo

Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo il brano “Teologia dei regali di Natale” (1910) della raccolta “Lo spirito di Natale” di Gilbert Keith Chesterton. L’opera, edita da D’Ettoris Editori e pubblicata a ottobre, è a cura di Maurizio Brunetti. 

Quei moderni teologi che insistono sul fatto che il cristianesimo non consiste in un sistema dottrinale, ma in uno spirito, il più delle volte non si accorgono che, così facendo, si sottomettono a un vaglio ancor più brusco e severo di quello basato sulla dottrina stessa: prima che un uomo possa essere bruciato per le sue opinioni è almeno necessario che siano rispettati alcuni presupposti legali; al contrario, non occorrono preliminari di sorta perché un uomo possa essere ucciso da un colpo di pistola per il solo tono della sua voce.
Nell’avvertire la sgradevolezza di alcune nuove opinioni, il cristiano d’altri tempi potrebbe rivelarsi persino più rapido rispetto ai tempi necessari per stabilire il loro effettivo grado di eterodossia. È molto più semplice, infatti, individuare e detestare l’odore di un’eresia piuttosto che rintracciarne i suoi ingredienti chimici.
E quando il nuovo teologo rinuncia alla storia e alla metafisica esatta e si limita ad affermare: «Spogliato del suo formalismo, questo è il cristianesimo», rispetto al vecchio teologo è ancora più indifeso di fronte all’eventuale risposta – del tutto soggettiva e personale – dell’uomo della strada: «Se questo è il cristianesimo, è meglio che te lo porti via».

Per alcuni, la polvere da sparo è una sostanza composta da carbone, zolfo e nitrato di potassio; per altri – ad esempio, per l’intelletto più pratico di una zia nubile –, è semplicemente una cosa che finisce con uno scoppio. Ma se il filosofo dell’innovazione si vanta di non aver bisogno né di sale, né di zolfo, né di carbone, noi almeno lo scoppio lo esigiamo, e che sia di quelli buoni. Se lui dice che è in grado di far saltare in aria il Parlamento con latte, olio per l’insalata e segatura fine, lo si lasci fare. A patto, però, che il Parlamento, poi, effettivamente esploda; sul fatto che sia questa la cosa essenziale siamo tutti d’accordo.
Ora, il cristianesimo, qualunque cosa sia, è un’esplosione. Che consista oppure no nella Caduta, nell’Incarnazione e nella Risurrezione, certamente è composto di tuono, di prodigio e di fuoco. Se non è fenomenale, semplicemente non vi è in esso alcun senso. Se il Vangelo non assomiglia a una pistola che fa fuoco, è come se non fosse per nulla annunciato. E se le nuove teologie suonano come il vapore che esce lentamente da un bollitore che non tiene, allora persino l’orecchio inesperto del principiante – che non conosce né la chimica né la teologia – può rilevare la differenza tra quel suono e un’esplosione. È inutile che questo tipo di riformatori dicano di basarsi non sulla parola ma sullo spirito. Poiché sono persino più chiaramente in contrasto con lo spirito di quanto non lo siano con la parola.

A tal proposito, prendiamo un esempio fra i molti che vedono questo principio in atto: il caso dei regali di Natale. Poco tempo fa, ho letto un’affermazione della signora Eddy sull’argomento: diceva che lei non «faceva regali» nel senso grossolano, sensuale e terreno dell’espressione, ma che si sedeva immobile a pensare alla Verità e alla Purezza in modo che tutti i suoi amici sarebbero diventati, per questo, migliori. Adesso, io non dico che questo metodo sia necessariamente superstizioso o inefficace, e non c’è dubbio che, dal punto di vista economico, abbia un suo fascino. Dico solo che non è cristiano alla stessa prosaica e concreta maniera di quanto suonare una musica al contrario non sia musicale o usare un’abbreviazione come ain’t non sia grammaticalmente corretto. Non so se ci sia un testo della Scrittura o un Concilio che condanni la teoria della signora Eddy sui regali di Natale, ma la condanna sicuramente il cristianesimo, così come la vita militare condanna chi si dà alla fuga.
Le due attitudini – della signora Eddy e del cristianesimo, rispettivamente – non sono solo antagoniste a causa di differenti teologie, o di differenti scuole di pensiero: prima ancora che s’inizi a ragionare, è lo stato d’animo che è differente. La più enorme e originale delle idee alla base dell’Incarnazione è che una buona volontà s’incarni; che venga, cioè, messa in un corpo. Un regalo di Dio che può essere visto e toccato: se l’epigramma del credo cristiano ha un punto essenziale è questo. Lo stesso Cristo è stato un regalo di Natale. Una nota a favore dei regali materiali di Natale è stata buttata giù persino prima della Sua nascita, con i primi spostamenti dei saggi dell’Oriente e della stella: i Tre Magi giunsero a Betlemme portando oro, incenso e mirra. Se avessero portato con sé solo la Verità, la Purezza e l’Amore non ci sarebbero state né un’arte né una civiltà cristiana.

Questi tre doni sono stati oggetto di chissà quante omelie, ma vi è un loro aspetto cui raramente è stata riconosciuta la giusta e meritata attenzione. È alquanto bizzarro che i nostri scettici europei, mentre prendono in prestito dai filosofi orientali così tanto del loro determinismo e della loro disperazione, si prendano anche costantemente gioco dell’unico elemento orientale che il cristianesimo ha entusiasticamente incorporato, l’unico autenticamente semplice e affascinante. Intendo, cioè, l’amore degli orientali per i colori vivaci e l’eccitazione infantile che hanno di fronte al lusso. Uno dopo l’altro, gli scettici hanno invariabilmente giudicato la Gerusalemme nuova di san Giovanni un ammasso di gioielli vistosi e di cattivo gusto. Uno dopo l’altro, hanno denunciato i riti della Chiesa come esibizioni pacchiane di viola sensuale e d’oro sgargiante. In realtà, nelle sue scelte, la Chiesa si dimostrò molto più saggia sia dell’Europa che dell’Asia. Si accorse, infatti, che l’appetito orientale per il rosso, l’argento, il verde e l’oro era di per sé innocente e appassionato, sebbene dissipato dalle civiltà inferiori per il loro indulgere alla mollezza e alla tirannia. Al contrario, vide insito nella stoica sobrietà di Roma – sebbene apparentata all’equità e allo spirito pubblico della civiltà più elevata che esistesse allora – un latente pericolo di rigidità e di orgoglio. La Chiesa prese tutto l’oro multi-sfaccettato e i colori brulicanti che avevano adornato così tante poesie erotiche e tante crudeli storie d’amore in Oriente, e con quella congerie variopinta di fiaccole illuminò le gigantesche dimensioni dell’umiltà e le più grandi cromie dell’innocenza. Prese i colori dalla schiena del serpente, lasciando perdere, però, il serpente.

Il popolo europeo ha, nel suo insieme, seguito in questo la guida dell’istinto e dell’arte cristiani. Niente tira più su di morale per la nostra tradizione popolare del guardare l’Oriente come a un insieme di forme pittoresche e di colori, piuttosto che a un sistema filosofico rivale. Sebbene sia, di fatto, un tempio di vetuste cosmologie, noi lo trattiamo come un grande bazar, cioè come un enorme negozio di giocattoli. Alla gente comune, pensando al Vicino Oriente, vengono più spesso in mente le Notti arabe, piuttosto che il Profeta arabo. Costantinopoli fu conquistata da una cultura saracena che, a quel tempo, era immensamente inferiore alla nostra. Ciononostante, noi ci preoccupiamo non della cultura dei Turchi, ma dei loro tappeti. Per anni, un certo ironico agnosticismo ha pervaso l’Impero Celeste. Ma noi Europei non ci informiamo sugli enigmi della Cina, ma solo sui loro puzzle. Consideriamo l’Oriente come una sorta di colossali grandi magazzini, e facciamo bene. È la cosa che dell’Oriente è più cordiale e più umano, ed è ciò che qualcuno chiama «violenza dei suoi colori» e «cattivo gusto delle sue gemme».
Solo dagli stessi scettici moderni, che ci propongono la tetra visione del mondo dell’Oriente miscelata ai più tetri costumi dell’Occidente, potremo sapere quanto cattive siano le altre cose orientali; la ruota del destino mentale, per esempio, o le lande desolate dei dubbi della mente. Schopenhauer ci mostra il veleno del serpente senza la sua lucentezza; tutt’al contrario, la Chiesa dei primi secoli ce ne aveva invece mostrato la lucentezza senza il veleno. Cioè la lucentezza che la Cristianità era riuscita a estrarre dal groviglio delle cose orientali. L’oro si è diffuso veloce come il fuoco nella foresta fino a lambire ogni manoscritto e ogni statuto, e ha cinto stretta la testa di ogni re e di ogni santo. Ma tutto ciò ebbe origine da quel mucchietto d’oro che Melchiorre portò con sé quando attraversò il deserto per giungere a Betlemme.

Gli altri due doni sono ancor più contrassegnati dal grande segno del cristianesimo: l’apprezzamento dell’esperienza sensoriale e di ciò che è materiale. C’è persino qualcosa di sfacciatamente carnale nell’appello che l’incenso e la mirra fanno al senso dell’olfatto. Il naso non è tagliato fuori dal resto del divino corpo umano. La dignità di un organo che appare comico, per la mentalità moderna, quanto la proboscide di un elefante è invece riconosciuta con molta disinvoltura nell’immaginario orientale.
Comunque, tanto per dare un colpo al cerchio dopo averlo dato alla botte, se questa forma di asiatica luxuria è ammessa nel mistero cristiano, è solo per subordinarla a una semplicità e a una sobrietà superiore. L’oro è portato in una stalla; i re devono andare in cerca di un falegname. I Magi sono in cammino, non per trovare la saggezza, ma piuttosto una forte e santa ignoranza. Quegli uomini saggi provenivano dall’Oriente, ma si diressero verso Occidente per incontrare Dio.

Oltre a questa qualità tangibile e incarnata che rende i regali di Natale così squisitamente cristiani, c’è un altro elemento che ha un effetto spirituale analogo: intendo ciò che potremmo chiamare il loro particolarismo, la loro peculiare singolarità. Ancora una volta, a questo proposito, le nuove teorie – di cui la Scienza Cristiana è la più estesa e lucida – approdano a conclusioni sorprendentemente diverse, anzi opposte: la moderna teologia proverà a convincerci che il Bambino di Betlemme è solo un’astrazione che rappresenta la totalità dei bambini, e la Madre di Nazareth solo un simbolo metafisico della maternità.
La verità è un’altra: la narrazione della Natività ha un valore pienamente universale proprio perché riguarda una sola madre e un solo figlio, singoli e concreti. Infatti, se Betlemme non fosse particolare, non sarebbe popolare. Immaginiamo una canzone d’amore per una donna altezzosa, talmente penetrante e letale che nessun uomo – dal più umile che spinge l’aratro al principe in sella – possa fare a meno di cantarla da mane a sera; ognuno, senza eccezioni, smetterebbe immediatamente se dicessi loro che la canzone non era stata composta per una donna in particolare, ma solo, genericamente, per le donne in astratto.

Il Natale, persino nei riti più comici e casalinghi delle calze di Natale e delle scatole dei regali, è pervaso da questa particolare idea di patto d’intimità fra Dio e l’uomo – un cappello divino che si adatta perfettamente alla testa dell’uomo. Il cosmo è concepito come un ufficio postale centrale e celeste. Il sistema postale è, di fatto, rapido e vasto; ciononostante i pacchi vengono consegnati tutti, integri e sigillati. I regali di Natale sono simbolo di una protesta permanente fatta per conto del «dare» come distinto da quel mero «condividere» che i moderni sistemi di valore presentano come equivalente o superiore al primo. Il Natale rappresenta questo eccezionale e sacro paradosso: dal punto di vista spirituale, se Tommy e Molly si dessero a vicenda una moneta da sei penny, compirebbero una transazione di valore superiore rispetto alla condivisione di uno scellino.
Il Natale è qualcosa di meglio che una cosa per tutti: è una cosa per ognuno. E a chi trovi queste frasi inutili o stravaganti, o pensi che non vi sia fra di esse alcuna differenza se non la ricercatezza delle parole, l’unico riscontro possibile è quello che ho già indicato, cioè sottoporre la questione alla prova – dal valore stabile e duraturo – del popolino. Prendiamo cento ragazze a caso in una scuola e verifichiamo se non fanno alcuna distinzione fra il ricevere un fiore ciascuna o, al contrario, un giardino per tutte. Se pertanto queste nuove scuole di spiritualità intendono dimostrare di possedere lo spirito e il segreto delle feste cristiane, devono almeno provarlo non con affermazioni astratte, ma con un ceffone di quelli speciali e inequivocabili, che lascino un segno pungente e duraturo, per esempio dimostrando di essere in grado di scrivere un canto di Natale o, addirittura, di saper cucinare una torta di Natale.

Leggi di Più: Chesterton. Il Natale è un regalo di Dio | Tempi.it
Follow us: @Tempi_it on Twitter | tempi.it on Facebook

La singolarità che raggiunge l’Universale

 

La settimana scorsa abbiamo provato a spiegare che il vero universale non va confuso con una generalità astratta: è una “cattolicità” concreta, che assume la varietà screziata e irriducibile dell’universo (non solo ciò che è uno nel diverso, ma anche ciò che è diverso nell’uno). Questo pensiero discende da un’osservazione di Aristotele che non ha mai smesso di interrogarmi anche se, ogni volta che provo a tirarla fuori nel corso di una conversazione a tavola, il flop è talmente garantito che mia moglie sente subito la necessità di chiedere se qualcuno non desideri ancora un po’ di broccoli. L’osservazione è questa: «L’essere non è un genere». Mi verrebbe voglia di proclamarla in ogni circostanza, durante un cocktail per esempio o perfino su un quotidiano: «L’essere non è un genere». Ma, lo vedete da soli, il lettore aggrotta le sopracciglia e passa rapidamente a notizie più giornalistiche.
Eppure, questa piccola frase è grandissima. Ci dice che la parola “essere” non denota solamente ciò che è comune ad ogni cosa ma anche ciò che distingue una cosa dall’altra. È l’essere a far sì che io appartenga alla stessa categoria di mia moglie, di un coccodrillo, di un broccolo o di un’idea che passa per la testa di mio cugino Roberto (tutte queste cose sono, anche nel caso delle idee di Roberto purtroppo!); ma è ancora l’essere a distinguermi da mia moglie (il mio sesso e la mia persona), da un coccodrillo (i miei boxer a fiori per esempio), da un broccolo (la mia capigliatura che non è tanto verde e nemmeno commestibile) o da un’idea di mio cugino Roberto (la mia consistenza è perlomeno un pochino più solida).
Ecco perché questa piccola parola, “essere”, ha potuto inebriare talmente i contemplativi di ogni epoca: essa coglie il generale e al tempo stesso il particolare e suggerisce che, in fondo, un essere raggiunge l’universale attraverso la sua singolarità. Mio cugino Roberto, con le sue idee incomprensibili, il suo muso improbabile, esprime ciò che si incontra in ogni essere, in ciascuno secondo il suo grado: il misterioso, l’originale, il ricalcitrante…
L’errore che porta a credere che l’essere è più essere se è più generale implica un errore corollario secondo il quale l’essere più reale è quello che dura di più nel tempo. Si confonde così il valore di un essere con la sua permanenza, disprezzando, secondo una deriva pseudo-spiritualistica, tutte le cose che passano. Se così fosse, un bambino avrebbe meno valore di una vongola di Islanda (che raggiunge facilmente i 400 anni), o anche di un blocco di cemento, e vongola e blocco varrebbero meno delle particelle elementari stabili che li compongono.
Come spiega bene il poeta Henri Raynal, il discorso della presunta disillusione porta in sé la confusione tra realtà e permanenza: «La cattedrale di Strasburgo è fatta di arenaria. La parola di disillusione equivale a dire: attenti a non dimenticare che questo edificio non è che polvere agglomerata. Era sabbia; presto o tardi, tornerà ad esserlo – qualunque sia il fattore di questo destino: incendio, terremoto, vandalismo, esplosione o erosione. La sabbia è la verità di questa forma deperibile». Si dimentica in questo modo che è la forma stessa, la sua grazia, e non la sua durezza a farne la forza e la profondità. La rosa che appassisce ci commuove più del blocco immutabile. Il fuggente può essere più vicino all’eterno del permanente, (l’eternità non è un tempo indefinito, ma la trascendenza rispetto ad ogni temporalità, trascendenza che si manifesta di più in un l’avvenimento che nella permanenza).
Il mistero del Natale ci ricorda tutto questo. Dio, l’essere al di là di tutto ciò che è, al tempo di Augusto si è fatto un piccolo bambino ebreo, singolare, mortale. L’Eterno in persona entra nel fuggente, e ci insegna la cura divina che dobbiamo avere delle cose che passano.

Aspettando nella profonda solennità del desiderio

Primo Soldi

sabato 19 dicembre 2015

Desiderio e attesa dominavano, determinavano la vita di alcuni del primo Avvento della storia. “Durante la loro attesa, il vecchio mondo romano aveva compiuto prodigi di abominio, opposte ambizioni si erano fatte guerra, la terra si era inchinata allo scettro di Cesare Augusto. La terra non si era ancora accorta dell’importanza di ciò che si compiva in lei. Stordita dai rumori di guerre e discordie, non si era accorta di una cosa importante che avveniva: era il silenzio di coloro che aspettavano nella profonda solennità del desiderio. La terra non sapeva nulla di questo. Se si dovesse ricominciare oggi, non lo si saprebbe più di allora. Lo si ignorerebbe con la stessa ignoranza, lo si disprezzerebbe con lo stesso disprezzo, se la costringessero ad accorgersene. Era il silenzio, dico, la vera cosa che si compiva a sua insaputa sulla sua superficie. Questo silenzio era un’autentica azione. Non era un silenzio negativo, assenza di parole; era un silenzio positivo, attivo al di là di qualunque azione. Mentre Ottaviano e Antonio si disputavano l’Impero del mondo, Simeone e Anna aspettavano. Chi tra essi agiva di più?” (E. Hello, Fisionomie dei santi, Fògola, Torino 1977, p. 59)

Nel trambusto in cui viviamo, travolti da tutto quanto succede ed è successo, la vera domanda che ci poniamo è: chi agisce di più? Come arriviamo a questo Natale? Con il desiderio che avvenga la pace, con un silenzio che ci penetra o con un trambusto che ci domina? Siamo in mezzo alla distrazione come tutti? In quanti aspettano nella profonda solennità del desiderio?

La nostra vita è dominata da una carenza di desiderio. Scriveva papa Francesco nella Evangelii Gaudium, n.2: “Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore… anche i credenti corrono questo rischio e si trasformano in persone scontente senza vita”. Invece di quel silenzio che dominava la vita di Simeone e Anna la nostra vita è stordita dai rumori e questo provoca stanchezza, delusione di noi stessi. Solo l’amore dà riposo, ciò che non si ama alla lunga stanca. “La vita è esausta, spossata, afflitta da una stanchezza reattiva alle sirene dell’iperedonismo che produce anche la precarietà sociale ed economica dell’occidente” (M. Recalcati, “La stanchezza dell’occidente”, Repubblica, 6 ottobre 2013).

Ma per fortuna, come non si stanca di ripeterci papa Francesco, Dio non si stanca di noi e anche quest’anno ci raggiunge nell’apparente nulla, ma più reale di tutto ciò che è reale della Sua Presenza. Come ha detto sempre il papa parlando ai carcerati in Bolivia: “Per te, per te, per te, per me. Un amore attivo, reale. Un amore che guarisce, perdona, rialza, cura. Quando Gesù entra nella vita, uno non resta imprigionato nel suo passato, ma inizia a guardare il presente in un altro modo, con un’altra speranza. Uno inizia a guardare se stesso, la propria realtà con occhi diversi. Non resta ancorato in quello che è successo. E se in qualche momento ci sentiamo tristi, stiamo male, abbattuti, nel suo sguardo tutti possiamo trovare posto”.

Sono le parole che stanno facendo il giro del mondo nel “volantone” che ha scelto quest’anno il movimento di Comunione e Liberazione, accanto a un disegno di Kandinskij. Chi è stato, chi ha avuto la grazia di passare almeno una volta da Betlemme o da Nazareth lo sa che quei posti, dove Dio si è fatto uomo, erano veramente un nulla: buche e rocce scavate nel deserto dei luoghi già allora sconosciuti al mondo. Eppure di là è partito tutto, la realtà che per sempre invaderà il mondo, raggiungendo uno per uno tutti gli uomini di tutte le razze e di tutte le religioni.

Con commozione ascolteremo domani le parole del profeta Michea che invita a guardare a Betlemme, la borgata della Giudea testimone del più grande evento della storia: “E tu, Betlemme di Efrata, così piccola per essere fra i villaggi di Giuda, da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele”. Mille anni prima di Cristo Betlemme aveva dato i natali al grande re Davide e ora Gesù nasce a Betlemme perché Giuseppe, lo sposo di Maria, essendo della casa di Davide, dovette recarsi in quella cittadina per il censimento, proprio nei giorni in cui Maria diede alla vita Gesù. “Egli stesso sarà la pace!” continua il profeta Michea.

Betlemme è una città-simbolo della pace, in Terra santa e nel mondo intero. “Purtroppo ai nostri giorni essa non rappresenta una pace raggiunta e stabile, ma una pace faticosamente ricercata e attesa. Dio però non si rassegna mai a questo stato di cose, perciò anche quest’anno a Betlemme e nel mondo intero si rinnoverà nella Chiesa il mistero del Natale, profezia di pace per ogni uomo, che impegna i cristiani a calarsi nelle chiusure, nei drammi e nei conflitti del contesto in cui si vive con i sentimenti di Gesù per diventare ovunque messaggeri di pace, per portare amore dove c’è odio, perdono dove c’è offesa, gioia dove c’è tristezza e verità dove c’è errore, secondo le parole di san Francesco (Benedetto XVI, 20 dicembre 2009).

Il Natale non è una favola per i bambini, ma la risposta di Dio al dramma dell’umanità in cerca della vera pace. A noi spetta spalancare le porte per accoglierlo.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2015/12/19/Desiderio-e-attesa/print/664852/

E’ gloria di Dio nascondere le cose,è gloria dei Re investigarle

Secondo un sondaggio della Rice University, ben 6 scienziati su 10 credono in Dio e ritengono conciliabile la scienza con la religione, la ragione con la fede.

Ciò che stupisce davvero è lo stupore per i risultati di un simile sondaggio, poiché sorprendersi per l’idea che naturale e soprannaturale siano conciliabili significa soltanto mostrarsi vittime del pregiudizio ideologico oggi così tanto diffuso e quindi dimostrare di non aver colto né la natura della scienza, né quella della religione.

I veri scienziati sono coloro che non si riducono all’angolo del proprio mondo, o della realtà nella sua datiti materiale, ma coloro che, aperti alla verità anche in senso spirituale, comprendono che la grandezza del mondo non può contenere ed esaurire l’immensità e la profondità della verità.

La vera scienza, dunque, non può negare l’esistenza di Dio, anzi la può e la deve presupporre.

La scienza, infatti, non ha mai dimostrato che Dio non esiste, come ha ben precisato il matematico Amir Aczel, e, del resto, non potrebbe mai farlo per almeno due ordini di ragioni: in primo luogo, perché non si può dimostrare l’inesistenza di qualcosa che per l’appunto non esiste; in secondo luogo, perché il fine della scienza non è questo, ma il suo scopo è quello di condurre l’uomo alla conoscenza e alla comprensione della realtà fisica che lo circonda.

Una scienza che uscisse da questo stretto, ma suo proprio tracciato cesserebbe di essere scienza e diventerebbe l’emulazione di altre discipline (metafisiche) come la filosofia e la teologia, che sanno fare ciò da molto più tempo e molto meglio di quanto potrebbe la scienza; la scienza si ridurrebbe quindi allo spettro di se stessa e alla grottesca scimmiottatura di altro.

Come ha scritto un grande fisico del calibro di Enrico Medi, infatti, «la scienza è un grande dono di Dio perché impedisce alla vanità della fantasia umana di creare ciò che non esiste e ciò che è falso, perché il contatto con le cose vere ci riporta all’umiltà dell’obbedienza, all’insegnamento della natura. E qui la scienza è grande, perché a colui che volesse fare giochi fantastici, non gli viene certo incontro la vera scienza, ma la scienza che vuol fare filosofia, vuol fare teologia, mascherandola di altre parole dette scientifiche».

Dal canto suo, la religione, almeno quella cristiana, ha sempre affermato la necessità e l’utilità della scienza in quanto esaltazione della ragione che è non solo il tratto caratteristico dell’essere umano che lo contraddistingue dal resto del creato, ma soprattutto l’espressione di quella sua creaturalità fatta ad immagine e somiglianza del Creatore, cioè di quel Dio (incarnato) che, appunto, come ha ricordato Benedetto XVI, è Logos.

In fondo nel Vecchio Testamento è scritto che «è gloria di Dio nascondere le cose, è gloria dei re investigarle» (Prv., 25,2).

L’idea che vi sia un conflitto perenne tra scienza e religione è il risultato della ideologia dello scientismo che si appropria dei mezzi e degli scopi della scienza per distorcerli in senso non scientifico, cercando di applicarli ad altri ambiti che per l’appunto alla scienza sono costitutivamente esclusi.

Si tratta cioè di quell’“imperialismo scientistico” di cui parla il filosofo della scienza John Duprè, ricordando che la scienza può cogliere la verità della realtà, ma che la verità della realtà non potrà mai essere posseduta soltanto dalla scienza.

Allorquando la scienza tenta di sconfinare, cercando di impossessarsi tutta la realtà, di tutto il senso, o di dimostrare l’inesistenza di Dio, o l’irrilevanza di tutto ciò che non può essere calcolato e pesato, cessa di essere scienza per diventare l’ideologia di se stessa, lo scientismo appunto: e quando ciò accade la scienza autoidolatrandosi perde la ragione, la ragione di se stessa.

In questo senso, a ragione un biologo del calibro di Pierre Lecomte Du Noüy ha avuto modo di precisare: «Rendendo le guerre sempre più spaventose, combattendo l’idea di Dio, la nozione del bene e del male assoluti, negando la realtà di una meta e togliendo ogni significato alla vita e agli sforzi dell’uomo, l’intelligenza lotta contro l’evoluzione e contro se stessa. Quando non riesce ad elevarsi sulla considerazione degli interessi immediati cessa di essere un meraviglioso strumento di progresso: diventa una mostruosità. L’intelligenza a quel punto cessa di essere intelligente».

Ma allora in che rapporto si trovano scienza e religione se non si escludono a vicenda?

Appunto sono in relazione e correlazione continua, poiché si completano in quanto ciascuna rispondente ad una domanda di senso differente sulla vita e sul mondo: la scienza risponde al come della realtà; la religione al perché.

Non a caso Albert Einstein ha potuto constatare che «la scienza senza la religione è zoppa; la religione senza la scienza è cieca».
Del resto, è oramai ampiamente e solidamente accertato dagli storici della scienza che l’albero della scienza occidentale, così come oggi si conosce, affonda ampiamente le sue radici (euristiche ed epistemologiche) sul fertile terreno della teologia (cristiana).
In altri termini, la teologia è stata ed è la premessa cronologica e soprattutto logica della scienza.

Negare una simile correlazione non significa negare soltanto un dato storico ed epistemologico fondamentale ed imprescindibile, ma significa soprattutto ignorare o disconoscere la vera natura della scienza.

In questo senso e in conclusione, allora, si possono adottare le parole di uno dei più celebri fisici della storia della scienza del calibro di Max Planck che, per l’appunto, così ha avuto modo di insegnare: «Chi ha veramente collaborato a costruire una scienza sa per propria esperienza interiore che sulla soglia della scienza sta una guida apparentemente invisibile, ma indispensabile: la fede che guarda innanzi. Non c’è principio che abbia recato maggior danno, per l’equivoco a cui si presta, che quello dell’assenza di premesse nella scienza».

Leggi di Più: Per 6 scienziati su 10 c’è accordo scienza-fede | Tempi.it

Crescere nel Bene

Adriano Dell’Asta

giovedì 17 dicembre 2015

«Non si lasci consolare dall’ingiustizia del nostro tempo. La sua ingiustizia morale non La rende giusto, la sua disumanità non basta a far sì che chi non è d’accordo, sia già, per ciò stesso, un uomo».

Chi scrive così, in una lettera del 9 luglio 1952, è Boris Pasternak, l’autore del Dottor Živago, premio Nobel per la letteratura nel 1958, che da anni non poteva più pubblicare praticamente nulla e che dopo il premio sarebbe stato oggetto di una nuova violentissima campagna persecutoria; la persona a cui si rivolge è Varlam Šalamov, futuro autore dei Racconti della Kolyma, una delle opere più alte di tutta la letteratura del XX secolo, che stava finendo di scontare poco meno di vent’anni di lager.

C’è da farsi venire le vertigini. In nome di che cosa un uomo con un destino come quello di Pasternak può osare scrivere a un suo confratello, con un destino anche peggiore del suo, che l’ingiustizia che ha dovuto subire non lo mette di per ciò stesso dalla parte della ragione? E in nome di che cosa Šalamov può rispondergli definendo questa lettera «meravigliosa» e piena di «delicatezza»? Non ne avevano già abbastanza per lamentarsi, per sentirsi offesi e, se non proprio per odiare il nemico, almeno per sentirsi nel giusto?

E invece no; nessuna persecuzione li autorizzava a sentirsi a posto.

Fuori di ogni poesia, ma con una forza di verità che forse solo la poesia (con la santità) ci può far comprendere, la provocazione di questo brano interessa direttamente l’esperienza che stiamo vivendo in questi mesi, colpisce un mondo che si sente attaccato e assediato da un terrorismo disumano ed è tentato di sentirsi autorizzato a tutto per difendersi. Qualsiasi alleanza, qualsiasi compromesso, qualsiasi arma (persino quelle nucleari): tutto sembra giustificato.

E invece no; dall’inferno nel quale vivevano i due grandi poeti ci dicono che non basta opporsi al male per essere nel bene.

Cosa ci resta allora? L’altra grande tentazione dell’Occidente è quella di ritrarsi, di ripiegarsi in una sorta di suicidio che rinuncia a riconoscere un qualsiasi valore alla propria tradizione, che non desidera più di preservarla per poterne fare oggetto, se non altro, di un incontro reale con le altre tradizioni.

E invece no; anche questa prospettiva ci è vietata. Né Pasternak né Šalamov avevano dubbi sul valore dell’opera poetica che il regime perseguitava: il primo stava per finire la sua opera maggiore e il secondo stava per iniziare a scrivere la sua.

In nome di che cosa dunque uscivano da quel circolo vizioso di autogiustificazione e autofustigazione che invece rende noi impotenti, pieni d’astio e di odio da una parte, mesti e piagnucolosi, dall’altra?

Qualche riga dopo il brano che abbiamo letto, Pasternak dava un consiglio a Šalamov. Ma cosa gli consigliava? Di scrivere ancora meglio? Di scrivere in modo di sfuggire alla censura? Neanche per idea, «i versi — gli diceva — anche scritti assai meglio, non sono mai fini a se stessi, e di per se stessi non valgono un fico secco». «I versi non valgono un fico secco»: e a scrivere questo era uno dei poeti più grandi del XX secolo! Il consiglio che dava all’altro poeta era completamente diverso: lo invitava sì al perfezionamento, ma subito precisava che si trattava del «perfezionamento interiore».

E dove ci porta oggi questa provocazione? All’impegno di cercare compromessi meno umilianti, misure più efficaci, alleanze migliori? Tutte possibilità da verificare, come del resto fecero i due poeti che, pur sapendo che non valevano «un fico secco», cercarono sempre di scrivere versi migliori, opere migliori. Ma al di là di tutto questo, prima di tutto questo, ciò che li ha resi grandi è stato quello scommettere su un «perfezionamento interiore» che per noi oggi, al di là di imposizioni violente o imbelli rinunce, significa il rischio di verificare il valore della nostra tradizione (come dei loro versi): il rischio di metterla alla prova, perché essa vale non di per sé o perché le altre sono cattive, ma nella misura in cui è capace di aprirci a un ininterrotto perfezionamento; vale, in altri termini, non nella misura in cui è capace di difendere i nostri beni o sa convincerci nichilisticamente che non esiste alcun bene, ma nella misura in cui è capace di incrementare il bene, per rendere possibile la vita, per noi e per tutti.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2015/12/17/E-vero-solo-se-commuove/print/664338/

La vita è una battaglia e non una conversazione

«Un racconto senza morti per me resta ancora un racconto senza vita», così scrisse Gilbert K. Chesterton descrivendo la sua esperienza di scrittore giallista. E la verità di questo paradosso è piombata brutalmente addosso anche a noi nell’ultimo mese. Appena lo sfondo nero della morte irrompe in mezzo alla realtà, la percezione della vita si altera, ma non per deformarsi, bensì per assumere i veri contorni sconcertanti che l’esistere dovrebbe sempre avere. Al di là di tutte le analisi politiche, al di là dei fondamentalismi religiosi e delle bandiere degli atei, al di là delle opinioni degli intellettuali blasonati, la tremenda notte del 13 novembre a Parigi ci ha messo questo tra le mani: lo sconcerto. Il terrorismo funziona, nella sua logica perversa, proprio perché non inventa nulla, ma si arroga quel diritto che dovrebbe essere solo del Destino (o Natura, o Caso, o Provvidenza) e cioè l’imprevedibile ineluttabilità della vita e della morte.

Il progresso ci ha regalato tanti suadenti strumenti per pianificare il vivere in modo tale che assomigli a una tabella di marcia prestabilita dalla nostra volontà. Ma è solo un’illusione che ci tiene comodi su una poltrona, posta sul ciglio di un burrone. La caduta è stata rovinosa. La tragedia di una strage di gente comune avvenuta nel cuore dell’Europa ci ha catapultato in una zona fatta di terrore e tremore. Però, ci è stato subito detto che non bisognava cedere alla paura, per non darla vinta ai terroristi. È parso giusto che la reazione immediata dovesse essere una reazione coraggiosa e forte. Ma chi – onestamente – può dire di non aver avuto paura? Chi può dire di non avere tuttora paura? È innaturale che un uomo vivo non abbia paura, perché essere vivi significa sentirsi sempre in pericolo – notò il signor Chesterton.

Però tra l’ideologia del terrorismo e la percezione della paura passa un abisso. Bisogna attraversare la paura, per non cedere alla logica perversa del terrore. Il mistero che da sempre aleggia su cose sconcertanti come la vita e la morte comporta una visione onesta dell’umano fatta anche di paura, che può degenerare in malsano terrore, ma può anche essere la premessa di un sano stupore. Per via di paradosso, si può dire che la faccia tremenda dell’Isis sia la deformazione dei volti simpatici di Sherlock Holmes, di Miss Marple, del tenente Colombo e della signora in giallo. Si può anche dire che l’investigatore sia la nemesi del terrorista, perché la sua ipotesi operativa è che il mistero di una morte sia un enigma a lieto fine, un nodo che si scioglie (non un cappio che soffoca).

Il pessimista e l’idealista
Fu per questo che Chesterton dedicò buona parte delle sue risorse creative nel dar vita a indimenticabili racconti gialli. La riteneva una forma letteraria indispensabile per l’umanità, perché mette a tema la vita sullo sfondo della morte e in questo modo ricorda a tutti che l’esistere è una battaglia e non una conversazione. I suoi racconti gialli più famosi hanno per protagonista Padre Brown, un prete dall’aspetto dimesso, un segugio pronto a stanare una briciola di bene anche in fondo al cuore di un uomo cattivo. Ma la lista degli investigatori inventati dal genio di GKC è più lunga: c’è il Basil Grant de Il club dei mestieri stravaganti, c’è il poliziotto filosofico Gabriel Syme de L’uomo che fu Giovedì, c’è il poeta amico dei matti Gabriel Gale de Il poeta e i pazzi.

E poi c’è Horne Fisher, l’investigatore meno probabile degli annali delle detective stories e protagonista de L’uomo che sapeva troppo, in libreria con Lindau. Il tratto tipico della sua persona sono le palpebre cascanti, lui sembra sempre sul punto di addormentarsi. L’autore lo ritrae in modo apparentemente offensivo: «Era un uomo che esprimeva le opinioni di un pessimista con il tono di un annoiato». Il problema di Fisher è che sa troppo, come annuncia il titolo: è un aristocratico imparentato con ogni membro del governo inglese e dunque sa tutto, sa davvero troppo, di ogni evento che accade. Conosce il risvolto gretto e tutt’altro che edificante di ogni vicenda politica e sociale. Niente lo stupisce più, sapendo che dietro ogni scelta, avvenimento e impresa ci sono interessi per nulla nobili o puri. Questa è la molla che lo stimola a interessarsi di crimine e omicidi, cioè di fatti oscuri che lo coinvolgono con qualcosa che – finalmente! – non sa.

Lo accompagna nelle indagini un Watson che è il suo esatto contrario, si tratta di un giornalista in carriera di nome Harold March. È un entusiasta e un idealista, un brillante scrittore «abbastanza giovane da aver ben in mente tutti i politici, e da non volere solamente dimenticarseli tutti». Va detto che in questo libro la parola giornalista è un complimento. Insomma: nulla a che vedere coi nostri mestieranti che bazzicano tra intercettazioni private e documenti segreti. March è un vero inquisitore, partecipe della cosa pubblica e dunque intraprendente nell’interagire con ministri e personaggi influenti. Chesterton stesso scelse di definirsi giornalista, nonostante la sua multiforme attività letteraria; perché anche un poeta o un romanziere può essere, in fondo, nient’altro che un giornalista se a tema dei suoi contenuti c’è uno sguardo attuale sull’umanità. Anche l’uomo comune è un giornalista, se abita con meraviglia e senso critico i fatti di ogni suo giorno.

chesterton-uomo-sapeva-troppoIl giornalista che c’è in noi
Un lettore può godersi L’uomo che sapeva troppo come una piacevolissima raccolta di racconti, confezionati da uno dei più brillanti giallisti (Chesterton, infatti, presiedette per sei anni il Detection Club, un gruppo che riuniva i più grandi giallisti inglesi e in questo ruolo lo sostituì niente meno che Agatha Christie). E dedicarsi a leggere e risolvere storie del mistero è già un fruttuoso passatempo, innanzitutto perché è coinvolgente e poi anche perché il giallo educa l’uomo a non dimenticare che il senso del pericolo è connaturato alla vita. Però, per chi voglia accettare la sfida, l’orizzonte dell’intera opera ha un’ambizione più azzardata. Si potrebbe dire che è il romanzo di formazione del giovane giornalista Harold March, grazie alla voce pigra e alla mente geniale di Horne Fisher. Perciò è anche un pungolo per quel bravo giornalista che c’è, o dovrebbe esserci, in ciascuno di noi. A chi voglia coraggiosamente imboccare la strada di questo “sussurro” che Chesterton fa al lettore si pone l’ipotesi di guardare l’umano secondo una prospettiva tutt’altro che politicamente corretta. «Credimi, nessuno conosce la parte migliore degli uomini, finché non ha conosciuto la loro parte peggiore. (…) Dio solo sa a quanto male può sopravvivere una coscienza e sa anche come un uomo, che ha perso il suo onore, possa ancora sforzarsi di salvare la sua anima», così dice Horne Fisher a Harold March.

Questa è l’ultima paradossale tappa di un percorso in cui l’uomo che sapeva troppo stimola e provoca il giovane giornalista a prendere atto del torbido in cui l’umano è costretto a sguazzare. La meritocrazia, l’onore, l’onestà sarebbero ideali davvero ammirevoli su cui fondare la convivenza umana. Ma gli ideali non si incontrano mai nella loro purezza nella realtà. E il torbido guazzabuglio del reale può davvero far invecchiare prematuramente un uomo, rendendo apatico il suo viso e cascanti le sue palpebre: «Hooker Wilson fu il primo criminale che conobbi, ed era un poliziotto», ammette Fisher, raccontando la sua prima esperienza di investigatore, che gli svelò il volto meno rassicurante del mondo delle relazioni umane. E il primo caso in cui anche March si trova coinvolto si conclude con un omicida che non viene punito, perché «i pesci grossi vanno ributtati in acqua». Il mondo di grandi ideali e uomini integerrimi, che March avrebbe voluto raccontare con la sua penna, non esiste. Esiste una trama agrodolce, anzi amara, di relazioni corrotte e biechi interessi.

Ed è a questo punto che l’idealista March getterebbe la spugna e, invece, il disilluso Fisher sorprendentemente si desta a imprese gloriose. Ancora una volta è l’emergenza a togliere il torpore dal cuore e dagli occhi dell’uomo: la guerra. Lo sfondo tremendo di un conflitto armato che mette a fuoco e fiamme l’Inghilterra è in grado di compiere un miracolo. Ancora una volta, in una società tutt’altro che perfetta, sono il pericolo e la morte a fare chiarezza sul senso della vita e a suscitare un barlume di virtù in uomini tutt’altro che probi. Sarebbe molto bello se vivessimo in un mondo di colori nitidi e distinti: il bianco dell’onestà, il nero del male, il rosso dell’amore, l’azzurro dell’innocenza. Ecco, non è mai così. La nostra tavolozza umana è tutta scompigliata e mescolata, ma proprio perciò può ospitare un eroismo che non è quello delle fiabe.

Il cavaliere puro e impavido si muove tra foreste di malvagi orchi e fate buone. Ma a un giornalista moderno può essere data un’occasione davvero interessante, quella di assistere all’unico momento in cui un gruppo di uomini corrotti e disonesti s’impegna per fare una cosa buona, dare la vita per il proprio paese. Verrebbe da dire che con Chesterton non c’è proprio scampo, bisogna rimboccarsi le maniche. Con la scusa di venerare la meritocrazia e le «mani pulite», potremmo tirarci indietro dalla cosa pubblica usando il pretesto dei nostri innumerevoli limiti e peccati. Ma in tempi cupi e difficili non c’è da fare gli schizzinosi, serve anche quel poco di buono che il peggiore degli uomini può dare.

 

Leggi di Più: L’uomo che sapeva troppo. Nuovo giallo di Chesterton | Tempi.it

Tu scendi dalle stelle

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Detesto chi si aggiunge ai cannoni per usare anch’egli la sua colubrina inutile contro chi è già debole. Sto parlando del segno cristiano. Oggi è sotto tiro. I guardiani della neutralità dello Stato, specie in Francia, ma anche da noi, hanno avuto il loro trionfo con i funerali sperduti di Valeria, in una Venezia piena di sole, e con la voce di Cristo zittita perché ritenuta divisiva. Un laico, anzi un ateo, come Renato Brunetta ha sentito un dolore intenso perché la neutralità delle esequie civili ha significato legare il leone di San Marco in una gabbia dove leggersi il Vangelo da solo. Anche chi non crede, ma anche gli islamici sono certo, avrebbero volentieri ascoltato parlare Gesù. Niente da fare.

Però oso dire che non sopporto l’ideologia del presepe. Il presepe è un segno. Dice qualcosa che è accaduto e dura ancora. C’è dentro un mistero. Questo è il fascino del presepe. Sta nello sguardo dei bambini che aspettano che Gesù nasca a mezzanotte. Non era ancora disceso dalle stelle, ed eccolo nella mangiatoia.

In altre culture, la stessa evocazione tocca l’albero di Natale. Per me parla tantissimo la poesia di Thomas S. Eliot, La coltura degli alberi di Natale. La trascrivo. Vorrei che allo stesso modo si comunicasse il senso del presepe.

Vi sono molti atteggiamenti riguardo al Natale,/ e alcuni li possiamo trascurare:/ il torpido, il sociale, quello sfacciatamente commerciale,/ il rumoroso (essendo i bar aperti fino a mezzanotte),/ e l’infantile – che non è quello del bimbo/ che crede ogni candela una stella, e l’angelo dorato/ spiegante l’ali alla cima dell’albero/ non solo una decorazione, ma anche un angelo./ Il fanciullo di fronte all’albero di Natale:/ lasciatelo dunque in spirito di meraviglia/ di fronte alla Festa, a un evento accettato non come pretesto;/ così che il rapimento splendido, e lo stupore/ del primo albero di Natale ricordato, e le sorprese, l’incanto/ dei primi doni ricevuti (ognuno/ con un profumo inconfondibile e eccitante),/ e l’attesa dell’oca o del tacchino, l’evento/ atteso e che stupisce al suo apparire,/ e reverenza e gioia non debbano/ essere mai dimenticate nella più tarda esperienza (…)

Il presepe fu inventato da san Francesco, e lo fece per ricordare al popolo che il cristianesimo era un fatto accaduto nella normalità della vita quotidiana, ma era nello stesso tempo un evento eccezionale, e che era oggi. Infatti il primo presepe fu “vivente”. Non solo nel senso ovvio che a rappresentare le figure storiche c’erano persone in carne e ossa, ma che accadeva adesso, la novità non era diventata vecchia, museale, ma risorgeva.

Dio noi non abbiamo il muezzin
Non sono contrario – figuriamoci! – alla difesa delle statuine dei canti di Natale. Ed è bello che una nazione trovi la sua architrave culturale nei simboli del Natale. Però i segni vanno rispettati, non trasformati in inni di congreghe politiche, fosse pure quella in cui milito. Ci si inchina davanti alla mangiatoia, e i canti devoti non li si intona in faccia “al nemico” come slogan.

Apprezzo molto Vittorio Feltri che dice «guai a chi mi tocca il presepe», perché da ateo niente affatto devoto, riconosce il palpito religioso che animò un tempo la sua gente, e ne avverte nostalgia e vuol bene ai preti. Ma bisogna stare attenti a non succhiare il sangue della tradizione spogliandolo del mistero: e questo accadrebbe se i presepi diventassero obbligatori. Chiarisco ancora: il calendario riflette la memoria di un popolo. Dunque la laicità dello Stato e della scuola pubblica non può significare smemoratezza. E il Natale è la Natività di Cristo, ma guai a chi la falsifica in festa dell’inverno. Ma senza militarizzare i presepi.

Libertà. La fede è libertà. Il cristianesimo è questo. È anche la libertà di rifiutarlo. Ammetto di aver capito il senso della laicità dello Stato grazie all’orrore provato ascoltando persone che stimo molto cantare inni sacri in un contesto politico. Non si fa. Quando ho ammirato al telegiornale il simpatico Ignazio La Russa cantare Tu scendi dalle stelle, ho pensato che grazie a Dio i cristiani non hanno il muezzin, ma le campane.

Leggi di Più: Difendere il presepe, non militarizzarlo | Tempi.it