Voglia di inverno

Voglia di inverno per riassaporare la rinascita
Marina Corradi
Milano, dicembre – In fondo, in questo momento dell’anno mi accorgo di desiderare l’inverno. È come se fossi affacciata sull’orlo di una voragine buia, e desiderassi caderci. Ho voglia di alzarmi una mattina e scoprire, appena fuori di casa, lo schiaffo di un vento gelido, che giustizia le foglie rattrappite ancora ostinatamente attaccate ai rami e le trascina via in mulinelli folli. Ho voglia di pioggia, una pioggia fitta che si allarghi in pozzanghere nelle strade, e faccia luccicare l’asfalto, mentre il buio cala come un mantello, ogni giorno un minuto prima. Desidero quel freddo pungente che trapassa le giacche, mentre noi ci allacciamo tutti i bottoni e alziamo il bavero attorno al collo, e ci ripromettiamo: stasera, tiro fuori il cappotto pesante. Ho proprio voglia, quest’anno, di respirare l’aria che morde, e riempie i polmoni bruciandoli di gelo. Di trovare sul parabrezza dell’auto, al mattino, il fiato della notte irrigidito nella prima brina.
E una mattina vorrei svegliarmi e affacciarmi alla finestra e sorprendere, fluttuanti nell’aria, dei fiocchi larghi e leggeri che svagatamente precipitano. E allora griderò ai figli ancora addormentati: “Nevica!”, e loro si alzeranno, assonnati, a vedere.
E mi verrà la nostalgia delle montagne che amo, in Alto Adige, dove la neve ormai si sarà impossessata di ogni cosa, e i campi saranno di velluto bianco, vergine – tranne che per le piccole impronte di qualche uccello selvatico. Sarà bello lassù respirare nel silenzio l’aria tersa, e non sentire i miei passi sul suolo soffice, come in un sogno. Dai tetti penderanno lunghe acuminate stalattiti di ghiaccio, come coltelli. I getti delle fontane, infartuati nel ghiaccio, sembreranno impietriti; i rami spogli degli alberi levati, come anime in pena.
Sì, è crudele, l’inverno. Pare, in certi momenti, un algido sortilegio. Un non-tempo, un tempo per chiudere le finestre e le porte, e lasciarsi scivolare in un tiepido oblio. Eppure quest’anno, che dell’inverno si è tardato a vedere l’inizio, mi accorgo che ne ho bisogno: perché solo passando dentro a questa morte sarà possibile che il mondo, a marzo, nasca di nuovo.
Occorre la neve perché la terra, sotto, dorma e maturi, occorre il freddo che taglia e toglie il fiato, per desiderare la primavera. Occorrono, sui nostri balconi, i vasi da fiori neri e spogli, per commuoversi, un mattino, al primo germoglio. Perché non c’è rinascita, se il seme non muore; e nessun prato rigoglioso è più bello del primo verde dell’erba nuova che rispunta, timida ma ostinata, sotto il sole pallido delle Ceneri.
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