Buon Anno!!

“E gli uomini che si volsero verso la luce
ebbero conoscenza della luce”

TE DEUM…
Con profonda gratitudine!

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Il ponte di Camus

Salvatore Abbruzzese

mercoledì 30 dicembre 2015

L’attenzione verso i poveri, intesi come sintesi tra emarginazione sociale e miseria materiale, costituisce un’esortazione costantemente riproposta dal pontefice e puntualmente recepita dai media. Rispetto ad un tale invito ed alla sua frequente ricorrenza l’immagine della Chiesa di Santa Maria in Trastevere trasformata in salone delle feste, con i poveri a tavola serviti dai volontari della comunità Sant’Egidio, sembra costituirsi come una vera e propria icona di questo tipo di sollecitudine così costantemente raccomandata.

Tuttavia, una volta inserita nel contenitore mediatico che l’ha prontamente diffusa, è facile ridurla ad una delle immagini natalizie delle quali l’audience televisiva ama circondarsi durante queste feste, là dove la supposta magia del Natale sembra rendere tutto possibile. La figura del povero davanti alla tavola imbandita, quasi sempre anziano, stupito e riconoscente di tanta abbondanza e di tanta sollecitudine nei suoi confronti, pare stemperare i drammi molteplici che si nascondono dietro l’indigenza materiale: l’immagine è consolatoria e l’universo mediatico non manca di amplificarla.

Ma si tratta veramente di una rappresentazione retorica e fuorviante? È veramente una raffigurazione di comodo, buona a occultare la persistenza dell’indigenza prossima ventura? Veramente la fiaba della cena di Natale ai più poveri non va più lontano della semplice immagine consolatoria e riassicurante?

Per prendere sul serio una simile iniziativa vale la pena ricordare come il Natale sia una festa familiare, dove ci si rincontra nel proprio nucleo costitutivo e quest’incontro coincide con la tavola imbandita. Escludersi o essere esclusi da quest’ultima è segno di un Natale mancato, di una festa che non si è mai concretamente percepita.

Ma la tavola non è solo la certezza del piacere dei cibi e dei vini, non si limita affatto alla soddisfazione del buono gustato in un luogo confortevole. Prima di essere tutto questo la tavola rappresenta la pienezza delle relazioni, è incorniciata dalle strette di mano, dai saluti e gli abbracci. Nessuno sperimenta il piacere di una cena seduto da solo al tavolo di un ristorante o di una mensa, al contrario ciascuno vive proprio in quel momento l’essenzialità della condivisione. Il Natale coincide quindi con l’incontro del quale la tavola, la mensa condivisa, è il tramite essenziale.

Nella chiesa di Santa Maria i commensali hanno allora scambiato qualcosa di molto più importante — e vitale — del piatto da assaporare o del vino da gustare. Il vero bene percepito e apprezzato è stato quello della relazione.

È in questo senso che va raccolta l’osservazione di Julián Carrón sul Corriere della Sera del 23 dicembre, là dove questi coglie tutta l’importanza della dimensione relazionale nel rapporto tra i profughi e chi li assiste.

Esiste, in altri termini, una vera e propria cultura relazionale che l’universo del volontariato (cattolico ma non solo) sta elaborando sul piano dell’accoglienza: il cuore di ogni gesto di carità risiede essenzialmente nella relazione che si instaura concretamente tra chi assiste e chi riceve i benefici. Senza di questa ogni piatto di minestra è inutile, così come ogni obolo è fuorviante.

Ciò getta una luce problematica sulla mendicità da strada, spesso realizzata simulando malformazioni, lamentando traversie di ogni genere, biglietti da viaggio persi o da acquistare; magari puntando sulle donne e, in modo particolare, su quelle anziane. Se la tavola di Santa Maria in Trastevere non è solo il pasto caldo, ma anche l’accoglienza, il conforto di un’assistenza ed il piacere delle nuove relazioni; la mendicanza da strada, spesso collegata al racket, si rivela essere molto frequentemente l’esatto opposto: l’infermità simulata, i dati falsati, la situazione inventata, l’identità nascosta e quindi la relazione fittizia.

L’universo associativo che si sta prodigando nei confronti delle fasce più povere e marginali sta di fatto percorrendo l’unica strada realistica di aiuto all’altro: quella che transita per l’incontro, cioè per la relazione significativa con chi è nel bisogno e nell’impossibilità di soddisfarlo.

Se la miseria, come diceva Albert Camus, è una fortezza senza ponti levatoi, la relazione autentica con l’altro è la strada essenziale per riaprire una tale fortezza al mondo. Occorre allora che ad ogni gesto di carità faccia seguito una relazione destinata ad andare avanti, portando allo scoperto potenzialità e possibilità di ciascuno, assieme alla consapevolezza dei propri limiti. Senza una tale relazione ogni gesto, nella migliore delle ipotesi, resta inefficace e si riduce ad un’inutile anche se consolatoria scorciatoia.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2015/12/30/Il-ponte-di-Camus/print/666949/

Il miracolo di Bataclan contro l’odio

Monica Mondo

martedì 29 dicembre 2015

Si chiama Kahina, e ha 18 anni. E’ la moglie di uno di quegli sciagurati che si è fatto esplodere al Bataclan. E’ francese, era francese, perché ora vive in Iraq, da dove il suo uomo (uomo? un ragazzino folle) è partito per vendicare l’islam offeso dagli infedeli. Partito da Mosul, città roccaforte, speriamo presto assediata e liberata dalle bandiere nere, dove, racconta Kahina nelle mail a un’amica, ha un bell’alloggio gratis con doppi servizi e tre camere da letto.

Si dice orgogliosa del giovane consorte martire, rimpiange di non essersi fatta esplodere lei pure, “per terrorizzare il popolo francese con le mani insanguinate”. Perché, spiega lucidamente, “la vita non è pace, pace, pace, amore e baci. Tu uccidi, noi uccidiamo, tu combatti, noi combattiamo”.

C’è una logica, e bisogna sforzarsi di capirla. Occhio per occhio, dente per dente: da sempre nella storia, anche nella nostra storia, è stata legge di guerra, e legge tout court. C’è voluto il cristianesimo perché anche nella vita civile si potesse pronunciare fattivamente la parola “perdono”. Poi, gli occidentali sporchi di sangue: è purtroppo così. Adesso, per le terribili fatali leggi di guerra: civili, donne e bambini straziati ogni giorno dai mostri d’acciaio, dalle forze dei buoni. Anche i civili di Dresda non avevano colpe, o forse qualcuna, essendosi piegati, o avendo parteggiato entusiasti per il Terzo Reich. Comunque, non meritavano la morte, nessun uomo la merita per mano di un altro uomo.

Dunque, dal punto di vista di Kahina, suo marito è un eroe, in una lotta impari. Purtroppo si tratta per lei di una lotta anche sacra, e questo, oggi, ci risulta estraneo e mostruoso. In nome di Dio non si uccide, benché sia stato fatto per secoli e secoli di storia europea, anche tra fedeli dello stesso Dio. Ma appunto, è storia antica, e toccherà ripeterci, senza ombra di offesa, che certe comunità vivono in un tempo antico. Ecco il terzo punto: l’ignoranza. Che diventa facile preda del potere, di qualsiasi forma. Questo potentato poi, indottrina col terrore, e ha giocoforza una presa più rapida. Una ragazzina ignorante, emarginata in un paese in cui si sente straniera, si accalappia facilmente.

Nessuna giustificazione: migliaia di iracheni e siriani e arabi vivono serenamente in un paese che li ha accolti e dove cooperano alla costruzione della vita comune. C’è chi è stupido, chi è cattivo, e sceglie coscientemente il male. C’è il diavolo, dovrebbero ricordarlo anche gli islamici. E infine, c’è una disumanità che ci pare ancora più grande, più imbarazzante, che non riusciamo a credere. Questa ragazzina parla di pace e amore e ci sputa sopra.

E’ vero, ne abbiamo le scatole piene di marce e bandiere arcobaleno agitate in nome dell’ideologia e filmetti sentimentali, i Nobel per la pace li assegnano quasi sempre alle persone sbagliate eccetera. Però, se a 18 anni non hai ideali così, se non speri in un mondo unito, dove si spengono i cannoni, dove ci si abbraccia tra genti diverse, chi lo farà mai? Non solo è lecito, ma è naturale e doveroso che a 18 anni tu creda nel bene, che da sempre ha il nome di pace, amore, bellezza, giustizia. Il dramma è che poi si cresce. Che una ragazzina non abbia questi sentimenti, che riesca solo a covare tutto quest’odio, è la colpa più grande che non al loro, ma all’unico Dio dovranno render conto questi assassini barbari.

Sempre che le mail e le dichiarazioni attribuite a Kahina non siano abile azione di propaganda. Per noi, quella ragazza potrebbe anche essere finita martire lei pure, o presa come un oggetto di preda dal più vicino jihadista e costretta al silenzio.

Nelle stese ore, veniamo a sapere che un’altra ragazza, cantante rock che assisteva al concerto del Bataclan, si è risvegliata dal coma. E’ più grande, si chiama Laura Croix. E’ stata ferita da sei colpi, al petto e all’addome, è piombata nel buio. Ha aperto gli occhi, chiesto dei genitori, stenta ad uscire dall’orrore, ma ce la farà. In Francia parlano di miracolo del Bataclan. Ma non ci credono davvero: perché i miracoli non cadono dall’alto, non sono un risarcimento, e solo la fede che i francesi hanno accantonato li fa vedere. Laura la Croix. Che strano cognome, che bizzarro, il caso.

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Lo spirito di meraviglia

Pigi Colognesi

lunedì 28 dicembre 2015

Adesso che la festa è passata, possiamo chiederci — sulla scia di quanto Thomas Eliot ha scritto ne La coltivazione degli alberi di Natale — di quale tipo sia stata, quale atteggiamento l’abbia determinata. Forse ha prevalso quel lento smarrimento della sensibilità, quel progressivo abbandono al sonno (favorito dall’eccesso di cibo) che il poeta definisce «torpore». Oppure è stato un Natale all’insegna delle relazioni «sociali» da rispettare obbligatoriamente o da rinfocolare per interesse; relazioni raramente caratterizzate dalla freschezza che solo il rapporto gratuito consente. O magari è stato «sfacciatamente commerciale», nel senso che almeno una volta nell’anno ci siamo liberati dei freni che un minimo di realismo solitamente pone alla nostra smania di acquistare e consumare. Nell’aggettivo «chiassoso» Eliot — penso — raccoglie tutti quei modi di far festa che cercano lo stordimento che impedisce, almeno per un po’, di vedere un vuoto che si ha dentro di sé e che domina nei rapporti. Dietro a «puerile» c’è il medesimo desiderio di fuga ricercato, invece che nel frastuono, nei sentimentalismi mielosi che il Natale sembrerebbe favorire.

Il bambino, dice però Eliot, non è affatto puerile; egli possiede l’atteggiamento autentico di fronte al Natale: poiché «crede che ogni candela sia una stella e l’angelo / dorato che spiega le ali alla cima dell’albero / non solo una decorazione ma anche un angelo», il bambino «stupisce di fronte all’albero di Natale». Ciò che lo fa grande, lieto, sveglio, inchiodato al presente è lo «spirito di meraviglia». Solo questo fa della festa — e qui Eliot, nella sua proverbiale potenza sintetica, arriva al cuore della questione — «un evento accettato non come pretesto». Nelle festività giunge infatti all’acme quell’atteggiamento che rende torpido, interessato, ingordo, chiassoso o sentimentale il gesto quotidiano: il suo essere un puro pretesto per «altro», qualsiasi cosa si nasconda dietro questa parola. Così ogni avvenimento, ogni gesto finisce per produrre quello che Eliot dice subito dopo: «stanca abitudine, fatica, tedio, consapevolezza della morte, coscienza del fallimento».

Questa dinamica si evidenzia più chiaramente a Natale perché nessun avvenimento è, in sé, più impensabile, più fuori misura, più stupefacente del fatto che Dio sia diventato un bambino; quindi fa più stridore la banalizzazione di un fatto di tale portata. Eppure l’abbiamo banalizzato, lo banalizziamo. Forse per risollevarci da tale condizione la liturgia della Chiesa ci fa celebrare oggi i Santi Innocenti. Quei bambini non hanno avuto il tempo di trasformare niente in abitudine e tedio, non hanno avuto la possibilità di ridurre a pretesto qualcosa che neppure conoscevano e per cui, pure, in qualche modo hanno sacrificato la vita (perché conservare lo stupore infantile per noi grandi, che di tutto facciamo pretesto, non è senza sacrificio). Raffigurandoli in paradiso mentre giocano senza neppure preoccuparsi di chiederne il permesso a Dio, Péguy ci mostra lo «spirito di meraviglia» diventato condizione stabile: felicità.
http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2015/12/28/Dal-torpore-di-Eliot-alla-felicita-di-Peguy/print/666442/

Il giusto peso delle cose

Laura Cioni

sabato 26 dicembre 2015

Quando nel mistero di Milosz Miguel Mañara l’abate introduce il protagonista alla pazienza della vita monastica, lo ammonisce così: “Voi non siete venuto qui, signore, per essere torturato. La vita è lunga, qui. Occorrono un’infanzia e un’educazione, una giovinezza e un insegnamento, una maturità ansiosa di conoscere il giusto peso delle cose, ed una lenta vecchiaia, innamorata della tomba”.

La poesia suggerisce spesso qualcosa di più della lettera del testo e in questo caso le parole dell’abate non sembrano riguardare soltanto il monaco, ma la vita di ogni uomo. Nessuno viene al mondo per essere torturato, anche nei casi più dolorosi di infermità o di miseria. La nascita è il primo atto di una vita buona, è la promessa di un cammino che si apre su un mattino in cui la luce ha già vinto l’oscurità della notte. Il tempo che passa scandisce i passi di una via che può trovarci “sia tra due siepi di gelsomino, al braccio di una fanciulla, sia da soli tra due file di tombe allineate” e nell’esistenza di ognuno ai periodi di incanto si succedono quelli del dolore. All’impeto dell’infanzia e della giovinezza segue la calma dell’età adulta: una maturità ansiosa di conoscere il giusto peso delle cose, così viene definita nelle parole rivolte al brillante cavaliere, toccato dalla Grazia e deciso a mutare vita.

Che immagine pacificante di prudenza e di operosità si trova in questa frase. Essa non indica la figura di un uomo preda del disincanto, di uno che sa ormai tutto della vita e si siede sulle certezze guadagnate nel corso di anni ricchi di successi e di sconfitte. Disegna invece una persona in cammino, che sa dove va e nello stesso tempo è attenta a ciò che incontra lungo la via e assegna alle cose il valore che si meritano al fine di raggiungere la meta.

Non è neppure la stretta misura del calcolo, quanto piuttosto una sorta di profondità serena con la quale si guarda la vita e la si giudica per quello che è, un dono ricevuto con il compito di restituirlo accresciuto del proprio apporto. Non è nemmeno l’assenza di passione, ma anzi un’intensità di relazione con tutto ciò che esiste, perché è tenuto in vita da un amore più grande e ad esso rimanda. Un uomo così non si attarda sul lamento delle cose passate irrisolte e di quelle presenti che possono diventare un inciampo. Cammina portando il peso della giornata, con la leggerezza di un passo governato dalla speranza e illuminato dalla gioia.

Non è facile per nessuno giungere a simile maturità, ma è possibile desiderarlo. Allora la vita, anche quella più comune, offrirà degli incontri in cui, seppure per frammenti, saranno abbozzati i tratti di persone che hanno saputo far tesoro del passare degli anni. Possono essere i santi che più incarnano questo equilibrio, le testimonianze depositate nei libri di chi ha saputo descrivere l’esperienza della vita in modo bello e convincente, ma anche le persone che incontriamo ogni giorno e che rivelano tratti di una saggezza semplice e solida, gli amici più cari di cui vediamo il cammino e da cui impariamo a mettere un passo dopo l’altro. Allora l’aria diventa più pura e la vetta non è sognata, ma perseguita.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2015/12/26/LETTURE-Miguel-Ma-ara-imparare-il-giusto-peso-delle-cose-/664912/

Dopo il Natale

Tratto da C. S. Lewis, Lettere di Berlicche, 1942 – Spero, caro Farfarello, che tu non ti sia lasciato sfuggire l’occasione, durante queste ultime feste natalizie, di ammirare qualcuno dei presepi che in molte case ancora si usa allestire per la gioia dei bambini e dei vecchi. Ce n’è di tutti i tipi, dal legno alla cartapesta, dal cristallo al bronzo, dalla terracotta al plexiglas…

Io amo i presepi. Dirai che sono un vecchio sentimentale… Ebbene, di’ pure, se vuoi. Prima però, senti quello che ho da dirti in proposito. Da secoli ormai un’idea mi frulla per il capo alla sola vista di un presepe, e te la voglio confidare in segno di stima. Ebbene, io credo che la grande quantità di energia che noi diavoli abbiamo sempre profuso per inventare argomentazioni seducenti contro Dio sia, in gran parte fatica sprecata. Noi non dobbiamo creare nuovi argomenti: possiamo usare pari pari i loro. È il cuore che decide, e spesso decide male. Pensa alle figuri minori del presepe: c’è un solo Giuseppe, una sola Maria, un solo Gesù bambino. Un solo bue, un solo asino. Gli altri sono tutte comparse, compresi i Magi. Ogni uomo al mondo è una figura minore del presepe… Seguimi bene. Dopo aver reso omaggio al Messia, che fanno tutte queste comparse? Se ne tornano, semplicemente, al loro lavoro. Il carrettiere al suo carretto, il panettiere al suo pane, e così via. C’è qualcosa, in tutto ciò, che mi manda in confusione, che mi stordisce e mi umilia: ciascuno torna lieto al suo mestiere, anzi: se prima il lavoro gli pesava, ora gli pesa molto meno, perché ha visto il Messia.

Che ira! Tutto diviene accettabile, amabile… Ma poi, passata l’ira, ecco l’idea! La grande idea! Quella che è la più grande dimostrazione dell’esistenza di Dio, la quotidianità, eccola trasformata, senza che apparentemente nulla cambi, nella più grande delle bestemmie! Che cos’è mai il tuo Dio? Un’emozione momentanea prima di riprendere il solito tran tran. Un bambinello che ti salva finché resti in estatica contemplazione, ma poi? Immaginiamo quei poveri pastori al momento del congedo. Un inchino, un altro inchino, mettiamoci pure un terzo inchino. Ma poi le spalle dovranno pur voltare, e tornarsene alle loro pecore, non è vero? E allora noi diavoli pronti, in coro, a soffiar nelle loro orecchie: dalle obiezioni più collaudate (“come può Dio, nella sua bontà, permettere il dolore innocente?”) alle migliori invenzioni della modernità (l’uguaglianza di tutti gli uomini davanti a Dio si trasforma nell’egalité giacobina, che è il suo opposto), e via dicendo.

Tutte le obiezioni contro Dio nascono dall’idea di un Dio lontano, che non vuole salvare concretamente gli uomini. Ma questa idea nasce, a sua volta, dalla comodità: un Dio lontano è sempre più comodo di un Dio vicino. È questa, Farfarello, la nostra carta vincente. Da sempre.

Un abbraccio dal tuo Malacoda.

 

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