Lasciare che il Mistero apra il cuore

INT.

Rose Busingye

lunedì 30 novembre 2015

L’immagine più cara che Rose Busingye porta nel cuore dopo la visita di papa Francesco nel suo paese, l’Uganda, è la fila di persone che lo aspettava lungo le strade per vederlo passare: “Eravamo tantissimi, e non solo cristiani, anche musulmani o non credenti. Ma eravamo tutti lì guardando un punto fisso che si avvicinava e poi ci passava davanti guardandoci a sua volta. Guardavamo un punto fisso che ci generava tutti in quell’istante, aspettavamo l’uomo che rappresenta Gesù sulla Terra”. Il papa in questi giorni ha visitato ben tre nazioni, il Kenya, dove proprio ieri una dottoressa italiana è stata uccisa da alcuni rapinatori, l’Uganda e il Centrafrica. In questo ultimo paese ha compiuto un gesto straordinario, l’apertura della Porta Santa e del Giubileo: “Questo gesto non è solo per l’Africa, è per tutto il mondo. Aprire una porta santa cosa vuol dire per la Chiesa e per l’umanità? Per me è come aprire la mia vita alla salvezza, lasciare che il mistero mi apra il cuore”. In un continente dove il martirio dei cristiani, ricordato dal pontefice proprio in Uganda, accade ancora oggi quotidianamente, Rose rappresenta la semplicità di cuore di quello stesso continente: “L’uomo africano attende Dio, non ci sarà mai nessuno qui che dica che si è fatto da solo, ma attende Dio anche se non sa che nome dargli. Incontrando i musulmani nella moschea in Centrafrica il papa è andato a dire anche a loro per  cosa sono fatti e cosa può riempire quel vuoto che a volte li fa essere violenti”. “Grazie per avermi fatto ripensare e rimettere a fuoco cosa ha significato questo incontro con il papa” dice Rose alla fine, spiazzando il cronista che di solito è lui a ringraziare chi ha risposto alle domande. “Desidero che il mio viaggio attiri l’attenzione del mondo sull’Africa”, aveva detto Francesco prima di partire. Non potremo più dimenticarci dell’Africa adesso.

Cosa ha significato per te questo viaggio del papa in Africa?

Un momento in cui ho visto che il cristianesimo è ciò per cui l’uomo è fatto. Qualcosa che dà significato, Cristo che che viene nella vita dell’uomo. Quello per cui l’uomo è nato.

Non è la prima volta che incontri Francesco, vero?

Lo avevo visto a Roma il 7 marzo scorso. Si trattava di un momento organizzato per il movimento di Cl. Invece qui abbiamo visto andare dal papa ogni uomo: piccolo e grande, povero e ricco, un popolo mischiato tra cristiani e non cristiani. Quando lo aspettavamo lungo la strada per salutarlo tra noi c’erano anche musulmani, tutti con gli occhi fissi a quest’uomo. Ognuno guardava un punto che ti genera, venivano i brividi.

In occidente e soprattutto in Europa si discute e a volte si critica questo papa, qualcuno dice ha sta trascurando la dottrina tradizionale, qualcuno dice che è di sinistra. Cosa significa per voi africani Bergoglio?

Quelle cose che dici, a noi non vengono neppure in mente. Lui per noi è il capo della Chiesa, ne è il responsabile come lo era San Pietro, quell’uomo che ha incontrato Gesù. Noi destra o sinistra non sappiamo neanche cosa siano. Noi aspettavamo l’uomo che rappresenta Gesù sulla terra.

Gesù che si rende incontrabile oggi?

Ripeto, nessuno qui parla delle cose che dici, si parla solo di accogliere la Chiesa così come è, qualcosa che è stato iniziato da Gesù, poi è continuato con San Pietro fino ad oggi, a Francesco. Per la strada tutti gridavano: Francesco, Francesco!

Il papa ha detto che desiderava attirare l’attenzione del mondo sull’Africa, perché secondo te?

Io penso che il modo con cui lui fa sentire Gesù presente è il modo che mi fa capire che Lui mi ha creata e continuamente mi dà la sua vita.

L’Africa è spesso indicata come la speranza della Chiesa…

L’uomo africano attende Dio. In Africa nessuno pensa che si è fatto da solo, tutti sanno che sono stati fatti da qualcosa di più grande. Qui non c’è uno che può pensare che Dio non esiste, anche se non dà dargli un nome.

Però pensando all’Africa non si può non pensare alle grandi opere di carità verso gli ultimi, verso i poveri di cui anche tu ci dai testimonianza.

Ma non è che qua tutti si occupano dei poveri, e poi il problema non è essere poveri materialmente. Puoi essere povero anche se hai il frigo pieno. Puoi occuparti dei poveri se capisci che il povero ha un valore in quanto essere umano, l’uomo è povero quando non sa chi è. Tutto il resto nasce da un modo di essere educato nei confronti della vita.

In Uganda il papa ha dedicato la messa ai martiri cristiani. In Africa il martirio dei cristiani avviene tutt’oggi, continuamente.

Martirio dei cristiani vuol dire riconoscere Cristo in quel momento. Il papa ha parlato di un popolo di giovani, anche di 14 anni, che ha dato la vita perché Cristo in quel momento per loro era diventato tutto, una presenza tale da rinunciare alla vita, perché lo avevano riconosciuto. Uno di loro al re che lo condannava a morte perché aveva disubbidito, aveva detto: “ho scoperto un re più grande di te a cui obbedisco”. L’inizio del nostro riconoscere la presenza di Cristo che supera le altre realtà è in quel martirio, ed è la stessa cosa che continua nei cristiani uccisi oggi in Nigeria, in Kenya e in tutto il mondo.

Il martirio fa parte del percorso della fede?

Il martirio accade ogni giorno: riconoscere nell’istante tutti gli istanti della vita e chi li ha generati.

In Centrafrica il papa ha aperto la porta santa del Giubileo: che cosa significa per te e per gli africani?

Quel gesto è per tutto il mondo, non solo per l’Africa. Cosa vuol dire aprire una porta santa, cosa vuol dire per la Chiesa e per l’umanità? Per è come aprire la mia vita alla salvezza, farmi conoscere il mistero che mi apre il cuore.

Francesco in Centrafrica ha anche visitato una moschea e incontrato i musulmani. Oggi in Europa si pensa all’islam come un nemico da combattere, cosa vuol dire invece che il papa è andato a incontrarli?

Che Cristo è per tutti gli uomini. L’arrivo del papa ha fatto vedere quel qualcosa per cui sei nato, anche se sei musulmano sei fatto per questo. Il problema nasce quando non sai chi sei. E’ andato nella moschea per comunicare ai musulmani per cosa sono fatti, cosa può riempire quel vuoto che spesso li fa essere violenti.

Basta questo per fermare la violenza?

E’ il vuoto che porti dentro a farti diventare violento, perché non sai cosa può riempire la tua vita. Uno che desidera la morte degli altri vuol dire che l’ha desiderata prima per se stesso, è un odio alla vita, non amore alla vita. Uno che ama la vita la dona. Il papa è andato alla moschea a dire che anche loro sono amati, fatti per la vita. Sei amato di un amore eterno, Dio ti guarda e ti genera. Questa è la speranza anche per l’Europa.

Cosa ti lascia questa visita di Francesco?

Mi lascia con la certezza che Dio ha pietà del mio niente e che ancora di più ha pietà di me, è venuto a trovarmi. E’ stato come le campane delle chiese che suonano: Dio è ancora lì alla mia porta che bussa per chiedere di entrare.

(Paolo Vites)

http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2015/11/30/PAPA-E-AFRICA-Rose-Busingye-con-i-musulmani-abbiamo-incontrato-il-volto-di-Dio/print/659664/

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colletta2015

Quando si è con Dio

Cristiana Caricato

giovedì 26 novembre 2015

NAIROBI — Alla fine piove a dirotto e di zanzare neanche l’ombra. La prima serata africana per Papa Francesco è sotto l’acqua, con la lussureggiante bellezza keniana bagnata da carrettate d’acqua e i mosquitos non si fanno vedere. Sì proprio loro, i fastidiosissimi insetti che in Africa possono anche essere tanto perfidi da regalarti la febbricola malarica a vita, e che Papa Francesco ha detto di temere più di uomini cattivi e schegge terroriste impazzite.

Sembrerebbe una battuta, ma non lo è. Nell’aereo che lo portava per la prima volta in Africa, incontrando i giornalisti di mezzo mondo ad alta quota, Bergoglio emozionato e visibilmente contento ha ammesso di temere soprattutto loro, le noiosissime bestiole e le loro punture. “Attenti alle zanzare”: così ha concluso il suo lungo giro tra i sedili stretti dell’Airbus 330 dell’Alitalia, mentre si congedava dai 74 giornalisti a bordo, 4 dei quali keniani. Arrivando era stato parco di emozioni, ringraziando per il lavoro ancora tutto da fare, confidando solo la gioia per un viaggio in cui andava a  trovare keniani, ugandesi e i “fratelli del Centrafrica”. Poi come al solito, si era sciolto negli incontri personali, concedendosi agli abbracci, le confidenze, le richieste di giornalisti e vecchi conoscenti. Ha ascoltato messaggi, infilato gli auricolari per incassare in bocca al lupo video, raccogliere libri e lettere consegnate dai giornalisti delle più svariate testate. E così nelle brevi e preziosissime chiacchiere, al corrispondente della Cbs, Allen Pizzey, che gli chiedeva della difficile situazione nella Repubblica centrafricana, ha confessato candidamente di non aver paura di “folli” o “brutte persone”, che non avvertiva il nervosismo diffuso in mezzo mondo, ma che l’unica preoccupazione erano le zanzare appunto.

Qualcuno doveva aver persino immaginato tale ossessione e si era presentato con dono adeguato: due bombolette spray antizanzare, una per il viso e l’altra da spruzzare sugli abiti. Caroline Pigozzi, di Paris Match, portatrice di tale provvidenziale omaggio, con cura tutta femminile ha anche spiegato bene come adoperare le bombolette. E Bergoglio ha mostrato di gradire molto, raccomandando all’organizzatore dei viaggi Gasbarri di tenere da conto il prezioso e utilissimo regalo. Insomma neanche mia mamma sarebbe stata tanto accorta: i mosquitos sono diventati il tormentone della giornata, mentre i giornalisti che da settimane scrivevano sulla pericolosità del viaggio attraverso tre paesi africani, delle difficoltà che la presenza del pontefice avrebbe creato nell’area e dell’azzardo di una partenza che cadeva nel bel mezzo di una delle più acute crisi dell’Occidente alle prese con i terroristi dell’Isis, venivano tranquillizzati dall’unico cruccio di Francesco: le temibili zanzare. E non era una delle sue umoristiche stilettate, non c’era niente di costruito, davvero Bergoglio, con tenerezza paterna, voleva metterci in guardia dagli effetti collaterali di tanto verde e dell’umido clima dell’Africa orientale.

Il mondo intero sta con il fiato sospeso, scongiurando e pregando che tutto vada bene, e lui si preoccupa di un inutile e molesto insetto. Il Papa è così, un uomo tranquillo, totalmente abbandonato nelle mani del Signore. Non teme il destino, perché sa che è buono, ma solo l’irritazione del pungiglione. Non un eroe, ma un uomo “normale” come direbbe lui stesso. Fa quello che deve fare, porta la sua ondulante carcassa al centro del disordine africano, mentre il delirio fondamentalista terrorizza e agghiaccia il pianeta e continua a sperare nel cuore degli uomini e nella infinita bontà di Dio. Così alla State House di Nairobi, davanti al corpo diplomatico e al presidente figlio di un presidente, Uhuru Kenyatta, simbolo della politica familiare che impera in Africa, ha avuto il coraggio semplice di dire ciò che gli altri non osano. “L’esperienza dimostra che la violenza, il conflitto e il terrorismo si alimentano con la paura, la sfiducia e la disperazione”, sentimenti che nascono dalla “povertà e dalla frustrazione”. E poi ha continuato affermando che “la lotta contro i nemici della pace e della prosperità, deve essere portata avanti da uomini e donne senza paura”. Appunto non si può temere nulla. Quando si è con Dio. A parte le zanzare ovviamente.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2015/11/26/PAPA-IN-AFRICA-Francesco-le-zanzare-e-il-destino-buono/print/658800/

syn pathos

Amicizia – “Dunque ti prego non voltarti amore/ e tu resta difendici amicizia” Per l’etimologia amicizia e amore sono la stessa cosa, anzi forse si potrebbe dire che l’amicizia è la giustizia dell’amore, perché per definizione anticamente è l’amore ricambiato. Amor ch’a nullo amato amar perdona dice il verso più famoso e meno compreso della letteratura, un dogma da fedeli d’amore che svela il segreto per essere corrisposti: Amore non perdona, a nessun amato è permesso di non riamare. Insomma l’amore non corrisposto in fondo non esiste, purché l’amato sappia di essere amato in qualche modo non potrà che riamare, il problema è che il modo spesso non coincide con quello che l’innamorato desidera, ed è così che l’amicizia finisce per sembrare ingiusta.

Eppure lo sanno bene gli adolescenti e i vecchi, quelli che iniziano ad amare e quelli che hanno amato tanto, che l’amicizia e l’amore si confondono. Tutto inizia con una simpatia, una cosa tutt’altro che leggera, dal greco syn pathos: soffrire insieme. Gli alchimisti chiamavano amicizia l’affinità di due elementi chimici, la loro attitudine a unirsi in un composto, e i grammatici studiavano le amicizie nell’alfabeto, cioè le combinazioni tra le varie lettere. L’amore inizia e finisce con l’amicizia, è qui che si annida l’atto conoscitivo dell’amare, la simpatia che genera interesse, ma anche ciò che viene dopo l’intimità. “Non può essere conosciuto nessuno se non per amicizia” dice Sant’Agostino, “Tutta la vita conoscerci l’un l’altro/ senza poterci mai imparare” dice Emily Dickinson.

http://www.parcopoesia.it/il-dogma-dei-fedeli-damore

Sentivo dentro di me

Davide Tartaglia

sabato 21 novembre 2015

Ieri, un breve trafiletto sulle colonne de ilsussidiario.net riportava la notizia di una giovane donna incinta, che, dopo aver scoperto di essere affetta da cancro, decide di portare a termine la gravidanza nonostante il consiglio dei medici di abortire per dedicarsi esclusivamente alla cura del suo male. “Non ho potuto pensare di abortire mentre sentivo dentro di me i calci del bambino”, così ha dichiarato la donna al giornale inglese Daily Mail.

Qualche giorno prima, il 13 novembre 2015, in un venerdì qualunque, sei terroristi islamici sconvolgevano Parigi e il mondo intero uccidendo con violenza inaudita 129 persone e ferendone altri 195. Degli otto attentatori, uno è in fuga per l’Europa, due sono morti e non ancora identificati e ben cinque si sono fatti esplodere. Ai cinque kamikaze c’è da aggiungere il suicidio di Abdelhamid Abaaoud, la mente degli attentati, che si è fatto esplodere durante il blitz della polizia a St. Denis.

Nel mare magnum di notizie, interpretazioni e analisi sulla strage, la coraggiosa decisione della donna sembra scomparire, più che ad una notizia assomiglia ad un lumicino destinato ad essere inghiottito dalla notte, è una flebile voce sovrastata dal chiasso delle dichiarazioni di politici, pseudo-intellettuali, esperti che sentono l’insopprimibile bisogno di riempire il grande silenzio che ci lasciano le bombe parigine. I grandi interrogativi che ci consegnano le immagini dei 90 corpi lasciati nel parterre del Bataclan in un lago di sangue.

Eppure in questo frastuono rissoso e scomposto si fa largo, tra le righe, questa notizia minima, scarto del tritacarne dei media di questi giorni, una notizia che non fa nulla per attirare gli sguardi che passano oziosi sulla home di Facebook. Una notizia così minima eppure così luminosa, tanto potente quanto la decisione di quella donna di mettere a repentaglio la propria vita per dedicarla totalmente alla creatura che portava in grembo.

Una notizia che a noi, assuefatti al clamore del male, non colpisce immediatamente, ma si insinua e sedimenta, acquista profondità e col tempo attecchisce, sopratutto quando ci si rende conto che la mamma ha la stessa età – o giù di lì – degli attentatori suicidi di Parigi: 25 anni.

Allora ci si accorge che in realtà la notizia è potente quanto gli scoppi nella capitale francese, perché ci conferma, dopo i tragici eventi del weekend, che a venticinque anni esiste qualcosa per cui vale la pena dare la vita. La notizia di questa donna è così potente che contiene in sé l’ardire di proporsi come la risposta più adeguata al “suicidio per uccidere” dei giovani jihadisti della strage del 13 Novembre. In entrambi i casi, i fatti nudi e crudi, spogli di qualsiasi altra implicazione, ci raccontano di uomini e donne che nel culmine della loro gioventù, nel momento più bello e rigoglioso che la natura concede, decidono di sacrificare tutto di sé per un ideale.

Offrono tutto di sé – la propria pelle, le proprie speranze, i propri progetti – per la realizzazione di un ideale più grande. Un ideale per cui la propria vita è nata e nella quale finalmente si realizza. I terroristi, come quella povera donna assalita dal cancro, ci ricordano che non c’è vita senza significato per cui sacrificarla, senza un motivo che la rende sacra.

Ma gli stessi fatti ci dicono anche che la libertà può scegliere – e sceglie istante per istante – per cosa sacrificare tutto: si può dare se stessi per la vita o si può dare se stessi per la morte. Si può decidere di morire per far essere l’altro, o, invece, di morire perché l’altro non sia. Non esista mai più.

Due abissi, due mondi distanti anni luce: da una parte lo stupore e la gioia della nascita e dall’altra il dolore della morte, del nulla. Eppure questi mondi sono intimamente impastati dentro la vita di ciascuno di noi, ci appartengono entrambi, sono le possibilità che vivono dentro ogni nostro atto, anche il più banale: si può lavorare offrendo il proprio tempo alla costruzione di qualcosa di più grande di sé o per alimentare il proprio ego pensando ingenuamente di riuscire ad appagarlo; si può amare di un amore gratuito e totalmente disinteressato o con la pretesa di ricevere qualcosa in cambio all’altezza del proprio dono. E tra le due alternative è impossibile sbagliarsi su ciò che in fondo desideriamo, su questo non si può barare.

Ma in un mondo in cui sembra vincere l’annientamento dell’altro come unica possibilità dell’io di essere; il gesto semplice e grande di questa donna ci ricorda che c’è ancora qualcuno per cui il dono di sé all’altro è ciò che può davvero compiere la vita. Ma come ha potuto quella donna così giovane rinunciare alla sua vita, perdere la sua possibilità, rinunciare ai suoi affetti? Come ha potuto, devastata dal dolore per la malattia, non giocare in difesa e decidere di proteggere quel seme ancora informe che portava in seno? Come si può, oggi, mantenere vivo questo struggimento e amore per l’altro e non avvertire l’altro da sè come una minaccia alla mia possibilità di esistere? Come si può trasformare il mondo in un luogo in cui poter vivere insieme, se tutte le più brillanti e argute strategie di integrazione hanno fallito, se le migliori politiche estere ed interne sembrano sgretolarsi come le vetrine di quel bistrot a Parigi sotto i colpi dei kalashnikov? Come si può rimanere uomini se l’unica soluzione sembra essere la difesa del mio e l’annientamento del tuo?

La risposta a queste domande è interamente contenuta nelle poche parole della mamma al giornale: “Non ho potuto pensare di abortire mentre sentivo dentro di me i calci del bambino”. Sentivo dentro di me. E’ tutto dentro il verbo “sentire” quel punto indistruttibile da cui parte la riscossa, quello scoglio che permette di non abiurare definitivamente alla parte più profonda e autentica di sé. Fin quando il nostro cuore e la nostra carne sono capaci di sentire la ferita che brucia, la ferita del proprio male e di quello altrui, fin quando il nostro cuore è ancora capace di avvertire la propria impotenza ad amare e lasciarsi amare, fino a quando può sentire la violenza della propria insufficienza allora non potrà evitare di aprirsi all’altro, allo sconosciuto. Per necessità, non per eroico moralismo. Invece, fino a quando continueremo a sentirci a posto, intatti; fino a quando continueremo a evitare lo sconcerto di non sapere, di non farcela, l’altro resterà sempre una minaccia, che, al massimo, in un lodevole sforzo della nostra volontà, potremo provare ad integrare. Cioè, potremo provare a renderlo uguale a noi. Senza riuscirci.

Per questo in questa Europa scassata, violentata, confusa ed impaurita, più che di una dottrina o di un nuovo ordine militare che ristabilisca l’ordine si sente l’estremo bisogno di un’educazione che aiuti ciascuno di noi a “sentirsi” integralmente, ad “avvertire” la propria mancanza e l’urgenza dell’altro per vivere. Solo con questo cuore grondante, proprio come quella mamma, si può davvero riconoscere che vivere e morire per la vita è più grande e più vero che vivere e morire per la morte.
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