Le due facce della stessa medaglia

C’è ancora un «totalitarismo» vivo e forte in Occidente: «Il suo vero volto è la cospirazione terribile, tirannica e segreta di tutte le forze intellettuali e sociali che condannano l’essere umano a un’esistenza senza verticalità». Anche l’islam non è da meno, con la sua idea di sacro «irrigidita nel dogmatismo e nel formalismo wahabita» che spiana facilmente la strada al terrorismo. In un articolo scritto per Le Monde, Abdennour Bidar individua con lucidità uno dei principali problemi comuni all’islam e al Vecchio continente.

FILOSOFO FRANCESE. Il filosofo è un personaggio dai tanti volti: figlio di una convertita alla versione sufi dell’islam, conosce il mondo musulmano dall’interno, è stato nominato dal governo francese membro dell’Osservatorio della laicità con deleghe sparse all’integrazione e al dialogo interreligioso. Quest’anno si è fatto notare in Francia con la pubblicazione della sua “Lettera aperta al mondo musulmano“, in cui denuncia senza omissioni le storture dell’islam, invocandone una riforma. Al di là delle soluzioni che propone, molto sincretiste e poco convincenti, le sue analisi meritano di essere conosciute.

PERDITA DELLA TRASCENDENZA. L’islam, argomenta il filosofo, non destabilizzerebbe così tanto l’Occidente se questo «non fosse diventato così fragile», così come lo Stato islamico non potrebbe avere così tanto successo se «non fosse il sintomo di un cancro di civiltà ancora più grave che prolifera un po’ dappertutto nel corpo dell’Umma musulmana». L’uomo contemporaneo, continua Bidar, «non ha più accesso al suo diritto spirituale, di essenza metapolitica. Questa è la pecca del sistema dei diritti umani, un insieme di diritti politici e sociali al centro dei quali non si trova nessuna idea della trascendenza che abita il cuore dell’essere umano». Così la modernità vede nell’uomo soltanto «l’animale politico», ma non «l’animale metafisico».

CRISI SPIRITUALE. Ecco perché, secondo Bidar, «la nostra crisi più grande non è né economica, né finanziaria, né ecologica, né sociopolitica, né geopolitica: è una crisi spirituale di assenza radicale – tanto nelle élite quanto nelle masse – di una visione del sublime nell’uomo che può essere condivisa da tutti: dagli atei agli agnostici ai credenti. E se ce n’è uno, questo è il vero volto del totalitarismo odierno».

«LE RADICI DEL MALE». Il filosofo francese è altrettanto duro con l’islam. Nella sua “Lettera aperta al mondo musulmano”, parlando del terrorismo islamico come di un «mostro», scrive: «Il problema è quello delle radici del male. Da dove provengono i crimini di questo cosiddetto “Stato islamico”? Te lo dirò, amico mio. E questo non ti farà piacere, ma è mio dovere di filosofo. Le radici di questo male che oggi ti ruba il volto risiedono in te, il mostro è uscito dal tuo ventre, il cancro è nel tuo corpo. E così tanti nuovi mostri, peggiori di questi, usciranno ancora dal tuo ventre malato, fintanto che tu ti rifiuterai di guardare in faccia questa verità e che impiegherai del tempo ad ammettere e ad attaccare finalmente questa radice del male! Anche gli intellettuali occidentali, quando dico loro questo, lo vedono con difficoltà: la maggior parte ha talmente dimenticato che cos’è la potenza della religione, nel bene e nel male sulla vita e sulla morte, che mi dicono “no, il problema del mondo musulmano non è l’islam, non è la religione ma la politica, la storia, l’economia, eccetera”».

CROLLO DELL’UMANO. Criticando in questo modo Occidente e islam, Bidar conclude su Le Monde: «Con la sua idea di sacro irrigidita nel dogmatismo e nel formalismo wahabita, l’islam è l’altra faccia della stessa medaglia rispetto al nostro Occidente che diluisce il sacro nel relativismo e nella disillusione generale, due manifestazioni sofferenti e impotenti di uno stesso appiattimento o crollo su se stesso dell’umano».

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Abbiamo bisogno della fede e dell’idea

Adriano Dell’Asta

giovedì 29 ottobre 2015

Che ne sarà di questa nostra Europa e di questo nostro mondo assediati dall’odio e dalla paura?

Terre che sono sempre state spazio di incontro — pensiamo alle sponde del nostro Mediterraneo — e che per questo sono state immensamente arricchite da una diversità inesauribile — pensiamo alle terre del centro Europa — improvvisamente si scoprono spazi proibiti sotto assedio e vogliono proteggere e conservare quello che hanno già rovinato proprio con questa chiusura gelosa: ma quale mai identità potranno difendere l’Europa e l’umanità se respingono la diversità che le costituisce? E quale identità cristiana metterà sulle proprie bandiere chi rifiuta di accogliere i poveri?

Certo, la minaccia esiste ed è di una barbarie inesorabile, il fondamentalismo non si aggira tra la nostra gente per portare nuove ricchezze e neppure per rubarle, ma semplicemente per distruggerle; e però, se noi stessi rinunciamo a quella nostra ricchezza che è la diversità, diventiamo i primi alleati di questo progetto nichilista e distruttore. E rafforziamo questa indegna alleanza ogni volta che pensiamo di poterle rispondere con la sola forza della negazione.

Nikolaj Berdjaev, il grande filosofo russo cacciato dal suo paese per ordine diretto di Lenin subito dopo la fine della guerra civile, si trovò esattamente di fronte a questo problema: come salvare la Russia, come salvare la propria identità? E la risposta fu chiara e netta: «È impossibile costruire la vita su un sentimento negativo, su un sentimento di odio, di rabbia e di vendetta. È impossibile salvare la Russia con sentimenti negativi. La rivoluzione ha appena avvelenato la Russia di rabbia e l’ha ubriacata di sangue. Che ne sarà della povera Russia se la controrivoluzione l’avvelenerà con nuova rabbia e l’ubriacherà con nuovo sangue? Nessuna strada può essere aperta da elementi negativi, la vita esige al suo principio elementi positivi. Il nostro amore deve sempre avere la meglio sul nostro odio. Dobbiamo amare la Russia e il suo popolo più di quanto odiamo la rivoluzione e i bolscevichi».

E non è che Berdjaev avesse rinunciato alla lotta o che, in nome di questo amore, avesse tutto confuso mettendo sullo stesso piano chi distruggeva la sua terra e chi veniva ucciso dai nuovi barbari che l’avevano conquistata; e non è neppure che Berdjaev non fosse capace di cogliere il senso di quello che stava succedendo o non sapesse più distinguere il valore di quello che si stava distruggendo. A differenza di molti europei occidentali contemporanei che vorrebbero conservare a tutti i costi i loro privilegi e le loro comodità, ma sono presi da mille dubbi circa la liceità della civiltà che gli offre ogni agio, Berdjaev non aveva alcun dubbio sulla inaccettabilità del nuovo regime e sulla distanza abissale che lo divideva da esso; e però questo amore più forte dell’odio, una verità più forte della menzogna, gli aveva dato una comprensione più profonda di quello che era accaduto: se la rivoluzione aveva avuto la meglio, la sua vittoria non poteva non interrogare gli sconfitti e non porre il problema delle loro responsabilità.

Invece di perdersi in una sterile serie di recriminazioni e di accuse che avrebbero lasciato comunque immutata la situazione e perpetuato la sconfitta, Berdjaev aveva spostato il problema su di sé: «La rivoluzione ha avuto luogo non solo fuori di me e al di sopra di me, come un evento incommensurabile con il senso della mia vita, cioè privo per me di ogni significato; essa ha avuto luogo anche con me, come un evento interiore della mia vita. Il bolscevismo ha preso corpo in Russia, e vi ha vinto, perché io sono quello che sono, perché non c’era in me una reale forza spirituale – quella forza della fede capace di spostare le montagne».

E nello stesso momento in cui si chiedeva dove e in che cosa avesse sbagliato il vecchio mondo, nello stesso momento in cui cominciava a scoprirne le debolezze che ne avevano reso possibile la fine, non cadeva nella trappola in cui cadono molti europei contemporanei che credono di poter rispondere con la forza alla forza e non avvertono più loro stessi il fascino del mondo che vorrebbero difendere. Berdjaev superava la tentazione di fidarsi di una forza che era già stata sconfitta e incominciava a intravvedere un rimedio diverso: «Il popolo russo deve essere liberato dal suo stato di bolscevismo, vincere il bolscevismo che porta dentro di sé. Tutto ciò significa forse predicare un atteggiamento passivo, in opposizione all’atteggiamento attivo raccomandato da coloro che vogliono risolvere la tragedia russa con la sola forza militare? Ai tempi della caduta dell’Impero romano e della completa rovina del mondo antico, Diocleziano ha dato prova di grande energia nel tentativo di consolidare l’Impero. Ma sant’Agostino fu forse meno attivo di Diocleziano, e non occupa, nella storia mondiale, un posto più considerevole? La nostra epoca esige innanzitutto opere simili a quelle di sant’Agostino. Abbiamo bisogno della fede e dell’idea. La salvezza delle società che stanno morendo verrà da gruppi animati dalla fede. È la loro trama che formerà il nuovo tessuto della società, sono loro che consolideranno i legami sociali al momento del crollo dei vecchi Stati».

Parole scritte all’inizio degli anni Venti del XX secolo, che sembrano tracciare una prospettiva efficace un secolo dopo.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2015/10/29/Noi-stiamo-con-Agostino/print/650910/

La bellezza come compagnia

Milano, ottobre. Il muro è dipinto a nuovo, intonso, bianco. Assolutamente liscio. Dalla finestra entra una luce incolore, e quasi della stessa opalescenza smorta della parete. Nella stanza, su un linoleum grigio, due letti di ferro, due comodini, una sedia. Appeso in alto, un televisore spento. Dal cortile, nessun rumore; l’unico suono è quello lieve dell’ossigeno che scorre, come acqua, nei respiratori.

Un ospedale nuovo di zecca, luminoso, niente di più che si possa domandare. Solo, come è maledettamente bianco, questo muro. Nel silenzio che si allarga nella stanza e mette a disagio l’occasionale visitatore, quasi fosse caduto nel vuoto, quel muro non è di alcun aiuto. Vergine, candido, non offre disperatamente nulla da osservare.

Sarebbe bello, quando si è ricoverati per una non facile guarigione, o quando si fronteggia il volto muto di un malato, avere qualcosa su cui posare gli occhi: per interrompere il circolo dei pensieri che tornano e ritornano su se stessi, come un disco rotto. Personalmente, mi dico, mi accontenterei anche di una crepa nel muro, in un’ora insopportabilmente taciturna come questa: giocherei a rintracciare nella sagoma una forma. Apprezzerei perfino una ragnatela nell’angolo di un soffitto, in alto; qualora poi ci fosse anche il ragno, con il suo andirivieni metodico e sapiente, mi sarebbe davvero di compagnia. Nemmeno le nuvole invece ci sono oggi, nel chiarore esangue del cielo, constato, volgendomi verso la finestra. Quanto al televisore, meglio sia spento. A quest’ora del pomeriggio rovescerebbe le sue parole leggere nella stanza: e sarebbero gonfie e vane, qui dentro, come bolle di sapone.

Ma, questo muro bianco, quanto è scivoloso. Lo sguardo ci si arrampica e riscivola giù come una mosca su un vetro bagnato. Si vorrebbe proprio aver qualcosa su cui posare gli occhi, quando si è immobili a letto o quando si sta, zitti, accanto a un malato. Si vorrebbe, davanti agli occhi, qualcosa di bello. Nell’Hotel – Dieu di Beaune, in Borgogna, uno dei primi ospedali sorti in Occidente, sulla parete in fondo alla camerata c’è uno splendido polittico che si apre come le scene di un teatro. Raffigura il Giudizio Universale. Quando un moribondo entrava in agonia, le suore infermiere di Beaune, in una somma carità, gli spalancavano davanti questa bellezza.

Non ci sarebbe, in questa stanza nuova, bisogno di così tanto. Basterebbe la riproduzione di un quadro, su cui gli occhi possano indugiare.

Io sceglierei un paesaggio di William Congdon, una di quelle Venezie con la sagoma di San Marco evanescente come una reggia celestiale, su cui dal cielo cola un pallido oro. Lì sopra mi si aggrapperebbe lo sguardo, come su una parete un rocciatore, lì si incanterebbe, sognando geometrie arcane d’altri mondi. Ci vorrebbe davvero qualcosa di molto bello, davanti agli occhi degli uomini malati. Ma scivola ancora invece il mio sguardo su questo lindo perfetto muro bianco; e torna a girarmi, monotono, dentro, un vano disco rotto.

Foto Ansa

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io +io = IO

Paola Bruno Longo

lunedì 26 ottobre 2015

Domenica 11 ottobre ho ascoltato la lezione fatta a Bologna da Julián Carrón su scuola ed educazione. Immediatamente colpita per come mi aveva fatto rileggere le mie esperienze di insegnante e di madre, ho poi afferrato, attraverso il commento di Elena Ugolini, il punto centrale della questione: l’efficacia di un insegnamento (sia dal punto di vista della trasmissione del sapere che dell’educazione) ha un punto di appoggio fondamentale, che ci sia un “io” a cui rivolgersi e un “io” che insegna. Quindi il nodo centrale per l’insegnante diventa attivare l’io attraverso il suo modo di insegnare, oppure riattivarlo, quando ha perso l’interesse, la sensibilità, la passione, su cui cresce la motivazione e l’adesione al lavoro. Già alla fine della lezione, nell’aula in cui ero con un gruppetto di insegnanti torinesi, nasceva la domanda: “anche per la matematica?!”.

Ebbene, sì, anche per la matematica, posso affermarlo per esperienza. Sono un’insegnante di matematica in pensione, ancora interessata alla scuola per il “soccorso” a studenti con qualche difficoltà e per la ricerca didattica con alcuni insegnanti. Questo è interessante perché mi fornisce un duplice punto di vista.

Cosa vuol dire riattivare l’io dell’allievo insegnando matematica? La domanda sull’educazione me la ponevo già con alcuni amici al tempo dell’università. Finivamo per dirci che agli insegnanti di lettere sarebbe stato possibile educare, perché i contenuti che trattano sono vicini all’umanità, ma che a noi “tecnici” non sarebbe stato possibile. Molto presto però ho preso coscienza di non essere solo un tecnico; insegnando, la mia cultura cresceva e si approfondiva, il dialogo con gli allievi mi permetteva di scoprire le loro domande. Nell’insegnare matematica, la mia persona era coinvolta in modo inatteso.

Ho iniziato come tutti, facevo lezione “raccontando” la matematica. Questo raccontare mi obbligava a studiare e a ripensare, era per me un viaggio. Non finivo di scoprire nessi e significati, andando al fondo di argomenti che avevo sempre giudicato semplici. Mi accorsi che per dare spiegazioni, non potevo ripetere l’argomento tale e quale come l’avevo spiegato. Per empatia e intuito cercai di entrare nei sentieri sconosciuti della mente e della concettualizzazione, cercando poi conferme nello studio.

Insegnavo a gente seria, studenti universitari che avevano scelto lo studio scientifico, non ostili alla matematica, anche se non tutti appassionati. Con il passare degli anni, il livello di preparazione degli allievi scendeva, iniziavano a presentarsi anche tra i miei studenti alcuni casi di difficoltà. Ma quando i miei figli andarono a scuola mi si aprì un mondo nuovo: intelligenti a casa, poco brillanti a scuola. Erano entrati in un mondo dove per la matematica il sapere proposto era solo un insieme di regole, a cui il loro “io” si sentiva estraneo, regole già fatte, non legate a questioni per loro significative, ad esperienze effettive, concrete o mentali.

Cominciai a capire che l’amore o disamore per la matematica e la capacità o meno di studiarla erano legate alla mancanza di coinvolgimento dell’io. Studiando e discutendo approfondii il rapporto con qualche collega universitario, in particolare con Adriana Davoli di Milano, e iniziai un rapporto di lavoro con alcuni insegnanti. Insieme aprimmo gli occhi, imparai molto e pensai che l’esperienza che andavamo costruendo, di studio e di insegnamento nelle classi, non doveva andare persa. Ci unì il desiderio di verificare le nostre intuizioni e dare corpo ad un lavoro che altri potessero incontrare. Le nostre certezze non venivano solo dall’autorità accademica (che non disdegnavamo) ma soprattutto dalla verifica di ipotesi nell’esperienza, ipotesi sull’apprendimento e sulla vera natura della matematica. Io e la collega Adriana Davoli ci unimmo con un gruppo di maestre che avevano partecipato ai nostri gruppi di ricerca in una Associazione che chiamammo MaPEs, matematica-pensiero-esperienza.

Eravamo ormai certe che il disamore e le difficoltà in matematica ponessero un problema educativo, che occorreva spostarsi dall’educazione matematica all’educazione della persona, favorire la partecipazione attiva di ciascuno, accompagnarlo nel costruire il pensiero personale, riattivare il legame con la realtà, tornare sul piano dei significati, normalmente sepolto e dimenticato sotto le “esigenze” del calcolo e dell’apprendimento meccanico. Gli strumenti c’erano, uno davvero efficace era il problema, noi dovevamo però imparare ad usarlo come strumento di concettualizzazione e non come un esercizio ripetitivo. Dovevamo poi innescare l’attività di riflessione sull’operato, negli allievi ma anche negli insegnanti, passo decisivo per imparare. Non basta fare per apprendere! E’ un equivoco pericoloso.

Imparammo iniziando dalla scuola primaria, cioè nel momento in cui a scuola l’io si apre alla realtà, può aderire o no al lavoro metodico che la scuola offre, si abitua ad un modo di guardare e di gestire il compito, con il quale affronta poi le scuole successive.

L’esperienza di una formazione a distanza con una scuola di Bogotà ci suggerì di iniziare anche qui in Italia una formazione di quel tipo. Proponemmo dei canovacci abbastanza sintetici e le insegnanti che aderivano ci inviavano “diari di bordo” su cui potevamo discutere con loro via mail.

I diari sono raccolti e classificati sul nostro sito e forniscono un valido strumento di confronto per nuovi insegnanti di scuola primaria.

Abbiamo pubblicato articoli e libri. Alcuni insegnanti di scuola secondaria si stanno unendo a noi. Il compito che ci si presenta è grande, contiene una revisione dei contenuti per sottolineare la costruzione nella mente a partire da azioni significative, accentuare la fiducia nel pensiero di ciascun allievo, evitando di farne un ripetitore dell’insegnante e del testo, saper alternare momenti di lavoro comune con altri di lavoro personale, provocare la discussione (non sulla matematica, ma sul lavoro fatto, perché imparare è una storia), comprendere come l’attività fisica e il gioco aprono la via al pensiero.

Ma non siamo soli e speriamo che nascano momenti di confronto e possibilità di collaborazione. All’ultimo Meeting di Rimini, Carlo Wolfsgruber e Eddo Rigotti hanno presentavano il loro lavoro per la scuola superiore. Siamo a conoscenza del lavoro (a Roma) di Ana Millán Gasca, intervenuta ad uno dei Seminari che MaPEs propone ogni anno in giugno alle insegnanti di scuola primaria, a Milano in Cattolica. Conosciamo il lavoro del suo allievo Luigi Regogliosi e il lavoro di Grazia Cotroni, anima della Bottega di Matematica di Diesse. Con le nostre stesse ipotesi, si interessa da molti anni di formazione matematica per le scuole libere l’associazione “Il rischio educativo”. Molti di noi hanno collaborato con Raffaella Manara in occasione della mostra sulla matematica del Meeting 2010, occasione in cui è stata sottolineata il legame di questa disciplina con un “io” sensibile e attivo. Quanti altri non conosciamo? Probabilmente sono molti e lancio una proposta: incontriamoci per riconoscerci, raccontarci esperienze significative, sostenerci reciprocamente.

Il gusto della verità

a
Federico Pichetto

domenica 25 ottobre 2015

La consegna al Santo Padre delle 94 proposizioni, votate tutte a maggioranza assoluta dai due terzi dei presenti, chiude la parte centrale del Sinodo dei vescovi dedicato alla famiglia. Adesso spetterà al Papa decidere sul da farsi e, c’è da aspettarselo, partiranno fin da subito le dietrologie e i commenti su un evento che alcuni definiscono “teleguidato” o catastrofico” per la dottrina della Chiesa. In realtà, ad una lettura attenta delle proposizioni, emergono almeno tre sottolineature che non possono essere né accusate di eresia, né essere suscettibili di polemiche.

La prima sottolineatura è che il Sinodo si è davvero occupato di famiglia e si è domandato se la famiglia avesse ancora un senso nel XXI secolo. La risposta è stata affermativa e ha guardato alla famiglia con verità: la famiglia non è un luogo ideale e idealizzato, bensì un luogo reale di crescita dell’Io. A questo luogo reale nulla può essere equiparato o paragonato perché nulla può sostituirlo. Essa non è una convenzione culturale, ma qualcosa che ha a che fare con le esigenze ultime dell’Io: non c’è un cuore che non abbia bisogno di famiglia e ogni cuore cerca di costruire una famiglia.

Frattanto, c’è una seconda sottolineatura che le proposizioni offrono con forza e che non possiamo eludere: alcuni falliscono nel loro tentativo di costruzione familiare e questo fallimento non può essere derubricato a notizia o a storiella da pomeriggio televisivo, ma necessita di essere affrontato nella sua verità. E qui emerge la terza sottolineatura del documento finale: la Chiesa può, la Chiesa deve, accompagnare le persone in un cammino di consapevolezza al punto tale che la questione urgente non è tanto determinare che cosa sia meglio fare, bensì che cosa è realmente successo nella vita di ciascuno dei due. Dal Sinodo molti si aspettavano “spinte all’azione”, sono invece giunte “spinte alla consapevolezza, al discernimento” per collocare — nel tempo — le proprie domande e il proprio vissuto. Non si comprende davvero una storia se non nel contesto in cui è maturata e avvenuta. Non si capisce bene che cosa fare se non si comprende adeguatamente che cosa è successo, quale sia — in definitiva — la realtà.

Il Sinodo dei vescovi spinge oggi gli uomini e le donne a guardare in faccia la realtà e a chiamarla con un nome nuovo, un nome che abbia senso nella vita di ciascuno. Esso non dice che tutto va bene, che la morale cambia nel tempo e nello spazio o nelle diverse situazioni della vita, bensì che ci sono circostanze che attenuano o quasi annullano le nostre responsabilità soggettive e che necessitano di essere confrontate e guardate con un ministro di Dio capace di dialogare con franchezza e umiltà attorno a vicende delicate e discrete che attendono solo un po’ di luce e un po’ di senso.

All’indomani del Sinodo la Chiesa si trova ancora più curiosa e appassionata di comprendere se anche per molti altri ci sia una qualche strada per rendere la propria colpa “felice” e foriera di un nuovo cammino di consapevolezza che non è detto che porti all’azione, ma che senza dubbio restituisce a tutti l’unico punto interessante da cui partire in ogni istante: la certezza di quello che è ci accaduto e non le nostre velleitarie idee che suscitano in noi tante emozioni, ma nessuna vera domanda. E questo il Sinodo ci lascia e ci dona: il gusto di chiederci che cosa sia seriamente accaduto nella nostra vita il giorno in cui abbiamo detto “sì”.

Alla radice dell’io

In questi giorni mi chiedevo: ma io cosa posso apportare di utile al Sinodo? Avevo letto un’intervista del Corriere al cardinal Kasper rimanendo sorpreso dall’affermazione: «Omosessuali si nasce». Certamente un povero prete missionario in Paraguay non può rispondere a un grande teologo, cardinale di Santa Romana Chiesa. Però, partendo dalla mia esperienza pastorale, ho qualcosa da dire: da molti anni vivo il mio sacerdozio accogliendo i poveri, abbandonati da tutti, ma non da Dio. Alcuni giorni fa è morto l’ennesimo giovane malato di Aids: da mesi stava con noi, si alternavano al suo capezzale il papà e la mamma che domandava all’infermiera quando sarebbe morto, perché si vergognava di lui. Il giorno della sua morte il compagno di stanza piangeva mentre la madre tirava un sospiro di sollievo; i genitori ci chiesero di non ritirare il cadavere, lasciandolo solo nella cella mortuaria per essere poi seppellito nelle prime ore del mattino. Una cosa incomprensibile per me: i genitori hanno vergogna del proprio figlio perché ammalato di Aids?

«Padre, a quattordici anni sono scappato di casa perché non sapevo più come fare per impedire che il concubino di mia madre continuasse ad abusare di me. Non sapevo dove trovare un rifugio, che fare e a chi chiedere aiuto. E così decisi di fare della stazione delle corriere la mia casa, finché un giorno sono stato avvicinato da due transessuali che mi hanno offerto di vivere con loro. Da quel momento la mia vita ha assunto un altro volto. Finché anch’io sono diventato uno di loro. Dopo anni di prostituzione ho cominciato a stare male. Ho fatto le analisi del sangue e la risposta è stata: Aids! E voi mi avete accolto nella vostra clinica con tanto amore, senza domandarmi di togliermi nulla di ciò che mi faceva sembrare una donna. Io non sono nato con questa tendenza, lo sono diventato per gli abusi sofferti da ragazzo e per l’accoglienza di due transessuali che mi hanno portato a casa loro». Ognuno di questi figli che ho accompagnato a morire ha una storia particolare con uno stesso denominatore comune: la mancanza della famiglia, gli abusi sessuali sofferti da piccoli e l’incontro con chi da tempo seguiva questo cammino. Certamente ho incontrato anche chi mi diceva «fin da piccolo sono vittima di questa tendenza che non riesco a togliermi di dosso». Ma il problema non è la tendenza sessuale, perché se anche avessimo una tendenza differente non sarebbe certamente questa a rispondere al nostro desiderio di felicità, alla nostra sete di amore. Non ho mai incontrato una coppia di omosessuali che mi abbia detto di essere felice. Il cuore dell’uomo ha bisogno di ben altro per pacificarsi. Per cui il problema fondamentale, tanto per gli omosessuali come per i transessuali e gli eterosessuali, consiste nel prendere sul serio le esigenze di cui è fatto il nostro cuore, a cui solo Dio può rispondere.

Salvati dalla confusione
Il problema principale quindi non è a livello pastorale ma ontologico, cioè della coscienza che io ho di me stesso. Sono o non sono relazione con l’infinito? Lo sguardo non è più sulla diversità, ma sull’unità dell’io che solo l’incontro con Gesù ci dona. E la vera pastorale consiste nello sfidare l’io, una sfida che è per tutti, che provoca la libertà a riconoscere che ognuno di noi prima di ogni tendenza sessuale è relazione con il mistero. È impensabile una pastorale vera se in noi non vibra la certezza del «io sono tu che mi fai». Ricordo quando alcuni anni fa sono stato invitato a dare una testimonianza presso la Banca Mondiale a Washington sulla fondazione. Giunto lì, mi dicono che la responsabile mi ha tolto l’invito ufficiale perché ha letto sul bollettino parrocchiale un mio scritto in cui non apparivo aperto alle diversità sessuali. Un esempio chiaro di discriminazione, ma anche di come si guarda ideologicamente alle persone per cui la normalità è trasformata in anormalità e viceversa. Vivendo in un mondo pieno di perversità è urgente ripartire come i primi cristiani dall’annuncio di Cristo, per poter salvare l’io togliendolo dalla confusione in cui vive. Solo una Chiesa che non si vergogna di Cristo può ridare all’uomo di oggi una speranza. «Padre, ne ho fatte di tutti i colori ma il mio cuore era triste. Ringrazio Dio per la malattia perché grazie al vostro amore ho incontrato me stesso»: anche la pastorale se non arriva alla radice dell’io rischia la inutilità.

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Cacciatori di infinito

Giulia Regoliosi

venerdì 23 ottobre 2015

Il mito antico ci ha lasciato due storie che hanno degli aspetti in comune: due ragazzi, due padri e il cielo. La prima è la storia di Fetonte, che conosciamo con varianti da diversi accenni e frammenti di opere, ma la narrazione più ampia a cui ci rifacciamo è quella del poeta delle Metamorfosi, Ovidio.

Fetonte, “lo Splendente”, cresce fra gli Etiopi, ma sua madre l’ha allevato dicendogli che è figlio del dio del sole, Elio/Febo. Come avviene spesso nei miti, è l’insulto di un compagno a mettere in dubbio la paternità e l’identità del ragazzo che, non bastandogli la rassicurazione materna, decide di andare in cerca del padre, a oriente dell’Etiopia dov’è vissuto. Il Sole lo accoglie con pieno affetto e gli promette un dono a sua scelta: tipico motivo mitico/fiabesco che si rivela quasi sempre improvvido. Felice per la certezza raggiunta ma come bisognoso di conferme su di sé e sul loro rapporto, Fetonte sceglie ciò che più contraddistingue il padre e lo può rendere per un giorno pari a lui: guidare il carro infuocato tirato dai cavalli alati.

Ma il ragazzo è troppo giovane e non è un dio. Gli dice il padre: “Chiedi un dono grande, Fetonte, che non si addice alla tua forza e ad anni così giovanili. Il tuo destino è mortale, ciò che desideri non è mortale“. Tuttavia il Sole ha giurato e deve mantenere la promessa, con molte raccomandazioni sulla rotta e sulla guida dei cavalli indocili; il figlio lo ascolta a malapena e salta sul carro pieno di gioia. Subito i cavalli sentono che il carro è più leggero e la guida inesperta: si sbrigliano e lasciano la via consueta nel cielo. Ovidio descrive la folle corsa della quadriga in balia di un ragazzo spaventato: “i cavalli vagano qua e là e, senza che nessuno li trattenga, vanno per luoghi ignoti dell’aria; dovunque li porti l’impeto si precipitano senza regola, urtano nella sommità del cielo le stelle fisse e ora salgono in alto, ora scendono a capofitto più vicini alla terra.

E’ la dea stessa della terra a chiedere aiuto a Giove davanti alla minaccia del carro infuocato, che distruggerebbe lei e l’operosità degli uomini: “Questa è la ricompensa che mi dai, questo l’onore per la fecondità e il lavoro, le ferite sopportate dall’aratro adunco e dai rastrelli, la fatica di tutto l’anno, il dono di foraggio e dolci alimenti al bestiame, di messi agli uomini, d’incenso agli dèi?“. Giove l’ascolta e scaglia un fulmine sul carro, distruggendolo: i cavalli si liberano e Fetonte precipita coi capelli in fiamme, simile ad una stella cadente. La discesa mortale termina lontano dalla sua terra, nel fiume che sarà il Po; e le sorelle in pianto sono trasformate nei lunghi filari d’alberi della nostra pianura.

L’altra storia è quella di un padre mortale, Dedalo, e del figlio Icaro. Lunga e mostruosa è la vicenda che porta il grande artefice ateniese a Creta, al servizio di Minosse: dopo la costruzione del labirinto che tiene prigioniero e insieme difende un mostro semiumano, Dedalo e il figlio restano bloccati sull’isola, anch’essi prigionieri. Ma Dedalo ha un progetto (è anche qui Ovidio a narrare): “Chiuda pure la terra e le onde, ma almeno il cielo è aperto; andremo per di là: Minosse possieda pure tutto, non possiede l’ariaFabbrica delle ali per sé e per Icaro, unendo penne e piume con corde e cera; poi dà ad Icaro le indicazioni sul volo: “Tieni una rotta intermedia, perché l’onda non appesantisca le ali se scendi troppo in basso e il fuoco non le bruci se sali troppo in alto; procedi secondo la mia guida. Partono, sono a metà della via per Atene, “quando il ragazzo cominciò a gioire del volo audace e abbandonò la guida e tratto dal desiderio del cielo salì più in alto. Il calore del sole scioglie la cera e Icaro precipita in mare. Il padre si volta a cercarlo, non lo vede, ma scorge sull’acqua le penne delle ali.

Due padri, due figli, in situazioni molto diverse, ma con delle analogie. Nei padri tutta la saggezza che l’uomo pagano ha espresso in tante forme e voci: il senso del limite, la consapevolezza di non essere dio, l’equilibrio, la responsabilità, il seguire una guida. Nei figli l’emulazione del padre, l’abbandono della guida, la gioia del pericolo, l’incoscienza nel volere e nell’agire, il desiderio del cielo. Grandi e dolorose le figure paterne, entrambe consapevoli di aver causato involontariamente la morte del figlio: il Sole dopo la morte di Fetonte si rifiuta di guidare il nuovo carro e provoca Giove con un corruccio astioso che cela il senso di colpa, Dedalo maledice la sua arte mentre raccoglie e seppellisce il figlio; nella variante accolta da Virgilio il suo viaggio termina a Cuma, dove l’artefice consacra un tempio ad Apollo scolpendovi la storia di Creta e sua, ma non riesce a scolpire il tragico volo del figlio: “anche tu, Icaro, avresti una grande parte in un’opera così grandiosa, se lo permettesse il dolore: due volte tentò di raffigurare in oro la tua caduta, due volte le mani del padre ricaddero. Ma il tentativo di Fetonte colpisce le ninfe esperidi che gli dedicano un epitaffio: “se non riuscì a reggere il carro, tuttavia cadde dopo aver osato molto. E il desiderio del cielo di Icaro continua ad affascinare ancora oggi.
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Non avere paura di avere un cuore

Simone Stancampiano

giovedì 22 ottobre 2015

Pier Paolo Pasolini moriva ucciso presso l’Idroscalo di Ostia tra la notte del 1° e 2 novembre 1975. Enzo Biagi, nella trasmissione Rai “Terza B, facciamo l’appello” del giorno successivo, lo ricordava così: “Era un uomo generoso, tormentato e semplice. Nel fondo della sua natura c’era una grande innocenza, era una creatura indifesa. La sua fine sembra una storia scritta da lui. Lui si ritrova ucciso da un personaggio che appartiene ai suoi tristi eroi”, gli eroi di Ragazzi di vita, “in una notte d’autunno, piena di ombre”.

Perché parliamo di “profezie”? Perché un autore “moderno”, dalla grande capacità di ascolto e sensibilità “moderne”, è anche “attuale”?

Perché Pasolini, nell’Italia di quarant’anni fa, con lucidità senza pari coglieva — nelle strade e non nei salotti letterari perché, diceva, “basta soltanto uscire per strada per capire i cambiamenti, e per capire i cambiamenti della gente, bisogna amarla” (Scritti corsari, 1975) — l’opulenza omologante della globalizzazione ante litteram, l’identificazione impropria del “benessere” con lo “sviluppo”, produttore di beni superflui, che avrebbe portato a quel “genocidio” culturale di cui Marx parlava nel Manifesto: il passaggio da una cultura arcaica all’organizzazione moderna della “cultura di massa”. Era quello un fenomeno di “mutazione antropologica”, la cui omologazione culturale riguardava tutti: popolo, borghesia, operai e sottoproletari (ivi, pp. 41-42). La nuova cultura che nasce non è più ecclesiastica, moralistica e patriottica; essa è strettamente legata alla propaganda televisiva, qualunquistica, il cui linguaggio sempre ex cathedra rispetto allo spettatore, è un “linguaggio fisico-mimico, il linguaggio del comportamento” che riprende quello nella realtà (ivi, p. 59).

E’ proprio nell’ultimo Pasolini, quello di Scritti corsariLettere luterane e del romanzo incompiuto Petrolio, che emerge ancor di più il nesso tra le idee e il proprio vissuto. Scrive il saggista bolognese: “A causa della mia vita personale, della scelta che ho fatto sul modo di trascorrere i miei giorni e di impiegare la mia vitalità e i miei affetti, fin da ragazzo, ho tradito il modo di vita borghese (a cui ero predestinato). Ho trasgredito ogni norma e limite. Ciò mi ha fatto fare esperienza — un’esperienza concreta, reale e drammatica —dell’universo che si estende sconfinato, sotto il livello della cultura borghese. L’universo contadino (di cui fa parte il sottoproletariato urbano); e anche quello operaio […] che appartiene alla cultura popolare. Ho aggiunto, alla mia esperienza esistenziale, anche degli interessi specifici. Cioè linguistici, per esempio. Ma anche etnologici e antropologici. Non ne ho un’informazione scientifica; ma ne ho la conoscenza” (Scritti corsari, pp. 211-212).

Scritti corsari — superba raccolta di articoli dello scrittore pubblicati tra il 1973 e il 1975 sul Corriere della Sera, e ancora su Il MondoRinascitaL’EuropeoPanorama — sono la constatazione amara della realtà italiana degli anni Settanta a cui Pasolini oppone comunque, nelle righe, il suo rifiuto. Il suo sguardo verso il mondo ha un che di religioso, non confessionale, inappagato; il suo definire le cose sempre “per ossimoro”, per opposizione non dialettica, irrisolta, lo porta a vivere come “consumista” critico ed atipico, dovendo egli stesso scrivere, fare film, vestirsi.

“Ma — diceva — io produco una merce che è in realtà inconsumabile: la poesia”, che rimarrà anche dopo la morte del poeta, dell’editore, del lettore. E aggiungeva: “Per me il consumismo è una tragedia, che si manifesta come delusione, rabbia, taedium vitae, accidia e, infine, come rivolta idealistica, come rifiuto dello status quo” (ivi, p. 107).

Il corsaro uscito sul Corriere della Sera il 1° marzo 1975 con il titolo «Non aver paura di avere un cuore» è certamente esaustivo. Il cuore, nella nuova società dei consumi, è ridotto a nient’altro che un muscolo, in una totale “mancanza del senso della sacralità della vita degli altri” (ivi, p. 127). Era l’Italia delle stragi politiche, del vuoto di potere, quella in cui i valori del vecchio universo agricolo e paleocapitalistico, paleoindustriale — Chiesa, patria, famiglia, obbedienza, ordine, risparmio, moralità — non contavano più (ivi, p. 130). Il Nuovo Potere (con la P maiuscola, quasi avesse, lo dice lo stesso regista, un carattere “misticheggiante”) non è più “clerico-fascista, non è più repressivo. […] Esso ha portato al limite massimo la sua unica possibile sacralità: la sacralità del consumo come rito e, naturalmente, della merce come feticcio (ivi, p. 126).

Ne esce un Pasolini “ossessionato” dal “bifronte mostro consumistico” (ivi, p. 200), per cui tutti “devono” avere un’automobile che riduca le distanze e le “differenze”, e tutti “devono” essere in coppia. Si profila, dissacrante e conservatore, il volto bianco del nuovo potere, tirannico e al tempo stesso falsamente tollerante, determinato a trasformare contadini e sottoproletari in piccoli borghesi. Avviene così, nella requisitoria pasoliniana, l’incontro tra giovani “disadattati” sottoproletari — nevrotici, incapaci di allegria, afasici, imitatori di lingue altrui — con giovani borghesi in violenta polemica con la propria classe — anch’essi nevrotici, incapaci di allegria, “utenti di una lingua come imparata a memoria” (ivi, p. 164). Alla cultura popolare “astorica”, conservatrice di se stessa, “fissatrice” di un codice che non ha un inventum evolutivo perché non ha possibilità di infrazioni, non rimane che essere relegata dalla cultura borghese in una specie di riserva, nella quale, tuttavia, “democraticamente”, le viene data la possibilità di “contribuire” alla cultura del paese, di entrare a far parte dell’”acculturazione” univoca (che riduce a “culturame” le realtà particolari) solo se è capace di ottenere una “promozione” sociale: accettare e far propria cioè la “cultura” della classe dominante (ivi, p. 211).

E’ questa, per Pasolini, una forma nuova “totale” di fascismo, che non distingue più: non distingue più giovani a favore del divorzio, della liberazione della donna, dello sviluppo in generale, dagli altri, perché tutti compiono atti identici (che sono culturali), tutti parlano lo stesso linguaggio del corpo e un linguaggio verbale completamente convenzionale ed estremamente povero (ivi, p. 47). La novità rispetto al passato è che questi atti culturali e questo linguaggio somatico sono “interclassisti”: non si potrà più distinguere per esempio in una piazza, dal suo corpo, un operaio da uno studente, un fascista da un antifascista.

In fondo il potere “totalitario” del vecchio fascismo non aveva minimamente “scalfito” le realtà particolari dell’universo agricolo e paleoindustriale. Nel nuovo fascismo invece il fine è “la riorganizzazione e l’omologazione brutalmente totalitaria del mondo” (ivi, p. 50), in una civiltà dei consumi propria dei “regimi democratici” contemporanei, con una ferocia non paragonabile perfino a quella del Ventennio, come testimonia il celebre “discorso” di Pasolini sulle dune di Sabaudia del 7 febbraio 1974, tratto dal breve documentario Rai della serie tv “Io e …”, intitolato “Pasolini e… la forma della città”.

La nuova civiltà dei consumi, irreligiosa perché ha perso il desiderio di Dio, ha ancora però bisogno della famiglia, quella che era stata per secoli il modello, insieme, dell’economia contadina e della civiltà religiosa. Nel neo-edonismo completamente materialistico e laico, la famiglia diventa lo “specimen” minimo della civiltà consumistica di massa. “Un singolo — nella visione pasoliniana — può non essere il consumatore che il produttore vuole. Cioè può essere un consumatore saltuario, imprevedibile, libero nelle scelte, sordo, capace magari del rifiuto: della rinuncia a quell’edonismo che è diventato la nuova religione. Esso deve essere sostituito con l’uomo-massa. […] E’ in seno alla famiglia che l’uomo diventa veramente consumatore” (ivi, p. 36).

Oggi le profezie di Pasolini “corsaro” si sono avverate: il consumismo esasperato, la comunicazione “totale” dei social networks dal linguaggio convenzionale, omologato, fruibile solo in un mondo online in cui viene meno l’importanza dell’incontro “fisico” con l’altro, la mancanza della percezione che il “tu” è importante, facendo accrescere solitudini. Profetico è stato anche quel senso del “sacro” che lo scritture bolognese aveva colto nella poesia, antidoto al nulla. Oggi, in uno scetticismo generale, i giovani non sono a priori restii a cogliere “il religioso” come opzione, non sono restii a farsi domande. In quel domandare, in quel travaglio che è stata la propria esistenza, Pasolini è più attuale che mai.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2015/10/22/LETTURE-Le-profezie-avverate