Libri

Mia madre aveva sempre un libro per le mani. A dieci o undici anni, forse, ne aprii uno di cui continuamente lei mi parlava. Erano dei racconti di Dino Buzzati. Ne scorsi distrattamente poche righe. Mi fermai allora, e mi misi a sedere, senza più staccare gli occhi dalle pagine. Qualcosa mi aveva come avvinghiato. Lo sbalordimento di scoprire, nelle righe di uno sconosciuto, un nuovo orizzonte, altro dal nostro, eppure simile, nella sua apparenza quotidiana. Tutto, all’inizio di un racconto di Buzzati, sembrava normale. Ma poi era come se si aprisse lo spiraglio di una piccola porta, e di lì si passasse in una terra di mezzo, dove la realtà debordava dai confini consueti e si allargava, informe, invasiva; dove il sogno, o l’incubo, pretendevano di farsi verità.
Era come stare in piedi sul crinale fra due mondi – e io, forse, fra i due, preferivo il secondo. Preferivo i babau di Buzzati, galleggianti nei cieli notturni come silenziose domande, e le cose che non erano ciò che banalmente sembravano, ma segni arcani di un’altra, parallela realtà.
Scoprivo, soprattutto, di non essere l’unica che amava aggirarsi nel suo giardino di sogni e inquietudini, che amava stare in bilico lungo il confine fragile fra il buio e la luce.
Aprire quel libro, fu scoprire di non essere sola.
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