Libri

Mia madre aveva sempre un libro per le mani. A dieci o undici anni, forse, ne aprii uno di cui continuamente lei mi parlava. Erano dei racconti di Dino Buzzati. Ne scorsi distrattamente poche righe. Mi fermai allora, e mi misi a sedere, senza più staccare gli occhi dalle pagine. Qualcosa mi aveva come avvinghiato. Lo sbalordimento di scoprire, nelle righe di uno sconosciuto, un nuovo orizzonte, altro dal nostro, eppure simile, nella sua apparenza quotidiana. Tutto, all’inizio di un racconto di Buzzati, sembrava normale. Ma poi era come se si aprisse lo spiraglio di una piccola porta, e di lì si passasse in una terra di mezzo, dove la realtà debordava dai confini consueti e si allargava, informe, invasiva; dove il sogno, o l’incubo, pretendevano di farsi verità.
Era come stare in piedi sul crinale fra due mondi – e io, forse, fra i due, preferivo il secondo. Preferivo i babau di Buzzati, galleggianti nei cieli notturni come silenziose domande, e le cose che non erano ciò che banalmente sembravano, ma segni arcani di un’altra, parallela realtà.
Scoprivo, soprattutto, di non essere l’unica che amava aggirarsi nel suo giardino di sogni e inquietudini, che amava stare in bilico lungo il confine fragile fra il buio e la luce.
Aprire quel libro, fu scoprire di non essere sola.
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La bellezza, «lo strumento più semplice da cui siamo attratti» – VIDEO

Sabato scorso, la Giornata d’inizio anno di CL. Come la fede può tornare ad essere attrattiva per l’uomo di oggi? Don Julián Carrón, in un’intervista al TG1, parla delle nuove sfide a cui sono chiamati i cristiani. (da http://www.rai.tv)

Sorgente: La bellezza, «lo strumento più semplice da cui siamo attratti» – VIDEO

Come bambini che sognano l’infinito

Riro Maniscalco

lunedì 28 settembre 2015

NEW YORK — In attesa che Papa Francesco compia l’ultimo atto della sua visita agli Stati Uniti d’America, tra amici non si fa altro che parlare di quello che abbiamo visto e udito in questi giorni. E siamo a New York, dove non è che non succeda mai niente. Parafrasando Aristotele possiamo dire: “non e forse vero che quando parliamo del Papa ci dimentichiamo persino dei Mets, ai play-off dopo nove anni?”.

Chiunque abbia anche solo visto qualche immagine, o solo letto qualche stralcio delle cose dette, in qualche modo, in qualche misura, ne è rimasto colpito. Ognuno sa che il Papa gli ha parlato, sì è rivolto a lui, ha parlato a lui, è stato con lui. Persino i commentatori televisivi se ne sono accorti. Osservando il santo padre incontrare gente di tutti tipi, from every walk of life, più volte li ho sentiti esprimere il loro stupore per l’attenzione, la tenerezza di Papa Francesco verso chi aveva di fronte; fossero dignitari di Stato, rappresentanti di altre religioni, parenti delle vittime dell’11 settembre, gente comune, malati, diseredati, bambini.

I bambini… la visita alla scuola di Harlem è stata senz’altro una delle cose più belle tra le tantissime cose belle di questi giorni. Belle perché vere. Vere perché profondamente ed infinitamente umane. Ogni volta che si è trovato a contatto con i bambini il volto del Papa si è illuminato di gioia. Abbiamo visto tutti come se li portava vicino, li accarezzava, benediceva. Anche ai bambini ha chiesto di pregare per lui come ha incessantemente chiesto a tutti. Ma ad Harlem ha aggiunto una cosa, preziosa: “Pregate per me perché io possa portare a tanti la gioia di Gesù”. Perché siamo tutti fatti per la felicità, ma la felicità può esserci solo dove c’è Gesù. Attorno al Papa in questi giorni c’è stata tanta felicità, anche nei luoghi e nei momenti più dolorosi come a Ground Zero. C’è stata perché è la presenza di nostro Signore che Francesco ha portato, non un messaggio politico, populista o ecologista. Anche chi non sa o non vuole accettare l’albero non può non vedere il frutto. Vede il frutto e si deve chiedere il perché.

Io sono uno di quelli che il Papa è riuscito a vederlo solo in televisione. Venerdì sono stato a un passo dall’afferrare un biglietto per la messa al Madison Square Garden. Ci volevo proprio essere. Inaspettatamente un amico me l’aveva offerto, ma dopo essermi messo diligentemente in fila, ho capito che prenderlo sarebbe stato impossibile.

Così, per una delle rare volte in vita mia, ho fatto il povero. Mi sono fatto tre ore di fila sapendo che non sarei mai entrato. Come fioretto, come piccola offerta del mio tempo, come può fare uno che non può cambiare il corso della vita ma vuole essere libero e felice lo stesso.

Il Papa è stato con ciascuno di noi, ha abbracciato la nostra terra, abbracciato le luci di New York, il nostro forsennato correre quotidiano, offrendoci la felicità di Gesù ed invitandoci ad essere felici amando, aiutando, servendo. Come bambini che sognano l’infinito.

 http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2015/9/28/PAPA-IN-USA-Parlare-di-Francesco-e-dimenticarsi-persino-dei-play-off-dei-Mets-/print/641956/

Il clown

“La storiella è interessante. Narra come un circo viaggiante in Danimarca fosse un giorno caduto in preda ad un incendio. Ancora mentre da esso si levavano le fiamme, il direttore mandò il clown già abbigliato per la recita a chiamare aiuto nel villaggio vicino, oltretutto anche perché c’era pericolo che il fuoco, propagandosi attraverso i campi da poco mietuti e quindi aridi, s’appiccasse anche al villaggio. Il clown corse affannato al villaggio, supplicando i paesani ad accorrere al circo in fiamme, per dare una mano a spegnere l’incendio. Ma essi presero le grida del pagliaccio unicamente per un astutissimo trucco del mestiere, tendente ad attrarre la più gran quantità possibile di gente alla rappresentazione; per cui lo applaudivano, ridendo sino alle lacrime. Il povero clown aveva più voglia di piangere che di ridere; e tentava inutilmente di scongiurare gli uomini ad andare, spiegando loro che non si trattava affatto d’una finzione, d’un trucco, bensì d’una amara realtà, giacché il circo stava bruciando per davvero. Il suo pianto non faceva altro che intensificare le risate: si trovava che egli recitava la sua parte in maniera stupenda… La commedia continuò così, finche il fuoco s’appiccò realmente al villaggio, ed ogni aiuto giunse troppo tardi: sicché villaggio e circo andarono entrambi distrutti dalle fiamme”.

Celebre apologo di S. Kierkegaard  descritto nel testo “Introduzione al cristianesimo”,Joseph Ratzinger

La bellezza è lo splendore della verità

INT.

Julián Carrón

mercoledì 16 settembre 2015

Don Julián Carrón, 65 anni, figlio di contadini dell’Estremadura, cresciuto in una piantagione di ciliegi, ordinato sacerdote nell’anno della morte di Franco, erede di don Giussani, capo di Comunione e liberazione.

Che cosa significa il titolo del suo nuovo libro, La bellezza disarmata?

La bellezza è lo splendore della verità, dice san Tommaso; perciò non ha bisogno di qualche aiuto dall’esterno per comunicarsi; è sufficiente l’attrattiva che esercita, proprio per la sua bellezza. Mi è sembrato un titolo adeguato per un contributo che si rivolgesse alla ragione e alla libertà, senza forzare né una né l’altra. La stagione che stiamo vivendo ci costringe a riconoscere che l’unico modo per accedere alla verità è quello che passa attraverso la libertà.

Lei scrive che è possibile un «nuovo inizio» per l’Europa. Tre mesi fa l’Europa sembrava finita. Ora, dalla Grecia ai migranti, qualcosa si muove. L’Europa diventerà lo «spazio di libertà» di cui lei parla? O gli egoismi nazionali e materiali sono destinati a prevalere?

Questa è precisamente la sfida. Non c’è una risposta precostituita. È una opportunità per ripensare uno stile di vita, superando la tentazione di irrigidirsi nelle forme del passato. La Arendt diceva che ogni crisi «costringe a tornare alle domande» ed «esige risposte nuove». Sta a noi approfittare dell’occasione.

Scrivendo dell’emergenza educativa, lei sostiene che «i genitori hanno voluto risparmiare a ogni costo ai loro figli la fatica di vivere». I nostri ragazzi sono troppo viziati?

Il problema non sono i ragazzi, ma gli adulti. Abbiamo da proporre qualcosa che sfidi la loro ragione e la loro libertà? I ragazzi sono un giudizio sugli adulti, pagano lo scetticismo dei grandi; sono più fragili delle generazioni precedenti, per una debolezza di coscienza che diventa debolezza affettiva.

Lei insiste sulla continuità tra Ratzinger e Bergoglio, ad esempio nel rapporto tra fede e ragione. Non le pare che per altri versi Francesco stia imponendo una svolta alla Chiesa, non da tutti accettata?

Certamente. Papa Francesco sta affrontando con audacia da gigante le grandi sfide del presente in continuità con Benedetto XVI. Mi stupisce che possa non essere compreso nel suo costante richiamo all’essenziale. Credo che ciò sia dovuto alla difficoltà di riconoscere il cambiamento epocale in atto, che il Papa invece ha ben presente.

Qual è l’atteggiamento di Bergoglio nei vostri confronti? È stato severo nell’incontro che ha avuto con i ciellini? Lei sa che alcuni esponenti di Cl sono duramente critici verso di lui.

Come fa con tutti, anche con noi il Papa non ha avuto ritegno a richiamarci ad essere fedeli al carisma ricevuto. Chi è familiare con i richiami fatti da don Giussani quando ci allontanavamo dalla verità dell’esperienza cristiana, riconoscerà che il Papa è stato fin troppo tenero. Quindi non possiamo che ringraziarlo di una simile paternità, che è arrivata fino a indicazioni precise di cui ogni membro di Cl è chiamato a far tesoro, dall’autoreferenzialità al non confondere la fedeltà al carisma con la sua “pietrificazione”, al non perdere la libertà.

È un Papa sudamericano. Qualcuno vede in lui una nota populista. Sbaglia?

Sì! Una cosa è essere sensibili a problemi che riguardano la giustizia verso i poveri, i loro bisogni e diritti, un’altra è essere populisti. Il Papa ha troppo a cuore la dignità e il destino di ogni singola persona per annullarla in una massa da blandire.

Le nuove norme sulla nullità del matrimonio non introducono una sorta di «divorzio cattolico»? Non teme che ne esca indebolito il vincolo, ammorbidito il sacramento?

Non saranno le nuove norme a indebolire il vincolo, come non sono state le vecchie a frenarne l’indebolimento. Quello che renderà sempre più forte il legame matrimoniale sarà solo una esperienza di fede adeguata, senza la quale l’indissolubilità sarà un’utopia. Senza cedere sul terreno della dottrina, il Papa prende atto del contesto umano profondamente mutato, in cui un uomo e una donna decidono di contrarre il sacramento con una consapevolezza in tanti casi sempre più superficiale.

L’Europa invita l’Italia a riconoscere le unioni omosessuali. In Spagna è già accaduto. È un fenomeno irreversibile? Oppure va combattuto?

La diffusione delle unioni omosessuali è un dato evidente a tutti, in una società plurale. La questione è quale tipo di riconoscimento dare, e il loro rapporto con la famiglia fondata sulla relazione uomo-donna, i figli, le adozioni. Tutti capiamo che sono temi di grande rilievo personale e sociale. Anche le coppie omosessuali non possono evitare certe domande. Una volta uno di loro mi chiese, parlando dell’adozione dei figli: che conseguenze avrà per loro la mancanza di una figura femminile? E che scenario apre per la dignità delle donne l’utero in affitto? C’è bisogno di uno spazio di libertà che permetta un dialogo che non costruisca muri, ma inizi processi, come ripete il Papa, anche a livello culturale e politico.

È giusto accogliere tutti i migranti, o solo coloro che fuggono dalle guerre? Anche Cl si mobiliterà per l’accoglienza?

Il dramma di tanti uomini in situazione di estremo bisogno colpisce la coscienza di tutti. Nessuno resta indifferente davanti alle immagini della tv: penso alle recenti iniziative di alcuni leader europei e della stessa Ue, o al richiamo del Papa ad aprire le parrocchie. Non c’è dubbio che i rifugiati abbiano la priorità, ma non potremo fermare l’arrivo di altri migranti. La gente di Cl, da tempo impegnata in tante iniziative di ospitalità, troverà il modo di rendersi disponibile alle richieste delle diocesi.

Guardi che in Italia molti uomini di Chiesa, sacerdoti e cardinali, hanno messo un freno.

Questa non è solo un’emergenza. È un cambiamento epocale. E la nostra risposta non può essere solo pratica, organizzativa. Occorre un cambiamento culturale, di mentalità. Siamo chiamati a convivere con il dolore degli altri. Siamo chiamati alla conversione.

In un’intervista al Corriere, tre anni e mezzo fa, lei disse che non esistono «politici di Comunione e liberazione», e che Cl doveva vigilare per evitare di essere usata. Pensa che ci sia riuscita?

Penso di sì, malgrado continuino ad essere usate per inerzia certe espressioni ereditate dal passato. Oggi tutti distinguono il movimento dai politici appartenenti a Cl, i quali agiscono – e non può essere altrimenti – con loro responsabilità personale. Questa distinzione è essenziale e non può che fare del bene a Cl e ai politici.

Eppure Comunione e liberazione continua a essere accusata di aver costruito un sistema di potere, attraverso la Compagnia delle Opere. Cosa risponde?

Mi sembra che questo sia assolutamente falso. Si è diffusa, a volte non senza calcolo, un’idea della Cdo come una lobby sotto la regia nascosta di Cl. La Cdo nasce dalla libera iniziativa di persone per sostenersi nel portare avanti opere e imprese. Come ogni attività, è sempre un «tentativo ironico», come diceva don Giussani: suscettibile di errori. Ciascuno giudichi se, con questa crisi, i tentativi di creare posti di lavoro e risposte ai bisogni sono qualcosa di cui rammaricarsi.

Qual è il suo ricordo di don Giussani? 

Il mio ricordo è di una persona traboccante di passione per Cristo e per gli uomini. Per questo ha dedicato l’intera esistenza a mostrare che la fede cristiana può offrire un contributo significativo alla vita di tutti nel contesto attuale, dove non è facile trovare punti di riferimento per orientarsi. Sento una gratitudine sconfinata per avere avuto la grazia di incontrarlo; questo ha impresso alla mia vita una svolta senza paragoni.

Qual è la sua eredità?

Una consapevolezza del cristianesimo come avvenimento di vita, che l’ha reso di nuovo interessante per migliaia di persone in tutto il mondo; un’idea di educazione come introduzione alla realtà fino al suo significato, all’altezza dell’emergenza educativa; un’insistenza sulla testimonianza per mostrare la pertinenza della fede alle esigenze della vita; un’apertura a tutto ciò che di vero, bello e buono c’è in chiunque; un rispetto e una valorizzazione della libertà della persona. Mi auguro di non sprecare la grazia ricevuta.

(Aldo Cazzullo, Corriere della Sera)

Il paradosso del Re

Pigi Colognesi

lunedì 14 settembre 2015

Il calendario liturgico propone oggi la festa della «Esaltazione della santa croce»; titolo che suona alle nostre orecchie un po’ vecchiotto, al limite della incomprensibilità.

La croce è percepita oggi sostanzialmente come un simbolo. Simbolo ormai privato del suo contenuto religioso: i giovani latinoamericani che incontro nel mio quartiere, dall’aspetto e dai discorsi non molto devoti, hanno al collo la corona del rosario che termina con la croce, che è ormai un puro pendaglio; come del resto lo è nelle preziose parure delle signore che vanno alla prima della Scala. Simbolo di una fede che si vuol cancellare: l’Isis che ovunque arriva decapita i campanili delle loro croci, i burocrati zelanti che la tolgono da scuole, uffici, ospedali e dal collo dei loro dipendenti, persino squadre sportive che la eliminano – forse per non irritare facoltosi partner arabi – dalle magliette e dai gagliardetti. Simbolo, per i più sensibili, della umana sofferenza che domina la storia, tanto più degna di compassione per il fatto che chi la subisce è un innocente.

Ma la croce di cui si tratta nella festa di oggi non è anzitutto un simbolo: è un preciso oggetto storicamente determinato. La festa si riallaccia infatti ad un evento preciso: il ritrovamento a Gerusalemme, da parte di Elena, la madre di Costantino, del legno su cui, circa trecento anni prima, il giovane rabbi proveniente dalla Galilea era stato inchiodato ed era morto. La devozione cristiana ha fatto fiorire un’infinità di storie intorno a quel legno, ma non ne ha mai smarrito la dimensione fattuale e concreta: Gesù è morto su una croce, condannato al supplizio più disonorevole dei suoi tempi. Proprio quella croce è «esaltata» perché su di essa si è celebrato il sacrificio che dona salvezza.

La croce è certamente il simbolo dell’identità cristiana; i vecchi catechismi iniziavano con queste parole: «Fate il segno della croce». È interessante osservare che nei primissimi secoli i cristiani usavano per riconoscersi il simbolo del pesce (la parola greca «pesce» è composta dalla iniziali della frase «Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore»). La croce si impose in seguito. Celebre è l’episodio di Costantino, che prima della decisiva battaglia per il dominio sull’impero viene ispirato a combattere proprio sotto l’insegna della croce: «In hoc signo vinces». Ed effettivamente vinse e lo strumento di condanna a morte divenne segno di vittoria. Ma tutte le esaltazioni strumentalizzanti che possono esserne state effettuate nella storia non hanno potuto cancellare il dato originario: la croce è il luogo di un martirio, di un’apparente sconfitta, di un radicale fallimento.

Dall’alto di essa Cristo, però, regna: quante statue medievali lo raffigurano in croce con in testa la corona della vittoria! Regna perché ha accettato il paradossale disegno del Padre, nel quale era inscritta la sua morte. Allora il cristiano non lega la propria identità al successo di una vittoria mondana e, quindi, quando «esalta» la croce storica in essa può comprende tutte le piccole e grandi croci che inesorabilmente la vita gli pone sulle spalle.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2015/9/14/Le-nostre-piccole-e-grandi-croci/print/637620/

L’irruzione della “volontà” di Dio : la chiamata ad Abramo

La prima parola che Dio indirizza a Israele è una parola strana. E’ indirizzata a un politeista mesopotamico, Abramo, il quale viene invitato ad abbandonare la propria casa per andare verso una terra sconosciuta. L’origine di Israele, dunque, si pone in un avvenimento incastonato nella storia: la conversione di Abramo. E questo è un dato rilevante, visto  che le civiltà del territorio circostante fanno risalire le proprie origini a un tempo mitico originario, per il quale in fondo non ha senso parlare di storia o di tempo. Israele, invece, legandosi al “Dio di Abramo”, rifiuta di considerare origine del suo Dio un tempo cosmico(fuori dalla storia).

Strano! Mettendo all’origine della propria religione un avvenimento storico, la “conversione” di un uomo che rompe con la tradizione politeistica, Israele perde la possibilità di mettere il suo dio all’altezza degli altri dèi, che hanno un’origine remota.

Il paragone con le culture circostanti ci aiuta a capire meglio l’originalità di questa prima parola che Dio indirizza ad Abramo. In Abramo non si verifica l’appropriazione razionale di meccanismi che reggono l’universo. Al posto di un fatum c’è un “Dio vivente”. In questo senso quello della vocazione  di Abramo, nonostante capiti ad un abitante di quei luoghi, è un racconto totalmente a-mesopotamico, in forza del cambiamento che propone. Abramo stabilisce con la divinità un rapporto tale per cui si abbandona fiducioso a un futuro imprevedibile. (..)

Ci troviamo di fronte ad un sorprendente incrocio di natura e storia (insopportabile per Kant, Lessing e la ragione moderna). L’io è quel livello della natura dove essa prende coscienza di sé:cosa c’entra  quel livello della natura  con la storia? Come può un avvenimento storico segnare la natura dell’io? Ci è voluta una storia, un intervento di Dio nella storia perché l’io potesse svelarsi.  Solo il divino, infatti, entrando nella storia  salva l’umano.

In qualche modo si può dire  che con Abramo avviene la nascita dell’io. Il dialogo  che il Mistero comincia con Abramo (l’io come rapporto), il compito che a lui affida, la responsabilità che questo implica, la promessa, e l’attesa che da questa nasce, la storia come risposta, sono tratti che configurano il vero volto umano.

tratto da Abramo.La nascita dell’io, Mostra realizzata ed organizzata per la XXXVI edizione del Meeting per l’amicizia tra i popoli. A cura di Ignacio Carbajosa Pèrez

Cercando Uno tra i banchi di scuola

Federico Pichetto

sabato 12 settembre 2015

Ci sono veramente tanti modi di guardare ad un anno scolastico che ricomincia. Mi ricordo di un bambino che la domenica prima che iniziasse la quarta elementare aveva trascorso qualche ora al parco con alcuni suoi amici. Tornato a casa aveva trovato l’inferno: mamma e papà litigavano, urlavano, si trattavano male e lui — triste e spaventato — si mise a contare letteralmente le ore che lo separavano dal ritorno tra i banchi. Per lui la scuola era una speranza, un luogo dove provare a non sentire, neppure nel cuore, le grida di una famiglia che lo faceva solo, silenziosamente, piangere. Poi mi ricordo anche di un giovanotto che, alla vigilia della quarta superiore, aveva passato l’intera giornata con gli “amici dell’estate”. Erano arrivate le sette di sera e nessuno voleva tornare a casa perché tutti sentivano che con quel tramonto finiva una magia, l’incanto di un tempo prezioso e irripetibile. Sentivano già una nostalgia tremenda e guardavano alla scuola come a una specie di condanna.

Non saranno molti quelli che in questi giorni rientreranno sul serio a scuola. Per la stragrande maggioranza di loro la scuola è uno spunto, un’inevitabilità che fa da pretesto a tante amicizie, qualche amore e a molte aspettative nascoste. Certo, non manca in molti casi quella che Jovanotti chiama “una strana felicità” o che Gaber, con una profondità ineguagliabile, definisce “illogica allegria”, ma attorno alla campanella del primo giorno si concentrano paure, speranze, silenzi e desideri. Questo, se è vero per i ragazzi, è ancora più vero per gli insegnanti. Nessuno lo confessa, ma al di là della “Buona Scuola”, della progettazione per competenze o del rapporto di autovalutazione di istituto, ciò che un prof. teme di più — o che forse in definitiva più aspetta — è di varcare le porte di quell’aula, di entrare in classe e di cominciare. Al punto tale che anche i più navigati si domandano, si raccontano o si impongono di non pensare al “come” iniziare la prima lezione, il primo incontro.

Io qualche piccolo suggerimento posso provare a offrirlo. Evitate, ad esempio, di entrare in classe in modo ideologico, con la pretesa di cambiare e rendere “come pensate voi” i ragazzi, evitate di ribadirgli meccanicamente i loro diritti e i loro doveri, evitate di fare — “almeno” il primo giorno — il prof che vorreste essere e custodite soltanto il prof che siete. Se volete iniziare il primo giorno in modo veramente umano non entrate in classe con attese o illusioni, ma ricordatevi semplicemente di farvi accompagnare da qualcuno. Quel bambino che siete stati, quell’adolescente che avete interpretato magistralmente ai tempi del liceo, quello studente che desiderava tutto e a cui la scuola — a volte — sembrava in realtà “un po’ meno di tutto”.

Se porterete loro sarà tutta un’altra musica perché quelli lì i ragazzi li conoscono, sanno cosa sperano e cosa temono e, per questo, forse sono gli unici che il primo giorno dovrebbero poter parlare. Perché quel bambino, quel ragazzo, quel giovane, aveva un cuore così grande che nessuno è mai riuscito a penetrarne il Mistero. Aveva un cuore che appassionatamente mendicava e cercava un Tu, Qualcuno che potesse rispondere di sì all’inconfessabile domanda di trovare — tra tutti quei libri e quei quaderni — almeno un Padre, Uno da poter per lo meno seguire.

E’ così che io voglio entrare in classe il primo giorno. Ed è per questo che porterò con me il bimbo triste che contava le ore e l’adolescente pieno di nostalgia che temeva di perdere tutto. Saranno loro i miei compagni di banco del primo giorno perché quei due, tutti e due, sono me, sono parti di me, della mia storia. E gli studenti non potrebbero mai capire quanto sono felice di aver incontrato Uno che mi ha accolto e che mi ha amato se non incontrassero il mio Io, se non parlassero con quei due che “abitano da me”, se non incrociassero lo sguardo di quello che realmente sono e che sono stato, ossia uno povero peccatore pieno di gratitudine che, varcando la porta di quell’aula, desidera soltanto — fino alle lacrime — continuare a essere felice. Non perdendo di vista, ovunque si celi, la Grande Presenza che ha reso così libera la mia vita e che oggi mi fa guardare al bambino e al giovanotto con il sorriso disarmato di chi sa che tutto, ma proprio tutto, alla fine è stato salvato.
http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2015/9/12/Cuori-pieni-di-nostalgia/print/637819/