Una Presenza che determina la vita più di qualsiasi altra cosa

Monica Mondo
INT.

Julián Carrón

domenica 30 agosto 2015

Dal rapporto con don Giussani a Cl, dalle opere alla tentazione del potere. Parla don Julián Carrón, successore di don Giussani alla guida di Cl. “Si vince la paura solo con la familiarità con una Presenza che determina la vita più di qualsiasi altra cosa”. E ancora: “Sogno di vivere sempre più quello che ho incontrato, di rispondere sempre più alla grazia che mi è arrivata nella vita, questa è l’unica cosa che veramente desidero”. Anticipiamo l’intervista che sarà trasmessa oggi su Tv2000 nel programma “Soul”, condotto da Monica Mondo.

Julián Carrón, spagnolo, sacerdote, presidente della Fraternità di Comunione e liberazione o capo di Cl, come dicono. Che differenza fa?
Nessuna. La responsabilità che ho cerco di viverla coincidendo con quel che sono. Non ho altro che vivere, senza altro interesse che non ci sia separazione tra quel che vivo e quel che posso comunicare ad altri, e se c’è qualcosa dell’esperienza che vivo che può essere affascinante per gli altri ne sono felice.

Cos’è Comunione e liberazione?
E’ un’esperienza di fede, il tentativo di mostrare la pertinenza della fede nelle cose quotidiane. Io sono cristiano e sono diventato entusiasta della proposta di don Giussani proprio per questa capacità di abbracciare tutto, di ridestare tutto. Questo per me è appassionante.

Cosa l’ha colpita innanzitutto in don Giussani?
Soprattutto la sua capacità di trascinare con l’uso della ragione l’io dell’uomo. Lui poi viveva la fede con un entusiasmo che lo rendeva unico, con uno sguardo capace di penetrare la vita di chi incontrava, di farlo sentire in un abbraccio. La prima volta che l’ho visto di persona è stato in occasione di un suo viaggio in Spagna ed ero stato invitato a sentirlo. Abbiamo poi preso un caffè insieme, semplicemente, finché siamo diventati amici e dall”85 sono partecipe di quella vita.

Avrebbe mai immaginato di guidare la sua gente, il movimento da lui fondato?
Mai. Neanche quando all’inizio degli anni 90 avevo già una responsabilità in Spagna, in questa amicizia italo-spagnola. Vedevamo un distacco così abissale tra il nostro piccolo gruppo di comunità e quel che c’era qui in Italia, da non dare alcun credito a noi stessi.

Però non c’era devozione per un leader…
No, perché non avevamo la possibilità di frequentarlo assiduamente come altri qui in Italia ed era soprattutto quel che ci arrivava attraverso gli scritti o dalla voce di chi lo incontrava e ci raccontava, o quando veniva a Natale per un periodo in Spagna. Non c’era proprio la possibilità di vivere questa “funzione” cui lei accennava.

Perché è diventato sacerdote?
Perché da piccolo avevo questo desiderio, che non so spiegare. Poi un giorno mio padre, mentre lo aiutavo a raccogliere le patate, mi chiese se volevo ancora diventare sacerdote, e così sono andato a studiare in seminario, dato che i miei nonni abitavano vicino al seminario di Madrid.

Non è che un ragazzino prende una tale decisione così…
Allora era diverso, era più frequente di adesso. Penso al brivido che avrebbe un genitore, come certi miei amici, se un figlio a dieci anni gli dicesse: “Voglio entrare in seminario”. Ma noi in quell’anno siamo entrati in 150.

E siete rimasti in 150?

Purtroppo no, perché noi abbiamo dovuto attraversare il ’68, le conseguenze del post-Concilio, la crisi, eccetera, e siamo arrivati in sei. Ma questo non è importante. Un seme perché è piccolo non è per questo meno vero”.

Com’è cambiata Cl? Molti dicono che è cambiata con lei, e qualcuno dice che è cambiata troppo.
Non lo so. Io ho solo cercato di vivere per me quel che avevo incontrato in don Giussani. E’ evidente che lui, anche negli ultimi anni in cui non poteva essere presente come agli inizi, aveva lanciato delle sfide che noi dobbiamo proseguire, per esempio il tema della generazione di un soggetto, della personalizzazione della fede. Mi sembra la cosa più urgente, adesso, per ciascuno di noi, che la fede possa essere un’esperienza presente nella vita, che può durare nel tempo e questo dipende dalla verifica che facciamo di quella proposta.

Quel che scandalizza molti è il rapporto di Cl col potere. Lei ha detto con parole nette “avremo dato dei pretesti”, ha espresso “dolore indicibile” e “cocente delusione per ciò che è stato fatto della grazia ricevuta”, confondendo presenza con egemonia.
E’ una tentazione sempre in agguato, perché uno pensa di rispondere a tanti bisogni che la gente si trova addosso e che l’aiuto si debba trovare in un’alleanza col potere. Ma questa tentazione è anche un’occasione bellissima per approfondire il metodo di Dio. Chi avrebbe mai pensato di cambiare il mondo scegliendo un uomo? Per cambiare la realtà Dio avrebbe potuto allearsi con qualsiasi impero dell’antichità, invece ha mandato suo Figlio, sfidando tutto per metterci davanti una presenza. Noi pensiamo che questo metodo così disarmante sia troppo poco, che sia inefficace, e come il popolo di Israele ha cercato alleanze nella storia con vari poteri, così noi abbiamo cercato con lo stesso metodo di portare avanti quel che ci pareva buono per l’uomo. E questo modo può portare a cose inammissibili, se si dimostreranno verificate nella realtà le accuse che sono state mosse.

Pensa di essere stato capito? Dentro Cl e fuori da Cl, perché i pregiudizi restano gli stessi.
Penso che per tanti sia stata una liberazione sentire certe parole. Quanto ai giudizi, è una cosa che ci porteremo addosso per anni, perché i fatti non si cancellano, ma possiamo mostrare che si può ripartire sempre, che la vita è un continuo inizio e questa è la sfida per tutti. Anche nella nostra vita possiamo sbagliare, facciamo continuamente errori, a volte micidiali. La questione è se c’è un luogo dove malgrado tutto si può ripartire sempre.

La provocazione di Papa Francesco sull’autoreferenzialità, all’incontro di questa primavera con Cl, è sembrata un duro rimbrotto.
Non penso che fosse un rimprovero, ma l’esercizio di una paternità nel ricordarci che cosa siamo. Don Giussani, per la responsabilità che ha avuto, negli incontri fatti ha sempre testimoniato che chi ricerca qualcosa di vero si apre alla totalità, è in grado di sorprendere ogni briciola di verità in ogni persona che incontra. Citava spesso un àgraphon dei primi anni del cristianesimo, dove si raccontava di Gesù che aveva incontrato per strada una carcassa di cane, una carogna, e che fermandosi esclamò: “Che bei denti bianchi”, riconoscendo l’unica cosa che aveva di bello. Il Papa ci ha detto che se abbiamo la capacità di valorizzare ogni briciola di verità che incontriamo, possiamo vivere da uomini, abbracciare tutti ed essere in grado di interloquire con tutti.

Eppure sembrava che aveste un rapporto preferenziale con Papa Benedetto XVI. 

Ci siamo sempre sentiti figli. I rapporti e la loro storia cambiano seguendo i temperamenti, anche dei papi. Ma quando Francesco ha citato il nostro carisma come nessun papa ha mai fatto, sentir parlare della misericordia come il luogo in cui uno ritrova se stesso, sono parole che quando le ascoltavamo da don Giussani ci sembravano dirompenti. Questo ci fa sentire una preferenzialità che per me è decisiva. Il resto sono accenti diversi, caratteri diversi, e dipendono da tanti altri fattori.

Per molti, anche di Cl, sembra che il Movimento oggi sia sulla linea di quella “svolta religiosa” su cui don Giussani aveva fatto una battaglia culturale importante. Ovvero la fede come un’esperienza privata che non incide nella realtà per non contaminarsi.
E questa scelta per me resta totalmente sbagliata. Come dice San Paolo, tutto riguarda la fede, “sia dunque che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio”… Giussani citava Romano Guardini, “nell’esperienza di un grande amore tutto diventa avvenimento nel suo ambito”. Ci ha sempre presentato il cristianesimo come un avvenimento che trascina la vita ed è molto più di un innamoramento. Non ci possono essere aspetti della realtà che non c’entrano con la novità cristiana. Dipende poi come questo si declina, si propone e diventa personale. Si può insistere di più sul pubblico, su certi aspetti anche di comunicazione, e lo facciamo sempre, basta leggere gli articoli sui giornali, o insistere di più sulla generazione di un soggetto che possa testimoniare la novità della vita nel posto in cui è. Se un collega di lavoro vede in te come vivi la totalità degli aspetti della vita, con che sguardo, si chiederà perché. Se sei come tutti, arrabbiato come tutti, stanco, solo, senza rapporti con nessuno, anche la tua proposta di fede non può smuovere nulla”.

La Compagnia delle Opere, i politici di Cl, per tutti sono l’equivalente di Cl. Cl ha proprie opere o ci sono “ciellini” che fanno opere secondo la loro responsabilità?
Cl non ha nessun’opera. L’unica opera che ha Cl è una scuola. Il resto è responsabilità dei soggetti che gestiscono le opere. Don Giussani ha sempre avuto questa fiducia nella sua proposta educativa: far crescere persone che abbiano la capacità di rispondere ai bisogni generando opere, in campo sociale, medico, che si tratti di bisogni delle famiglie o di droga o lavoro, handicap o emarginazione. A queste esigenze risponde l’adulto, con i suoi amici. Che poi queste opere si possano mettere insieme per aiutarsi nelle difficoltà, per condividere l’esperienza, è normale, ma niente a che vedere con una sorta di Confindustria o con una guida centrale, come a volte si dice. Io non appartengo a nessun consiglio di amministrazione, non voglio appartenervi mai, non c’entro niente con la gestione delle opere, tutto è affidato alla responsabilità delle persone che lo fanno. Non lo dico per un distacco, ma per la stima della capacità dell’adulto, che non ha bisogno di commissari che garantiscano l’appartenenza a Cl. L’appartenenza a Cl si garantisce per la capacità di seguire la proposta del Movimento.

Le cito una frase: “Siamo a un punto di svolta per la Chiesa, che dalla crisi emergerà più povera… piccola, senza privilegi, più spirituale… dovrà rimettere la fede al centro dell’esperienza”. Così il cardinal Ratzinger nel ’69, alla Radio tedesca. E’ una profezia realistica, che spaventa? 

Spaventa solo chi non ha fede. Da sempre è stato così, Dio ha mostrato la sua diversità proprio così. Per tutti gli imperi antichi la sorte del dio dipendeva dal potere del regno, quando crollava il regno crollava anche il dio. Per il popolo di Israele è stato diverso. Dio ha mandato il suo popolo in esilio, ne ha fatto un “resto”, un piccolo popolo. E’ la modalità con cui il Mistero può far evolvere le cose. Forse essere spogliati di tutto è quel che farà venir fuori tutta la bellezza disarmata della fede.

Davanti all’orrore della storia di oggi, davanti alle persecuzioni feroci di tanti cristiani, cosa vince la paura?
Si vince la paura solo con la familiarità con una Presenza che determina la vita più di qualsiasi altra cosa. Questo è per tanti come una fiamma che entra nelle viscere del reale e lo sostiene dal di dentro. A tanti che non ne fanno esperienza sembra fiction, immaginazione, soltanto un sogno.

Invece la speranza dov’è? Non nell’aldilà, ma qui ed ora?
La speranza è proprio qui, e la presenza del popolo di Israele e del cristianesimo nella storia documenta una speranza nell’al di qua, non solo nell’aldilà, che è sostenuta dal riconoscimento di una presenza che determina la vita più di qualsiasi altra cosa.

Cosa riempie la mancanza del cuore dell’uomo?
Solo una presenza adeguata a quella mancanza. Il problema è che oggi pensiamo che si possa riempirla con qualcos’altro, e così sempre sentiamo più acuta la mancanza.

Penso a tanti ragazzi: la morosa, la moto, la vacanza, lo studio, il lavoro… tutte cose buone, ma sono in fondo piccoli desideri, le domande grandi che muovevano un Leopardi, un Pavese è come se fossero addormentate o forse non ci sono più.
A volte sono addormentate, perché tutto il rumore intorno stordisce. Ma a volte sembrano sparire perché non trovano un luogo in cui porsi. La censura generale, il non poter parlarne con gli amici, il fatto che a livello sociale non si ha più il coraggio di esprimere quelle esigenze, che possono trovare una modalità diversa rispetto a un Leopardi o a Pavese, ma che ci sono, dentro, perché la mancanza di un punto di appoggio, di una certezza del vivere, di una felicità, non può non esistere nel cuore dell’uomo. Se manca, in qualche momento della vita riappare.

Cos’è che non fa perdere la vita vivendo? — magari anche lamentandosi della “mancanza”, cosa piuttosto noiosa, tra l’altro.
Abbiamo pensato che la presenza del Mistero entrato nella storia con Abramo fosse una sorta di spiritualismo, un’aggiunta per i buoni, per quelli che vogliono andare in cielo… non qualcosa di decisivo, ma di cui appunto si può fare a meno senza sentirne la mancanza. Ma se qualcosa è decisivo per vivere, si vede nel momento in cui tutti i piccoli desideri non sono in grado di reggere nel tempo. Cito la parabola del Figliol prodigo: la tentazione di scappare, di fare i cavoli propri, seguendo i propri progetti, c’è in tutti, fin quando ti trovi senza più desiderio di niente. Il problema non è quando la vita va male, ma quando va bene e non basta, è lì l’inizio della domanda. Ma allora che cosa basta? Ricordo un’amica pittrice a Barcellona, che sognava sempre la grande mostra. Quando l’ha fatta e il successo è arrivato, si è messa a piangere, e non era un problema psicologico. Se neppure quel che sognava le bastava, allora? Quando Pavese vinse lo Strega scrisse sul diario: “A Roma, apoteosi. E con questo?”.

Lei cosa sogna?

Sogno di vivere sempre più quello che ho incontrato, di rispondere sempre più alla grazia che mi è arrivata nella vita, questa è l’unica cosa che veramente desidero.

Questo rende la vita felice o più lieta?
La letizia è il cuore, l’inizio, il primo segno di quella felicità che si compirà in un altro tempo, ma è già sperimentabile qui, nel presente, e si vede nella pace con cui si possono vivere le vicende della vita senza crollare.

Il compito della Chiesa qual è? Per molti è fare molte opere buone, sostituendo magari le carenze nei vari campi del vivere.
La Chiesa ha un tesoro molto più grande di tutto quel che può fare, e che fa comunque. La Chiesa può ridestare la speranza della gente e questo la Chiesa deve comunicare, il tesoro che ha, cioè Cristo, che si è fatto carne proprio per riempire il cuore dell’uomo.
http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2015/8/30/JULIAN-CARRON-Sogno-sempre-piu-di-vivere-quello-che-ho-incontrato-/print/634522/

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Aprirsi alla realtà

Immaginatevi di lasciare che un vostro figlio ragazzo debba partire per un Paese sconosciuto e lontano, di cui non conosce la lingua, dove arriverà senza un soldo, e dove non lo aspetta nessuno. Immaginatevi di vederlo andar via con uno zaino in spalla, a piedi, o caricato su un bus male in arnese da trafficanti che stipano la gente a bordo come bestiame. Sapete, poi, che il ragazzo dovrà traversare un tratto più o meno ampio di Mediterraneo non su una nave, ma su un gommone gremito tanto che le sponde sfiorano l’acqua. E quanto sarà spaventoso e nero il mare di notte, senza una luce; ricordando poi in quanti, in quante migliaia sono morti, su quella stessa rotta.

Poi, se il figlio riuscirà ad arrivare, avrà una lunga e aspra strada ancora davanti; tanto più lunga e aspra quanto più breve è stato il viaggio per mare. E gliela sbarreranno alle frontiere, oppure dovrà nascondersi nei cassoni dei Tir; dove l’aria bollente passerà a stento, e il respiro si farà sempre più affannato. Finché gli “invisibili” non batteranno, disperati, i pugni contro le pareti di metallo, a chiedere aiuto. Ma, forse, niente: solo il correre del camion sull’asfalto – rallentato, a volte, dalle code di chi torna dalle vacanze.

È solo un esercizio di immaginazione, ma anche sforzarsi di immaginare a volte può essere utile, per cercare di capire cosa sta accadendo tra il Mediterraneo e i Balcani. Perché a fronte di cifre come bollettini di guerra – 71 morti, fra cui donne e bambini, abbandonati dentro a un Tir in Austria, duecento annegati al largo della Libia ieri, cinquanta l’altro giorno – tanti di noi occidentali faticano ancora a comprendere.

Eppure sappiamo tutti che il viaggio fino alla Libia è un’odissea di violenze e soprusi e stupri. E che duro, durissimo, è anche quello sino alla Turchia o all’Egitto o al Marocco. Vediamo morire in mare, ogni giorno, profughi e migranti, vediamo che fra loro ci sono donne incinte, e vecchi, e ragazzini imbarcati da soli, come lanciati alla ventura. Sappiamo che lungo i Balcani, alle frontiere d’Europa, quella folla viene respinta, che in Ungheria (e non solo) hanno alzato alte barriere di filo spinato.

Fra il nostro mondo e l’altro, da cui si fugge, c’è in realtà come un immenso spesso muro da traversare – irto di ogni pericolo, e di morte. E non sappiamo, da questa parte del Mediterraneo, capire come si possa intraprendere un simile viaggio; per arrivare poi, da miserabili, in posti dove gli abitanti non ti vogliono, o addirittura ti vorrebbero cacciare. Noi stentiamo a comprendere che per avventarsi contro al “muro” d’Occidente bisogna avere dentro una spinta altrettanto potente e disperata. Un aut aut totale, come quei profughi siriani in marcia verso l’Ungheria che ai giornalisti che chiedono che ne è, di Aleppo, rispondono senza alzare la testa: «Aleppo? Niente… Voi non potete immaginare».

Voi non potete immaginare. Sì, soffriamo di un deficit di immaginazione, noi che comunque mangiamo, abbiamo un tetto, e spesso un sacco di altre cose. Si può capire solo quando lo si prova sulla pelle, che cosa deve significare fare fuggire un figlio verso l’ignoto, nella speranza che, almeno, viva. Cercare di riconoscere il terrore e la miseria che spingono questa migrazione epocale non risolve, certo, i grandi problemi materiali che l’esodo in atto comporta. Però serve, almeno, a restare o a diventare noi più umani, e a non aprire spensieratamente la bocca per dire ciò che si legge sul web, dove nel segreto dell’anonimato qualcuno si compiace che ne muoiano in cento, un altro aggiunge che “questi” credono che l’Europa sia il paese di Bengodi, e tanti gli fanno eco: che “quelli” tornino a casa loro. Cosa quest’ultima che insistono a ripetere, peraltro, anche alcuni politici.

Torniamo a dirci che di fronte alle ecatombi dal Mediterraneo all’Austria, almeno certe parole non si dovrebbero più dire, per umano rispetto di chi muore. E almeno noi che, da casa, stiamo a guardare, esercitiamoci a pensare quanto grande debba essere l’incendio da cui molti fuggono, per non aver paura di finire schiavizzati, di annegare, di soffocare su un Tir. Cercare di capire è già il principio di un immedesimarsi e di un compatire, cioè patire insieme. Qualcosa che non salva vite, ma forse salva noi: dal diventare gretti e meschini guardiani di quel mondo in pace, che abbiamo ereditato. Dono di cui forse non siamo abbastanza consci – e nemmeno abbastanza grati.

http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/per-salvarli-e-salvarci.aspx

E’ l’Io che costruisce il bene

Giorgio Vittadini

venerdì 28 agosto 2015

l Meeting di Rimini che si è appena chiuso ha segnato una svolta. Non tanto per i numeri e per l’interesse che ha suscitato – benché si tratti di dati sempre sorprendenti – quanto per il messaggio che ha lasciato a tutti noi che lo abbiamo vissuto.

Di fronte ai cambiamenti epocali e burrascosi a cui stiamo assistendo, al venir meno dei paradigmi culturali e delle sicurezze a cui eravamo abituati e, non ultimo, di fronte all’incapacità crescente di progettare il futuro, il Meeting ci ha spinti a cercare risposte non in nuove ideologie, in sistemi di pensiero che qualche illuminato deve mettere a punto e diffondere, ma nella capacità di tutti di dire “io”.

Non si tratta di assecondare la tendenza narcisista della nostra epoca, quella di tanti sé rimpiccioliti e rinchiusi in schemi in cui sentirsi al sicuro, ma di indicare un cambiamento profondo dell’esperienza e della coscienza di noi stessi.

Nonostante i maître à penser che tentano di sostenerle in economia, politica, nelle relazioni internazionali, le costruzioni ideologiche tradizionali hanno irrimediabilmente fatto il loro corso. O, peggio, sopravvivono nel nulla violento del terrorismo armato e di quello verbale, che scarica sul diverso il livore e la rabbia di un’assenza agghiacciante di proposta.

Al Meeting si è vista tra gli ospiti una corrente trasversale di persone, di diversa origine geografica e culturale, impegnate ognuna nel suo settore nel conoscere, approfondire, interpellare la realtà in modo libero, oltre gli schemi, aspettandosi sempre qualcosa di nuovo.

“Io” artefici, a diversi livelli, di conoscenza e costruttività, che non si fanno attrarre da preoccupazioni apologetiche, aprioristiche, ma umilmente si pongono di fronte a pezzi di vita e di realtà da scoprire perché siano parte del proprio cammino di uomini.

Capostipite di questa posizione umana rivoluzionaria è storicamente il patriarca Abramo che il Meeting ha messo al centro di alcuni suoi importanti momenti di approfondimento. Cosa successe ad Abramo di così importante? Si sentì misteriosamente chiamato da Dio e, soprattutto, come ha ricordato il professor Joseph Weiler, trattato da Dio alla pari. Abituati come siamo a considerare la religione come qualcosa che poco o tanto ci “tiene sotto”, che sottolinea una distanza incolmabile tra la nostra piccolezza e l’infinito, dobbiamo fare uno sforzo non indifferente per immedesimarci in questo passaggio. Eppure, le vicende bibliche mostrano un uomo con lo sguardo “alzato”; interpellato dagli eventi, ma non sottomesso; continuamente ostacolato, ma in tal modo reso più persuaso della direzione presa; provato, ma per accrescere la sua consistenza.

Vicende non solo bibliche ma anche odierne quelle di cui siamo stati spettatori al Meeting. Durante la settimana riminese infatti abbiamo sentito parlare uomini che vivono situazioni drammatiche in terre di conflitto e che ci hanno detto come l’uomo autenticamente religioso, che non riduce Dio a idolo, dà vita a forme di convivenza fatte di impegno a capire, accogliere e rispettare l’altro. Abbiamo ascoltato politici, intellettuali, scienziati, uomini di azienda perennemente alla ricerca della bellezza e di un rapporto con ciò che fanno che li renda un po’ più “io”.

Sono persone con ideali, religioni, etnie, nazionalità tra le più disparate. Anche la nostra realtà più prossima ci interpella allo stesso livello, quella della crisi economica, della difficoltà ad arrivare a fine mese, del lavoro che manca, del dramma dell’immigrazione, ormai un esodo di portata biblica che aumenta di giorno in giorno.

Al Meeting abbiamo incontrato una umanità che ha ricominciato a dire “io”, che non pretende di avere le soluzioni in tasca, ma pone il proprio esempio e la propria collaborazione senza steccati e così prova a costruire un mondo nuovo, reagendo ai momenti di crisi imposti dagli eventi, esplorando nuove soluzioni, guardando oltre, non lasciandosi sopraffare da negatività e cinismo.

A cominciare da quei tremila volontari che durante il Meeting si sono sobbarcati i lavori più faticosi e più umili con il sorriso sulle labbra perché la loro fatica era vissuta con lo scopo di servire una presenza piena di significato.

Tornando a casa non sappiamo cosa ci aspetta, una cosa è certa però: quando, a livello personale, sociale, economico e istituzionale, è accaduto che qualcuno riprendesse coscienza di sé e del suo desiderio di bene insopprimibile, qualcosa di buono è sempre successo.

“Tu si na cosa grande per me”

ilsussidiario.net - il quotidiano approfondito
EDITORIALE

Tu sei un bene per me

Giuseppe Frangi

giovedì 27 agosto 2015

È davvero bello il titolo del prossimo Meeting, “Tu sei un bene per me”. Ed è bello sia che lo si intenda con il “Tu” maiuscolo sia con il “tu” minuscolo. Se l'”io”, come diceva il grande Carlo Emilio Gadda, è il “più lurido di tutti i pronomi”, il “tu” è al contrario il più grande e il più liberante. Dire “tu” nel mondo d’oggi è già di per sé un semplicissimo atto sovversivo. Perché lo è? Perché siamo figli di una civiltà che gioca a isolare le persone nel guscio del loro “io”, per poi meglio gestire i processi omologanti delle mode e del pensiero unico. Illude l'”io”, lusingandolo in ogni senso, per tenerlo più agevolmente sotto controllo. Lascia credere che i legami siano una limitazione, che ogni relazione in qualche modo vincolante sia una castrazione dell’io, una penalizzazione delle proprie potenzialità. Se ne vede l’esito nella fatica spropositata che le persone hanno anche semplicemente nel costruire una vita comune nel matrimonio: la statistica parla in termini spietati, se si pensa che a Milano oggi vivono più nuclei di single che di coppie o famiglie. La centralità cooptata dell’io ha prodotto forme dilaganti di narcisismo da una parte, e dall’altra fenomeni drammatici di solitudine. La società individualista alla fine si scopre più povera, più fragile e ovviamente più egoista. Anche in campo cattolico l'”io” ha strabordato e la tentazione pelagiana più volte denunciata dal Papa ne è un po’ l’esito.

Per questo mettere in campo il tema proposto dal Meeting 2016 è come dare a tutti un’occasione per respirare, per uscire dal guscio claustrofobico di questo “io” soverchiatore. Il titolo è bello anche perché ha un tono gentile, anzi, cordiale. Non è un titolo che propone un imperativo, per quanto giusto. È un titolo che suona semplicemente come riconoscimento di un fatto che appartiene all’ordine delle cose.

Lo scorso anno, analizzando le ricorrenze delle parole nei discorsi dei primi 12 mesi di Papa Francesco per il mensile Vita, ci siamo trovati di fronte a un risultato che tracciava con nettezza il suo modo di porsi. Le ricorrenze del primo pronome personale erano praticamente inesistenti, mentre la scena era tutta occupata dal “tu” è dal “noi”. La relazione non è casuale. Il “tu” infatti è il pronome che suggerisce un “uscire”, un venir fuori dal proprio recinto per mettersi in rapporto con l’altro. È un pronome dinamico, che implica un muoversi, o meglio ancora uno sporgersi. Se l'”io” congela le relazioni sociali, il “tu” le rimette in circolo. Per questo il “tu” spalanca la dimensione del “noi”, che è la dimensione costitutiva di una società sana, dove la relazione si traduce anche in dinamismo di amicizia e di solidarietà. Il “noi” è il pronome proprio della compagnia degli uomini.

C’è un altro spunto che quel titolo suggerisce. Ed è legato alla parola “bene”. “Bene” ha una consistenza non solo d’ordine morale, ma anche di concretezza. Il “bene” è anche uno star bene, un vivere bene, un’immissione di convinzioni positive in mondo egemonizzato dallo scetticismo. Soprattutto è un bene che non conosce condizioni, è un bene a prescindere. Il “tu”, in quanto pronome aperto, porta a vedere nell’altro sempre un segno più, una ricchezza, seppur dovesse essere carica di problematicità. È ad esempio il “tu” dei migranti, che arrivano con il loro carico di dramma e di speranze. È il tu di chi è portatore di bisogni. È il tu di chi porta sul proprio corpo un carico di ferite. Sono tutti un bene, perché suscitano l’istinto buono alla generosità e soprattutto  sono un richiamo al fatto che la dimensione umana è fatta di limite e di domanda. Il “tu” davvero è un pronome amico

.http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2015/8/27/Tu-sei-un-bene-per-me/print/634033/

You are loved

Elvira Parravicini

mercoledì 26 agosto 2015

Tutto al giorno d’oggi tende a diventare più veloce, quasi a voler togliere il tempo necessario affinché noi, medici e pazienti, possiamo prendere coscienza della ferita che sorge nell’istante della morte. Perché avviene questo? Perché in noi c’è qualcosa che desidera vivere per sempre e il paradosso della morte è “come una freccia che qualcuno scocca e che viene a trafiggere il cuore e a ridestarlo, a risvegliarlo dall’anestesia al suo dolore, al dolore che è suo, solo suo, al dolore che solo il cuore prova; quello della solitudine, della mancanza di un Altro” (Mauro-Giuseppe Lepori, OCist).

Vorrei raccontarvi la storia di Margherita. Margherita è una bambina che ha vissuto quattro ore. La tentazione dei miei colleghi medici è stata quella di lasciarla morire così, da sola, senza coinvolgere i suoi genitori e i suoi fratelli in questi attimi a lei donati alla luce del sole. La giustificazione? Sarebbe stato troppo doloroso e, magari, anche deleterio da un punto di vista psicologico. Mi sembrava irragionevole la posizione per cui, a fronte della paura di essere feriti, noi rinunciamo all’esperienza dell’amare e dell’essere amati per il poco tempo in cui è comunque possibile. Allora ho insistito affinché i suoi famigliari la prendessero in braccio e la amassero in quegli attimi, perché il desiderio che abbiamo più profondo nel cuore è quello di amare ed essere amati. Sento che parte della mia responsabilità di medico è quella di sostenere il compimento di questo desiderio e di dare una possibilità perché questo si compia, poco importa la durata la vita.

Attraverso la vicenda di un’altra bambina ho potuto approfondire la natura e la portata di questa ferita. Rossella è una bambina che ha vissuto due mesi con una gravissima malformazione cerebrale per cui non le era neanche possibile respirare autonomamente. Quando abbiamo incontrato la sua mamma e le abbiamo comunicato la situazione irreversibile, le abbiamo chiesto: “che desiderio hai per la tua bambina?”, cioè cosa potessimo fare per rendere la sua breve vita più felice.

Lei ci ha risposto con un grande sorriso, come a dire: “ma che domanda mi fate? Io voglio che guarisca completamente e che abbia una vita bellissima”. In quel momento ho capito che questa mamma non aveva paura di stare davanti alla ferita, anzi questa ferita aveva una dimensione ben più grande di una consolazione o di un compromesso. Lei voleva tutto per la sua bambina. Accompagnando la mamma anch’io mi sono lasciata ferire e il suo desiderio è diventato il mio: un desiderio di eternità, di compimento.

La strada per me e per la sua mamma è stata quella di tenere aperto il desiderio e aspettare che qualcosa accadesse. Una cosa era certa: questo desiderio di eternità e di felicità era troppo grande perché io come medico o la sua mamma, che pure le voleva tanto bene, potessimo rispondere. A questo punto eravamo impotenti davanti al Mistero e abbiamo lasciato lo spazio perché Lui venisse e colmasse la sproporzione che solo Lui può colmare. Noi sapevamo che Rossella avrebbe vissuto poco, ma non potevamo prevedere esattamente quanto: ore, giorni, settimane? Abbiamo seguito la sua vita senza imporre nulla alla realtà e ogni giorno è stata l’esperienza di un amore quotidiano a lei e l’esperienza per lei di sentirsi amata oggi. Abbiamo continuato a curarla così ogni giorno, finché all’improvviso un Altro è venuto a prendersela. La mamma, in un gesto di estrema tenerezza, l’ha totalmente consegnata non alla morte, ma a Chi le aveva dato la vita.

Forse ho riconosciuto la coscienza più vera della sproporzione di una donna rispetto al desiderio del cuore del suo bambino in un quadretto, ricamato a mano, appeso sulla culla di un neonato destinato a morire in breve tempo: you are loved. Tu sei amato.

Questa mamma non ha scritto I love you, cioè ti amo, ti voglio bene, ma: “tu sei amato”. Lei ha capito che, pur con tutto il suo amore, non sarebbe stata in grado di salvare la vita del suo bimbo, lei ha capito il limite della medicina e il limite del suo amore di madre. Ma ricamando, giorno dopo giorno: “tu sei amato”, ha affermato che c’è Qualcuno che salva il suo bambino, ora e per sempre.

Questo è vero per quel bimbo, quella mamma, per me medico e per ognuno di noi.

Quello di cui abbiamo bisogno è di Uno che ci ami di un amore eterno.

Guadagnando la vita vivendo

24/08/2015 – L’esperienza della mancanza, Abramo e la possibilità di «guadagnare la vita vivendo». Il presidente della Fraternità di CL si confronta con il titolo e con l’esperienza di questi giorni 

Ha visto il Meeting, seguendo gli incontri e visitando le mostre. E oggi, lunedì 24 luglio, sarà lui stesso protagonista sul palco dell’auditorium. La guida di CL, don Julián Carrón, si confronta con le parole di Mario Luzi a tema quest’anno e con quanto sta accadendo a Rimini in questi giorni.

Don Julián, che esperienza fa del titolo del Meeting di quest’anno?
Quella che fa ogni uomo che vive cosciente di sé e che non può non sorprendere questa mancanza nella vita quotidiana. Ci manca sempre qualcosa. Anche quando le cose vanno bene. Anche quando siamo in vacanza: la mancanza c’è sempre. E se questo succede dopo l’incontro cristiano, questa mancanza cresce in modo esponenziale. Perché si introduce una tale nostalgia di Cristo che non soltanto non sminuisce la mancanza, ma la fa crescere. «Ti cerco giorno e notte», dice il Salmo. L’esperienza della mancanza è il segno più palese della Sua presenza.

Che differenza c’è tra la mancanza e il vuoto, invece?
Il vuoto è tutto diverso. Non ha nessuna capacità di apertura a un’altra cosa. Non ha niente. E se è senza niente vuol dire che uno ha bisogno di riempirlo con altro che gli dia una ragione per vivere. La mancanza, invece, è qualcosa a cui siamo costantemente richiamati. A volte vuoto e mancanza possono essere simili. La questione è capire se questa mancanza non è vuoto ma Qualcuno che mi sta chiamando, Qualcuno di cui ho nostalgia, o se è soltanto un vuoto senza fondo, oscuro, in cui non so che cosa fare, in cui devo cercare in qualsiasi modo di distrarmi o di riempirlo con altre cose perché altrimenti non lo sopporto. Invece, la nostalgia è già piena di una presenza.

In questi giorni al Meeting è emersa un’evidenza: davanti a un cuore scrostato da pregiudizi e idee, sempre in ricerca, come ci ha ricordato papa Francesco, si rende palpabile la presenza di un mistero che ci mette insieme su un cammino comune. Ci aiuta a capire cosa è successo?
Semplicemente, la prima cosa che ci mette insieme è la nostra natura comune, il sentire questa mancanza, questo desiderio, questo bisogno che abbiamo di qualcosa d’altro. L’abbiamo visto dopo le Torri Gemelle, dopo gli attentati di Parigi… La gente si raduna. È un tentativo di mettersi insieme. Il problema è che, poi, non dura. Se non si trova una risposta che dia un fondamento stabile allo stare insieme, poi ci si disperde e torniamo, ciascuno, al nostro individualismo. Non c’è più la capacità di percepire la comunione, una unità tra di noi. Solo se si risponde con una risposta adeguata a questa mancanza, allora, trova un fondamento adeguato anche lo stare insieme.

È questa l’apertura al mondo, la strada, a cui il Papa richiama continuamente i cristiani?
In un certo modo sì. Soltanto se ci sentiamo prima di tutto insieme con gli altri, che sono come noi, che hanno lo stesso desiderio, la stessa mancanza che abbiamo noi ci scopriamo compagni. Il problema è come noi guardiamo gli altri, se li guardiamo soltanto con i pregiudizi che abbiamo, per certi aspetti della loro vita, delle loro abitudini, o se andiamo al cuore di questi altri. Quando Gesù trova la samaritana, quello che gli interessa non è soltanto ciò che ha sbagliato, ma la sete di quella donna, la sua mancanza. Quando trova quelli che non hanno pane, gli interessa non soltanto rispondere alla loro fame: subito dopo gli parla di qualcosa d’altro, perché sa che il pane non basta per rispondere a tutto quello manca loro. Gli parla del pane della vita: «Se non mangiate la mia carne e non bevete il mio sangue», non potete avere vita in voi. Questo è quello che, poi, possiamo portare agli altri. Ma il primo passo è riconoscere quello che ci tiene insieme, tutti. E testimoniare agli altri quello che ci è capitato perché è ciò che risponde alla loro mancanza. Se facciamo così, entriamo costantemente in dialogo, come dice il Papa, e solo questo dialogo è in grado di dare anche a loro la possibilità di scoprire quello che a volte, a tentoni, stanno cercando.

In questo senso, come si colloca la figura di Abramo?
La figura di Abramo è l’inizio di questo dramma. Perché prima di Abramo, mancando questo “tu” che risponde alla mancanza, tutto era prevedibile. È quello che diceva Guccini: «Non sono quando non ci sei e resto coi pensieri miei». Noi abbiamo pensato che questo fosse solo una cosa spirituale, per quelli che volevano vivere più “buoni”. No, questo è per essere uomini. Quando tutto questo viene meno allora vediamo che non è soltanto una cosa per gente “più spirituale”. È per uno come Abramo, che ha trovato una Presenza che ha risvegliato tutta la capacità del suo io. Che cosa succede quando questa presenza, storica, di Dio viene meno perché l’uomo, a un certo punto, l’ha sentita ostile? Ritorniamo a prima di Abramo. Ritorniamo al torpore di cui parlano tanti contemporanei. Alla noia, al vuoto. All’accontentarsi del “prevedibile”. Soltanto se entra nella vita l’imprevedibile, la vita diventa veramente drammatica, e veramente interessante. Perché se no, come dice Eliot, «perdiamo la vita vivendo». Solo se entra una Presenza, possiamo guadagnare la vita vivendo. Altrimenti siamo tutti condannati a perderla vivendo.

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L’abisso delle coscienza umana

Costantino Esposito

domenica 23 agosto 2015

Che gli esseri umani siano esseri “mancanti” sembra essere la cosa più scontata. Eppure essa è anche la cosa più difficilmente compresa, spesso addirittura censurata, magari nell’illusione di potercene liberare. Gran parte della cultura in cui siamo immersi può essere vista come una grande strategia per analizzare, rielaborare e cercare di colmare le mancanze che segnano la nostra esistenza e la nostra convivenza, ma al fondo di questa impresa emerge sempre una duplice possibilità di lettura: o la mancanza è il segno potente, anche se scomodo e inquietante, del fatto che ciascuno di noi è in rapporto con qualcosa o qualcuno – altro da sé – che gli manca; oppure la mancanza è un deficit o una disfunzione del nostro stare al mondo, dovuto a motivazioni psicologiche o a fattori oggettivi (per esempio di tipo socio-economico) che dobbiamo in qualche modo dominare, per diventare sempre più artefici della nostra vita. Vista con il primo sguardo, la mancanza è il segno o la traccia di una relazione; vista con il secondo, essa è un vero e proprio handicap.

Per scoprire il senso più radicale – e quello più interessante – della mancanza vale forse la pena partire dalla dinamica dei bisogni con cui abbiamo a che fare ogni giorno, e al fondo dei quali spesso si presenta, tacito o esplicito che sia, il bisogno stesso di vivere. Per noi “animali pensanti” la vita non è mai “pura” o “nuda” vita, come forse potremmo chiamare la vita delle piante o degli animali (o anche, se si vuole, dei meccanismi cibernetici addestrati a funzioni tecniche più elaborate), ma è una vita sensata. Il bisogno di vivere è il bisogno, inevitabile, di un possibile senso di noi e delle cose. Chi negherebbe, almeno in teoria, questo bisogno? E chi negherebbe che quasi sempre la radice ultima del disagio e della difficoltà della vita – a livello personale, ma ancor più culturale e sociale – sta nella mancanza di questo senso?

Il pensiero filosofico ha spesso sottolineato, da angoli visuali anche assai diversi tra loro, il fatto che noi non solo manchiamo di qualcosa – in quanto dipendenti dalla storia, dalle circostanze di spazio e di tempo, dai casi incontrollabili della vita – ma che più radicalmente noi siamo esseri-di-mancanza. Gli uomini non sono mai semplicemente “quello che sono”, ma sono un processo di realizzazione, un movimento verso il proprio compimento che non è mai completamente realizzato.

Platone nel Simposio aveva individuato questa dinamica nel fenomeno dell’eros, che ha sempre bisogno di quel che ama, vale a dire di ciò che è bello, perché nello stato presente non lo possiede. L’amore è proprio questa mancanza del bello e del buono, ed è insieme tensione del desiderio verso di esso.

E anche Aristotele, nella Metafisica, parlava di una “privazione” che non è mai solo una mancanza intesa come mera negazione, ma è una “predisposizione” o “tensione” ad una forma di attuazione ancora mancante. Sarà il cristiano Agostino a irrompere sulla scena dando alla mancanza il significato potente di un’assenza che, proprio nel suo mancare, dà prova della sua misteriosa presenza, riconoscibile proprio nell’inquietudine della coscienza. La mancanza è “l’abisso della coscienza umana”, e in tal modo essa è più presente a noi di noi stessi. Ma ci sarà anche chi come Schopenhauer affermerà che la mancanza è essenzialmente sofferenza e tormento, segno che il nostro desiderio e la nostra stessa volontà sono una forza cieca, senza ragione, che non troverà mai vera soddisfazione. Insomma essa è segno, più che di una presenza che attira il desiderio dell’io, di un’assenza che lo divora e lo annulla.

Si gioca qui probabilmente la posta in gioco del nichilismo contemporaneo: riconoscere il significato e la portata del nostro bisogno ultimo di vita e scoprire che la mancanza che sempre inevitabilmente ci segna può essere non solo un vuoto da riempire con le nostre performances e  coprire con le nostre immagini, ma la traccia nativa dell’origine che noi “siamo” e che tende al compimento. La mancanza ci urge a riconoscere la nostra finitezza, ma questa non significa solo che siamo mortali, ma innanzi tutto che siamo nati: che siamo rapporto con la nostra provenienza e desiderio del nostro destino.

Questa struttura ontologica e antropologica della mancanza è ciò che permette di stare nella trama del mondo e nelle sfide della società ricercando sempre quel dialogo con l’altro o il diverso che è la condizione permanente del “sé”. Anzi si può dire che la mancanza è come una dimensione costitutiva di ogni identità personale e sociale, che non può mai esaurirsi in un’affermazione di sé, senza essere anche bisogno e ricerca di ciò che ci fa vivere sensatamente, e che non è mai solo un nostro possesso o una nostra proprietà. Condividere questa mancanza può essere il luogo dell’incontro e della costruzione comune tra le persone. Soprattutto evitando il rischio che la politica o l’economia o una qualsivoglia strategia sociale possa presumere di annullare quella mancanza, che è poi la tentazione di ogni ideologia.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2015/8/23/La-mancanza-handicap-o-speranza-/print/633244/

Manca Il metodo

Articolo apparso sul Messaggero Veneto – “Mai che vengano lì a farti la domanda giusta, quella che farebbe capire molte cose, quella che ci si fa davvero, prima di calarsi una pasticca: non ‘perché’, ma ‘perché no?’. L’alternativa. L’altra strada. C’è un’altra strada?”. Con queste parole vere Enrico Galliano ha commentato sul Messaggero Veneto l’emergenza droga, che ancora una volta ha al centro le discoteche e i giovanissimi che le frequentano.
La strada è il vero problema. Infatti, come scrisse il grande Kafka, la questione del nostro tempo è che “manca la strada”. La droga ovviamente non è una strada; casomai è una falsa scorciatoia, per cercare di raggiungere quella felicità cui tutti agogniamo. Ma la strada è un’altra cosa: lo sa bene chi va in montagna e non trova il sentiero. Lì il pericolo è evidente: il bosco senza fine, il burrone, la parete di roccia. Ma in pianura ci si può illudere di poter camminare senza strada, oppure percorrendo tante scorciatoie illusorie, come in un deserto pieno di miraggi.

Strada in greco si dice odòs, da cui il nostro termine metodo. Il problema allora è avere un metodo. Lo diciamo spesso a scuola: quel ragazzo non ha metodo. Ma spesso è diventato un modo di dire, vuoto di significato. Il metodo è la strada, per arrivare alla meta. Ogni ambito della realtà ha un suo metodo: c’è un metodo chimico, sperimentale, matematico, filosofico, ecc. Ma il metodo per eccellenza, quello senza il quale non si può vivere, è quello che la natura fornisce a tutti. Si chiama metodo della certezza morale: quello per cui capisci se puoi fidarti o no di una persone, quello che ti fa capire se una ragazza o un ragazzo è fatto per te, quello che ti fa capire quale è la tua vocazione.
Ma questo metodo chi lo insegna più? È stato prima denigrato, come non scientifico e attendibile, e poi abbandonato da tutti, per seguire le illusioni del “mi piace”, che non a caso domina i social. “S’ei piace ei lice”, scrisse il grande Tasso nell’Aminta. Questa è la scorciatoia che ha preteso di sostituire la strada. Ora vogliono insegnarla anche ai bambini, per poi fissarla nella mete degli adolescenti e dei futuri adulti, perché, come scriveva Pasolini, “ai giovani oggi non si propone un impegno, ma solo occasioni di divertimento”. Ma stiamo attenti a non barare con queste cose: le vittime della droga in discoteca o in altri contesti ci ricordano che si tratta di una questione molto seria. Ne va della vita. E tutti, come giustamente scrive Galliano, ne siamo responsabili e prima o poi dovremo rendere conto.
Roberto Castenetto
Insegnante
Leggi di Più: Morti in discoteca e metodo della certezza morale | Tempi.it

Il compito delle vacanze

Editoriale di Tracce Luglio-Agosto

Il compito delle vacanze

C’è sempre un aspetto carico di fascino nelle vacanze. Don Giussani lo richiamava spesso, con quella formula che sbaragliava gli schemi e inchiodava di colpo a una responsabilità impensabile: «È il tempo della libertà». Ovvero il momento in cui, liberi da obblighi e costrizioni, nelle scelte si fa venire a galla quasi impercettibilmente ciò a cui si tiene davvero. Altro che disimpegno, insomma. Semmai, il contrario. E chi legge Tracce lo sa bene, perché queste parole tornano praticamente a ogni estate.

Stavolta, però, c’è un fattore in più: la coincidenza con il percorso della Scuola di comunità. Si è partiti a inizio anno con la fede, si è arrivati alla soglia delle ferie lavorando proprio su quella parola: libertà. È sinonimo di soddisfazione. Di compimento del desiderio. Di rapporto con l’infinito. Ed è anche un test, una verifica inoppugnabile della fede. Perché è solo dal riconoscimento di Cristo presente che può sgorgare un’esperienza del genere. Esperienza, non discorso. Cristo non ci spiega la libertà: la fa accadere in noi. Impossibile non sperimentarla. Impossibile non respirare a pieni polmoni, quando accade.

Ma se è così, che cosa vuol dire, allora, che le vacanze sono «il tempo della libertà»? A un gruppo di amici che è andato a trovarlo subito prima dell’estate, don Julián Carrón ha detto – con tono scherzoso, ma contenuto serissimo -: «Queste sono le vacanze: che uno scopra il Mistero risorprendendo Lui all’opera tra noi. Per cui il compito che ci diamo per queste vacanze è che a settembre, quando ci ritroviamo, ci dobbiamo raccontare fatti, cose che ci sono capitate e che ci hanno fatto sorprendere di Lui all’opera».

Fatti. Cose accadute. Perché per sorprendersi della Sua presenza, basta essere veri con ciò che vediamo accadere. Intorno e dentro di noi. Basta riconoscerLo all’opera. Nella realtà, non fuori. Se accade quella corrispondenza impensabile, se il respiro si allarga, se facciamo esperienza di quella soddisfazione che alla fine non lascia in bocca il retrogusto amaro della disillusione, ma il gusto di un compimento almeno iniziato, è inevitabile che ce ne accorgiamo. E più la libertà accade, più la desideriamo. Perché quel gusto, una volta assaporato, è irresistibile. Bisogna fare violenza a se stessi per preferire altro. E bisogna andare contro la propria natura per non domandare che diventi più familiare – e amico – Chi rende possibile quell’esperienza, Chi la sta facendo accadere.

Il respiro della vita viene da lì, sempre. «Sia che mangiate, sia che beviate». In montagna con gli amici o sulla spiaggia con un libro in mano. Oppure, magari, servendo a tavola tra i padiglioni del Meeting, dove centinaia di adulti e ragazzi fanno ogni estate – ogni vacanza – quella sorprendente esperienza di libertà che si sperimenta consegnando il proprio tempo all’opera di un Altro.

Il respiro della vita viene da lì. Da Lui. La vacanza è un’occasione unica per accorgersene. E cominciare a sceglierLo.