Orco

Orco
Forse ogni bambino ha bisogno, nel suo interiore mondo, di crearsi un orco di cui avere paura; e di sfiorarlo, di guardarlo da vicino, e poi correre dalla madre. Il mio orco in quelle estati di montagna era il figlio della vecchia Giuditta, che era fabbro, e nella sua officina martellava da mattina a sera: tutti i giorni, tranne la domenica, quando il silenzio in cortile era il primo segno del giorno di festa. Romeo, così si chiamava, dell’orco aveva la faccia, sgraziata, e gli occhi strabici, e le mani, grosse come badili, e nere di fuliggine. In fondo all’officina oscura infatti brillava, misterioso, il fuoco su cui lui ammorbidiva il rame per forgiarlo in candelabri, piatti, cornici. Io incantata mi affacciavo, disubbidendo a mia madre, alla soglia dell’officina, e da lontano sporta sul buio spiavo il mio orco che brandiva con lunghe pinze il metallo rovente, incandescente, docile da plasmare. Non appena il fabbro si voltava e si riavvicinava alla soglia, scappavo. In verità Romeo era un sant’uomo, un po’ strano forse, ma buono e inoffensivo. Ero io, bambina, che nel mio universo avevo bisogno del bene e del male, del sole e della notte, della luce e del buio; e stavo sulla soglia di quell’officina come su un crinale, curiosa, e però pronta a scappare da mia madre, porto sicuro.
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