La giusta prospettiva

EDITORIALE
Arrivati al cuore della Laudato Si’, si trova una domanda fondamentale tra le tante questioni decisive toccate da papa Francesco: «Che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo?». Non è una domanda che «riguarda solo l’ambiente», precisa il Pontefice, «perché non si può porre la questione in maniera parziale. Quando ci interroghiamo circa il mondo che vogliamo lasciare ci riferiamo soprattutto al suo orientamento generale, al suo senso, ai suoi valori. Se non pulsa in esse questa domanda di fondo, non credo che le nostre preoccupazioni ecologiche possano ottenere effetti importanti».
Ma se questa domanda «viene posta con coraggio», continua il Papa, «ci conduce inesorabilmente ad altri interrogativi molto diretti: a che scopo passiamo da questo mondo? Per quale fine siamo venuti in questa vita? Per che scopo lavoriamo e lottiamo? Perché questa terra ha bisogno di noi? (…) Occorre rendersi conto che quello che c’è in gioco è la dignità di noi stessi. È un dramma per noi stessi, perché ciò chiama in causa il significato del nostro passaggio su questa terra».

Veniamo da settimane molto intense e ne viviamo di altrettanto impegnative. C’è un clima fosco, attorno, fatto di problemi che interpellano tutti (il terrorismo jihadista, la persecuzione dei cristiani, la crisi greca) e fitto di discussioni su alcuni fondamenti della vita sociale. La famiglia, anzitutto. L’Europa. I cosiddetti “nuovi diritti”. E certe evidenze che fino a qualche tempo fa potevamo dare comunque per acquisite e condivise, anche da chi proponeva visioni diverse della vita, ma che oggi lo sono sempre meno. Eppure, a ben guardare, non c’è questione che non rimandi lì, al dramma colto dal Papa in quel paragrafo. «Per che scopo lavoriamo e lottiamo?». Che aiuto possiamo dare al mondo, a noi stessi, ai nostri figli?

Lì si apre una questione decisiva. Perché la prima reazione, inevitabile, è pensare che l’apporto stia tutto in quello che possiamo fare. Nell’analizzare, prendere iniziative, muoversi. E sono tutte cose che servono, ci mancherebbe. Ma non bastano. Ce ne accorgiamo bene quando accadono fatti che ti spostano, per aprire un’altra prospettiva. Attenzione: non un’altra strada, alternativa. Proprio una prospettiva più acuta, più profonda.
Molti di noi nei giorni scorsi hanno visto – o rivisto – un video impressionante. Una bambina di dieci anni fuggita da Qaraqosh, Iraq, dopo l’arrivo dell’Isis. Si chiama Myriam. Vive in un campo profughi. Non ha più niente: casa, scuola, amici. Nulla. Non può fare nulla. Ma vive qualcosa che cambia tutto. I terroristi? «Chiedo solo a Dio di perdonarli». Tornare a casa? «Se Dio vuole. Non quello che vogliamo noi, ma quello che vuole Dio, perché Lui sa». Il dolore? «Anche se qui stiamo soffrendo, Lui ci dà quello di cui abbiamo bisogno». E lo dice sorridendo. Anzi, cantando.
Ecco, forse guardare quella bimba inizia a rispondere alle domande del Papa. Vederla (il video è su YouTube), chiedersi da dove venga una fede così, che come sa genera un io così potente (a dieci anni!) da poter vivere e sorridere e non disperare anche quando ti viene strappato tutto nel modo più violento, può aiutarci a renderci conto. Fa capire che cosa ci stanno a fare i cristiani, al mondo.

Anche in questo Tracce troverete qualche spunto. E cambia poco che siano fatti che accadono ad Aleppo, nelle corsie di un ospedale inglese o tra i chiostri delle università. Sono fatti che, nella loro semplicità, mostrano che cosa è il cristianesimo, che cosa porta in un mondo dove tutto crolla. Insomma, dicono «perché questa terra ha bisogno di noi»: per poter cominciare, sempre. Per poter vivere.

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