Il management delle malattie avanzate


Su Avvenire l’intervista a al Dott. Brad Stuart, che sarà al #meeting15, Martedì 25 agosto

di Elena Molinari

L’ospedale non è un buon posto per gli anziani. O per morire. Moltissime famiglie lo sanno per esperienza diretta. Ma troppe volte si sono sentite dire che per i loro cari non c’è alternativa. Quando un genitore, avanti con gli anni e indebolito da una malattia o da un quadro complesso di condizioni croniche, volge al peggio, di solito l’unica soluzione è portarlo al pronto soccorso. Ma non deve essere così. Sempre più medici sono convinti che seguendo gli anziani a casa si ottengono molti più risultati che aspettare una febbre inspiegabile o una crisi respiratoria che costringeranno al ricovero. E che, con un paziente già conosciuto, molte crisi possono essere gestite a domicilio. «Con un’assistenza professionale a casa si prevengono le emergenze più gravi, si mantiene la famiglia sotto controllo, si dà serenità all’anziano e, nel lungo termine, si fanno risparmiare soldi al sistema sanitario», spiega Brad Stuart, un internista specializzato in medicina palliativa presso la rete non profit di ospedali, cliniche e ambulatori Sutter Health, che copre oltre cento città in California. Il medico ha creato il primo “programma di management delle malattie avanzate” negli Stati Uniti. Dal 1999 l’ha fatto crescere in una struttura chiamata “Aci strategies”, che gestisce le cure di centinaia di anziati oppure malati terminali: quel 5% della popolazione americana che assorbe metà di tutti i costi sanitari. Altri medici, in altre città, hanno seguito il suo esempio, con il risultato che, se dal 1970 al 2009 la spesa sanitaria negli Usa è aumentata di oltre il 9% ogni anno, negli anni successivi è diminuita del 4% l’anno. Il medico racconterà la sua esperienza in un incontro a Rimini, durante il Meeting per l’Amicizia dei Popoli, il 23 agostro prossimo.

Dottor Stuart, in cosa consiste il suo approccio con il malato?
«È un cambiamento fondamentale, ma l’idea è semplice: costruiamo una squadra multidisciplinare che visita regolarmente i pazienti più vulnerabili e coordina i servizi relativi alla loro salute. Il concetto di base è che non si tratta di un trattamento medico ma di una cura della persona, che contribuisce a soddisfare i suoi obiettivi personali».

Come è approdato a questa soluzione?
«Durante il mio tirocinio in ospedale ho visto anziani uccisi da chemioterapie ormai inutili, o costretti a finire i loro giorni intubati, scomodi, incapaci di dire addio ai loro cari. Non ero religioso ma ho sentito il bisogno spirituale di ridare loro dignità e pace».

Lei parla di obiettivi personali dei malati. Quali possono essere? E può un medico realizzarli?
«Guardi, un malato terminale o un anziano non chiederà mai al suo dottore di guarirlo. GLi chiederà di poter rimanere a casa. Di non sentire dolore. Di essere portato all’aria aperta. Di poter parlare o scrivere senza essere immobilizzato da tubi. Il nocciolo del metodo è la volontà della persona e la comodità sua e dei suoi cari. E ci sono tanti modi per raggiungerla. Finché non si prova il sistema delle visite a domicilio non si capisce quanto si può fare».

Da chi è composta la squadra multidisciplinare?
«Un medico, infermieri, assistenti sociali, a volte uno psicologo. Il medico non deve visitare il paziente spesso, ma coordina gli interventi, in modo da poter seguire numerosi soggetti».

Perché questo approccio si sta diffondendo proprio ora?
«Sono cambiate alcune cose. Il dibattito sulla fine della vita si è fatto più maturo. Gli ospedali hanno raggiunto costi di gestione insostenibili e hanno cercato cambiamenti strutturali per ridurre le spese. E “Obamacare” (la riforma della sanità voluta dal presidente, ndr) ha aiutato molto, cambiando il modo in cui vengono rimborsati gli ospedali: non sulla base dei singoli trattamenti ma di parametri più complessi che penalizzano quei nosocomi che ricoverano ripetutamente la stessa persona».

E i risparmi sono sostanziosi?
«Riduce i ricoveri del 63%, i giorni in terapia intensiva dell’80% e le spese mediche dal 20 al 30%. Con questi numeri alla mano è diventato più facile parlare con le assicurazioni private e convincerle a rimborsare ai pazienti i costi delle cure a domicilio. Al momento sto lavorando con una grande fondazione ospedaliera che potrebbe fare adottare la nostra iniziativa a molti dei maggiori sistemi sanitari del Paese. Siamo davvero a un punto di svolta. Del resto, sono medico da 40 anni e non ho visto nessun altro investimento in attrezzature, medicine o tecnologie produrre tanti risultati come questo metodo. Allunga anche la vita delle persone».

Ha accennato a una motivazione iniziale di tipo spirituale. La anima ancora nel suo lavoro?
«Ci ho messo un po’ a capirlo, ma devo ammettere che è stato un impulso spirituale a spingermi a voler curare gli altri. Ma in ospedale mi sono sentito svuotato da questo impulso e sempre più arrabbiato. Poi mi sono reso conto che non basta curare per essere un medico. Devi avere un profondo rispetto per l’anima della persona che hai di fronte, ascoltarla con attenzione ed essere scrupoloso nel cogliere ciò che viene dal suo cuore. Con gli anni ho visto che tutti i medici migliori lo fanno e che cercano di eliminare gli ostacoli che impediscono questo ascolto. La nostra è una professione profondamente spirituale».

CURARE QUANDO NON C’È POSSIBILITÀ DI CURA ALL’INIZIO E FINE VITA
Delle nuove frontiere della sanità pubblica secondo l’esperienza dell’americano Brad Stuart (Chief medical officer of Sutter Care at Home) si discuterà il 23 agosto al Meeting di Rimini che ha per tema un verso di Mario Luzi, “Di che è mancanza questa mancanza, cuore, che a un tratto ne sei pieno?”. Titolo dell’incontro (ore 15.00), “La cura del paziente: inizio e fine vita”, introduce Elvira Parravicini, assistente di Pediatria alla Columbia University.

http://www.meetingrimini.org/news/default.asp?id=676&id_n=16101

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IN TE C’E’ PIU’ DI QUANTO TU CREDA

L’avventura umana secondo Tolkien ne “Lo Hobbit”

Cerco qualcuno con cui condividere un’avventura!
Inizia cosí, in un bel giorno apparentemente calmo e tranquillo, la chiamata inaspettata da parte di uno stregone di nome Gandalf ad un pacioso e ignaro personaggio di nome Bilbo Baggings, meglio noto come ‘lo Hobbit’. Una chiamata che ben presto si trasforma nell’avventura piú importante della vita del signor Baggins, e che grazie alla geniale penna del suo inventore, John R.R. Tolkien, continua ad incantare e affascinare da piú di settant’anni, milioni di lettori in tutto il mondo.

In un mondo disincantato come il nostro, Tolkien ci ricorda che l’uomo é ancora fatto per uscir fuori “a riveder le stelle” e che l’irruzione di qualcosa di inatteso o inaspettato nella vita di ognuno é “la porta” per scoprire che in noi c’é molto di piú di quanto noi stessi crediamo.

La mostra dedicata a ‘Lo Hobbit’ vuol ricordare che, seguendo le orme delle piccole e modeste creature protagoniste del romanzo, “la vita è la più bella delle avventure ma soltanto l’avventuriero la scopre”.

In un percorso che ripercorre le tappe salienti dell’avventura tolkieniana la mostra è egregiamente illustrata dalle mani sapienti di sei artisti accomunati dall’esperienza nelle aule del Liceo artistico veronese Nani Boccioni, chi come studente chi come insegnante, ovvero Giovanni Azzali, Nicolò Carozzi, Sara Ferro, Alessandro Vlad Hristodor, Rosanna Mutinelli e Ada Pachera.

La mostra è accompagnata da un saggio dal titolo “In te c’è più di quanto tu creda – L’avventura umana secondo Tolkien ne Lo Hobbit” della collana FuoriClasse (Delmiglio Editore). Il volume raccoglie i contributi di alcuni dei massimi esperti italiani del mondo tolkieniano, Paolo Gulisano, Chiara Nejrotti e Roberto Arduini. Le pagine, affidate dalla curatrice Roberta Tosi a questi straordinari saggisti, raccontano il viaggio di un mezzuomo chiamato, come ognuno di noi, a vivere l’avventura della propria vita.

http://www.meetingrimini.org/default.asp?id=1136#b15911

Riconosciuti

La simpatica nonagenaria Siiri e le sue amiche sono convinte, beate loro, che dietro la faccenda della demenza senile ci sia una specie di complotto. Farmaci somministrati a casaccio, trasferimenti arbitrari nel reparto d’isolamento, cartelle mediche che appaiono e scompaiono. Ma sarà proprio così? Mistero a Villa del Lieto Tramonto di Minna Lindgren (traduzione di Irene Sorrentino, Sonzogno, pagine 284, euro 16,50) tende a prolungare l’incertezza, probabilmente in attesa dei prossimi volumi di questa piccola saga ambientata in una casa di riposo di Helsinki. Clima ottimistico anche se a tratti surreale, a fronte del quale lo statunitense Jonathan Miles, autore del romanzo Scarti (traduzione di Assunta Martinese, minimum fax, pagine 580, euro 18,00), preferisce attenersi a un più severo principio di realtà. La casa di riposo c’è anche qui, solo che il professor Elwin Cross Senior soffre veramente di Alzheimer , con tutte le conseguenze e i paradossi del caso.

L’esorbitante rendiconto della sua carta di credito (clonata da un truffatore) lo proietta su un ottovolante emotivo tra passato e presente, ma in compenso il rigoroso saggio sulla funzione del genocidio nella storia dell’umanità, al quale l’uomo sta lavorando con estrema lentezza, conserva una lucidità impressionante.

Sono solo due esempi, scelti tra i più recenti, di una tendenza ormai evidente: rispetto a qualche anno fa, quando i libri e film che affrontavano il tema del decadimento mentale costituivano una rarità, oggi il racconto dell’Alzheimer e, più in generale, della demenza senile è sempre più frequente, sempre più circostanziato. Per una serie di motivi solo in parte intuitivi. Certo, si vive di più e quindi le patologie legate all’invecchiamento sono un’esperienza più diffusa, che spesso induce figli e parenti ad assumere l’onere della testimonianza. Ma è altrettanto vero che, almeno nell’ambito della finzione, si registra una spiccata preferenza per i casi di Alzheimer a insorgenza precoce, assai meno rilevanti sul versante statistico (sono però i più interessanti anche per la ricerca medica). Sarà perché, oltre a limitare drammaticamente l’autonomia del soggetto, la malattia rivela la fragilità della memoria, valore altrimenti considerato intoccabile? Per una società che assegna al dovere del ricordo un significato pressoché sacrale, del resto, la cancellazione del passato non può non assumere connotazioni catastrofiche.

Il successo di un film come Still Alice di Richard Glatzer, che ha meritato a Julianne Moore l’Oscar come migliore attrice protagonista, lo conferma con chiarezza: la protagonista è un’intellettuale poco più che cinquantenne, la cui esistenza è sconvolta da una diagnosi di Alzheimer precoce. A ben pensarci, la trama ha diversi punti di contatto con Una sconfinata giovinezza di Pupi Avati (2010), dove a essere vittima della smemoratezza era il giornalista Fabrizio Bentivoglio, amorevolmente assistito dalla moglie Francesca Neri. Il pubblico, in quell’occasione, fu restio ad apprezzare, come sottolinea a malincuore Michele Farina nel documentatissimo Quando andiamo a casa?
(Rizzoli, pagine 430, euro 13,00), senza dubbio il più completo fra i libri italiani sull’argomento.

In parte reportage sul campo, in parte inchiesta scientifica, il lavoro di Farina ha un’origine del tutto privata. Morta nel 2004, sua madre Franca è stata a lungo malata di Alzheimer, in un periodo nnel quale la malattia era ancora poco conosciuta. Anzi, insiste Farina, in Italia continua a essere trascurata, se non addirittura evitata, al contrario di quanto avviene in altri Paesi europei, primo fra tutti l’Olanda, dove l’opera di sensibilizzazione è costante e capillare. Da noi, invece, si fa fatica a trovare un personaggio famoso che si presti a fare da
testimonial, e, anche se le strutture modello non mancano, il peso della cura grava in modo considerevole sulle famiglie. C’è chi si ricorre a una badante, c’è chi assume direttamente il ruolo di cherghiver, che poi sarebbe la variante lombarda dell’inglese carreggiare.

Da buon cronista, Farina se la prende con gli episodi – a volte davvero desolanti – di malasantià e intreccia con leggerezza ricordi di famiglia e memorie letterarie. Evoca uno dei pochi classici conclamati sul tema, e cioè La versione di Barney di Mordecai Richler (1997, da noi lo pubblicò Adelphi), con il protagonista che non ricorda più come si chiama l’affare per versare la minestra, ma è in grado di ricostruire alla perfezione i dettagli della sua burrascosa vita sentimentale.

L’Alzheimer come tema letterario? Di sicuro si può dire che ne soffrono o ne hanno sofferto scrittori come Daniele Del Giudice – al quale Farina dedica pagine particolarmente belle – e Gabriel García Márquez, che nel capolavoro Cent’anni di solitudine (1967) aveva in qualche modo anticipato gli esiti del morbo descrivendo l’epidemia di oblio e insonnia da cui è devastata la cittadina di Macondo. Un indizio prezioso si trova in un altro romanzo apparso da poco in Italia, Non siamo più noi stessi
dell’americano Matthew Thomas (traduzione Chiara Brovelli, Neri Pozza, pagine 736, euro 19,50). Ancora un Alzheimer precoce, le cui manifestazioni vengono ripercorse con impietosa accuratezza dal punto di vista della moglie del malato, uno stimato docente di scienze che all’improvviso cade nel panico alla sola idea di dover compilare il registro dei voti. Il racconto è lungo e minuzioso, ma l’illuminazione sta tutta nel titolo e nell’epigrafe che ne dichiara la provenienza. «Non siamo più noi stessi allorché la natura, oppressa, impone all’animo di soffrire col corpo» è una citazione dal Re Lear di Shakesperare e la vicenda del monarca folle, che disereda la figlia prediletta e si consegna all’ipocrisia delle altre due, non manca di requisiti per essere riletta come un convincente referto diagnostico. Lear non è accecato dall’ira, ma ottenebrato dalla demenza senile, proprio come i personaggi di Rughe, il toccante racconto a fumetti dello spagnolo Paco Roca, edito in Italia da Tunué (2007).

Che lo si faccia per condividere con gli altri la propria sofferenza o per allestire un romanzo appassionante (almeno un altro andrà segnalato:
Io non ricordo di Stefan Merrill Block, pubblicato nel 2008 da Neri Pozza), dell’Alzheimer oggi si parla, ed senz’altro un bene. Come ogni malattia, anche questa costringe a interrogarsi e a trovare risposte. È quello che fa Cinzia Bellotti, autrice di un delicato memoir sulla vicenda della madre (Ti guardo e mi chiedo, New Press, pagine 140, euro 12,00). La conclusione consegnata all’ultima frase del libro può essere, in effetti, un buon punto di partenza: «Per tornare alla domanda iniziale, se io fossi nei tuoi panni, mamma, cosa vorrei, rispondo con una semplice parola: accettazione, vorrei essere accettata per quello che sono diventata».

http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/ALZHEIMER-.aspx

Orco

Orco
Forse ogni bambino ha bisogno, nel suo interiore mondo, di crearsi un orco di cui avere paura; e di sfiorarlo, di guardarlo da vicino, e poi correre dalla madre. Il mio orco in quelle estati di montagna era il figlio della vecchia Giuditta, che era fabbro, e nella sua officina martellava da mattina a sera: tutti i giorni, tranne la domenica, quando il silenzio in cortile era il primo segno del giorno di festa. Romeo, così si chiamava, dell’orco aveva la faccia, sgraziata, e gli occhi strabici, e le mani, grosse come badili, e nere di fuliggine. In fondo all’officina oscura infatti brillava, misterioso, il fuoco su cui lui ammorbidiva il rame per forgiarlo in candelabri, piatti, cornici. Io incantata mi affacciavo, disubbidendo a mia madre, alla soglia dell’officina, e da lontano sporta sul buio spiavo il mio orco che brandiva con lunghe pinze il metallo rovente, incandescente, docile da plasmare. Non appena il fabbro si voltava e si riavvicinava alla soglia, scappavo. In verità Romeo era un sant’uomo, un po’ strano forse, ma buono e inoffensivo. Ero io, bambina, che nel mio universo avevo bisogno del bene e del male, del sole e della notte, della luce e del buio; e stavo sulla soglia di quell’officina come su un crinale, curiosa, e però pronta a scappare da mia madre, porto sicuro.

Pregustando un compimento

Vincent Nagle

sabato 25 luglio 2015

Il mondo occidentale sta completando una rivoluzione sociale e culturale che quasi sicuramente finirà nella forte marginalizzazione della comunità cristiana. Ma ci potrebbe essere anche un vantaggio per i cristiani in questa circostanza così sconcertante e dolorosa?

Ventisette anni fa, durante una conversazione in seminario, un seminarista irlandese mi ha chiesto: “Secondo te perché ci sono così tanti scritti interessanti sulla società e così tante opere artistiche e una critica culturale penetrante fatte da persone omosessuali?” Ho risposto: “Penso perché la loro condizione non permette loro di sentirsi come una parte integrata nella società e perciò guardano a tutto con uno sguardo che non dà per scontate tantissime cose a cui noi invece non facciamo caso. È la loro situazione che li porta a riconoscere che questa società non è stata fatta per loro.”

Questa conversazione mi è tornata in mente riflettendo su due fatti politici importanti accaduti in queste settimane: il referendum in Irlanda sul matrimonio di coppie formate da persone dello stesso sesso, passato con il 65% dei voti, e la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che, con il voto di 5 giudici contro 4, ha dichiarato tali matrimoni un diritto costituzionale. Queste società si sono sradicate dai loro fondamenti sociali nel tentativo di fare sì che le persone omosessuali possano aver un maggior senso di appartenenza e inclusione nella cultura e nella vita della comunità.

Questi cambiamenti sono senz’altro radicali e stabiliscono una nuova concezione del matrimonio, che nega qualunque legame fra il matrimonio stesso e la generazione di nuovi essere umani. Senz’altro, e in poco tempo, vedremo come conseguenza tantissimi altri cambiamenti, fra cui una sempre crescente ostilità verso quelle organizzazioni, gruppi o individui che non si sentono di riconoscere questo nuovo diritto costituzionale. Quindi la Chiesa.
Ne ho avuta una netta sensazione l’altro giorno, quando un amico, imprenditore con una ditta a Dublino e cattolico convinto, mi ha raccontato di una conversazione con alcuni dei suoi dipendenti. Stavano discutendo tranquillamente i loro punti di vista riguardo il referendum quando una dipendente particolarmente stimata ha fatto questo commento : “Lei è il mio capo e io sono la sua dipendente. Ma se i nostri ruoli fossero rovesciati, non permetterei che lavorasse per me uno con le opinioni che lei ha espresso.” Questo commento ha scioccato il mio amico e non promette bene per l’inserimento di persone cristiane nella nuova società che sta nascendo.

Certo, tutto questo è dolorosissimo e non poco preoccupante. Inoltre suggerisce che i credenti e chiunque non si adegui al nuovo regime possano aspettarsi di subire ingiustizie pesanti. Dato però che tutto questo sta arrivando e sembra che ci sia poco da fare per prevenire questi cambiamenti, pongo di nuovo la domanda: “Nella catastrofe sociale e psicologica che è in atto, può esserci anche qualche vantaggio per noi cristiani?” Secondo me sì e vedo questo vantaggio nella risposta data al mio amico seminarista così tanti anni fa sul perché gli omosessuali riescano a produrre una critica della cultura così penetrante. Prima si sentivano marginalizzati, ma ora sono diventati loro i beniamini dei benpensanti. Loro escono dalla posizione di “outsider” e ci entriamo invece noi.

Ma Gesù stesso ha insistito che il Suo regno non è di questo mondo, perciò quelli che vi appartengono devono percepirsi in qualche modo come non appartenenti all’assetto di questo mondo, come quelli che per varie ragioni già sono fuori. Non sarà più facile pensare che farsi cristiano comprende il costruirsi un bel posto in questo mondo. Saremo sempre più costretti a vivere con la consapevolezza che noi viviamo innanzitutto per una casa, un regno che non è di quaggiù. Viviamo in virtù di una promessa credibile in compagnia di colui che già ci fa sperimentare la pregustazione del compimento. Questa chiarezza è per noi un vantaggio che ci fa già vivere da uomini liberi.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2015/7/25/Quale-vantaggio-per-i-cristiani-/print/627368/

Una simpatia 425B

Davide Rondoni

venerdì 24 luglio 2015

Ehi cugino, sì, tu Kepler 425B, dico a te. T’hanno chiamato così quelli della NASA no? So che avevano scoperto un cuginetto più piccolo 4 anni fa. E anche lui lo chiamarono Kepler 22. Forse hanno fantasia solo nelle cifre, questi della NASA. Vi scopre un telescopione viaggiante che si chiama Kepler e anche voi vi chiamate Kepler. Solo che cambiano le cifre. Semplice no? Beh comunque scoprire di avere un cugino, per di più già attempato, anzi più anzianotto di noi, ci ha dato una bella emozione. Sì, insomma eravamo concentrati su una montagna di problemi non da poco che abbiamo qua, ed ecco che, se così si può dire, suonano alla porta e un tizio mai visto si presenta e dice: “eccomi, siamo cugini, abbiamo un sacco di cose in comune e forse un bel po’ di cose da raccontarci.” Abbiamo dovuto per un istante lasciare gli stracci che volavano le chiacchiere, le urla, le solite offese, i discorsi già sentiti mille volte e voltarci tutti verso la porta. Là fuori nel buio immenso, quel tizio, insomma tu vecchio cugino Kepler 425B stavi lí, come se i fossi stato da sempre. E c’eri proprio da sempre, solo che noi non lo sapevamo. E ora ci sentiamo un po’ smarriti ma anche un po’ rinfrancati.

Non sappiamo ancora cosa ci racconterai. Ma intanto ti abbiamo fatto accomodare, e tu ci hai detto che ci sono altri 11 cugini probabilmente. Dodici ? Ehi, ragazzi della NASA, ma questo numero è presente da sempre nella storia della umanità, non è fantastico? Multiplo di tre, con dentro il nove, le dodici tribù di Israele, degli apostoli, e moltiplicabile fino ai novantanove nomi del Dio misericordioso. Ci dev’essere Qualcun altro che se la cava coi numeri lassù da qualche parte. Ma insomma, saperti simile a noi, con un tempo fatto come il nostro – i tuoi anni durano come da noi, e fa un certo effetto sapere che molto lontano da qui c’è un posto dove gli anni sono anni, e insomma il tempo gira come da noi. E dove, dicono quelli della NASA, forse c’è stata o c’è vita.

Ehi, cugino! Ancora non sappiamo niente di te, però già ci dai un sacco da pensare. Pensieri immensi, pensieri che quasi non sanno bene cosa pensare. Vita? Che vita? E dunque cosa è la vita? Beh, però prima ancora di raccontarci quel che avrai da dirci, vorrei farti un paio di domande. Come ve la cavate là con la compassione? Sai di che si tratta? È quella cosa che noi abbiamo imparato e dobbiamo imparare sempre, senza la quale la vita non può andare avanti. Ed è quello che ho provato subito per te appena ci hanno detto che ci somigliavi, insomma eri una specie di cugino. Una compassione allegra, una specie di super simpatia, una simpatia 425B (non me ne vogliano quelli della NASA). Perché immagino che sei simile a noi, devi avere anche dei guai simili a noi. Oltre che tutte le meraviglie di qui.

Pensa che la notizia della tua esistenza mi è arrivata mentre ero a Roma. Sai cosa è Roma? C’è qualcosa di simile dalle tue parti? Oh, è una cosa incredibile, tremenda e fantastica. Chi sa se nei tuoi sei miliardi di vita sei riuscito a far crescere da te una cosa simile! C’è da uscire pazzi, è un posto con un sacco di casini (oltre che un sacco di santi e di bava gente) insomma un caravanserraglio umano, ma ti assicuro che ne vale la pena. In una delle piazze più belle c’era una ragazza bionda, magnifica, suonava la fisarmonica, con la bici e un ombrellino bianco sulla testa. Suonava Piazzolla, un tango da far piangere e ridere l’anima. Avete la musica lì, avete l’anima? Alle spalle le saliva la chiesa del Pantheon. Non so se dalle tue parti ci sono cose così. Se c’è vita mi auguro di sì. Ora che ti sei presentato e inizierai a raccontare una lunga storia, voglio assicurarti della nostra compassione. Siamo una famiglia no?

http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2015/7/24/SCOPERTA-LA-TERRA-BIS-Lettera-al-cugino-Kepler/print/627177/

Il nuovo e il buono che viene

Pensando in questi giorni al viaggio di papa Francesco in America Latina, la prima cosa che mi viene in mente è che mi è sembrato di essere di fronte a qualcosa di nuovo. Mi spiego meglio: per cambiare occorre essere un po’ visionari. Siamo abituati a vivere a un ritmo frenetico, abbiamo poco tempo per alzare la testa, per guardare il cielo, per fissare l’orizzonte. In questo modo, diventano sempre più deboli gli stimoli per pensare, creare, immaginare. Viviamo immersi in quello che sappiamo, applicando le categorie che già conosciamo e che ci danno una certa sicurezza. Quando non abbiamo tempo nemmeno per guardare “oltre” o “l’altro”, è difficile uscire dal già saputo.
Ma alcuni uomini possono avere “visioni”. Penso che questo non sia solo un problema di intelligenza: per esempio, a volte accade che si faccia un’esperienza di pienezza talmente grande, che si percepisce un’energia creativa che fa pensare, creare, immaginare, vedere qualcosa come mai prima. Penso sia così che nasce il nuovo, penso sia così che è nato il mondo…

Ho fatto questa premessa perché mi colpisce il modo in cui il Papa parla di un cambiamento necessario e urgente. Parla del cambiamento dell’uomo ed entra nel dettaglio. Per esempio, rispetto al modello economico attuale delle società più sviluppate. È possibile un’economia solidale in cui il centro sia la persona, e non il denaro? È qualcosa di bello e di desiderabile, ma per i più è solo un’utopia. Tuttavia, nel sentirne tanto parlare, mi nascono alcune domande: chi ha detto che un’impresa deve per forza essere quotata in borsa per crescere? I parametri per misurare la produttività di un’impresa possono essere diversi da quelli che sono? O che cosa significa per un’impresa “crescere”? Tutto questo può cambiare? Possiamo cominciare a pensare che sia possibile?
Mi sembra che la sfida che il Papa ci offre sia una novità grandiosa e reale per noi. Soprattutto rispetto ad alcuni passaggi dei suoi discorsi, che mi hanno colpito in modo particolare, e che riprendo qui.

Il vino migliore deve ancora venire
«Tutta questa storia ebbe inizio perché “non avevano più vino”, e tutto si è potuto compiere perché una donna – la Vergine – è stata attenta, ha saputo porre nelle mani di Dio le sue preoccupazioni, ed ha agito saggiamente e con coraggio. Però c’è un particolare, non è da meno il dato finale: hanno gustato il vino migliore. E questa è la buona notizia: il vino migliore è quello che sta per essere bevuto, la realtà più amabile, la più profonda e la più bella per la famiglia deve ancora arrivare. (…) E il migliore dei vini sta per venire, anche se tutte le possibili variabili e le statistiche dicessero il contrario. Il vino migliore sta per venire per quelli che oggi vedono crollare tutto. Sussurratevelo fino a crederci: il vino migliore sta per arrivare. Sussurratevelo ciascuno nel suo cuore: il vino migliore sta per venire. E sussurratelo ai disperati e a quelli con poco amore: abbiate pazienza, abbiate speranza, fate come Maria, pregate, agite, aprite il cuore, perché il migliore dei vini sta per venire. (…) Gesù ha una preferenza per versare il migliore dei vini a quelli che per una ragione o per l’altra ormai sentono di avere rotto tutte le anfore» (Omelia alla messa per le famiglie, Parque de los Samanes, Guayaquil, Ecuador, 6 luglio 2015).

Come si fa a dire, nel momento storico in cui viviamo, che il vino migliore è quello che ancora deve venire? E che la realtà più amabile deve ancora arrivare? Non è che, se me lo ripeto volte, per magia finisco per crederci; qui si tratta di fede, si tratta di credere in qualcuno che lo dice con una tale certezza da cominciare a farmi accettare la possibilità che quello che dice sia reale. Aprire il cuore per credere in Qualcuno che può tutto, come ha detto il Papa nella visita al Centro di rieducazione Santa Cruz – Palmasola, in Bolivia: «Perché quando Gesù entra nella vita, uno non resta imprigionato nel suo passato, ma inizia a guardare il presente in un altro modo, con un’altra speranza. Uno inizia a guardare se stesso, la propria realtà con occhi diversi. Non resta ancorato in quello che è successo, ma è in grado di piangere e lì trovare la forza di ricominciare. E se in qualche momento ci sentiamo tristi, stiamo male, abbattuti, vi invito a guardare il volto di Gesù crocifisso. Nel suo sguardo tutti possiamo trovare posto» (10 luglio 2015).

Non dimenticarti da chi sei stato “pescato”
«Non cadete nell’“alzheimer spirituale”, non perdete la memoria, soprattutto la memoria del posto da cui siete stati tratti. Quella scena del profeta Samuele, quando viene mandato a ungere il re di Israele. Va a Betlemme, alla casa di un signore che si chiama Jesse, che ha sette o otto figli, non so, e Dio gli dice che tra quei figli si trova il re. E chiaramente, li vede e dice: “Dev’essere questo”, perché il maggiore era grande, alto, prestante, sembrava coraggioso… E Dio gli dice: “No, non è lui”. Lo sguardo di Dio è diverso da quello degli uomini. E così fa passare tutti i figli e Dio gli dice: “No, non è”. Il profeta si trova a non saper che fare, e allora domanda al padre: “Non ne hai altri?” . E gli risponde: “Sì, c’è il più piccolo, là, a pascolare le capre e le pecore”. “Fallo chiamare”. E arriva il ragazzino, che poteva avere 17, 18 anni, non so, e Dio gli dice: “E’ lui”. Lo hanno preso da dietro il gregge. (…) Non dimenticatevi da dove siete stati tratti. Non rinnegate le radici!» (Incontro con il clero, i religiosi, le religiose e i seminaristi, Santuario nazionale mariano El Quinche, Ecuador, 8 luglio 2015)

Dove sono stato preso? Io ero come Davide, ero perso nelle mie cose, e la mia vita è cambiata in un incontro. Com’è vero che far memoria di dov’ero quando sono stato preso mi fa rendere conto di molte cose, che non sono accadute in modo ovvio, e questo mi fa essere meno presuntuoso, mi fa tornare a ringraziare! Ci rimette in un rapporto.

Sono io che seguo la Chiesa
«Il mondo dei movimenti popolari è una realtà; è una realtà molto grande, in tutto il mondo. Io che ho fatto? Ciò che ho fatto è dare a loro la dottrina sociale della Chiesa, lo stesso che faccio con il mondo dell’impresa. C’è una dottrina sociale della Chiesa. Se Lei legge quello che ho detto ai movimenti popolari, che è un discorso abbastanza grande, è un riassunto della dottrina sociale della Chiesa, ma applicata alla loro situazione. (…) E quando devo parlare al mondo dell’impresa dico lo stesso, cioè che cosa dice del mondo dell’impresa la dottrina sociale della Chiesa. Per esempio nella Laudato si’ c’è una parte sul bene comune e anche sul debito sociale della proprietà privata che va in quel senso; ma è applicare la dottrina sociale della Chiesa. (…) Sono io che seguo la Chiesa qui, perché semplicemente predico la dottrina sociale della Chiesa a questo movimento. Non è una mano tesa con un nemico, non è un fatto politico. No. È un fatto catechetico» (Conversazione con i giornalisti nel viaggio di ritorno da Asunción a Roma, 12 luglio).

Una sola annotazione: anch’io ho capito, parlando con molti amici, che non conosciamo la dottrina sociale della Chiesa, e che, in questo momento tanto ricco di sfide, sarà interessante approfondirla. Poi ho capito di più che il Papa non sta inventando una nuova teologia; quello che dice, lo dice in modo personale ma totalmente nel solco della Chiesa.

In questo tempo drammatico, in cui si sente una certa paura del futuro, tutti cerchiamo di rispondere alla domanda: “Come si fa a vivere?”. E quando si vede qualcuno che vive di più (e che fa vivere di più), al di là delle tante analisi su di lui, può essere un’ipotesi ragionevole seguirlo, o continuare a seguirlo per capire come vive. E, quasi per osmosi, quella speranza può diventare mia.

L’uomo di oggi ha bisogno di sentire un cuore nuovo battere dentro al suo, e non può abituarsi a stare, in fondo, solo e spaventato. «Siate liberi!», ci ha detto il Papa di recente. Possiamo abituarci a tante cose, anche allo stare da soli con le nostre interpretazioni, senza un padre. Ma qualcuno dice che il vino migliore (per chi forse si sente di aver rotto tutte le anfore) sta per venire!

*responsabile di Comunione e Liberazione in Brasile

 http://www.tracce.it/default.asp?id=344&id_n=49208

La domanda sterminata dell’arte

Valerio Capasa ripercorre i contenuti della serata conclusiva della rassegna ArteMare 2015 tenuta dallo stesso Capasa il 17 luglio scorso a Santa Maria di Leuca

«Di che è mancanza questa mancanza, cuore?» è un verso di Mario Luzi che mette a fuoco quell’esperienza che a volte ci capita di fare: sentire improvvisamente che ci manca qualcosa, e che non sappiamo cos’è. È un’esperienza che ci sorprende, e che tocca la profondità del nostro cuore, con cui torniamo a fare i conti quando meno ce lo aspettiamo. Poeti e cantanti danno voce struggente a questa incompiutezza: Albert Camus scrive che si è «sentito all’improvviso un bisogno di impossibile: le cose così come sono non mi sembrano sufficienti», e gli fa eco Pino Daniele, quando si accorge in un momento di sincerità che «nun ce sta piacere nemmeno a sta’ insieme ’na sera».

Il peggior nemico di questo cuore è il sentirsi a posto, come I borghesi di Gaber: sistemati nella vita, con la pancia piena, o come i potenti raccontati da Jannacci in Ho visto un re, che si lamentano sempre. «Al mondo di oggi manca il pianto», afferma invece Papa Francesco: «Certe realtà della vita si vedono soltanto con gli occhi puliti dalle lacrime». Perché di fronte ai drammi della vita non valgono spiegazioni né distrazioni, e non siamo capaci di dare all’altro quello che meriterebbe. Il pianto, la mancanza, la nostalgia, non sono fasi da superare: svelano invece la natura del nostro cuore, bisogno sterminato di una risposta altrettanto sterminata.

È il tormento di cui parla il poeta svedese Pär Lagerkvist in una folgorante domanda: «Chi sei tu che colmi il mio cuore della tua assenza?». Anche quando crediamo che la domanda rimanga sospesa nel vuoto, essa rimane incancellabile, richiamo clamoroso a scoprire che cosa può bastare al nostro cuore. «Eppure ci manca sempre qualcosa, la vita è una corsa meravigliosa», come canta Niccolò Fabi: e le due frasi fanno rima, perché corriamo proprio spinti da quello che ci manca. Cosa sarà questo dono che abbiamo dimenticato? Forse proprio «la spina della nostalgia» di cui parla Giorgio Caproni ce ne fa riprendere consapevolezza, riaprendo la partita con quel «tu» lontano e indispensabile che il nostro cuore cerca in ogni notte insonne, che i nostri occhi vorrebbero, urgentemente, rivedere.

Sulla home page di Kleos Fabrica, in basso a destra, una fotogallery della serata

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La vera speranza per l’io

Maurizio Vitali

martedì 21 luglio 2015

Da oggi se il Peppino Brambilla o il Pasquale Esposito vogliono chiamarsi Pina o Pasqualina, e mettere una crocetta sulla casella F anziché M, cioè cambiare sesso anagrafico, possono farlo senza modificare il loro sesso anatomico, insomma senza interventi chirurgici agli organi genitali.
Lo ha stabilito la Prima Sezione della Corte di Cassazione, che si conferma l’ammazza-sentenze per eccellenza: ai tempi del giudice Carnevale ammazzava sentenze di condanna ai mafiosi, ora più modernamente, boccia in un colpo solo il Tribunale di Piacenza e la Corte d’Appello di Bologna che in materia si erano attenuti alla legge vigente (la 164 del 1982, neanche tanto antica) che richiede appunto un “mutamento di caratteri sessuali” per poter fare un cambio di genere all’anagrafe, e dà ragione al ricorso presentato dai legali di Rete Lenford, l’avvocatura per i diritti Lgbt (lesbo, gay, bisex e trans), che assistono una persona trans di 45 anni. In tanti parlano di sentenza storica, godendosi l’ennesima vittoria dei “nuovi diritti”.: a costoro stanno a cuore le magnifiche sorti e progressive dell’ideologia ultra libertaria, e se ne fanno un baffo della giurisprudenza prevalente. Altri si stracciano le vesti, di questo passo dove finiremo… e paventano una Babele nel diritto delle persone e della famiglia. A costoro sta a cuore tenere le cose essenziali in ordine, e non riesco certo a dargli torto.
Ma lui? Sì, ma a lui (o lei, come si preferisce), a questa persona insomma che maschio nacque, in adolescenza cominciò a sentirsi donna, a 20 anni prese a vivere in privato e in pubblico come donna, a 29 ottenne una sentenza che l’autorizzava all’intervento chirurgico, per ripensarci subito dopo e decidere di mantenere i suoi organi intimi come mamma li fece, pur sentendosi donna, a questa persona, insomma, chi ci pensa? Perché anagrafe sì anagrafe no, Casablanca sì Casablanca no (Casablanca è l’antica capitale del bisturi proibito), quella persona è lì, da decenni, nell’età in cui la vita può dispiegarsi in una matura certezza, a non riuscire a conciliare, come dice il linguaggio degli azzeccagarbugli, il soma con la psiche, il suo corpo come se l’è trovato, dato, alla nascita, e la sua autocoscienza, formatasi va a sapere come e attraverso quali certamente accidentati percorsi. Ecco, se potessi vorrei dire a questa persona che il suo io non è il conflitto tra soma e psiche, che il suo valore non è nell’essere materiale da laboratorio per il gender che avanza, ma nell’essere voluto e amato dal grande Mistero. E vorrei dirgli che io desidererei vederlo con questi occhi e abbracciarlo con un po’ almeno di questo vero amore.
Quanto al gender che avanza, cosa volete che vi dica. Avanza, avanza, da mo’. Avanza da quando ci si è messi in testa che non conta la realtà come dato ma l’autoderminazione del soggetto. San Tommaso definiva la verità come adequatio rei et intellectus, cioè corrispondenza tra la cosa e la ragione. Su questa base sia la conoscenza sia l’etica potevano poggiarsi su evidenze basilari riconosciute. Altri tempi, quelli in cui l’esperienza cristiana aveva compiutamente forgiato la mentalità e l’ethos dei popoli europei. Ci aveva impiegato un millennio e passa. Adesso siamo alla fase finale del percorso (di mezzo millennio) che va dal “cogito ergo sum” (se penso, allora esisto), all’ “esiste quel che penso”, reale o virtuale che sia, non fa gran differenza.

Intelligenze del calibro di don Giussani, del card. Ratzinger e di don Carron hanno parlato non a caso del crollo delle evidenze connesso alla debolezza e allo smarrimento dell’io. La ragione come misura assoluta diventa arbitrio e sfocia in palese irragionevolezza. Non c’è ragionevolezza né buon senso nel registrare all’anagrafe, poniamo, un Rocco Siffredi, ma io dico neanche un Farinelli (mitica voce bianca del settecento), come Deborah. O no?
Non è che non si debba provare a metterci delle pezze ma, come avrebbe detto Bartali, “l’è tutto da rifare”. Chi vuole porre la sua speranza, poniamo, nelle corti di cassazione et similia, rammenti che è quanto meno un azzardo: da quelle sedi sono venute sentenze di grande vaglia e saggezza, certo, ma anche bizzarrie tipo – ricordate? (cito a senso): “non è stupro se il jeans è sfilato da una gamba sola”; “non si trattava di maltrattamenti alla moglie perché la donna aveva un carattere forte e non si mostrava intimorita dalle percosse”; “coltivava cannabis ma non ci fu reato perché le piantine non erano ancora giunte a maturazione”, “costringeva il figlio all’accattonaggio, ma questo per alcune comunità è condizione di vita radicata nella cultura”; “Fatti processare buffone, rispetta la dignità degli italiani o farai la fine di Ceausescu o di don Rodrigo non è un insulto a Berlusconi ma un’utile critica sociale”; è invece insulto, e quindi la condanna è stata confermata, per il contadino che aveva dato del maiale al vicino di casa per via dei suoi frequenti e rumorosi rutti.
Nella Babele odierna delle lingue tocca ahimé ricostruire l’alfabeto. Non c’è Collins che tenga.

 http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2015/7/21/SENTENZA-TRANSGENDER-Ma-lei-o-lui-chi-lo-ama-per-davvero-/print/626424/

Il mio bisogno è a casa

Federico Pichetto

sabato 18 luglio 2015

Appassionante e senza possibilità di fraintendimenti è la liturgia che la Chiesa cattolica propone nel rito romano la XVI domenica del tempo ordinario. Al centro della narrazione biblica sta la figura del pastore che le diverse letture ci mostrano connotato in modi molto diversi. Il profeta Geremia parla degli antichi pastori del popolo di Israele rigettati da Dio perché non avevano gli occhi e il cuore pieni dei bisogni delle pecore loro affidati. Essere pastori, avere una responsabilità, era diventato per quegli uomini un “potere”, una funzione che aveva un unico obiettivo: garantire se stessi. Capita anche oggi in tutte quelle realtà autoreferenziali che compongono la nostra variegata società: dalla famiglia alla comunità, dalla scuola al posto di lavoro, dall’università alla politica, ciascuno — proprio come i pastori di Israele — pare impegnato a preservare il proprio posto, il proprio potere.

Nemmeno la Chiesa è aliena a tutto questo. Proprio là dove il servizio dovrebbe brillare come la cifra distintiva del potere, assistiamo attoniti a pastori, laici, chierici e intellettuali che allontanano il popolo dalla freschezza del primo amore spadroneggiando e imponendosi con la propria verità. A costoro Dio dice: “Guai a voi!”, promettendo la punizione più amara e più sconcertante, ossia la fine della fecondità.

Il Vangelo di Marco, in questo affresco, diventa un capolavoro mozzafiato. Qui i discepoli — nuovi pastori — sono costituiti e inviati da Dio stesso e la loro opera trabocca di fecondità al punto che tutti i bisognosi guardano a quel gruppetto e a quel Maestro non come una speranza, ma come La speranza. Ogni volta che il mio bisogno è a casa, si sente a casa, io sono di fronte ad un pastore di Dio. Non è più il potere a determinare l’Auctoritas, ma è l’autorevolezza di fronte al bisogno di ciascuno a suscitare una sequela nuova, una storia nuova, un popolo nuovo.

Autorevoli di fronte al bisogno degli altri, i pastori di Dio non sono solo quelli che comandano né quelli che il nostro capriccio elegge a “guru” o a “profeti” del momento, ma sono coloro che ci sono oggettivamente dati da Dio attraverso il Mistero della Chiesa e che un cuore libero e commosso riconosce senza “se” e senza “ma”. Essi non sono i “migliori”, i “perfetti”, ma coloro che, l’Apostolo ci dice, hanno fatto “dei due uno solo”, ossia si sono riconciliati, hanno intrapreso nel loro spirito la via della pacificazione con sé e con la propria umanità.

Di che cosa ha bisogno la nostra epoca se non di uomini riconciliati, di peccatori salvati e redenti, di mendicanti che smettano di seguire le loro velleità ideali per iniziare ad amare le loro ferite reali? Non è questa la testimonianza che uomini diversi, come il cardinale Martini e il cardinale Biffi, ci hanno consegnato?

E allora che serve inveire, demarcare, continuare a dividere, quando è sempre molto più semplice obbedire? E’ qui che comincia la Chiesa del futuro, quella Chiesa che sarà sempre più appassionata alla Misericordia del Suo Signore fino a saper guardare tutto con verità, fino a vivere ogni circostanza — si chiami Grecia o immigrazione, e molto altro — come una semplice è reale possibilità di bene, possibilità di carità. Questa Chiesa comincia dove è cominciata la Chiesa in ogni tempo: da un manipolo di uomini commossi e guariti dall’Amore di Uno che li ha amati senza chiedere in cambio nulla fuorché il loro cuore. Sapremo noi oggi nuotare, chiacchierare sotto l’ombrellone, mangiare, discutere, soffrire o far visita ad un ammalato con la stessa inaudita gratuità? Saprà questa gratuità ridestare noi stessi fino al perdono, fino al sacrificio, fino alla morte?

Forse è proprio per questo, per essere capaci di questo, che conviene davvero — in questa afosa domenica d’estate — non rinunciare alla Messa, all’unico luogo al mondo dove le cose cambiano davvero e dove quello che siamo — il nostro pane, il nostro vino — diventa cibo per una vita che non finisce più. Ma che attende il tramonto come il luogo e lo spazio dell’incontro più bello, l’incontro con Colui che, sorprendentemente, ci ha semplicemente amati per primo.
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