Un lavoro comune

«È un momento di svolta, qualcosa di storico». Così, senza sfumature o mezzi termini. Per Carlin Petrini, 65 anni, agnostico con un passato da sinistra militante, fondatore di Slow Food e anima di Terra Madre, rete globale di contadini e produttori nata proprio per ridare dignità alla terra e a chi la lavora, la Laudato si’ è «un testo che cambierà la vita a tanta gente». Lo ha detto a Tv2000, la tv dei Vescovi italiani, il giorno stesso dell’uscita dell’enciclica, e lo ha scritto su Repubblica subito dopo.

Secondo lei quel testo è pieno di «gioia rivoluzionaria»: cosa vuol dire?
È un documento di potenza straordinaria. Non parla solo ai credenti, ma a tutti. Ci richiama alle nostre responsabilità, collettive e individuali. E nello steso tempo non si limita a una predicazione morale e etica, ma entra nel vivo. Con analisi anche profonde delle cause e concause del disastro ambientale che abbiamo sotto gli occhi. In più, lo fa senza mai distogliere lo sguardo da quella parte di umanità che di questo disastro paga il dazio più di tutti: i poveri.

Cosa l’ha colpita di più?
La visione di insieme. La proposta di Francesco è una linea di nuovo umanesimo, di cui tutti avvertivamo il bisogno. Chi ha a cuore questi temi sa che non sono argomenti di settore, da addetti ai lavori: riguardano la vita intera e la politica complessiva. Lui fornisce un pensiero globale nuovo, capace di abbracciare tutta questa complessità.

Eppure molti lo stanno già infilando in panni stretti: si legge del «Papa verde» e robe simili…
Be’, chi lo scrive non ha capito niente. Siamo davanti a una cosa diversa. È la proposta di quella che chiama «ecologia integrale». L’aspetto ecologico lo collega all’esistenza di un nuovo umanesimo, di una socialità diversa e di un rispetto verso i poveri. Alla necessità di mettere fine al paradigma di «un’economia che uccide» – perché questi sono i termini che ha usato. E quindi di una responsabilità che abbiamo tutti. Perché l’altra grande questione di questa enciclica è che interpella certamente la politica e i governi, ma parla a ciascuno di noi. Ci dà speranza nel fatto che partendo da piccoli gesti individuali, «dal basso», possiamo incidere davvero sulle cose. E lo fa con una lucidità di pensiero che non trovavo da tempo.

Da dove viene questa speranza?
Lui parla di un dialogo gioioso e drammatico con il mondo. Ma io, guardandolo, do molto più peso alla gioia. La gioia del dialogare, dell’incontro con chi la pensa come te, del lavorare per costruire un cambiamento… In lui, la vedi.

Uno dei veri fili rossi del testo è «la convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso»: l’uomo e Dio, l’uomo e la terra, gli uomini tra loro, ma anche l’economia e l’ambiente, la rovina della casa comune e la povertà… Lo chiama «il mistero delle molteplici relazioni che esistono tra le cose», che tecnologia e finanza, da sole, non possono comprendere. Lei cosa ne pensa?
Appunto: che siamo tutti chiamati in causa. E infatti il Papa si rivolge a tutti, credenti e non credenti. Io sono agnostico, ma ho un gran rispetto di tutte le fedi. Per dire, ci ho trovato riferimenti bellissimi alle religioni ancestrali, così vicine alla terra, che mi hanno commosso. Insisto: siamo davanti a una nuova costruzione di pensiero. E questo genererà senza dubbio comportamenti diversi, anche all’interno della stessa Chiesa. Mi immagino il lavoro che dovrà fare un parroco per informarsi sui cambiamenti climatici…

Un parroco? Perché dovrebbe farlo?
Per quello che spiega il Papa: se non capisci il cambiamento del clima, non capisci l’arrivo di quei profughi a Ventimiglia o alla stazione di Milano. Gli esodi che vediamo sono dati anche dal clima che cambia, dal disastro dell’ambiente, dalle siccità… Il disastro ambientale è pagato anzitutto dai poveri. Ma pensi a quell’altro spunto, bellissimo: quando parla del rapporto tra debito economico e debito ecologico. Il Nord e le grandi economie dettano ai Paesi del Sud del mondo ciò che devono fare, perché hanno debiti economici. Ma il Nord non paga mai la contropartita dei debiti ecologici che fa nei Paesi poveri: i disastri ambientali, lo sfruttamento della terra, lo scarico dei rifiuti… Chi paga quel debito? Nessuno. E chi ne parla, anche in politica? Nessuno. Il Papa lo fa. Sono argomenti che aveva ben chiaro quando ha assunto quel nome. Erano tutti convinti che fosse il poverello, pauperista eccetera. No, è molto di più.

Il testo ha un nucleo molto forte, in cui il Papa ripercorre «il Vangelo della creazione» e scrive cose come: «Dire “creazione” è più che dire natura, perché ha a che vedere con un progetto dell’amore di Dio». Da non credente, come legge questi riferimenti?
Io vengo dalla Chiesa, ho militato nel vostro mondo. Il «non credere», per me, è una questione seria. Non sono ateo, non è che nego Dio: sono agnostico. Non ce la faccio a crederci, non riesco. Detto questo, mi trovo davanti a una riflessione teologica che leggo con ammirazione e curiosità. Anche perché lui lo dice chiaramente: come papa Giovanni XXIII, si rivolge «a tutti gli uomini di buona volontà». Dice: la terra è comune, ci siamo dentro tutti, mettiamoci insieme a lavorare per salvarla. Non fa una grinza.

Ma l’enciclica sposta qualcosa del modo in cui lei guarda alla Chiesa?
Si. In verità questo Papa l’ha spostata da un po’ la mia maniera di vedere la Chiesa. L’elemento del dialogo, che lui richiama sempre, è decisivo. E non parlo solo del dialogo tra credenti e non credenti ma anche, per esempio, tra cattolici e ortodossi. Il Papa ha dato una scossa a una questione millenaria. Guardi il patriarca Bartolomeo e lui, e vedi due fratelli. Quest’uomo nel dialogo crea situazioni nuove. Del resto, mi scusi, quello che dice sposta qualcosa in voi credenti, nei confronti di certi non credenti? Io credo di sì.

Senta, c’è un paragrafo-chiave in cui Francesco si chiede: «Che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo? (…) Se non pulsa in esse questa domanda di fondo, non credo che le nostre preoccupazioni ecologiche possano ottenere effetti importanti. Ma se questa domanda viene posta con coraggio, ci conduce inesorabilmente ad altri interrogativi: a che scopo passiamo da questo mondo? Per quale fine siamo venuti in questa vita? Per che scopo lavoriamo e lottiamo? Occorre rendersi conto che quello che c’è in gioco è la dignità di noi stessi». Come risponde lei a queste domande?
La mia aspirazione è vivere in un mondo in cui non si distrugga la casa comune e si trovino tutte le condizioni per generare una vita solidale vera, che non lasci indietro nessuno. E dove si possa convivere senza che ci sia gente che non ha niente da mettere sulla tavola. Perché è la più grande vergogna di questo momento storico: la «politica dello scarto», come la chiama il Papa. È una cosa senza senso. Usiamo le persone fino a quando ci servono e poi, quando non servono più, ce ne freghiamo. Questo è un discorso che fa riflettere anche me.

Il Papa le conduce fino alle conseguenze: dalla cultura dello scarto, per lui, deriva anche un tema come l’aborto, per esempio.
Certo, apre questioni che bisogna porsi e che mi pongo. Cerchiamo di capirci: per me, chi è a favore dell’aborto sbaglia. Sono fatti vitali, è bene che se ne parli. Solo che poi è nelle cose quotidiane che si generano le differenze. E si rischia di tornare ai sofismi.

Il Papa chiude parlando dei compiti che ci spettano e ne segnala uno che, in pratica, li lega tutti: l’educazione. «L’esistenza di leggi e norme non è sufficiente a lungo termine per limitare i cattivi comportamenti, anche quando esista un valido controllo. Affinché la norma giuridica produca effetti rilevanti e duraturi è necessario che la maggior parte dei membri della società l’abbia accettata a partire da motivazioni adeguate, e reagisca secondo una trasformazione personale». Lei come vede questa necessità? Che cosa può aiutare questa educazione?
Acquisire questa coscienza non può avvenire senza la conoscenza. Se è tutto connesso, in relazione, per affrontare i problemi poi ti devi mettere a studiare, ad approfondire. L’educazione è anche prepararsi per quello: entrare nel merito. È un processo che qualcuno, magari, aveva in mente di non fare, che si pensa possa essere evitato. Invece no, è indispensabile. Ed è un lavoro enorme.

 http://www.tracce.it/default.asp?id=344&id_n=48536
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7 pensieri su “Un lavoro comune

  1. Cara Annamaria i tuoi post, come in questo caso, sono sempre ottime scelte. Avevo deciso di leggere questa enciclica per intero. Appena posso lo farò, per ora grazie. Un abbraccio. Isabella

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