Il pesce che non ti aspetti

Berlicche

Vi ricordate della pesca miracolosa? No, non quella dopo la resurrezione, ma di quell’altra, tre anni prima, quando Gesù aveva appena cominciato la sua vita pubblica. Aveva già conosciuto Giovanni, ed Andrea, ed anche Simone, a cui aveva affibbiato il soprannome di Pietro. Cristo cominciava a farsi conoscere, e già venivano da tutti i paesi circostanti per sentirlo. Così doveva essere stato in quella mattina di duemila anni fa.

Simone e gli altri avevano pescato tutta la notte. Una sfiga nera. Neppure un pesce, avevano preso. Erano stanchi morti, ed anche un poco arrabbiati. Al porticciolo c’era una gran folla. Gesù parlava, sulla riva, e la gente che si accalcava era tanta, troppa. Avevano attraccato, e si erano messi a lavare le reti vuote, tendendo l’orecchio a quelle parole portate dal vento. Gesù aveva fatto un cenno: prendetemi a bordo. Simone aveva avvicinato l’imbarcazione, e il Maestro era salito…

View original post 438 altre parole

Annunci

E’ il cuore che cambia il mondo

Pigi Colognesi

lunedì 29 giugno 2015

Il secondo ritratto della bella galleria di donne che hanno vissuto «in piedi» nonostante la schiacciante pressione del regime sovietico, appena pubblicata da La casa di Matriona (Vive come l’erba…) è dedicato a Ioanna Rejtlinger, monaca e iconografa. Nasce nel 1898 a San Pietroburgo in una famiglia della buona società, emigra in occidente per evitare il peggio, e stringe un forte sodalizio spirituale con padre Sergij Bulgakov, una delle voci più alte della spiritualità e della teologia russe dell’emigrazione. È lui a sollecitarla a tornare in patria; cosa che lei farà, pur consapevole dei rischi e accettando di vivere e lavorare da sola nella isolatissima città di Taškent. Gli ultimi anni della sua vita (muore nel 1988) sono segnati dalla malattia, ma consolati dalla profonda amicizia con un altro grande sacerdote: Aleksandr Men’.

Nel 1938 – quindi quando era ancora in Europa occidentale e precisamente in Inghilterra – Ioanna scriveva nel suo Diario spirituale: «Un acuto, strano dolore. Dolore per la nostra Chiesa e per la Russia. Mi sembra quasi di vedere spiritualmente la crocifissione che sta avvenendo là. È come se il popolo scontasse il proprio peccato. Noi dobbiamo in qualche modo espiare questo peccato». Una frase così apre un abisso e bisogna andarci a fondo.

Anzitutto il dolore perché un popolo soffre. Quanto al riconoscimento della sofferenza del nostro popolo – da quello che ci preme vicino nella quotidianità, alla nazione intera – basta guardarsi intorno. Ma occorre ricordare che il dolore è ben diverso dalla rabbia, dal lamento, dalla violenta recriminazione, dalla cupa rassegnazione che sono i colori normali della reazione di fronte alle difficoltà. Per provare dolore occorre sentirsi parte di quel corpo che si chiama popolo, soffrirne in sé le ferite.

Ferite – e qui c’è il secondo elemento abissale – che sono dovute a un «peccato». Non è solo la particolare sensibilità russa – quella del dostoevskiano Delitto e castigo, per intenderci – che fa dire così alla monaca; è che le sofferenze sociali non sono frutto esclusivo di un malfunzionamento imputabile a meccanismi anonimi o alla sola cattiveria degli altri. C’è una responsabilità propria nella malattia di cui il popolo soffre (è una grande lezione che tutto il dissenso russo ci ha sempre offerto: «Se la nostra patria è malata ne abbiamo responsabilità tutti», dicevano).

Da qui la consapevolezza ancora più abissale: noi – scrive la Rejtingler – «dobbiamo espiare», cioè redimerci da una colpa attraverso una sofferta conversione. Se il popolo soffre di disgregazione, io devo superare l’indifferenza abituale nei rapporti quotidiani; se la povertà cresce, io devo mettere in discussione stili di vita gaudenti ed irresponsabili; se la corruzione dilaga, io devo rivedere l’acquiescenza a piccoli compromessi ambigui; se il nichilismo divora ogni prospettiva, io devo accorgermi del nulla in cui affogo tante conversazioni banali, letture insignificanti, ore e ore vuote.

Niente a che vedere con una auto colpevolizzazione un po’ paranoica. Se le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell’uomo, per arrivare al nobile orizzonte della storia non posso che partire dal mio cuore. Senza del quale il sangue circola più lento e più sporco nel corpo del popolo e lo fa soffrire.
http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2015/6/29/Ricominciare-dal-cuore/print/620406/

La realtà come avventura del senso

Redazione

domenica 28 giugno 2015

Cosa sarebbe successo se quella sera di circa quarant’anni fa, in aeroporto a Milano, don Luigi Giussani avesse rotto ogni indugio e si fosse avvicinato a Pier Paolo Pasolini per conoscerlo? Sappiamo solo che il fondatore di Cl si pentì di quella esitazione e che gli stava scrivendo una lettera quando l’intellettuale, scrittore e regista friulano sarà trovato morto sul litorale romano a inizio autunno del 1975. Non è dato di immaginare cosa sarebbe successo, ovviamente. Una cosa però è certa, secondo il poeta e intellettuale Davide Rondoni: il rapporto tra i due è più che mai significativo per l’uomo di oggi, e la sua valenza deve ancora essere adeguatamente scoperta e condivisa su larga scala. Questo è ciò che ha iniziato a fare Rondoni nella sua lezione all’annuale appuntamento di Conversazioni a Milano, la Summer School organizzata da Fondazione Ceur e Fondazione per la Sussidiarietà, dal titolo “Realismo, Educazione, Futuro. Cose urgenti per l’Italia”. Cosa c’è di tanto urgente per l’Italia che i due autori, pur diversissimi, hanno in comune? Sappiamo che la crisi epocale dell’uomo di oggi non è meramente economica, e infatti la indichiamo con parole come smarrimento e incertezza, quando non solitudine e angoscia. Giussani e Pasolini erano arrivati alla stessa conclusione: l’uomo ha perso di vista la sua realtà di uomo, è affetto da una debolezza di autocoscienza e di energia affettiva che gli impedisce un rapporto utile con la realtà. In altre parole, è come se il dialogo tra quello che la vita, la realtà gli offre e i suoi desideri profondi si fosse interrotto. La realtà non parla davvero e l’uomo non è più capace di ascoltarla. Non è un caso quindi che la sfida culturale lanciata dai due sia incentrata proprio sulla parola “realismo”. C’è un cambiamento epocale avvenuto negli anni in cui Giussani e Pasolini portano avanti la loro azione educativa: il superamento della civiltà contadina. “C’è più differenza tra me e mio nonno che tra mio nonno e un uomo di mille anni fa”, osserva efficacemente Rondoni. E c’è anche una trasformazione esistenziale e spirituale all’origine della crisi: ad un certo punto l’uomo ha pensato di non dover più essere salvato, di avere dentro di sé un nucleo “a posto”, che deve solo saper tirare fuori per arrivare al compimento. Da qui s’interrompe la relazione tra l’uomo e il mondo, che rimangono due realtà separate; il loro rapporto, con queste premesse, non serve più. Ed è proprio contro questo punto che i due si scagliano. E’ importante notare che non si tratta di un’invettiva morale quella che mettono in campo. Giussani — con grande plauso di alcuni e grandi critiche di altri — non si focalizzò mai sull’aspetto morale, ma si attestò sempre su un piano più profondo, originario: quello che riguarda la natura della persona. In una parola: un essere umano è fatto in modo tale che può davvero fare esperienza della realtà? Il contributo che entrambi danno, utile a guardare correttamente il problema dell’assetto dell’uomo di fronte al reale — ha detto Rondoni — “ha a che fare con la natura dell’io”. Giussani parlando di sé, disse: “Mi accorgo che la mia origine è come un seme di un potente dinamismo che non mi lascia tregua e mi spinge verso un termine ignoto…”. Pasolini parlò di se stesso come di un urlo: “è certo che qualunque cosa questo mio urlo voglia significare, esso è destinato a durare oltre ogni possibile fine. Una definizione di me stesso? E’ come domandare una definizione dell’infinito… E’ impossibile definirmi”. Entrambi, più che speculando vivendo intensamente, hanno creduto nell’esperienza, nella realtà come ambito in cui poter intraprendere l’avventura del senso. La realtà corrisponde, non necessariamente perché piace ma perché è leggibile. E invita a un oltre. L’io non è già pre-salvato, ma ha bisogno di inoltrarsi in questo rapporto con la realtà. Ed è l’esperienza come rapporto ricco, profondo con il mondo, che è il sacro, ciò che Rondoni ritiene essere stata la vera pietra di scandalo che Pasolini rappresentò, non tanto il suo attacco al potere costituito (non l’avrebbero ospitato sulla prima pagina del Corriere della Sera, osserva), nonostante il suo attacco alla società capitalista sia stato spietato. Pasolini è stato il primo, ad esempio, a rendersi conto delle conseguenze socio-economiche della crisi antropologica, del fatto che si fosse intrapresa una strada pericolosa, quella dello sviluppo senza progresso, di una vita ridotta a merce. E di uomo ammalato dentro, colpito da una strana debolezza che, come le radiazioni di Chernobyl menzionate da Giussani, ha messo a dura prova la sua libertà, la sua energia di adesione alla realtà. Chissà cosa c’entra questo con l’esperienza del “carnale irraggiungibile” di cui patì Pasolini, con la sua lucida ma “disperata vitalità” fatta di tratti personali specifici, unici, contingenti, che riguardavano solo l’uomo Pier Paolo Pasolini. (Silvia Becciu) 

Un bisogno di impossibile

Paolo Vites

sabato 27 giugno 2015

C’era un tempo in cui la canzone aveva ambizioni di letteratura e gli autori di canzoni erano profondi conoscitori del mondo della letteratura. Tutta o quasi la generazione degli anni sessanta aveva un legame imprenscindibile non solo con il mondo della letteratura beat (Kerouac, Ferlinghetti, Ginsberg), ma anche i grandi scrittori francesi e russi. Nelle canzoni di Bob Dylan si ritrovano fianco a fianco TS Eliot e Ezra Pound, in quelle di Van Morrison Yeats ed è inutile soffermarsi sul valore letterario di quello che era uno scrittore e un poeta e solo in seguito anche un cantautore, Leonard Cohen.

Uno dei più profondi e appassionati conoscitori del mondo letterario è stato certamente Eric Andersen, giovane folksinger ai tempi in cui Bob Dylan era il re del rinascimento americano, e frequentatore di quello stesso Greenwich Village. Andersen è rimasto sempre ai margini del grande successo commerciale, ma non per questo non ha inciso una lunga fila di dischi straordinari, tra i tanti “Blue River” e “Ghosts upon the Road”.

Non stupisce allora che due anni fa in occasione del centenario della nascita di uno dei maggiori scrittori di sempre, Albert Camus, Andersen sia diventato protagonista di una operazione di altissimo valore. Invitato a esibirsi all’inaugurazione di una mostra dedicata allo scrittore tenutasi nella Provenza francese, il cantautore americano scrisse per l’occasione una serie di brani ispirati all’opera di Camus. Da quella serata poi la decisione di portare in studio quel materiale e farne un disco, con la collaborazione dell’arrangiatore e violinista italiano Michele Gazich.

Pubblicato lo scorso mese di febbraio, “Shadow and Light of Albert Camus” è un documento quasi in istantanea di grande intensità. Solo quattro brani: The Plague (Song of denial), ovviamente ispirata a La peste; The Stranger (Song of Revenge) ispirata a Lo straniero; The Rebel (Song of Revolt) e The Fall (Song of Gravity) a La caduta, quest’ultimo della durata di oltre undici minuti.

“Io non sono folle – dice il Caligola di Camus – e non sono mai stato così ragionevole come ora, semplicemente mi sono sentito all’improvviso un bisogno d’impossibile”. E’ questo bisogno di impossibile e di infinito ad aver probabilmente mosso Andersen a cimentarsi con l’autore franco-algerino, quel bisogno che accomuna tutti gli esseri umani ma che solo chi è impegnato seriamente con se stesso sa percepire. “Devo creare una nuova verità dopo aver vissuto tutta la mia vita in una menzogna”, ha osservato Camus un anno prima della sua morte nelle prime bozze del romanzo “Il primo uomo”, la cui pubblicazione non riuscì mai a vedere. Un Camus disilluso intraprende la sua ricerca di una nuova verità, nota agli antichi greci come “parresia”, la “libertà di dire tutto”, a parlare apertamente e sinceramente di sé. La rivolta interna. Mettere a nudo la verità scomoda sulla nostra complicità con la società in generale e i sommi sacerdoti che cercano solo di perfezionare i loro meccanismi di controllo su di noi. Ma solo cambiando dall’interno si può ottenere un cambiamento dell’esterno. Per un musicista come Andersen che ha mosso i suoi primi passi nel decennio più umanamente e socialmente impegnato, gli anni 60, è ovvio che sia scattata una corrispondenza immediata.

Il risultato è una forma canzone scarna, incisiva e incalzante, che non ammette repliche, autentica folk song che diventa quasi spoken word, parola recitata e sputata con veemenza. Nel caso della lunga The Fall siamo davanti davvero a una forma recitata, con un tessuto ritmico dettato da percussioni elettroniche. Nel resto, Andersen alla chitarra acustica o al pianoforte, accompagnato dall’evocativo e allo stesso tempo veemente violino di Gazich crea una forma di poesia/canzone dall’impatto ricco di fascino. Qualcosa che nessuno osa più fare, nel mondo ormai ridotto a mediocrità e idiozia che è quello della musica.

Ci sono stati esempi analoghi in passato, ma sembra quasi che un cantautore non debba cimentarsi con i grandi della letteratura quasi fosse un mondo troppo alto da sfiorare, invece la canzone è la letteratura autentica degli ultimi cinquant’anni.

Chissà se avremo mai un italiano che incide un disco ispirato a Giacomo Leopardi.

http://www.ilsussidiario.net/News/Musica-e-concerti/2015/6/27/ERIC-ANDERSEN-Shadows-and-Light-of-Albert-Camus-quando-la-canzone-e-letteratura/print/620377/

Il Figlio dell’uomo

Giovanna Parravicini

giovedì 25 giugno 2015

«Ero affascinato dall’Uomo che avevo incontrato nei Vangeli, portavo sempre con me questo libriccino e me lo leggevo e rileggevo di nascosto, sul metrò e negli intervalli tra le lezioni, ma non mi veniva neppure in mente che potesse avere a che fare con la Chiesa, così acquiescente al regime, formale, chiusa in un ritualismo a me incomprensibile… Poi, dopo una giornata trascorsa sugli sci, un amico mi condusse in casa di conoscenti, e lì incontrai una persona che mi mostrò in maniera evidente che quel Cristo da me tanto atteso e cercato si trovava proprio nella Chiesa. Da allora, non ne sono più uscito». Il protagonista di questa storia è Georgij Cistjakov, docente universitario fattosi poi sacerdote ortodosso, e la persona che gli aveva indicato la via era padre Aleksandr Men’, uno degli apostoli della Russia nel XX secolo, ucciso da ignoti il 9 settembre 1990.

Questo episodio, che gli avevo sentito ripetere più volte, mi è ritornato alla mente in questi giorni in cui a Mosca si commemora da più parti l’anniversario della morte di padre Georgij, scomparso a poco più di cinquant’anni nel 2007. È solo un flash, un’istantanea della catena vivente di incontri che in questi anni in Russia, ma anche in Ucraina, in Bielorussia, in tutti i paesi dell’ex impero sovietico ha intessuto e continua a intessere senza posa una storia segreta, sotterranea, che si sviluppa in parallelo e come in sordina rispetto alla «grande storia», non solo a quella politica ma addirittura alla storia «ufficiale» della Chiesa, ma nondimeno ne costituisce la forza interiore, l’ossatura. E questo di tanto in tanto emerge anche alla superficie della grande storia in fatti, momenti particolari (com’è avvenuto – sempre in questi giorni – nel caso di suor Nirmala Joshi, di cui molti hanno conosciuto il nome e la santità solo in occasione della morte), costringendoci a riconoscere che le categorie entro cui abitualmente pensiamo e guardiamo non sono affatto quelle portanti.

Di padre Men’ e di padre Cistjakov non si parla nei testi di storia, e per anni di loro non si è parlato neppure negli ambienti ecclesiastici ufficiali: in questi ultimi erano sovente ritenuti in odore di «eresia» o almeno considerati personaggi scomodi, troppo «in uscita», troppo liberi da criteri estranei alla fede, troppo inclini a usare misericordia e perdono, ad accogliere anziché a fustigare i peccatori. Ma negli anni è cresciuto un numero impressionante di figli spirituali che essi avevano incontrato in parrocchia, attraverso i mass media e i centri culturali, all’università, in ospedale, oppure grazie a libri e testimonianze, superando in questo modo i «divieti non scritti», il rigido sistema di barriere tra fede e vita sociale eretto con ogni cura dal regime sovietico e poi gradualmente trasformato, ma non certo abolito, nell’ultimo ventennio.

Il libro più importante di padre Men’, Il Figlio dell’uomo, si è diffuso attraverso il samizdat in ogni angolo dell’URSS, e negli anni successivi è stato stampato e «divorato» in oltre un milione di copie.

Questo imponente «passaparola», questa memoria viva che non si spiega altrimenti – proprio come per la prima comunità di discepoli – se non con uno sguardo illuminato dalla Resurrezione, lo stesso che io ho avuto l’invidiabile fortuna di vedere negli occhi di padre Men’, di padre Cistjakov e di tanti altri testimoni, è appunto il «contagio» grazie a cui si diffonde il cristianesimo, e che nel tempo, nonostante limiti e peccati, rinnova e rinverdisce la Chiesa stessa. Così, ad esempio, in settembre, a venticinque anni dalla tragica morte di padre Aleksandr Men’, la Chiesa ortodossa russa del Patriarcato di Mosca spezzerà la cortina di silenzio che aveva calato su di lui e darà il via alla pubblicazione ufficiale delle sue opere.

Padre Georgij aveva un sogno: che un giorno venisse da lui l’assassino di padre Aleksandr e chiedesse, in confessione, il perdono di Dio. Non so se questo sogno si sia avverato durante la sua vita: ma certamente l’esistenza di persone che vivono di queste ardenti speranze dettate da uno sguardo autentico sull’uomo e sul suo destino, alimenta la storia e il suo fluire nell’immortalità, «quest’altro nome della vita, un po’ più forte», come scriveva Pasternak.
http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2015/6/25/Il-passaparola-che-illumina-la-storia/print/619989/

Generatori di desideri

A qualcuno verrà un tuffo al cuore, ma vorrei anch’io ricordare il 750esimo anniversario della nascita di Dante parlando di un uomo a cui il nostro poeta fiorentino attribuisce una sua nascita, pur non essendo suo padre; di un uomo che lo ha generato, essendo (anche) omosessuale. E mi riferisco a Virgilio.

Più volte, nel corso della Divina Commedia, Dante si riferisce a Virgilio con l’epiteto di padre, e questo è facile aspettarselo: lo fa tutte le volte in cui il maestro gli porge un insegnamento o gli offre un comportamento esemplare. Ma ci sono anche casi in cui Dante parla di Virgilio usando paragoni materni, e questo è meno scontato aspettarselo. Sono momenti in cui la presenza del maestro è decisiva per la vita di Dante, in cui è in gioco la sua incolumità, ad esempio: «Lo duca mio di sùbito mi prese,/ come la madre ch’al romore è desta/ e vede presso a sé le fiamme accese,/ che prende il figlio e fugge e non s’arresta» (Inferno, XXIII). Non c’è alcuna confusione, ma anzi una chiara distinzione del ruolo dei genitori: il padre educa, la madre è visceralmente legata alla vita. E Virgilio, per Dante, è stato entrambe le cose: da lui ha paternamente appreso insegnamenti di valore, ma grazie a lui è anche maternamente «nato».

Una persona non nasce una volta sola nella vita. Fisicamente sì, ma umanamente no. Una volta venuti al mondo, la vita ci espone a molte prove mortali, in cui la nostra persona può perdersi e spegnersi. Ma sul cammino di tutti s’incontrano poi persone la cui presenza ci fa rinascere. E lo intendo letteralmente, non in senso teorico o metaforico. È una generatività non legata alla procreazione sessuale, ma altrettanto fondamentale. Perché non c’è niente di peggio di un uomo vivo che vive da morto.

Ognuno di noi ha i suoi esempi; scendere nel personale mi aiuta a ribadire che non sto facendo un discorso zuccherosamente astratto. Io sono «nata» grazie al signor Chesterton, che in vita sua non riuscì ad avere figli e condivise questo grande dolore insieme a sua moglie. Lui mi ha proprio ridato alla luce, come una madre; mi ha strappato da un mio triste inabissamento nella depressione.

Nessun uomo è sterile, se si considera ogni persona, così com’è, come presenza fruttuosa nel tempo in cui vive e opera. Ognuno ha un seme fecondo da condividere, che può diventare decisivo – addirittura indispensabile – per la vita di altri. Generare non è solo partorire un figlio. Il dramma del nostro tempo è, invece, la solitudine: si spinge l’individuo a rimanere tale, cioè a chiudersi a riccio, e a trattare individualisticamente perfino i propri desideri. Anziché allargare l’orizzonte al bene che ognuno è per la sua comunità, si riduce la prospettiva e la si esaspera, puntando tutto sul vincere a ogni costo certi limiti naturali.

Mi chiedo se il secolo buio sia quello di Dante, o forse il nostro. È buio il Medioevo in cui un poeta ha parlato della feconda generatività di un maestro, non su base sessuale, ma nell’orizzonte del valore gigante di una persona per la società? È illuminata questa nostra modernità che affonda il coltello nei desideri feriti di alcuni e propone loro una generatività meccanica e consumistica, basata su fecondazione eterologa, uteri in affitto e sottesa a un commercio affaristico?

Leggi di Più: Nessuno è sterile. Io sono “nata” da Chesterton | Tempi.it

Il desiderio aperto

Pigi Colognesi

lunedì 22 giugno 2015

All’inizio dell’Apocalisse l’apostolo Giovanni si rivolge a sette comunità di cristiani, indirizzando a ciascuna di esse lodi, ammonizioni, consigli. A quella di Efeso, che pure è stata perseverante, ha combattuto i falsi apostoli, ha sofferto per la fede, rimprovera di aver «abbandonato il tuo primo amore».

Il primo amore è anche il titolo di una poesia giovanile di Leopardi, poi inserita nella versione definitiva dei Canti. L’inizio – «Tornami a mente il dì che la battaglia / d’amor sentii la prima volta» – non deve trarre in inganno: il poeta non sta ricordando qualcosa di lontano nel passato; questi versi, infatti, sono stati scritti proprio nei giorni immediatamente successivi al fatto. Che il poeta descrive così: «Se questo è amore, che io non so, questa è la prima volta che io lo provo in età da farci sopra qualche considerazione; ed eccomi di diciannove anni e mezzo, innamorato». Oggetto dell’innamoramento è una cugina pesarese di 26 anni, Gertrude Cassi, che dall’11 al 14 dicembre 1817 aveva fatto visita, col marito cinquantenne, ai parenti recanatesi.

Leopardi descrive l’insorgere e lo svolgersi del suo sentimento non solo nella poesia citata, ma anche in un breve scritto intitolato Diario del primo amore, da cui ho tratto la frase sopra. Il giovane, fino ad allora esclusivamente dedito agli studi letterari, mostra in queste pagine una straordinaria acutezza nel guardare e giudicare ciò che gli sta succedendo, i sentimenti del suo cuore; che in sostanza sono «inquietudine indistinta, scontento, malinconia, qualche dolcezza, molto affetto, e desiderio non sapeva né so di che, né anche fra le cose possibili vedo niente che mi possa appagare». A Gertrude Giacomo non disse nulla, anche perché il suo sentimento nei suoi confronti gli fu chiaro solo la notte prima che lei ripartisse e poi non ebbe più occasione.

Cosa ha prodotto in lui questo nuovo sentimento – «veramente puro» scrive nel Diario, e nella poesia rinforza: «Io giuro / che voglia non m’entrò bassa nel petto» -, questa «piaghetta rimasta mezzo saldata»? Leopardi dice che i tipici sintomi dell’innamorato – notti insonni, il «mangiar meno del solito», la testa «instupidita» – non gli dispiacevano perché, di contro, constatava di avere un «animo più alto» e di ritrovarsi «non curante delle cose mondane e delle opinioni e dei disprezzi altrui». Insomma, egli rileva che «i pensieri mi si sono ingranditi, e l’animo fatto alquanto più alto e nobile dell’usato, e il cuore più aperto alle passioni».

Questa nuova altezza o grandezza dell’animo non coincide con una forma di soddisfazione; la passione infatti, scrive nelle ultime pagine del Diario, passa e lascerà nel cuore un «lungo solco che principalmente consisterà in un certo indistinto desiderio, e scontento delle cose presenti».

Nel momento stesso in cui scoccò la scintilla – la partita a carte giocata con Gertrude la sera prima che lei partisse – Leopardi, ripensandoci, rinviene una dinamica fondamentale: che se anche avesse potuto prolungare quell’attimo beato «giuocando un mese, un anno» non avrebbe mai potuto «uscirne pago». Il giovane diciannovenne ha dunque capito che il primo amore aveva sorprendentemente e acutamente svegliato in lui quelli che in una poesia successiva chiamerà «desideri infiniti».

Forse Giovanni rimproverava gli amici di Efeso anche di non aver mantenuta spalancata l’ampiezza del desiderio che la fede-primo amore aveva in loro suscitato e – come non può fare nessun amore umano – incredibilmente compie lasciandolo aperto.
http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2015/6/22/Il-primo-amore/print/618404/

Un lavoro comune

«È un momento di svolta, qualcosa di storico». Così, senza sfumature o mezzi termini. Per Carlin Petrini, 65 anni, agnostico con un passato da sinistra militante, fondatore di Slow Food e anima di Terra Madre, rete globale di contadini e produttori nata proprio per ridare dignità alla terra e a chi la lavora, la Laudato si’ è «un testo che cambierà la vita a tanta gente». Lo ha detto a Tv2000, la tv dei Vescovi italiani, il giorno stesso dell’uscita dell’enciclica, e lo ha scritto su Repubblica subito dopo.

Secondo lei quel testo è pieno di «gioia rivoluzionaria»: cosa vuol dire?
È un documento di potenza straordinaria. Non parla solo ai credenti, ma a tutti. Ci richiama alle nostre responsabilità, collettive e individuali. E nello steso tempo non si limita a una predicazione morale e etica, ma entra nel vivo. Con analisi anche profonde delle cause e concause del disastro ambientale che abbiamo sotto gli occhi. In più, lo fa senza mai distogliere lo sguardo da quella parte di umanità che di questo disastro paga il dazio più di tutti: i poveri.

Cosa l’ha colpita di più?
La visione di insieme. La proposta di Francesco è una linea di nuovo umanesimo, di cui tutti avvertivamo il bisogno. Chi ha a cuore questi temi sa che non sono argomenti di settore, da addetti ai lavori: riguardano la vita intera e la politica complessiva. Lui fornisce un pensiero globale nuovo, capace di abbracciare tutta questa complessità.

Eppure molti lo stanno già infilando in panni stretti: si legge del «Papa verde» e robe simili…
Be’, chi lo scrive non ha capito niente. Siamo davanti a una cosa diversa. È la proposta di quella che chiama «ecologia integrale». L’aspetto ecologico lo collega all’esistenza di un nuovo umanesimo, di una socialità diversa e di un rispetto verso i poveri. Alla necessità di mettere fine al paradigma di «un’economia che uccide» – perché questi sono i termini che ha usato. E quindi di una responsabilità che abbiamo tutti. Perché l’altra grande questione di questa enciclica è che interpella certamente la politica e i governi, ma parla a ciascuno di noi. Ci dà speranza nel fatto che partendo da piccoli gesti individuali, «dal basso», possiamo incidere davvero sulle cose. E lo fa con una lucidità di pensiero che non trovavo da tempo.

Da dove viene questa speranza?
Lui parla di un dialogo gioioso e drammatico con il mondo. Ma io, guardandolo, do molto più peso alla gioia. La gioia del dialogare, dell’incontro con chi la pensa come te, del lavorare per costruire un cambiamento… In lui, la vedi.

Uno dei veri fili rossi del testo è «la convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso»: l’uomo e Dio, l’uomo e la terra, gli uomini tra loro, ma anche l’economia e l’ambiente, la rovina della casa comune e la povertà… Lo chiama «il mistero delle molteplici relazioni che esistono tra le cose», che tecnologia e finanza, da sole, non possono comprendere. Lei cosa ne pensa?
Appunto: che siamo tutti chiamati in causa. E infatti il Papa si rivolge a tutti, credenti e non credenti. Io sono agnostico, ma ho un gran rispetto di tutte le fedi. Per dire, ci ho trovato riferimenti bellissimi alle religioni ancestrali, così vicine alla terra, che mi hanno commosso. Insisto: siamo davanti a una nuova costruzione di pensiero. E questo genererà senza dubbio comportamenti diversi, anche all’interno della stessa Chiesa. Mi immagino il lavoro che dovrà fare un parroco per informarsi sui cambiamenti climatici…

Un parroco? Perché dovrebbe farlo?
Per quello che spiega il Papa: se non capisci il cambiamento del clima, non capisci l’arrivo di quei profughi a Ventimiglia o alla stazione di Milano. Gli esodi che vediamo sono dati anche dal clima che cambia, dal disastro dell’ambiente, dalle siccità… Il disastro ambientale è pagato anzitutto dai poveri. Ma pensi a quell’altro spunto, bellissimo: quando parla del rapporto tra debito economico e debito ecologico. Il Nord e le grandi economie dettano ai Paesi del Sud del mondo ciò che devono fare, perché hanno debiti economici. Ma il Nord non paga mai la contropartita dei debiti ecologici che fa nei Paesi poveri: i disastri ambientali, lo sfruttamento della terra, lo scarico dei rifiuti… Chi paga quel debito? Nessuno. E chi ne parla, anche in politica? Nessuno. Il Papa lo fa. Sono argomenti che aveva ben chiaro quando ha assunto quel nome. Erano tutti convinti che fosse il poverello, pauperista eccetera. No, è molto di più.

Il testo ha un nucleo molto forte, in cui il Papa ripercorre «il Vangelo della creazione» e scrive cose come: «Dire “creazione” è più che dire natura, perché ha a che vedere con un progetto dell’amore di Dio». Da non credente, come legge questi riferimenti?
Io vengo dalla Chiesa, ho militato nel vostro mondo. Il «non credere», per me, è una questione seria. Non sono ateo, non è che nego Dio: sono agnostico. Non ce la faccio a crederci, non riesco. Detto questo, mi trovo davanti a una riflessione teologica che leggo con ammirazione e curiosità. Anche perché lui lo dice chiaramente: come papa Giovanni XXIII, si rivolge «a tutti gli uomini di buona volontà». Dice: la terra è comune, ci siamo dentro tutti, mettiamoci insieme a lavorare per salvarla. Non fa una grinza.

Ma l’enciclica sposta qualcosa del modo in cui lei guarda alla Chiesa?
Si. In verità questo Papa l’ha spostata da un po’ la mia maniera di vedere la Chiesa. L’elemento del dialogo, che lui richiama sempre, è decisivo. E non parlo solo del dialogo tra credenti e non credenti ma anche, per esempio, tra cattolici e ortodossi. Il Papa ha dato una scossa a una questione millenaria. Guardi il patriarca Bartolomeo e lui, e vedi due fratelli. Quest’uomo nel dialogo crea situazioni nuove. Del resto, mi scusi, quello che dice sposta qualcosa in voi credenti, nei confronti di certi non credenti? Io credo di sì.

Senta, c’è un paragrafo-chiave in cui Francesco si chiede: «Che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo? (…) Se non pulsa in esse questa domanda di fondo, non credo che le nostre preoccupazioni ecologiche possano ottenere effetti importanti. Ma se questa domanda viene posta con coraggio, ci conduce inesorabilmente ad altri interrogativi: a che scopo passiamo da questo mondo? Per quale fine siamo venuti in questa vita? Per che scopo lavoriamo e lottiamo? Occorre rendersi conto che quello che c’è in gioco è la dignità di noi stessi». Come risponde lei a queste domande?
La mia aspirazione è vivere in un mondo in cui non si distrugga la casa comune e si trovino tutte le condizioni per generare una vita solidale vera, che non lasci indietro nessuno. E dove si possa convivere senza che ci sia gente che non ha niente da mettere sulla tavola. Perché è la più grande vergogna di questo momento storico: la «politica dello scarto», come la chiama il Papa. È una cosa senza senso. Usiamo le persone fino a quando ci servono e poi, quando non servono più, ce ne freghiamo. Questo è un discorso che fa riflettere anche me.

Il Papa le conduce fino alle conseguenze: dalla cultura dello scarto, per lui, deriva anche un tema come l’aborto, per esempio.
Certo, apre questioni che bisogna porsi e che mi pongo. Cerchiamo di capirci: per me, chi è a favore dell’aborto sbaglia. Sono fatti vitali, è bene che se ne parli. Solo che poi è nelle cose quotidiane che si generano le differenze. E si rischia di tornare ai sofismi.

Il Papa chiude parlando dei compiti che ci spettano e ne segnala uno che, in pratica, li lega tutti: l’educazione. «L’esistenza di leggi e norme non è sufficiente a lungo termine per limitare i cattivi comportamenti, anche quando esista un valido controllo. Affinché la norma giuridica produca effetti rilevanti e duraturi è necessario che la maggior parte dei membri della società l’abbia accettata a partire da motivazioni adeguate, e reagisca secondo una trasformazione personale». Lei come vede questa necessità? Che cosa può aiutare questa educazione?
Acquisire questa coscienza non può avvenire senza la conoscenza. Se è tutto connesso, in relazione, per affrontare i problemi poi ti devi mettere a studiare, ad approfondire. L’educazione è anche prepararsi per quello: entrare nel merito. È un processo che qualcuno, magari, aveva in mente di non fare, che si pensa possa essere evitato. Invece no, è indispensabile. Ed è un lavoro enorme.

 http://www.tracce.it/default.asp?id=344&id_n=48536

Il primo giorno

Francesco Braschi

venerdì 19 giugno 2015

“Dio ha prospettato il piacere della beatitudine futura come il più grande incentivo alla virtù; il diavolo ha astutamente pensato che il piacere poteva diventare un forte sprone per la colpa. Esempio di tutto ciò è Adamo, capostipite del genere umano: posto dal Signore Dio nel paradiso delle delizie per godere un piacere senza fine, che avrebbe spinto alla virtù anche i suoi discendenti, egli stesso fu ingannato per mezzo della bellezza del serpente, che aveva persuaso la sua donna. Così quello che, per grazia divina, era stato donato per la vita, mi si trasformò in fonte di morte. Infatti il Signore provava diletto per le sue opere; a Lui piacquero gli inizi della creazione, tanto che, vedendoli, esclamò: sono cose molto buone!”

Questo splendido brano con cui sant’Ambrogio apre il suo commento ai Salmi mi è subito venuto alla mente, non appena ho avuto tra le mani — dono di un’amica venuta a confessarsi — l’enciclica di Papa Francesco Laudato si’. Sfogliando l’indice, compulsando le prime pagine e l’inizio dei vari capitoli, mi sono infatti sorpreso immediatamente a respirare a pieni polmoni un’aria forte e corroborante come quella delle vette alpine o della riva del mare al mattino, la stessa aria che permetteva a sant’Ambrogio di descrivere Dio che prova diletto davanti a una Creazione pensata come il primo e più grande dono da fare alla Sua creatura prediletta, l’uomo maschio e femmina fatto a Sua immagine e somiglianza.

Non si può avere una prospettiva angusta per leggere questo testo. Le due splendide preghiere conclusive ci impongono di partire dallo sguardo di Dio all’alba del tempo e della storia, da quella sovrabbondanza indescrivibile di gioia e di amore condivisi tra Padre, Figlio e Spirito, da cui ha avuto origine ogni cosa. E con questa visione della fede nel cuore, sant’Ambrogio non aveva timore — una volta riconosciuto il bene della creazione e perfino lo scopo salvifico originario del piacere (forse la più pervertita in assoluto tra le cose create da Dio, fino al punto che tanti credenti lo guardano sempre con sospetto, come se fosse del tutto irredimibile) — di guardare dentro tutta la povertà e il disastro del peccato dell’uomo, senza tuttavia rinunciare a leggere tutta la storia della salvezza come la volontà di Dio di reparare et reformare (riparare e ricreare) la bellezza e il piacere nella loro originaria caratteristica di dono per la vita.

Allo stesso modo, Papa Francesco non teme di guardare nel profondo della separazione tra l’uomo e il creato, per metterne in luce il carattere di conseguenza e testimonianza inoppugnabile della separazione dell’uomo da Dio, di alienazione dell’uomo da quella dimora che per prima avrebbe dovuto parlargli di Chi è all’origine e alla fine — cioè ne è il Destino — della sua vita.

Chi conosce appena un poco gli scritti, la vita e la spiritualità profondamente cristocentrica di san Francesco, sa quanto superficiali e fuorvianti siano alcune letture che ne fanno il primo santo “verde” della storia. Ma proprio per questo non può non riconoscere che lo sguardo del Poverello d’Assisi — peraltro morto quasi cieco! — sul creato era colmo di tenerezza e commozione perché era lo sguardo di chi nel creato riconosce la presenza e la potenza della Resurrezione di Cristo, la luce del mattino di Pasqua che rigenera ogni cosa e che la Scrittura e la liturgia della Chiesa ci presentano come una nuova creazione, come un nuovo “primo giorno”.

Anche l’enciclica Laudato si’, fin dalla prima lettura, si mostra dominata da questo stesso sguardo. Uno sguardo che non può mai astenersi dal proclamare che l’uomo è fatto per condividere la medesima pienezza di vita del Suo Creatore. E che proprio per questo sa guardare dentro ogni povertà e miseria, non per restare in esse avviluppato, ma per annunciare fin “nel profondo degli inferi” la realtà della Risurrezione, che diviene attraverso la Fede una concreta possibilità per ogni uomo, in un cammino da cui nessuno può essere escluso.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2015/6/19/ENCICLICA-LAUDATO-SI-Francesco-ci-dona-lo-sguardo-del-primo-giorno-/print/618463/