Dai martiri nasce la civiltà per tutti

Giorgio Vittadini

venerdì 22 maggio 2015

Muoiono in ginocchio pregando Dio. Ringraziano l’Isis per aver fatto vivere loro la fede fino in fondo. Una bambina di 10 anni è visibilmente lieta, non incattivita verso chi ha causato tanto dolore nella sua famiglia costretta a scappare da casa. Sono quelli che per i potenti e gli aguzzini sono solo dei perdenti, ma in realtà sanno elevarsi ben al di sopra e oltre i loro stessi assassini. Sono i cristiani perseguitati, martiri dei nostri giorni. Dall’Africa all’Iraq, dal Pakistan all’India il loro sangue versato ci chiama in causa tutti. Esattamente come fece duemila anni fa Gesù Cristo, Dio fatto uomo, qualcuno muore perdonando i propri assassini. Come è possibile? Che cosa significa? Religiosi, laici e gente comune che parla di perdono, non cerca la rivincita, non chiede occhio per occhio, non aspetta di distruggere il nemico, ma ha una mansuetudine inconcepibile, sostenuta da qualcosa che dev’essere davvero grande.

Morire per il solo fatto della propria fede non è una prerogativa dei cristiani, i musulmani li seguono a ruota, vittime per lo più di musulmani di altre correnti. Anche i cristiani nella storia si sono resi protagonisti di azioni violente. Ma questo non toglie che quella strana bellezza disarmata è una costante della loro storia, fin dai primi secoli: in presenza di persecutori diversi, ma con lo stesso atteggiamento. In un’intervista rilasciata a ilsussidiario.net, Padre Mtanios Haddad, rappresentante a Roma di Gregorio III, patriarca della Chiesa cattolica greco-melkita di Damasco in Siria, diceva: “E’ l’occasione di una nuova testimonianza. La nostra presenza è minacciata a causa della fede, ma noi siamo lì, pronti a essere figli dei martiri dei primi secoli, orgogliosi di essere arabi e cristiani. Noi rimarremo nel Medio oriente. Lo ha detto il Papa: non si può immaginare un Medio oriente senza cristiani”. Ne I Fratelli Karamazov, uno dei capolavori della letteratura cristiana, alla radice stessa della civiltà, Dostoievski risponde al problema del male innocente, non con una teoria ma raccontando di bande di ragazzini mortalmente rivali che decidono di perdonarsi e vivere insieme superando gli argomenti di distruzione che li avevano divisi fino a poco prima.

I martiri cristiani nel corso dei secoli hanno cambiato la storia con la loro mitezza. Non è successo subito, ci sono voluti anni e anche secoli, ma in questo modo hanno cambiato il mondo. Come? Facendo della loro mansuetudine e del loro perdono lo strumento e il metodo di una convivenza pacifica tra diversi. Dalla visita di san Francesco al sultano in poi, gli esempi sono tanti, fino ad arrivare ai francescani di Terrasanta, al loro legame con musulmani ed ebrei per garantire la pace. I cristiani perseguitati vengono uccisi, ma non chiedono guerre sante, chiedono solo che sia garantito il loro diritto a esistere. Quante volte l’hanno chiesto, Giovanni XXIII, Paolo VI che si recò in Medio Oriente per primo, San Giovanni Paolo II venendo, ignorato dai potenti occidentali ai tempi delle inutili e disastrose guerre dell’Iraq.

Papa Francesco poi lo fa praticamente di continuo, nei suoi discorsi e con i suoi viaggi. Sono esempi che non possiamo levarci dagli occhi, ma sono anche criterio per un metodo politico e diplomatico molto più efficace dei calcoli che hanno mosso le nazioni occidentali negli ultimi 25 anni.

Aiutare le comunità cristiane perseguitate a continuare a vivere quotidianamente e concretamente in pace nelle terre dove sono sempre state, con musulmani, ebrei, indù, ecc. è l’unico modo per costruire una pace duratura. Le “guerre sante” di Bush, le alleanze con gli stati fiancheggiatori del terrorismo e la pretesa di un’imposizione acritica della democrazia occidentale di Obama e della Clinton, la totale e patologica indecisione della comunità europea, ignorando la vita concreta dei cristiani, hanno favorito la crescita dell’Isis, dei fondamentalisti, dei signori della guerra, della violenza e dell’anarchia. Che popoli pacifici di cultura e religione diverse vivano fianco a fianco e che le loro differenze siano tutelate dalla Costituzione, come nel caso del Libano (nonostante quanto poi è avvenuto), è possibile. Ma la strada per arrivarci passa dal capire una cosa, ancora più sostanziale. Non solo i potenti (e confusi) della terra, ma ciascuno di noi ha la possibilità di accorgersi, guardando i cristiani perseguitati, che la loro mitezza non è debolezza imbelle, ma inesorabile e inattaccabile forza generativa di vita per tutti. Anche oggi dal sangue dei martiri nasce la civiltà per tutti.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2015/5/22/Cristiani-perseguitati-la-forza-del-perdono/print/610764/

Solo un Dio ci può salvare

Sono state le troppe sigarette a portarlo verso una malattia alle vie respiratorie che l’ha stroncato, all’età di 75 anni, domenica 18 dicembre. Le sigarette senz’altro ma anche le persecuzioni e il carcere inflittogli, come dissidente, dal regime comunista cecoslovacco. Vaclav Havel, drammaturgo e attivista per i diritti umani, nato a Praga il 5 ottobre 1936, divenne il simbolo del dissenso contro l’oppressione del regime comunista di Mosca, che già aveva avuto profetici scossoni nei moti della “Primavera di Praga”, nel 1968.
È proprio partendo da questa esperienza, soffocata dai carri armati sovietici, che fonda “Charta 77”, un manifesto e una serie di trame di rapporti tra intellettuali e uomini di cultura, una specie di “samizdat”, che aiutò l’Occidente a conoscere cosa stava accadendo al di là della “cortina di ferro”. Ed è proprio in questi anni, cinque, tra carcerazioni e scarcerazioni, che scrive il suo “pamphlet” più famoso: Il potere dei senza potere, che fu distribuito in Italia dalla piccola casa editrice Cseo (Centro Studi Europa Orientale) fondata da don Francesco Ricci, un sacerdote forlivese amico dell’allora cardinale di Cracovia Karol Wojtyla e di don Luigi Giussani.

Alla fine del 1989, all’indomani del crollo del Muro di Berlino, le manifestazioni di protesta fanno crollare anche a Praga il regime. La cosiddetta “Rivoluzione di velluto” lo elegge presidente della Repubblica. Primo presidente della Cecoslovacchia post-comunista e primo presidente, nel 1993, della Repubblica Ceca, dopo la secessione della Slovacchia. Nel 2003, lui, fervente sostenitore dell’unità europea, lascerà la carica a favore di un conservatore euroscettico, Vaclav Klaus.

Per onorare la figura e l’opera letteraria e sociale di Vaclav Havel, vi proponiamo alcuni passaggi dal pamphlet del 1975 Il potere dei senza potere, nel quale, oltre a contestare dall’interno la dittatura comunista, metteva in guardia dai rischi di un capitalismo che non mette al centro la dignità della persona umana. Havel si appellava alla costruzione di una sorta di “capitalismo dal volto umano”, memore del profetico, ma soffocato nel sangue, “socialismo dal volto umano” immaginato da Dubcek, in quel tragico 1968.

Da “Il potere dei senza potere” (ed.CSEO, 1979)
«Patocka diceva che quello che è più stimolante nella responsabilità è che la portiamo con noi ovunque. Questo vuol dire che abbiamo e dobbiamo assumerla qui, ora, in questo spazio e in questo tempo in cui il Signore Dio ci ha posto e non possiamo infischiarcene dirigendo la rotta altrove, magari verso un monastero indiano o verso “la polis parallela”. Che la fuga nel monastero indiano così spesso non funzioni, come punto di partenza individuale o di gruppo, fra i giovani occidentali dipende solamente dal fatto che a un tale punto di partenza manca l’elemento dell’universalità (non tutti gli uomini possono rifugiarsi in un monastero indiano). Un esempio di un punto di partenza opposto è il cristianesimo: è un punto di partenza per me ora e qui, ma solo perché è un punto di partenza per chiunque dovunque e qualunque volta».

«Solo un Dio ci può salvare, dice Heidegger, e sottolinea la necessità di un “altro pensiero”, quindi una rottura con la filosofia in quello che essa è stata per secoli, e di un cambiamento radicale di tutto il modo con cui l’uomo comprende se stesso, il mondo e la sua posizione in esso: non conosce il punto di partenza, l’unica cosa che è capace di raccomandare è di “preparare l’attesa”».

«Io vedo la sterzata dell’attenzione politica verso l’uomo concreto come qualcosa di sostanzialmente più profondo del semplice volgersi di meccanismi consueti della democrazia occidentale (o – se volete – borghese). E se nel 1968 pensavo che il nostro problema sarebbe stato risolto dalla fondazione di un partito d’opposizione che contendesse pubblicamente il potere al partito finora dominante, ormai da tempo so che questo non succederà facilmente e che nessun partito d’opposizione di per se stesso – come pure nessuna legge elettorale di per se stessa – può garantire che la società non resterà vittima di qualche nuova violenza. Questa garanzia non è questione di “aride” disposizioni organizzative; è davvero difficile cercare in esse quel Dio che è ormai l’unico che ci possa salvare».

«Si tratta quindi di riabilitare valori quali la fiducia, la sincerità, la responsabilità, la solidarietà, l’amore. Io credo in strutture che siano orientate non all’aspetto “tecnico” dell’esercizio del potere, ma al significato di questo esercizio. (…) Possono e devono essere strutture aperte, dinamiche e piccole: i legami umani, quali la fiducia personale e la responsabilità personale, non possono funzionare oltre un certo limite. (…) Strutture non come organizzazioni, ma come comunità. Strutture che fondano la propria autorità non su tradizioni da tempo vuote, (come i tradizionali partiti politici di massa), ma sull’affronto concreto della situazione. (…) L’autorità dei capi dovrebbe scaturire dalla loro personalità e non dalla loro posizione nella scala gerarchica. (…) Queste strutture dovrebbero naturalmente nascere dal basso, come esito di una autentica “autorganizzazione” sociale. (…) Io credo nel principio dell’autonomia, cioè la partecipazione reale (quindi non formale) dei lavoratori alle decisioni economiche e un senso di reale responsabilità verso i risultati del lavoro comune. Il principio del controllo e della disciplina dovrebbe essere spontaneamente definito dall’autocontrollo e dall’autodisciplina degli individui».

Leggi di Più: Vaclav Havel e “Il potere dei senza potere”. «Solo Dio ci può salvare» | Tempi.it

Altro che valori

Berlicche

I valori, i valori. Non li sopporto. Perché non sono che il contentino, la scelta accurata di un potere che tira i fili e sceglie di mettere nell’oblio certi valori ed esaltarne altri, quelli che gli sono più comodi, per dominare e soggiogare.

Così per i grandi temi della vita e della morte, mi fa piacere che altri, che non cattolici, che non cristiani, persino atei pensino le stesse cose, vedano le stesse cose, lottino per le stesse cose. Si può certo convergere, ma lasciate che vi dica una cosa: a lungo andare, alla fine, ci deve essere una ragione per fare le cose. E non può essere una ragione generica, non può essere un vogliamoci bene, perché non si regge, non si ha la forza, si deve essere eroi ed eroi non siamo tutti.

Alla fine quello che ci spinge non è la lotta in sé. Se fosse così…

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Un nuovo inizio

Fernando De Haro

martedì 19 maggio 2015

In tempo di elezioni non c’è miglior lettura di Sant’Agostino. In una mano le schede con tutti i partiti e i candidati, nell’altra alcune pagine de “La città di Dio”. Anche se sembra scomodo, è il modo migliore, forse l’unico, per mantenere un certo equilibrio. E, soprattutto, per essere realisti.

L’Agostino de “La città di Dio” è un uomo maturo, che comincia a scrivere nel 412, due anni dopo che il Visigoto Alarico ha compiuto il Sacco di Roma. Non vuole offrire alcuna ricetta per fermare l’avanzata dei barbari, ma scrive per rispondere a chi ritiene che la caduta dell’Impero sia dovuta all’abbandono del culto degli dei pagani. Nessuna alleanza, quindi, tra religione e potere per fare da diga di contenimento.

Nelle sue pagine Agostino critica la teologia politica pagana, ma prende anche le distanze dalla posizione che, da Eusebio di Cesarea, aveva giustificato l’Impero cristiano. Agostino, quindi, si corregge, dato che anni prima aveva difeso l’uso del potere dell’Imperatore Onorio per fermare l’eresia del Donatismo. Ora sostiene che lo Stato deve solamente assicurare pace e libertà.

I tempi dell’eresia donatista, che metteva in discussione il valore della misericordia e della grazia, sono ormai lontani. Quel che c’è da affrontare ora è lo sfaldamento di una cultura derivata dall’Illuminismo più spavaldo che aveva creduto che l’uomo potesse, con le sue sole forze, tenere in piedi un progetto vitale e di convivenza. Il risultato di questo processo di sfaldamento antropologico potremmo definirlo, metaforicamente, una nuova barbarie.

Nei primi anni di questo secolo ci si è illusi che i governi di centrodestra nel Regno Unito, in Italia, Spagna, Francia e Stati Uniti potessero in qualche modo frenare il processo di dissolvimento dei valori occidentali. L’illusione è durata a lungo e molti ora si arrabbiano e si scandalizzano perché non si è fatto e non si fa abbastanza per difendere questi valori che sono propri dell’uomo “naturale”. Dieci anni dopo i risultati di questo abbaglio sono evidenti: abbiamo ancora sotto gli occhi quel che è successo con l’ultimo mandato di Cameron e quello che sta accadendo con Rajoy.

Le conseguenze di questa illusione vanno misurate con quel che in economia si chiama costo opportunità: investire e impiegare risorse in un determinato affare ti impedisce di dedicarle ad altri progetti. E nell’ultimo investimento abbiamo perso parecchio e ci siamo anche distratti abbastanza. Quanto prima ci accorgeremo che Alarico ha saccheggiato Roma, quanto prima useremo le nostre energie in qualcosa capace di generare un vero cambiamento.

In politica nulla è gratis. Il costo per la difesa dei valori e di una certa sicurezza è stato alto. La “lealtà” di coloro che ci sembravano buoni alleati ha richiesto di dimenticare i loro errori: uso inadeguato del potere, corruzione, economicismo, ecc. In questa posizione, inevitabilmente, si assume la logica del partito ed è molto difficile sottrarsi dalla dinamica amico-nemico. I nemici sono i promotori dei nuovi diritti, i “distruttori” della tradizione occidentale. L’intelligenza perde così un muscolo per comprendere l’umanissimo impulso che c’è dietro a queste rivendicazioni.

Per rileggere Agostino non c’è miglior guida di un suo grande discepolo: Ratzinger, ne “L’unità delle nazioni”, spiega che Agostino, in mezzo alle leggi di questo mondo, aspira a rendere presente la nuova forma della fede nell’unità degli uomini nel corpo di Cristo. Le leggi del mondo hanno continuato a essere tali, la novità è dall’altra parte. 

È ciò che in termini laici afferma Hannah Arendt ne “La promessa della politica”, quando spiega che il senso della politica è la libertà. Non una libertà qualsiasi, ma una libertà che abbia come contenuto il miracolo. “Possiamo solo dire che un cambiamento decisivo in direzione della salvezza può giungere solo per una sorta di miracolo”. “Il miracolo della libertà è nel saper cominciare insito nel fatto che ogni uomo in quanto per nascita è venuto al mondo […] è un nuovo inizio”.

La possibilità di un cambiamento si può trovare solo in un nuovo inizio. Giocando in difesa si perde sempre, votiamo per la libertà.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2015/5/19/Sant-Agostino-e-le-elezioni/609568/

La speranza mi insegue

” Voglio fuggire, voglio non vedere, voglio restare serena, vuota…( Non ha forse una povera donna il diritto di respirare in libertà?). Ma ancora la speranza, mi circonda, mi addenta, come un lupo moribondo che digrigni i denti per l’ultima volta.”

Federico Garcia Lorca

(..) Si vorrebbe , come dice Rilke nelle sue Elegie udinesi, rinunciare ad essere umani e vegetare come le foglie e le piante- e invece c’è un dolore, un’attesa; ed  è invece proprio quel dolore a tener viva la vita.Si vorrebbe chiudere gli occhi, “lasciarsi trasportare dalla corrente del fiume”. Invece a volte, sembra dimostrare Lorca, soltanto una ferita vincola l’uomo al suo essere sempre, irriducibilmente, umano. (..) Dal di dentro di noi, come da un luogo profondo, sorge una “mano cupa”, e il suo gesto è misterioso, e sveglia  nel cuore quell’antica promessa. E si torna a desiderare quel compimento, quella grande festa della vita, il farsi definitivo dell’amore e a dire, come Rosita nel secondo atto: “Io vi aspetto come il primo giorno”:

tratto da Corrispondenze di Fabrizio Sinisi, Tracce,  Maggio 2015, pag.93

Ecco tua madre

Rachele Paiusco

domenica 17 maggio 2015

Due aspetti colpiscono nella lettura di questo libro di Massimo Camisasca, I misteri di Maria. La mia prima esperienza è stata quella di incontrare la persona di Maria, presentata a chi legge come una vera donna. Ella ha vissuto vicende umane paragonabili a quelle che viviamo anche noi. Una donna, perciò, in cui ci possiamo immedesimare. Maria, Giuseppe e gli apostoli — anch’essi presenti nel testo — non sono dei santi lontani nel tempo, e irraggiungibili per la loro vita virtuosa, tanto lontana dalla nostra. Vorrei citare brevemente alcuni esempi tratti dal testo. A pagina 24 l’autore racconta della partenza di Maria per la casa di Elisabetta. “Maria (…) si aggrega probabilmente a una carovana, rassicurando così Giuseppe e i suoi genitori. Ma parte. C’è in lei l’urgenza del dialogo con Elisabetta“.

La madre di Dio, come ognuno di noi, era mossa anche dal desiderio di condividere con qualcuno di più grande, una donna più avanti negli anni e piena di esperienza e fede, il fatto inimmaginabile che le stava succedendo. Desiderava condividere ed essere compresa. Oppure a pagina 55, ove è descritto l’inizio della missione di Gesù: “Nei primi tempi della sua missione pubblica Gesù non si allontana dalla Galilea. Tornava anche a Nazareth. Certamente passava dalla sua vecchia casa per incontrare Maria, per raccontarle i primi incontri, i primi discepoli, i primi rifiuti… Gesù, nel tempo della sua missione in Galilea, aveva preso casa a Cafarnao, ma quando tornava a Nazareth portava con sé qualcuno dei suoi. Così, a poco a poco, Maria diventava anche la loro madre“.

Maria, come ogni madre, segue il figlio nelle sue prime uscite da casa, e desidera conoscere i suoi amici, le persone che ha vicino nelle sue giornate. Li accoglie con piacere in casa, approva e custodisce quelle amicizie appena cominciate. Oppure pagina 63, nel capitolo dell’ora della passione del figlio: “…aveva un rispetto supremo verso la persona di suo Figlio. Non solo non voleva frapporsi tra lui e la sua missione, fra lui e la sua obbedienza al Padre, ma neppure voleva accentuare la sua sofferenza con le preoccupazioni dipinte sul suo volto di madre. Voleva essere vicina e distante nello stesso tempo, vicina e non vista. Il Figlio sapeva che lei era lì“.

Ho pensato, leggendo questo passo, alle preoccupazioni che ha portato nel cuore mia mamma, dieci anni fa, durante il primo anno dopo la mia partenza per Roma, quando la storia delle Missionarie era ancora tutta nel cuore di Dio, e ai nostri occhi ancora nascosta.

Penso che quello che ci propone il vescovo Massimo sia un modo di leggere il vangelo che dobbiamo imparare. Possiamo anche noi immedesimarci nelle esperienze umane così vicine alle nostre che hanno vissuto duemila anni fa le persone che sono state coinvolte con la vita di Gesù di Nazareth. Questo penso sia il primo dono che questo libro può fare a noi suoi lettori.

Il secondo aspetto che mi ha colpito è che ogni avvenimento della sua storia era vissuto da Maria come una nuova parola nel suo dialogo personale con Dio. Egli le spiegava come la sua storia personale fosse legata a quella del suo popolo, alle parole dei profeti, e addirittura a tutta la sorte futura dell’umanità. A pagina 35: “Per Maria ogni evento è rivelazione, ogni parola uno squarcio che si apre sul mistero della missione del Figlio e perciò sulla sua sorte di Madre“.

A pagina 62: “Dopo la partenza di Gesù dalla casa dove aveva vissuto per trent’anni, Maria era rimasta a Nazareth. Ma non era lontana. Le voci su di lui le arrivavano, a confortarla e a preoccuparla, ma la sua consapevolezza non si fondava sulle voci, ma sulla Scrittura. Era lì, in quelle parole, in quei Salmi, nei Profeti che vedeva, come in filigrana, la missione e la sorte di Gesù“.

Il secondo dono, perciò, che questo libro può offrirci è un suggerimento su come guardare anche la nostra vita. Da Maria possiamo imparare questo sguardo: ciò che ci succede è più grande di ciò che vediamo, sentiamo, percepiamo con i nostri sensi o con i nostri sentimenti. Sotto ai fatti della nostra vita c’è un significato più profondo, che di certo vedremo in cielo ma che possiamo intravedere già qui. La Madonna ci insegna a guardare le nostre circostanze con il cuore in silenzio e con gli occhi della fede.

Infine, una nota personale. Leggere questo testo mi ha fatto fare memoria, ancora una volta, del fatto che Maria è mia madre e nostra madre.

Sono arrivata a Roma dieci anni fa, il 15 settembre 2005. Nel vangelo della memoria di quel giorno, la Beata Vergine Addolorata, Gesù dice dalla croce: ecco tua madre. Queste parole, che ho sentito per me, sono rimaste indelebili in quel primo giorno e in tutti i giorni di questi anni.

Le Missionarie di san Carlo sono state riconosciute dalla chiesa il giorno della vocazione di Maria, il giorno dell’Annunciazione, il 25 marzo 2007, e ognuna di noi ha pronunciato o pronuncerà il sì definito alla sua vocazione in questa bellissima solennità.

Maria ci offre di essere nostra madre e questa è un’esperienza che io desidero vivere, desidero prendere sul serio. Se guardo alla mia vita, posso dire con verità: quello con lei è un rapporto possibile.

Forse di un padre si possono contare le azioni, gli interventi nella vita di un figlio; spesso essi rimangono nella memoria come episodi o parole forti, che ci hanno fatto fare un passo, che ci hanno provocati a una decisione. Così, io porto nel cuore parecchi episodi vissuti nel dialogo con chi mi è stato padre; ricordo le parole, l’occasione, il luogo. Le attenzioni, gli interventi, i gesti di una madre, penso siano impossibili da contare. Essi sono continui, e spesso discretissimi, come un pasto preparato al momento giusto, un vestito pulito prima di un viaggio, un sorriso che riaccoglie al ritorno…

È una compagnia, un affetto fatto da mille gesti ripetuti spesso, molto intimi e difficili da raccontare. Sono troppi per essere contati. Maria ci segue in questo stesso modo. A questa sollecitudine anche noi possiamo rispondere come dei figli a una madre: con un fiore nelle giornate delle sue feste, con una preghiera per una persona cara che abbiamo nel cuore, o per una decisione, con un voto in un momento difficile…

Concludo con una parola sull’ultima parte del testo, quella in cui l’autore commenta alcune preghiere alla Vergine, e in particolare il commento all’Ave Maria. Queste parole mi hanno rinnovato l’affetto per la preghiera del rosario, che trovo bellissima: una preghiera cristologica, in cui chiediamo alla Madonna di poter entrare nei misteri della vita di suo figlio; una preghiera di lode a lei, manifestata in modo splendido nelle litanie che la concludono; e poi il ripetersi delle Ave Maria: per me ha il significato di godere per un tratto del mio tempo quotidiano della compagnia della Madonna. Nel rosario le ripeto: sono tua figlia, prenditi cura del mio povero cuore e di tutto ciò che in esso abita, i miei desideri, le mie preoccupazioni, le mie decisioni.

Mi ritrovo molto in queste parole del commento all’Ave Maria del vescovo Massimo: “Sono due i momenti veramente decisivi: l’ora presente e l’ora della morte. In questi momenti è essenziale non essere soli. Maria è al nostro fianco in tutti questi nunc, in tutte queste ore in cui la nostra vita si dipana e si decide. E sarà al nostro fianco nel momento decisivo di passare al Padre, quando si compie l’ultimo balzo verso l’eterno“.


Massimo Camisasca, “I misteri di Maria. Piccole meditazioni”, Edizioni San Paolo 2015
http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2015/5/17/LETTURE-Maria-il-segreto-di-un-amicizia-possibile/print/609265/

Il fine di tutti i disii

Emmanuele Riu

sabato 16 maggio 2015

“Amor, ch’a nullo amato amar perdona”, “Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse”, “E caddi, come corpo morto cade”… E ancora: “Quali colombe dal disio chiamate”, “La ragion sommettono al talento”: il canto V dell’Inferno dantesco, con le sue celebri ed icastiche espressioni, è sicuramente uno dei luoghi della letteratura italiana più presenti all’orecchio e alla memoria del lettore italiano (e non solo).

E tra i fattori che hanno contribuito al diffondersi della fama dell’episodio di Paolo e Francesca c’è sicuramente, oltre alla sapiente maestria poetica di Dante che in questo canto raggiunge uno dei suoi vertici, l’immediato interesse che l’argomento suscita in un qualsiasi lettore: la vicenda della passione amorosa. Fra tutti i peccati che i dannati scontano nei vari cerchi infernali, quello dell’amore passionale è quello che più immediatamente permette un’immedesimazione da parte di chi legge, essendo l’amore (in qualsiasi sua forma) una delle vicende più profonde della storia di ogni uomo.

Questa immediata consonanza, se pure ha contribuito e contribuisce a generare un sano interesse per il passo dantesco in questione, rischia tuttavia di diventare un ostacolo qualora non si voglia veramente giungere al profondo significato morale che Dante ci mostra a proposito della vicenda dei due amanti.

Basterebbe porsi innanzitutto alcune domande per “sfondare” la possibile superficie di una lettura sentimentale del canto V: che cos’è l’amore (per Dante, e per ciascuno di noi)? Come si trova e come prende posto nell’animo umano? Perché punire nell’Inferno un’esperienza così profonda e totalizzante, fra le più affascinanti della storia umana? E che cosa afferra Dante dinanzi alla vista dei due amanti, eternamente uniti eppure mai in pace, tanto da farlo cadere come “corpo morto”?

La domanda sulla natura di Amore, protagonista del dibattito tutto duecentesco che dalla scuola siciliana arriva ai poeti del “Dolce stil novo” (passando per l’imprescindibile De Amore di Andrea Cappellano), vede affidato a Dante un ruolo di primo piano. E nella sua Commedia Dante tenta di proporre la sintesi di un lungo cammino personale che dalla Vita Nuova e dalla perdita di Beatrice lo porterà alla visione di Dio facie ad faciem.

Il canto V rappresenta uno snodo fondamentale di questa sintesi. La vicenda è nota: Francesca, nativa di Ravenna, moglie di Gianciotto Malatesta signore di Rimini, si innamora di suo cognato, Paolo Malatesta. I due, sorpresi dal marito di lei, vengono barbaramente uccisi. La pena dei due amanti sarà quella di essere per l’eternità in balia di un vento in tempesta, della “bufera infernal che mai non resta”. Possiamo soffermarci su alcuni passi, in particolare, che è come se mettessero in gioco le questioni più importanti che animano il cammino spirituale di Dante pellegrino attraverso i tre regni.

Innanzitutto, l’espressione al v. 39, “la ragion sommettono al talento”, che identifica la natura del peccato scontato in questo secondo cerchio: la ragione, elemento distintivo dell’essere umano (come sottolineato da Dante stesso nel Convivio seguendo Aristotele, il grande protagonista della filosofia duecentesca), è stata in questo caso sottomessa all’istinto, invece di governarlo seguendo la conformazione della natura umana (che Dio ha stabilito essere “razionale”). Ed è interessante ricordare come per Dante il connotato di tutti i dannati sia proprio l’aver perduto “il ben de l’intelletto” (Inf., III, 18).

In secondo luogo, il discorso di Francesca, che, se privo del risentimento che altri dannati mostreranno verso il giudizio divino, sembra tendere ad una continua “giustificazione” dei due amanti: ad Amore, in qualsiasi maniera si manifesti, è impossibile non corrispondere (v. 103); Amore si lega “ratto” ad un cor gentile, come fu quello di Paolo (v. 100); leggendo insieme, i due amanti erano privi di qualsiasi sospetto, quindi il loro non fu un atto deliberato (v. 129); la colpa fu del libro, “Galeotto” come il siniscalco che indusse Ginevra a baciare Lancillotto.

In terzo luogo, la pietà che Dante dimostra per i due amanti e che lo prende così tanto da farlo venir meno.

Partiamo dall’ultima e dalla prima osservazione. Quella di Dante non sembra essere in nessun modo una giustificazione dei due amanti, un compatimento che si arrende davanti all’insondabile giustizia divina (come alcuni hanno proposto): sembra piuttosto essere il dolore dinanzi alla pena di un peccato che, come tutti gli altri peccati, sottrae umanità all’uomo stesso, lo rende meno libero. Quella sostanziale, strutturale apertura alla realtà e all’alterità che nell’antropologia aristotelica e tomista è espressa dall’inclinazione umana, dalla sua voluntas, se non è retta dalla ragione è paragonabile al movimento degli animali, i quali sono “mossi” dall’esterno e non muovono se stessi liberamente. L’amore umano invece è proprio questo movimento, libero e ragionevole, frutto di un’elezione, verso qualcosa che si è giudicato essere un bene per sé. Dante sa tutto questo, e nello stesso tempo sa che il peccato in cui sono incorsi Paolo e Francesca è una drammatica espressione della grandezza umana: più un’esperienza è totalizzante, come l’affezione nell’uomo, più lo chiama verso l’alto, più rischia anche di farlo cadere in basso. Dante sa tutto questo, esperto “de li vizi umani del valore” ed essendo passato anche lui, in qualche modo, attraverso una tale concezione dell’amore (luogo comune della critica è la condanna, in questo canto, di tutta una letteratura che dai provenzali arriva ai poeti toscani, fra le cui fila anche Dante ha militato).

Francesca però sembra ignorare una parte del problema, sottolineando la fatalità dell’accaduto ed eliminando la possibilità di scelta da parte sua e di Paolo. Ma Dante per ora è “confuso” davanti ai due cognati (Inf., VI, 2-3): dovrà proseguire il suo viaggio per capire come stanno veramente le cose.

Nei canti XVI-XVII-XVIII del Purgatorio infatti, al centro esatto della Commedia, Virgilio gli illustrerà come l’amore dell’uomo sia sempre libero di scegliere la propria strada, al di là di qualsiasi circostanza esterna. E alla fine del poema, Dante riconoscerà all’entrata nell’Empireo “il punto che mi vinse”, il luogo divino cioè che vince la debolezza delle sue facoltà, chiaramente corrispondente al “punto che ci vinse” dei due amanti, in un venir meno delle umane capacità che però qui, nel Paradiso, significa compimento di esse, e non annullamento, come fu nel caso dei due amanti.

Paolo e Francesca non sono all’Inferno per un eccesso di desiderio, ma per non aver condotto il desiderio verso il suo unico vero fine, per non averlo dispiegato in tutta la sua potenza (intesa in senso filosofico): Dante, al contrario, ha accettato liberamente di essere condotto, dal proprio amore umano per Beatrice, davanti a Dio, fino al compimento di ogni anelito umano, “al fine di tutt’i disii”.


L’articolo è una sintesi dell’intervento fatto dall’autore nell’ambito del recente ciclo di conferenze organizzato dalla Società Dante Alighieri – comitato di Torino in occasione del 750mo anniversario della nascita di Dante

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Dolcissima, giovane e gloriosa

Il mantello scarlatto attirava il nemico come la fiamma di una candela con le falene. Una dozzina di mani si allungò su di lei quando venne disarcionata. «Arrenditi» le ordinò un cavaliere borgognone. «Non a voi!» replicò Giovanna, in tono di sfida. «Mi sono già arresa a Dio, e manterrò la parola data a Lui». Poi le furono addosso. La Pulzella, la leggendaria creatura che alla testa di seicento cavalieri aveva liberato Orléans dall’assedio di inglesi e borgognoni e aveva condotto il delfino a Reims per essere incoronato, era caduta prigioniera.

Le vite dei santi appartengono alla storia, perché sono loro stessi a fare la storia e a farla come piace a Dio. La storia senza i santi si riduce a guerre e battaglie, nazioni soggiogate o liberate, leggi e decreti. A porte pesanti come quella della cella di Rouen che il 23 dicembre del 1430 si chiuse davanti a una ragazza incatenata in attesa di processo. «Di tanto in tanto, però, Dio mostra la strada e ogni volta per indicarla si avvale di un santo. I santi sono esseri umani, e non sempre sono persone pacifiche. Sanno combattere, e anzi, devono farlo quando si imbattono nel male» ricorda Louis de Wohl nelle pagine limpide e appassionate di Giovanna la fanciulla guerriera (da pochi mesi editato da Bur, 201 pagine, 11 euro), l’avventura della «dolcissima, giovane e gloriosa» santa Giovanna d’Arco. Accade allora che un evento diventi storia e che dietro quella pesante porta una ragazza in catene si prepari ad affrontare «ciò che verrà con letizia. Non arretrare davanti al martirio, perché sarà così che conquisterai il paradiso».

louis-de-wohl-giovanna-la-fanciulla-guerrieraGiovanna sapeva che sarebbe stata catturata. Le Voci l’avevano avvertita, «verrai fatta prigioniera prima del Giorno di San Giovanni. È necessario. Affronta ciò che deve accadere senza opporti. Dio ti aiuterà». E lei aveva obbedito, come aveva obbedito quando, a soli 17 anni, aveva lasciato la casa dei genitori contadini, Jacques d’Arc e Isabelle Romée di Domrémy, con un semplice abito rosso e i lunghi capelli neri spettinati dal vento, una colonna di fuoco e fumo sospesa sul terreno, per raggiungere Vaucouleurs e chiedere al capitano Robert de Baudricourt un cavallo e alcuni uomini per recarsi dal suo gentile delfino e salvare la Francia. E lui, dopo averla cacciata per due volte, l’aveva esaudita. Perché? Perché centinaia di uomini valorosi come il giovane duca d’Alençon, il guascone Étienne de Vignolles, detto “La Hire”, il delfino Carlo VII, perfino la giuria di clerici e monaci eruditi presieduta dal temutissimo padre domenicano Turelure (che la sottopose ad esame prima di accordarle il comando), rimpiazzarono un ragionevole scetticismo con una inossidabile devozione per una contadinella che andava alla guerra dei Cent’anni?

Simile ad un angelo nella sua armatura lucente nelle mentite spoglie di una ragazzetta fiera e impavida, reggendo alto uno stendardo di seta bianca con il ritratto di Cristo, degli angeli e il motto “Jesus Maria”, e la spada di Fierbois che le Voci le avevano ordinato di brandire e non usare per uccidere, l’8 maggio del 1429 Giovanna rompeva l’assedio inglese di Orléans ed entrava nella storia della Chiesa e dell’Occidente europeo. Il suo mito avrebbe ispirato poeti e letterati, da Charles Péguy a Paul Claudel, registi, pittori, scultori; cristiani come de Wohl, così certo che l’essenziale per la vittoria sia sempre la fede, agnostici come Mark Twain, che alla libera, pura e altruista Pulzella d’Orléans dedicò dodici anni di intense ricerche. Come aveva fatto una ragazzina a conquistare capitani, prelati, nobili, uomini di cultura, re con le sue irremovibili convinzioni e la sua fede così ottusa da apparire dissennata?

«Nel nome di Dio, non sono venuta qui per esibirmi in miracoli. Conducetemi a Orléans, e vi darò i segni che volete»; «i soldati combatteranno nel nome di Dio e Lui concederà loro la vittoria»; «prima di partire voglio che ciascuno di voi si confessi e riceva il santo Sacramento. Chiunque si rifiuti di farlo non potrà marciare con noi». Dopo una vita trascorsa a studiare, insegnare e combattere non era facile per i dotti illustri e i capitani di guerra accettare gli ordini bruschi, quasi scortesi di Giovanna. Eppure tutti capivano che non avrebbe potuto parlare in quel modo senza l’aiuto di una forza superiore. Era una donna, ed era giovanissima. L’asprezza delle sue risposte non poteva dipendere dalla sua indole ma dalla forza alle sue spalle: a manifestarsi era l’impazienza divina e Giovanna ne traboccava. Colpita dalla freccia di un arciere inglese alla vigilia della presa di Les Tourelles, se la strappò dal petto e da sola si rimise in piedi. «Di cosa è fatta questa ragazza?» si chiedevano i suoi compagni d’armi, e «Dio solo lo sa» era davvero l’unica risposta ragionevole.

Fin dall’inizio aveva obbedito alle Voci. Quelle dell’arcangelo Michele e delle sante Caterina d’Alessandria e Margherita d’Antiochia: il capo degli angeli che sconfisse l’Avversario e due martiri coraggiose e come lei giovanissime. La prima volta che le aveva sentite aveva tredici anni: non sapeva cavalcare, leggere o scrivere, e loro le avevano chiesto di farsi carico del destino di Francia, incontrare il delfino e salvare il regno dall’assedio inglese. E Giovanna aveva accettato, ribellandosi al padre che la voleva sposata aveva fatto voto di castità consacrandosi alla volontà di Dio. Un sì da bambina: da allora non agì mai per propria gloria, ma obbedendo alle Voci che attraverso di lei ancora oggi parlano a chiunque si imbatte nella sua storia.

A giudizio degli uomini
Catturata a Margny dagli uomini di Jean de Luxembourg, vassallo del duca di Borgogna, alleato degli inglesi, Giovanna venne venduta al nemico e processata a Rouen da una giuria di teologi dell’Università di Parigi, presieduta dal vescovo di Beauvais Pierre Cauchon e dall’inquisitore Jean le Maistre. «Osi sostenere di essere in stato di grazia?» le chiese un giudice. «Se non lo sono, che Dio mi ci metta; se lo sono che Dio mi ci mantenga» rispose Giovanna prima di profetizzare la sconfitta degli inglesi entro lo scadere di sette anni. Minacciata, insultata, tempestata di domande, la ragazza venne torturata per mesi dalle domande dei giudici decisi a farla cadere nell’eresia. «Non si è mai vista un’ingiustizia simile da quando Anna e Caifa condannarono nostro Signore», sussurravano gli uomini semplici, ascoltando le risposte limpide di Giovanna, cariche di una ironia consapevole e disarmante come quelle di Cristo davanti al sinedrio e a Pilato.

Quando si dichiarò martire i suoi accusatori andarono su tutte le furie. Non poteva definirsi martirio una condanna comminata dalla Chiesa. Lo stesso Cauchon si contraddisse pubblicamente, non osando rifiutare la comunione a quella che aveva appena giudicato un’apostata e una strega. «Vescovo, muoio per colpa vostra. Per le vostre azioni in tutto questo, vi convoco al giudizio dei cieli», tuonò l’innocente con gli occhi infiammati. Quando il rogo iniziò a bruciare la ragazza invocò il Signore, santa Caterina, santa Margherita e l’arcangelo Michele. Poi, insieme alla croce arrangiata con due rami di fascine da un impietosito arciere inglese, Giovanna d’Arco morì, a soli diciannove anni bruciata viva col nome di Gesù sulle labbra.

«Siamo perduti. Abbiamo bruciato una santa» si sentì urlare nella piazza terrorizzata in silenzio. La voce era quella di John Tressart, segretario personale del re d’Inghilterra. Uno dei dotti canonici, Jean d’Alespée dichiarò: «Prego che un giorno la mia anima si trovi dov’è oggi quella della Pulzella». E la sera stessa del supplizio, il boia di Rouen si recò dai frati domenicani, tremante di terrore. «Ho bruciato una santa. Dio non mi perdonerà mai». Fu solo l’inizio dei giorni segnati dal declino dell’Inghilterra e dalla morte di chi aveva preso parte alla condanna di Giovanna.

Donne che salgono sulla Croce
Giovanna fece la storia come piace a Dio. E come con santa Caterina da Siena o Ildegarda di Bingen, Dio si era servito del cuore dei piccoli, di una donna, per confondere i potenti. Grandi cose erano avvenute durante i due anni di vita pubblica di Giovanna, ma a giudici e teologi mancò «la carità e l’umiltà di vedere in questa giovane l’azione di Dio» disse Benedetto XVI definendo il processo di condanna «una pagina sconvolgente della storia della santità e illuminante sul mistero della Chiesa». Nel 1455 Isabelle Romée, ormai settantenne, raggiunse Roma a piedi, ottenendo da papa Callisto III l’apertura di un’indagine ecclesiastica. Il 7 luglio 1456 la decisione del tribunale di Rouen venne annullata da una sentenza senza appello: l’innocenza di Giovanna sarebbe stata provata fino alla fine dei tempi. Nel 1909 Pio X la dichiarò beata. Il 9 maggio del 1920 Benedetto XV la proclamò santa. In una vita completamente diversa, un’altra santa, Teresa di Lisieux, esprimeva il desiderio di morire come Giovanna, pronunciando il nome di Gesù: oggi la Chiesa le ha riunite come Patrone della Francia, dopo la Vergine Maria.

Due ragazze diversissime e graziate dalla preferenza che Dio manifesta per la donna nel dolore e nella battaglia fin dal “sì” di un’altra giovane che diede inizio alla storia. Donne capaci di dare la vita o, come piacque scrivere a Claudel nell’Annuncio a Maria, di «morire, non digrossar la croce ma salirvi, e dare in letizia ciò che abbiamo». Per questo, tra le vite dei santi che appartengono alla storia, nessuno potrà dimenticare quella della «dolcissima, giovane e gloriosa» Giovanna d’Arco.

Foto Giovanna d’Arco da Shutterstock
In anteprima, foto Giovanna d’Arco da Shutterstock

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Implicarsi per il bene comune

«Una comunità cristiana autentica vive in costante rapporto con il resto degli uomini, di cui condivide totalmente i bisogni, e insieme coi quali sente i problemi. Per la profonda esperienza fraterna che in essa si sviluppa, la comunità cristiana non può non tendere ad avere una sua idea e un suo metodo d’affronto dei problemi comuni, sia pratici che teorici, da offrire come sua specifica collaborazione a tutto il resto della società in cui è situata»
(don Giussani)

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Nosce te ipsum

Esperimenti danteschi

mercoledì 13 maggio 2015

Emmanuel Mounier diceva: «Lavorare, studiare è fare un uomo prima che fare un’opera». Se studiare, come domani lavorare, non è la strada della conoscenza di sé, allora non c’è studio, impegno sociale o iniziativa culturale che regga. Lo scopo fondamentale per cui val la pena studiare per noi oggi Dante, ha come motore principale proprio quell’antico Nosce te ipsum: conosci te stesso, conoscere, cioè quell’abisso di mistero che ognuno di noi è. Dante è l’homo viator, ma ancor di più, l’Everyman di cui parla Singleton, è Ogni Uomo e Qualsiasi Uomo che sia in viaggio nell’avventura suprema per conoscere quel «misterio eterno dell’esser nostro», di cui parlava anche Leopardi.

Da qui nasce la proposta di quest’anno di Esperimenti danteschi, che affonda, però, le sue radici nel 2004, quando la riforma della didattica universitaria procede ad una drastica riduzione dello studio dei canti della Divina Commedia. Ad un primo sconcerto si contrappone il vivo desiderio di tre studenti amici di mettersi in gioco per coltivare l’ardente passione per il Poema: l’immergersi nella lettura e nello studio dei canti è proporzionale al riacutizzarsi del loro interesse, che contagia molti altri amici, tanto da approdare, l’anno successivo, all’organizzazione di un seminario di incontri.

Inizia così con l’Inferno il ciclo delle lecturae dantis che ha, sin da subito, risultati inaspettati: aula universitaria piena, professori — provenienti perfino dall’America e dall’Australia — che, affascinati ed incuriositi, chiedono di essere tenuti aggiornati sulla vita dell’associazione, e altri, invece, che non potendo partecipare alla sessione richiesta si prenotano per poter presenziare l’anno successivo. Non per il successo ma per la passione originaria l’iniziativa si ripete gli anni successivi, concludendo in sei anni, per due volte consecutive, la lettura ed il commento dell’intera Commedia.

Dal 2011 la fisionomia degli incontri cambia radicalmente: non più lecturae dantis, ma lezioni dal taglio monografico. L’idea sorta quest’anno è nata dalla volontà di alcuni tra noi, amici e compagni di studio, di riprendere in mano dall’inizio la Commedia sulla base dell’interesse comune di ripercorrere l’iter dantesco, dall’inizio, così come Dante lo ha affrontato, così come ce lo ha lasciato, seguendo fedelmente il suo cammino, sin dalla «selva», in una prospettiva nuova, che rende l’iniziativa di quest’anno differente da una qualsivoglia lectura dantis. Affiancati da numerosi saggi critici, e con l’aiuto dei professori interpellati, abbiamo riletto il cammino dantesco nell’ottica di verificare il contributo che i diversi incontri con le anime arrecano alla crescita spirituale di Dante, un Dante personaggio, integralmente umano, che sorprendentemente, nella storia della letteratura, dice “io”.

C’è infatti nella Commedia una novità assoluta: se Omero ha il suo eroe, Ulisse; Virgilio il suo, Enea; anche Dante ha il suo eroe e si chiama Dante. Dunque Dante non ha altro eroe se non se stesso: oltre ad essere soggetto pienamente storico, è contemporaneamente autore e protagonista, come ognuno di noi nella propria vita.

La prospettiva è affascinante e finora stiamo raccogliendo, nel corso delle varie lezioni, ottimi frutti — spesso al di là delle nostre stesse aspettative — che offrono, ancora oggi, spunti realisticamente innovativi, rispetto anche ai passi più noti e studiati della Commedia. E’ importante ricordare che la sussistenza di quest’iniziativa nel corso degli anni non è mai risultata scontata e mai è stata portata avanti sulla base di un automatismo: gli aspetti che ne permettono ancora oggi, non la sopravvivenza, bensì un continuo rinvigorimento, sono molteplici.

Senz’altro varie e numerose, nella nostra Università, sono le iniziative culturali, tuttavia per noi l’adesione a Esperimenti danteschi è risultata una scelta pressoché obbligata: Dante per noi è stato, e continua ad essere, qualcuno in cui ti imbatti in modo così decisivo da non poter restar indifferente, è uno che entra a un certo punto nella vita, quasi sia venuto a cercarti. Certamente frequentando la facoltà di Lettere non è difficile che questo accada, ma la potenza con cui Dante ci si è imposto è stata davvero impressionante, perché è una dinamica, un incontro sperimentato da noi tutti, in tempi e modalità diversi, ma è accaduto e ogni volta riaccade: quando meno te lo si aspetti, quando magari stavi cercando altro e ti stavi girando da un’altra parte, lui all’ultimo si mette davanti, e tu intravedi una verità tale, per te, per la vita, che non puoi far altro che seguirlo. Dante è questo. Puoi scegliere di vivere da pusillanime, come le anime del canto III dell’Inferno, come il Dante della «selva», o da uomo che, di fronte all’umana miseria, attanagliato dalla paura, accetta di far un cammino e di essere guidato.

Più ci si addentra in questo studio, tanto più ci si inoltra nella profondità della conoscenza di se stessi, del mistero dal quale e per il quale siamo fatti. Tutti. Conoscersi è l’impresa più grande e ardua della vita, richiede un cammino, fatica, come del resto tutte le cose: Dante ci mostra in maniera straordinaria come la vita dell’uomo possa essere vissuta appieno, da uomini veri, senza censurare niente della nostra umanità e non accontentandosi mai; chi legge la Commedia infatti sa che, in ultima istanza, non si rimane mai sazi e, procedendo, le questioni non si esauriscono, ma restano aperte, perché anche di fronte alle risposte o alle spiegazioni che sembra di poter ricavare, non si può rimanere comodamente appagati; il viaggio di Dante non termina dinanzi ad un confine umano, ma solo davanti a Dio, perché per meno di Dio l’uomo non è fatto. Lo stesso Dante lo ricorda al lettore nel canto XXVI dell’Inferno con Ulisse: «Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza».

Giulia Asselta
Riccardo Delcarro
Mattia Gennari
http://www.esperimentidanteschi.it 

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2015/5/13/LETTURE-Cosi-Dante-e-venuto-a-cercarci-/print/608136/