Il richiamo dell’Eden

Un giardino-paradiso all’inizio della storia degli uomini: è il tema biblico dell’Eden, che ritorna anche in tanti altri racconti dell’antichità. Perché ricorre così spesso? E che sguardo ci offre davvero sul tema del rapporto tra l’uomo e il mondo che lo circonda? È intorno a questo tema che l’archeologo Valerio Massimo Manfredi e il biblista don Silvio Barbaglia si confrontano oggi a Vicenza alla «Linfa dell’Ulivo», il focus su esegesi e archeologia promosso nell’ambito del Festival Biblico.

Che cos’è l’Eden per l’uomo dell’antichità?

Manfredi: «Nel mondo classico i giardini sono isole fortunate, dove piove solo di notte, non c’è freddo, soprattutto non c’è la fatica per guadagnarsi il cibo. È l’illusione che gli abitanti della Terra hanno sempre avuto: guardando alle guerre, alla fame, alla peste si è sempre immaginato che all’origine ci fosse un luogo perfetto. Ma è chiaro che l’uomo si attribuisce anche la colpa di aver distrutto questa perfezione, attraverso l’intelligenza del “sarete come Dio”, come dice il serpente. Allo stesso tempo però il giardino è presente in tutte le civiltà come costruzione umana: l’uomo costruisce un angolo di natura perfetto in cui fugge. Non c’è residenza principesca che non sia dotata di un giardino, luogo che imita la natura pensando di riuscire a creare una perfezione ancora superiore. È il luogo più artificiale che esista».

Barbaglia: «Sgombriamo il campo dall’idea della natura incontaminata; per capire l’Eden dobbiamo guardare al giardino come a un’esperienza di città. È il giardino recintato, l’idea dell’hortus conclusus. Il racconto biblico è scritto avendo in mente la questione di Gerusalemme e del Tempio. Nei quattro fiumi dell’Eden in Genesi 2 è citata Gihon, la sorgente che porta l’acqua a Gerusalemme e che fu al centro delle opere di canalizzazione del re Ezechia. Lo stesso re che aveva cercato di bandire l’idolatria, in un cammino che poi Israele aveva abbandonato: per questo – nella logica biblica – era giunta l’esperienza dell’esilio (che è dunque la cacciata dall’Eden). Il racconto, dunque, più che come punto d’origine va letto nella prospettiva di uno sguardo sulla fine: l’Eden è la speranza nel tempo dell’esilio».

Tra i tanti giardini possibili a quale modello si rifà l’Eden biblico?

Manfredi: «Ogni civiltà ha il suo giardino: quello che consideriamo nella tradizione biblica, il paradeisos, viene da una parola persiana ellenizzata e indicava i giardini degli imperatori persiani. Poi c’è la tradizione del giardino pensile babilonese, considerata una delle sette meraviglie del mondo antico, con la leggenda della principessa malinconica, che rimpiangeva la sua terra boscosa e verdeggiante, per la quale il re avrebbe costruito questa montagna artificiale. È un mito ma anche una pratica: il ricordo ancestrale del tempo in cui l’uomo viveva immerso nella natura. E in fondo anche i grandi parchi cittadini di oggi nascono sempre dall’ideale dell’urbs in horto. E le architetture contemporanee riproducono il giardino pensile, con possibilità tecniche che l’antichità non aveva».

Barbaglia: «La Gerusalemme dell’Eden rimanda molto al tema dell’acqua, che nella Bibbia ha una profonda ambivalenza: è all’origine della vita, con la sua esuberanza che infonde colore, sapore, odore. Ma può diventare anche elemento di morte, come nel Mar Rosso. Ecco allora l’idea del giardino nella città fondata sulla sorgente: è un’immagine fortemente metaforica; dice di un uomo capace di scegliere la vita e non la morte».

In occasione dell’Expo 2015 oggi si parla molto del tema della sostenibilità nella sfida di nutrire l’uomo. Che cosa può suggerire in proposito l’idea dell’Eden?

Manfredi: «Non credo che miti arcaici di questo genere debbano essere necessariamente d’aiuto. Il mondo oggi è tutt’altra cosa: siamo 8 miliardi, non è certo un mito a poterci salvare… La diffusione del genere umano è talmente prepotente, aggressiva; la stessa nostra economia, basata su una crescita senza fine, è la nostra condanna. Oggi non ci può salvare il mito; l’unica risposta forse sarebbe un’economia diversa, un tipo di energia diversa. Può darsi che la scienza ci insegni come invertire il processo. Però intanto ogni anno vediamo estinguersi nuove specie di animali e vegetali, viviamo in società fondate su castelli di carte. Perché allora studiare questi miti? Sono manifestazioni spontanee delle civiltà e vale la pena di conoscerle. Possono essere motivo di ispirazione, sì, ma più che altro a livello individuale».

Barbaglia: «All’uomo l’Eden è affidato come un giardino da custodire e coltivare, che sono due verbi teologicamente istruiti. Custodire è un’azione propria di Dio che nella Bibbia è descritto come il custode di Israele. E coltivare è un verbo che ha la stessa radice dell’azione del culto nel Tempio. Dunque non sei padre e padrone della Terra, ma sei chiamato a servirla attraverso il tuo lavoro. Dentro l’idea di un giardino organizzato, in cui l’uomo ha un ruolo positivo, da protagonista. A patto che – anche qui – non ricada nella tentazione dell’idolatria, evocata nel racconto biblico dalla figura del serpente».

http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/eden-il-giardino-inizio-e-fine.aspx
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