Il progresso è custodire la vita

​Il grado di progresso di una civiltà si misura dalla capacità di custodire la vita, quella del concepito, come quella dell’anziano, quella dell’immigrato come quella dell’affamato o del lavoratore: è quanto ha detto Papa Francesco ai partecipanti all’incontro promosso da “Scienza e Vita”, in occasione del decennale dell’associazione.

In una società “segnata dalla logica negativa dello scarto” – afferma il Papa – “l’amore di Cristo ci spinge a farci servitori dei piccoli e degli anziani, di ogni uomo e ogni donna, per i quali va riconosciuto e tutelato il diritto primordiale alla vita”:

“E’ la vita nella sua insondabile profondità che origina e accompagna tutto il cammino scientifico; è il miracolo della vita che sempre mette in crisi qualche forma di presunzione scientifica, restituendo il primato alla meraviglia e alla bellezza. Così Cristo, che è la luce dell’uomo e del mondo, illumina la strada perché la scienza sia sempre un sapere a servizio della vita. Quando viene meno questa luce, quando il sapere dimentica il contatto con la vita, diventa sterile”.

“La scienza sia veramente al servizio dell’uomo e non l’uomo al servizio della scienza” è l’invito di Papa Francesco e ribadisce: “una società giusta riconosce come primario il diritto alla vita dal concepimento fino al suo termine naturale”. “Il grado di progresso di una civiltà – ha aggiunto – si misura proprio dalla capacità di custodire la vita, soprattutto nelle sue fasi più fragili, più che dalla diffusione di strumenti tecnologici”. Quindi, elenca “gli attentati alla sacralità della vita umana”: “È attentato alla vita la piaga dell’aborto. È attentato alla vita lasciar morire i nostri fratelli sui barconi nel canale di Sicilia.

È attentato alla vita la morte sul lavoro perché non si rispettano le minime condizioni di sicurezza. È attentato alla vita la morte per denutrizione. È attentato alla vita il terrorismo, la guerra, la violenza; ma anche l’eutanasia. Amare la vita è sempre prendersi cura dell’altro, volere il suo bene, coltivare e rispettare la sua dignità trascendente”.
Papa Francesco esorta “a rilanciare una rinnovata cultura della vita, che sappia instaurare reti di fiducia e reciprocità e sappia offrire orizzonti di pace, di misericordia e di comunione”: “Non abbiate paura di intraprendere un dialogo fecondo con tutto il mondo della scienza, anche con coloro che, pur non professandosi credenti, restano aperti al mistero della vita umana”.

http://www.avvenire.it/Vita/Pagine/papa-scienza-e-vita.aspx

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La carezza che riconosce la realtà

Giorgio Vittadini

venerdì 29 maggio 2015

Un taxi, partito dall’aeroporto di Newark, New Jersey, sta viaggiando sulla corsia di sinistra. Forse per un tentativo di sorpasso, il guidatore perde il controllo della vettura che si schianta sul guard rail. Due delle quattro persone a bordo vengono sbalzate fuori per via dell’impatto e muoiono sul colpo. Sono il premio Nobel John Nash, 86 anni, e la moglie Alicia, 82. Così come hanno sempre vissuto, insieme, sono anche morti.

John Nash ha ottenuto il premio Nobel per l’economia nel 1994 insieme a John Harsany e Reinhard Selten per la loro “pionieristica analisi degli equilibri nella teoria dei giochi non cooperativi”, che ha applicazioni in molti campi della vita non solo economica. La teoria dei giochi è una scienza matematica che studia e analizza le decisioni individuali di un soggetto in situazioni di conflitto o interazione strategica con altri soggetti. Ad essaNash ha dato un contributo importante con il concetto di “punto di equilibrio”, quello raggiunto quando tutti i giocatori conseguono sia il massimo guadagno individuale che quello collettivo e nessuno può migliorare il suo risultato cambiando solo la propria strategia.

La storia dello scienziato è divenuta nota ai più grazie a un film di grande successo interpretato da Russell Crowe, “A beautiful mind” che, seppur con molte libertà, ha mostrato alcuni aspetti che rendono la vita di Nash profondamente interessante per ognuno di noi.

Lo scienziato è stato per lunghi anni malato di schizofrenia e la “remissione della sua malattia è stata spontanea, quasi miracolosa” come ha detto in un’intervista il matematico italiano Piergiorgio Odifreddi, suo amico.

Ma come narra Sylvia Nasar l’autrice della sua biografia uscita nel 1998 e che ha ispirato il film, “il genio di Nash è stato di saper scegliere una donna che si è rivelata essenziale per la sua stessa sopravvivenza”.

Già, la moglie che gli è stata accanto fino alla morte: Alicia non lo ha abbandonato neanche a bordo di quel taxi. Eppure, anni prima, spaventata dalla malattia del marito, lo aveva fatto, andandosene di casa e divorziando, cosa che il film non dice. Quando, alcuni anni dopo, John è ormai ridotto in condizioni tragiche, destinato a diventare un senzatetto, Alicia lo riprende con sé, inizialmente per pura compassione. A poco a poco quella che è una assistenza quasi di ordine medico si riscopre essere qualcosa di più, tanto che nei primi anni Ottanta Nash appare guarito della sua malattia. Nel 2001, 38 anni dopo il divorzio, i due si risposano, a sottolineare un legame che è stato quello di una vita. Come concordano tutti quelli che hanno conosciuto la coppia, il loro legame ha certamente salvato la vita di Nash.

“Io risolvo problemi, è quello che so fare meglio” viene fatto dire nel film allo scienziato. Nel corso della sua vita quando si ammala, quando affronta l’università, quando si innamora, il suo approccio è sempre quello dell’analisi. La sua appare una tendenza esasperata alla razionalità anche nei comportamenti più quotidiani. “In effetti” disse Nash in occasione di un convegno “quando cominciai a star male mi ero tuffato in un progetto troppo ambizioso. Chiedevo troppo alla mia mente ed ero esaurito fisicamente”.

Quella che Odifreddi definisce “una remissione quasi miracolosa della malattia”, qualcosa cioè di non spiegabile, ha invece una motivazione precisa, come intuitivamente hanno detto in molti. Solo il rapporto affettivo con la moglie infatti permetterà a Nash di affrontare ogni cosa, la malattia e il suo percorso accademico. E’ una persona reale, una compagnia che non lo lascia mai, e non gli offre alibi, non gli risparmia quello che la sua condizione di malato richiede. E’ quella carezza, che sposta la mano dalla testa al cuore che ha fatto la differenza nel caso di John Nash.

C’è una bellissima scena nel film che sottintende tutto questo. Nash è davanti alla prospettiva del ricovero coatto se non accetterà di farsi ricoverare spontaneamente. Lui chiede alla moglie, che ha l’autorità legale per il ricovero, di non firmare: se entrerò là dentro, le dice, non tornerò più a casa. “Vuoi sapere cosa è reale davvero?” gli chiede Alicia. Si inginocchia, gli accarezza il viso. Poi prende la sua mano e gliela mette sul suo cuore: “Questo è reale. Forse quella parte che può riconoscere la realtà non è qua nella testa è qua nel cuore” dice, aggiungendo: “Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile”.

Solo una conoscenza affettiva permette all’uomo di ricostruire il proprio io.

Ridurre la conoscenza ad analisi, a logica fredda e deduttiva può essere indice e nello stesso tempo causa del male di vivere, anche dietro alla normalità, al “far finta di essere sani” (scherzando, ma neanche tanto, Nash dirà nei suoi ultimi anni di vita che tutti i matematici non sono del tutto normali). Lo schizofrenico è un uomo, come dice l’origine greca del termine, dalla mente separata dalla realtà (i deliri più ricorrenti di Nash riguardavano visioni di messaggi criptati provenienti anche da extraterrestri), con tutto ciò che consegue anche nella difficoltà a relazionarsi con gli altri.

Anche la psichiatria, fondamentale strumento terapeutico moderno, è impotente se il paziente non recupera un modo di vivere che ricongiunge ragione e sentimento, attraverso l’essere veramente voluto da presenze amiche. Ricostruire l’equilibrio perduto non significa banalmente tornare alla normalità, come se niente fosse successo.

Un altro aspetto che colpisce nel film è quando verso la fine Crowe/Nash dice: “Vedo ancora gli “omini” ma non li seguo perché adesso so che non sono reali”. Anche questo episodio ha riscontro nella vita autentica di Nash.

Una volta a uno che gli chiese se sentiva ancora le voci, Nash rispose: “Ho deciso di non sentirle”. L’uomo non cancella le sue ferite ma, amato, affermato in un rapporto che aiuta ad esistere, può finalmente convivere con il suo male. Può sopportare di essere profondamente ferito perché può sentire se stesso infinitamente più grande delle sue parti oscure. In quel taxi che li ha portati alla morte, John e Alicia hanno vissuto fino all’ultimo questa capitale esperienza.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2015/5/29/John-Nash-e-Alicia-una-conoscenza-affettiva/print/612208/

Il cuore della letteratura

Gianfranco Lauretano

giovedì 28 maggio 2015

L’intervento del Santo Padre all’udienza generale di ieri ha visto anche l’espressione di una citazione letteraria. “In Italia avete un capolavoro sul fidanzamento, non lasciatelo da parte, i giovani debbono leggerlo” ha affermato Papa Francesco parlando dei Promessi sposi e aggiungendo: “È un capolavoro dove si racconta la storia dei fidanzati che hanno subito tanto dolore. Non lasciate da parte questo capolavoro sul fidanzamento, andate avanti a leggerlo e vedrete la sofferenza e anche la fedeltà di questi fidanzati”.

L’intervento, come sempre il mercoledì, aveva un carattere catechetico e riguardava il tema del fidanzamento e del matrimonio, che da alcune settimane il Papa sta portando avanti nelle sue udienze generali, eppure lo si può anche considerare come un’annotazione di critica o didattica letteraria, magari implicita e involontaria.

Devo infatti fare una confessione: sono un lettore superficiale. Tutte le volte che ho letto I promessi sposi (e non sono neppure poche) ho pensato a tante cose — allo splendido stile narrativo, all’efficacia manzoniana nel ritrarre luoghi e personaggi, alla rivoluzionaria novità linguistica apportata dal romanzo, alla sua perfetta coerenza storica, ai significati simbolici, teologici, psicologici dei protagonisti, a mille altri spunti letterari — ma mai, lo confesso, che fosse un romanzo sul fidanzamento. Sull’amore sì, sul matrimonio e non matrimonio certo; sul fidanzamento no. Quando ho letto ciò che ha detto Papa Francesco, sono caduto dalle nuvole: I promessi sposi sono esattamente, propriamente e semplicemente questo: un romanzo sul fidanzamento. E vedo solo adesso che noi italiani abbiamo prodotto forse il miglior romanzo su questo argomento al mondo, un autentico capolavoro.

Lasciando da parte l’opinione del premier Renzi, di qualche tempo fa, sull’eliminazione dell’opera del Manzoni dai programmi scolastici (oggi più che mai suona bislacca), la citazione del Papa è anche, come dicevo, una splendida annotazione di critica letteraria perché indica, con semplicità inaudita, come è probabilmente più utile leggere le opere letterarie, classiche e moderne: stando cioè di fronte al cuore del messaggio che recano, al nucleo fondante di ciò che l’autore, attraverso i secoli, tenta di suggerirci ancora oggi.

Mi viene in mente, ad esempio, che si potrebbe leggere Petrarca per quello che effettivamente dice, cioè il dramma della sua anima di fronte all’apparizione e poi alla scomparsa dell’oggetto del suo desiderio d’amore (Laura), e non seguendo estenuanti disquisizioni sulla forma del sonetto; che si potrebbe leggere l’opera di Leopardi come la documentazione dell’inesauribile domanda d’infinito di un uomo pur conscio del dramma della vita e della sua incompiutezza, non con astratte teorizzazioni sul preconcetto filosofico del “pessimismo leopardiano”; e così per altri mille esempi.

La grande difficoltà della proposta e dell’insegnamento della letteratura a scuola e del rapporto con i classici che hanno fondato la nostra identità (in fondo, se voglio sapere cos’è un italiano, cosa c’è di meglio di mettere insieme i caratteri dipinti da Alessandro Manzoni nel suo romanzo-capolavoro?) in cui si trovano tanti insegnanti, difficoltà che è giunta a far proporre a un capo del governo di eliminarli dalla scuola, potrebbe essere affrontata anche a iniziare dalla citazione fatta dal Papa. Iniziando così a pensare che non leggiamo un classico per ricostruire uno stile o un contesto letterario storico, ma perché può ancora dire qualcosa di buono a noi, oggi.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2015/5/28/PROMESSI-SPOSI-Cosi-papa-Francesco-spiazza-Renzi-e-la-scuola/print/612460/

L’estremo albor della fuggente luce

​«Una voce o un suono lontano, o decrescente e allontanantesi appoco appoco, o eccheggiante con un’apparenza di vastità ec. ec. è piacevole per il vago dell’idea ec. Però è piacevole il tuono, un colpo di cannone, e simili, udito in piena campagna, in una valle ec., il canto degli agricoltori, degli uccelli, il muggito de’ buoi ec. nelle medesime circostanze» (Zibaldone, 21 settembre 1827, § 4293). Poeta di lontananze, di solitudini, di echi delle origini, di “ricordanze”: «Delle sere io solea passar gran parte / Mirando il cielo, ed ascoltando il canto / Della rana rimota alla campagna! / E la lucciola errava appo le siepi” (Le ricordanze), il Leopardi [Recanati 1798 – Napoli 1837] ha trattenuto nella parola gli ultimi echi dell’infinito, della memoria del sempre, e di un presente che tutto cancella nei suoi diurni affanni: «Scende la luna; e si scolora il mondo; / Spariscon l’ombre, ed una / Oscurità la valle e il monte imbruna; / Orba la notte resta, / E cantando, con mesta melodia, / L’estremo albor della fuggente luce, / […] / Saluta il carrettier dalla sua vita» (Il tramonto della luna).

Il Leopardi che il secolo XXI attende non sarà solo quello del Canto notturno, del «vagar mio breve» o del silenzio “sovrumano” e degli «interminati / spazi» dell’Infinito; ma si leverà, voce di profezia e di sogno, di grandezza di pensieri, sulla miseria del presente, dell’avaro egoismo dei giorni terreni. Annotava infatti nel suo Zibaldone, 11 aprile 1821: «Oggi l’uomo è nella società quello ch’è una colonna d’aria rispetto a tutte le altre e a ciascuna di loro. S’ella cede, o per rarefazione, o per qualunque conto, le colonne lontane premendo le vicine, e queste premendo né più né meno in tutti i lati, tutte accorrono ad occupare e riempire il suo posto. Così l’uomo nella società egoista. L’uno premendo l’altro, quell’individuo che cede in qualunque maniera, o per mancanza di abilità, o di forza, o per virtù, e perché lasci un vuoto di egoismo, dev’esser sicuro di esser subito calpestato dall’egoismo che ha dintorno per tutti i lati: e di essere stritolato come una macchina pneumatica dalla quale, senza le debite precauzioni, si fosse sottratta l’aria». Di fronte al “nostro egoismo” sta il “loro eroismo”, quello degli antichi, memorabile, ma che non consola il presente.

Sin dal Bruto minore s’insinua infatti, nella contemplazione leopardiana, un seme più gravoso e doloroso della stessa vanitas: «abbietta parte / Siam delle cose»; la infelicità dell’uomo è più misera della stessa mortale finitudine del creato perché gli è ascritta – dai costumi, dalle religioni, o da ultimo dalla sua stessa consapevolezza di abiezione – a colpa. Soccorre, a riprova, una lunga meditazione dello Zibaldone del 3 settembre 1823, nella quale il Leopardi richiama la vicenda semantica di «sciagurato , disgraziato , misero, miserabile […], tapino»: «Un uomo solito a échouernelle sue intraprese, era senza fallo in ira agli dei. […]. Si fuggiva quindi l’infelice, come il colpevole; se gli negava ogni soccorso e compassione, temendo di farsi complice in questo modo della colpa, per poi divenire partecipe della pena. […] Gli amici e la moglie di Giobbe lo stimarono uno scellerato, com’ei lo videro percosso da tante disgrazie».

L’uomo è più abietto, «precipitato più in basso», delle cose stesse: la «storia di un’anima» – tale volle definirla il Leopardi – è il cammino, sino alla Ginestra e ai Pensieri, di questa personale e universale kenosis, com’egli delinea in una lettera del marzo 1829 a Pietro Colletta: «–Seguita la notizia de’ miei castelli in aria. Storia di un’anima. Romanzo che avrebbe poche avventure estrinseche e queste sarebbero delle più ordinarie: ma racconterebbe le vicende interne di un animo nato nobile e tenero, dal tempo delle sue prime ricordanze fino alla morte. Caratteri morali. Paradossi».

È una traccia che riaffiorerà nell’ultimo Leopardi, in quei Pensieri nei quali il meditare spesso s’introduce attraverso il ricorso al paradosso («Ha sembianza del paradosso, ma coll’esperienza della vita si conosce essere verissimo», XCVII); quando al proprio vorrà associare il più alto paradosso della storia umana, il rovesciamento radicale dei valori del mondo, la sola legittimazione dell’abiezione che la storia ci abbia offerto: «Gesù Cristo fu il primo che distintamente additò agli uomini quel lodatore e precettore di tutte le virtù finte, detrattore e persecutore di tutte le vere ; […] derisore d’ogni sentimento alto, se non lo crede falso, d’ogni affetto dolce, se lo crede intimo; quello schiavo dei forti, tiranno dei deboli, odiatore degl’infelici; il quale esso Gesù Cristo dinotò col nome di mondo, che gli dura in tutte le lingue colte insino al presente». «Questa idea generale, che è di tanta verità», soggiungeva il Leopardi, tocca «l’uomo che chiamiamo civile»: sotto di lui, nell’abiezione e nella lava, reclinato «il tuo capo innocente», la ginestra – anch’essa figura «non renitente» – piega e si libra «sulla mesta landa / In purissimo azzurro» (La ginestra).

La novità e la modernità della poesia del Leopardi, la sua viva presenza anche oggi, è proprio nell’ aver egli aperto lo spazio poetico all’infinito del desiderio che, attraverso la negazione, conferma l’insufficienza di qualsiasi oggetto o parvenza, per lasciare intatti -nella mente e nella memoria- “Moti soavi, immagini, / Palpiti, error beato” (Il Risorgimento); così da isolare tutto integro, e tutto puro, il posare del creato, come testimonia la più classica delle riscritture dal Petrarca, il primo verso della Sera del dì di festa: “Dolce e chiara è la notte e senza vento”, aura sospesa in impalpabile preludio.

E così il Leopardi vorrà congedarsi dalla propria opera, in una lettera, a Carlo Lebreton a Parigi del giugno 1836, che accompagna l’uscita dallo Starita delle Opere : “malgré le titre magnifique d’opere que mon libraire a cru devoir donner à son recueil, je n’ai jamais fait d’ouvrage, j’ai fait seulement des essais en comptant toujours préluder”; come se i Canti non fossero stati, essi stessi, che infinito preludio e rattenuta eco di congedo: “L’estremo albor della fuggente luce” (Il tramonto della luna), “Un canto che s’udia per li sentieri / Lontanando morire a poco a poco” (La sera del dì di festa).

Perdonami compagno

Partito volontario per la grande guerra, Ungaretti la affronta come soldato semplice, non in audaci operazioni o imprese militari come D’Annunzio, ma nell’esperienza traumatica della trincea, al fronte, prima quello italiano, poi quello francese. A Mariano, nel 1916, vede la sua stessa fragilità e il suo stesso ardore di vita e di amore nel nemico, suo fratello («Fratelli»). Nel bosco di Courton, nel 1918, le mitragliatrici tedesche abbattono i soldati nemici che cadono come le foglie in autunno dagli alberi («Si sta come/ d’autunno/ sugli alberi/ le foglie»). La guerra porta ad uccidere l’altro uomo.

Ungaretti si ribella a questa violenza che distrugge i paesi lasciandone solo «qualche brandello di muro» e che ha trasformato il suo cuore in un cimitero, «il paese più straziato» («San Martino del Carso»).

Durante la Grande guerra l’esperienza della precarietà non annienta, anzi accentua il desiderio di infinito e di eternità del poeta. Ancora non credente, Ungaretti scrive: «Chiuso fra cose mortali// (anche il cielo stellato finirà)// perché bramo Dio?» («Dannazione» in L’allegria). L’uomo non si può accontentare soltanto di soddisfare il bisogno fisico, altrimenti sarebbe come la bestia. In «Perché?» (1916) Ungaretti scrive: «Ha bisogno di qualche ristoro/ il mio buio cuore disperso». E ancora nella poesia «Sereno» (1918) il poeta scrive: «Dopo tanta/ nebbia/ a una/ a una/ si svelano/ le stelle».

L’esperienza della morte nella prima raccolta porta Ungaretti ad amare ancora di più la vita. Così, nella notte trascorsa in trincea a fianco di un compagno morto, il poeta scrive «lettere piene d’amore», perché non è mai stato «tanto/ attaccato alla vita». (Veglia).

Pubblicata in ottanta copie nel 1916, la silloge viene, poi, ripubblicata prima con il titolo L’allegria di naufragi (1919) e poi L’allegria (1931). Nel passaggio da una raccolta all’altra la scrittura di Ungaretti è sempre più orientata nella direzione della scarnificazione del verso, dell’abolizione della punteggiatura, dell’espressione lapidaria, dell’uso del blanchissement (lo spazio bianco) per scolpire la poesia. Il verso, reso sempre più essenziale, si riduce talvolta ad una sola parola e diventa rivelatore del tentativo del poeta di andare al cuore delle cose e della vita, senza orpelli retorici e paludamenti che nascondano l’evidenza della realtà. Il titolo delle poesie è accompagnato dal riferimento al luogo e alla data di composizione (come in un diario).

Il senso religioso di Ungaretti è accentuato dall’esperienza della sofferenza, del dolore e della morte, più in generale dall’esperienza viva della guerra.

In Niente di nuovo sul fronte occidentale (1929) lo scrittore tedesco Erich Maria Remarque (1898-1970) documenta l’esperienza di un giovane soldato in trincea durante la Grande Guerra: «Compagno, io non ti volevo uccidere. Se tu saltassi un’altra volta qua dentro, io non ti ucciderei, purché anche tu fossi ragionevole. Ma prima tu eri per me solo un’idea, una formula di concetti nel mio cervello, che determinava quella risoluzione. Io ho pugnalato codesta formula. Soltanto ora vedo che sei un uomo come me. Allora pensai alle tue bombe a mano, alla tua baionetta, alle tue armi; ora vedo la tua donna, il tuo volto, e quanto ci somigliamo. Perdonami, compagno! Noi vediamo queste cose sempre troppo tardi. Perché non ci hanno mai detto che voi siete poveri cani al par di noi, che le vostre mamme sono in angoscia per voi, come per noi le nostre, e che abbiamo lo stesso terrore, e la stessa morte e lo stesso patire… Perdonami, compagno, come potevi tu essere mio nemico? Se gettiamo via queste armi e queste uniformi, potresti essere mio fratello».

Come Ungaretti, Clemente Rebora è soldato sul Carso nel 1915. La sua esperienza durerà poco, perché sarà presto riformato in seguito ad un’esplosione ravvicinata. Nella poesia «Viatico» Rebora racconta forse la vicenda più tragica che sia mai stata descritta riguardo alla Grande Guerra: un soldato ferito è rimasto senza gambe, nella terra di nessuno. Tre soldati corrono in suo soccorso per portarlo in salvo e muoiono sotto il fuoco nemico. Ora il soldato non potrà che morire, lontano dall’abbraccio fraterno, in silenzio per evitare che altri diano la vita per lui. Il poeta scrive: «O ferito laggiù nel valloncello,/tanto invocasti/ se tre compagni interi/ cadder per te che quasi più non eri./ Tra melma e sangue/ tronco senza gambe/ e il tuo lamento ancora,/ pietà di noi rimasti/ a rantolarci e non ha fine l’ora,/affretta l’agonia,/ tu puoi finire,/ e nel conforto ti sia/ nella demenza che non sa impazzire,/ mentre sosta il momento/ il sonno sul cervello,/ lasciaci in silenzio/ grazie,  fratello». In una lettera del 1925 in relazione ai suoi versi di guerra Rebora rivela che «quel tempo fu» per lui «un soccombere sotto la croce […]. E da allora cominciò» la sua conversione. La conversione vera e propria al cattolicesimo avviene nel 1929, fatto curioso perché in quello stesso periodo matura anche la conversione di Giuseppe Ungaretti. Ricevuta la prima comunione e poi la cresima, nel 1931 Rebora diventa novizio e nel 1936 è nominato sacerdote.

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Verrà giorno

il blog di Costanza Miriano

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«Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole»

Dalla seconda lettera di San Paolo a Timoteo

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Il richiamo dell’Eden

Un giardino-paradiso all’inizio della storia degli uomini: è il tema biblico dell’Eden, che ritorna anche in tanti altri racconti dell’antichità. Perché ricorre così spesso? E che sguardo ci offre davvero sul tema del rapporto tra l’uomo e il mondo che lo circonda? È intorno a questo tema che l’archeologo Valerio Massimo Manfredi e il biblista don Silvio Barbaglia si confrontano oggi a Vicenza alla «Linfa dell’Ulivo», il focus su esegesi e archeologia promosso nell’ambito del Festival Biblico.

Che cos’è l’Eden per l’uomo dell’antichità?

Manfredi: «Nel mondo classico i giardini sono isole fortunate, dove piove solo di notte, non c’è freddo, soprattutto non c’è la fatica per guadagnarsi il cibo. È l’illusione che gli abitanti della Terra hanno sempre avuto: guardando alle guerre, alla fame, alla peste si è sempre immaginato che all’origine ci fosse un luogo perfetto. Ma è chiaro che l’uomo si attribuisce anche la colpa di aver distrutto questa perfezione, attraverso l’intelligenza del “sarete come Dio”, come dice il serpente. Allo stesso tempo però il giardino è presente in tutte le civiltà come costruzione umana: l’uomo costruisce un angolo di natura perfetto in cui fugge. Non c’è residenza principesca che non sia dotata di un giardino, luogo che imita la natura pensando di riuscire a creare una perfezione ancora superiore. È il luogo più artificiale che esista».

Barbaglia: «Sgombriamo il campo dall’idea della natura incontaminata; per capire l’Eden dobbiamo guardare al giardino come a un’esperienza di città. È il giardino recintato, l’idea dell’hortus conclusus. Il racconto biblico è scritto avendo in mente la questione di Gerusalemme e del Tempio. Nei quattro fiumi dell’Eden in Genesi 2 è citata Gihon, la sorgente che porta l’acqua a Gerusalemme e che fu al centro delle opere di canalizzazione del re Ezechia. Lo stesso re che aveva cercato di bandire l’idolatria, in un cammino che poi Israele aveva abbandonato: per questo – nella logica biblica – era giunta l’esperienza dell’esilio (che è dunque la cacciata dall’Eden). Il racconto, dunque, più che come punto d’origine va letto nella prospettiva di uno sguardo sulla fine: l’Eden è la speranza nel tempo dell’esilio».

Tra i tanti giardini possibili a quale modello si rifà l’Eden biblico?

Manfredi: «Ogni civiltà ha il suo giardino: quello che consideriamo nella tradizione biblica, il paradeisos, viene da una parola persiana ellenizzata e indicava i giardini degli imperatori persiani. Poi c’è la tradizione del giardino pensile babilonese, considerata una delle sette meraviglie del mondo antico, con la leggenda della principessa malinconica, che rimpiangeva la sua terra boscosa e verdeggiante, per la quale il re avrebbe costruito questa montagna artificiale. È un mito ma anche una pratica: il ricordo ancestrale del tempo in cui l’uomo viveva immerso nella natura. E in fondo anche i grandi parchi cittadini di oggi nascono sempre dall’ideale dell’urbs in horto. E le architetture contemporanee riproducono il giardino pensile, con possibilità tecniche che l’antichità non aveva».

Barbaglia: «La Gerusalemme dell’Eden rimanda molto al tema dell’acqua, che nella Bibbia ha una profonda ambivalenza: è all’origine della vita, con la sua esuberanza che infonde colore, sapore, odore. Ma può diventare anche elemento di morte, come nel Mar Rosso. Ecco allora l’idea del giardino nella città fondata sulla sorgente: è un’immagine fortemente metaforica; dice di un uomo capace di scegliere la vita e non la morte».

In occasione dell’Expo 2015 oggi si parla molto del tema della sostenibilità nella sfida di nutrire l’uomo. Che cosa può suggerire in proposito l’idea dell’Eden?

Manfredi: «Non credo che miti arcaici di questo genere debbano essere necessariamente d’aiuto. Il mondo oggi è tutt’altra cosa: siamo 8 miliardi, non è certo un mito a poterci salvare… La diffusione del genere umano è talmente prepotente, aggressiva; la stessa nostra economia, basata su una crescita senza fine, è la nostra condanna. Oggi non ci può salvare il mito; l’unica risposta forse sarebbe un’economia diversa, un tipo di energia diversa. Può darsi che la scienza ci insegni come invertire il processo. Però intanto ogni anno vediamo estinguersi nuove specie di animali e vegetali, viviamo in società fondate su castelli di carte. Perché allora studiare questi miti? Sono manifestazioni spontanee delle civiltà e vale la pena di conoscerle. Possono essere motivo di ispirazione, sì, ma più che altro a livello individuale».

Barbaglia: «All’uomo l’Eden è affidato come un giardino da custodire e coltivare, che sono due verbi teologicamente istruiti. Custodire è un’azione propria di Dio che nella Bibbia è descritto come il custode di Israele. E coltivare è un verbo che ha la stessa radice dell’azione del culto nel Tempio. Dunque non sei padre e padrone della Terra, ma sei chiamato a servirla attraverso il tuo lavoro. Dentro l’idea di un giardino organizzato, in cui l’uomo ha un ruolo positivo, da protagonista. A patto che – anche qui – non ricada nella tentazione dell’idolatria, evocata nel racconto biblico dalla figura del serpente».

http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/eden-il-giardino-inizio-e-fine.aspx

Free2pray

Ha chiesto di non voltare la testa davanti alla testimonianza dei cristiani vittime di violenze e persecuzioni solo a causa della fede che professano. Papa Francesco ha parlato, in un appello rivolto a tutti, di «una Chiesa di martiri». Dalla Nigeria al Medioriente, dal Kenya al Pakistan, attraverso la vita e la morte di queste persone «noi riceviamo la benedizione di Dio».

Le parole del Santo Padre sono state riprese dai Vescovi italiani, con la proposta rivolta a tutti i fedeli di dedicare la prossima Veglia di Pentecoste, sabato 23 maggio, ai martiri nostri contemporanei.

Anche Comunione e Liberazione ha aderito all’invito. Come ha ricordato don Julián Carrón, presidente della Fraternità di CL, «proprio dai cristiani perseguitati giungono continue testimonianze di persone che trovano nella fede la ragione adeguata per vivere e per morire». Una testimonianza che non può passare sotto silenzio.

Tracce ha dedicato il “primo piano” del numero di maggio a questi «nostri martiri», attraverso i volti e le storie di una tragedia che riguarda tutti. Proprio da qui nasce la proposta di una vendita speciale del giornale nelle giornate di sabato 23 e domenica 24 maggio, lasciando lo spazio alla libera iniziativa e alla creatività di ciascuna comunità.

Per aiutare a prepare questo gesto mettiamo a disposizione online, oltre ad altre testimonianze che non troverete nel giornale, anche alcuni materiali che possono essere usati per promuovere la rivista: locandine, copertina, alcuni poster e l’immagine della testata Tracce (potete scaricarli qui di seguito).

Inoltre, è possibile seguire l’evento (e contribuire) attraverso i social network, con gli hashtag #giornatatracce e #free2pray

Vale, come sempre, l’invito raccontarci tutto quello che accade intorno a questo gesto inviando una mail a filodiretto@tracce.it

  •  Locandina promozionale 1 (2,25 MB)