La semplice sequela

Antonio Tombolini

giovedì 30 aprile 2015

L’immedesimazione di fronte a un testo letterario è, secondo taluni studiosi, un’evasione dal peso spesso opprimente del reale, dalla disillusione a cui tutto sembra richiamarci, oppure, nell’ambito della psicanalisi, essa è intesa come un «meccanismo di difesa contro il dissolvimento provocato dai fattori soggettivi interni» (Jung).

Ma può esistere un’immedesimazione che travalichi i confini puramente psicologici e intellettuali della persona umana, per abbracciarne l’intera consistenza? Agostino di Ippona, nel IV secolo, aveva parlato di una presenza intimior intimo mei (cfr. Confessioni 3, 6, 11) per indicare in certo modo un’immedesimazione dell’uomo in Dio e di Dio nell’uomo. Oppure nel XII secolo l’abate Bernardo di Chiaravalle, finissimo scrittore, aveva amato identificarsi per esempio con i pastori della notte di Natale, che non furono condotti in presenza di Dio da una dottrina o da una spiritualità, ma dall’avvenimento inconcepibile dell’Incarnazione, in cui si erano immediatamente immedesimati.

Nella lettura di Simone chiamato Pietro (Cantagalli, Siena 2015), uscito dalla penna di padre Mauro Lepori, ora abate generale dell’Ordine cistercense, è possibile rivivere personalmente — nella chiave descritta in Agostino e in Bernardo — l’esperienza dell’apostolo Pietro, in cui a propria volta si immedesima l’autore.

Lo dice bene anche il cardinale Scola, attuale arcivescovo di Milano, che ha firmato la prefazione del volume, laddove afferma che «sei portato dentro i fatti raccontati — in questo caso la vicenda di Simone chiamato Pietro — e li vedi con i tuoi occhi e li senti con il tuo cuore più che se fossi presente». La vicenda del Principe degli Apostoli è narrata con acuta capacità di penetrazione psicologica, nel suo inconfondibile timbro umano, in cui ciascuno di noi può riconoscersi. Così che «questo scritto potrebbe essere letto anche come una (…) introduzione all’antropologia cristiana» (ibid.).

Si pensi a come viene descritto da Lepori, nelle pagine iniziali, l’insorgere della fede come incontro che svela l’uomo a se stesso: «Simone non aveva mai misurato come ora l’importanza della sua vita e della sua libertà»; per lui la sequela di Cristo («era come se avesse seguito il Maestro là dove Egli andava con il suo cuore, non solo con i suoi passi, decisioni, opere») esalta la libertà e ne radicalizza il dramma: «… non avrebbe più potuto andare al fondo di quell’amicizia senza abbracciare il destino oscuro del Maestro». Sempre più chiaramente gli si impone un’evidenza: la verità, la salvezza del suo io è il rapporto con Quell’uomo: «Senza di Lui la sua vita era come uno sguardo fissato sul proprio nulla»; fino alla piena e feconda maturità della propria persona, nel nesso indisgiungibile tra il sì a Cristo e la missione, tanto che Pietro e i suoi «non avevano più un istante per sé: dall’alba al tramonto erano come sospesi tra la misericordia di Cristo e la miseria degli uomini».

Insomma, appare chiaro come sia realmente possibile seguire Pietro, che sempre conduce a Gesù, perché non ha mai permesso alla propria fragilità di staccare il suo cuore dal Signore, persino mentre Lo rinnegava. E proprio questo fa apparire, davanti alla figura di Pietro e di tutti i suoi successori, quanto sembra sproporzionato che tutto abbia la sua consistenza nel legame con la fragilità di una singola persona, scelta per questa missione. Eppure queste pagine, così intense, destano in chi le scrive e in chi le legge, la domanda sincera e umile di una sequela semplice, tanto si è resi certi che seguendo Pietro si segue Cristo.


Mauro Giuseppe Lepori, Simone chiamato Pietro. Sui passi di un uomo alla sequela di Dio, prefazione di angelo Scola, Cantagalli, Siena 2015

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2015/4/30/LETTURE-Cosa-vuol-dire-seguire-Pietro-/print/604561/

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L’altro lato della malinconia

Berlicche

Ci affezioniamo alle persone, agli animali, alle cose. Perfino le macchine inanimate sembrano, con il tempo, acquistare una sorta di vita, di personalità.

Ma tutte le cose finiscono. Viene il giorno che si sa essere l’ultimo. Non si torna indietro, quello che adesso è diventerà passato, poi ricordo, poi svanirà dalla memoria scolorandosi piano.

E prende una sorta di malinconia, di tristezza, perché è parte dell’essere uomini la riluttanza a lasciare andare le cose. Vorremmo tenercele tutte strette, per sempre, anche se non è possibile.

Se solo riflettessimo, sapremmo che ogni atto, ogni azione è la fine di qualcosa. E’ un atto irripetibile, unico, e non tornerà. Il suo attimo è speso per sempre. Ogni istante, ogni cosa finisce.

Ma voltiamoci dall’altra a guardare. Ogni cosa, ogni istante, inizia.

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La magia del «second wind»

il blog di Costanza Miriano

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di Andreas Hofer

Senza la famiglia siamo indifesi di fronte allo Stato,
che nella nostra moderna situazione coincide con lo Stato Servile
.
(G. K. Chesterton)

È dunque legge il cosiddetto “divorzio breve”. Decretare la fine di un matrimonio ora avrà tempi più rapidi, procedure più snelle. È grande il giubilo di Donatella Ferranti, presidente della commissione Giustizia. La nuova normativa, dichiara, «è un indubbio passo avanti di civiltà giuridica e sociale, in linea con i tempi e con gli ordinamenti degli altri paesi». È solidale con questo giudizio anche la vice presidente della Camera Marina Sereni, per la quale siamo indubbiamente di fronte a una «norma di civiltà».

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Anche per noi una Gran Torino

di Gabriele Vecchione

Gran Torino, 2008, diretto ed interpretato da un magistrale Clint Eastwood, è un film sull’espiazione e sull’amicizia prima ancora che sulla xenofobia, in cui il protagonista Walt Kowalski, morendo in favore del suo amico, s’assimila al sacrificio di Gesù Cristo.

L’itinerario di questo veterano di guerra americano, patriottico, tradizionale, dal linguaggio gagliardamente stereotipato e burbero (e con punte di humour esilaranti) sembra pian piano imboccare la strada dell’espiazione (sofferenza vicaria) perché il suo amico possa avere vita, scampando da una condanna ineluttabile, dalle angherie del prepotente nemico.

Parafrasando G.K. Chesterton, abbiamo frequentato riunioni di condominio e crediamo dunque al peccato originale, che forse non è un monstrum horribile agostiniano ma una condizione esistenziale, data e gommosa: così siamo presi (attratti e al contempo riluttanti) continuamente dal male nella sua multiforme composizione – interno, esterno, sociale, personale e via discorrendo.

Il vicino di casa di Walt, il giovane Thao, di origine Hmong (etnia del Sud-Est asiatico), subisce prevaricazioni dalla gang del cugino, che vorrebbe assoldarlo a scopi criminosi. Refrattario, la sua libertà comincia a restringersi di fronte agli accusatori («femminuccia!»), fin quando non interviene – dapprima con le sue armi da fuoco, poi in ben altra maniera – Walt.

Thao non ha la forza per resistere al peccato (da άμαρτία, mancanza), cioè allo sprecare la sua propria vita nella futilità nel male. Dalla realizzazione della sua vita lo divide qualcosa come un invalicabile muro di separazione, con cocci aguzzi di bottiglia in cima, qualcosa come una lastra sepolcrale che da sé non può spostare.

Walt si fa volontariamente crivellare («nessuno mi toglie la vita, ma la offro da me stesso», Gv 10,18) dal cugino di Thao e dai suoi sgherri, andando sotto il loro covo, fingendo di essere armato e infilando la mano nella tasca interna della giacca, simulando di estrarre la pistola, ma impugnando solo un accendino. Morendo, sussurra sulle labbra la sua prima preghiera: «Ave Maria». Cade a terra a braccia aperte, disteso come su una croce – evidente la simbologia cristica. Fa rinchiudere in carcere i nemici, cosicché non abbiano più a taglieggiare Thao ed il suo popolo: «È stato precipitato l’Accusatore» (Ap 12,10).

Il film si apre con il funerale della moglie di Walt e con il successivo e tipicamente americano rinfresco. Il prete, un «27enne vergine imbottito di letture che gode a tenere le mani a vecchie signore superstiziose alle quali promette l’eternità», privo di com-passione, non sa dire altro che rituali parole algidamente accademiche; i figli, farisaicamente untuosi, adducendo motivazioni apparentemente nobili, vorrebbero rinchiuderlo in una casa di riposo, per appropriarsi subito della casa e della macchina d’epoca Gran Torino, della Ford, che dà il titolo alla pellicola. La moglie era per il veterano la donna più sublime del pianeta, per i nipoti è perfino una noia partecipare al rinfresco in onore della nonna: eppure vi sono obbligati dalle convenzioni familiari verso cui i figli e le nuore si mostrano assai premurosi. Così, se ci è permessa ancora l’assimilazione suddetta, Walt ingaggia una battaglia a morte contro l’ipocrisia, come fu per Gesù di Nazareth (cfr. Mt 23):

«Tutto il suo essere e il suo vivere è, in tutto e per tutto, unità, decisione, lucidità: pura chiarezza, pura verità. Lasciava tale impressione di veracità, di lealtà, di rettitudine e di forza che neppure i suoi nemici potevano sottrarsene: Maestro, noi sappiamo che tu sei veritiero e non hai paura di nessuno.

Proprio qui, in questa unità, in questa rettitudine, chiarezza del suo intimo sta la spiegazione psicologica della sua lotta a morte contro i farisei, contro i sepolcri imbiancati, contro quei rappresentanti di tutto ciò che è falso, basso, puramente esteriore, di ciò che rende intollerabile la religione e la vita. Tale condotta gli ha aperto la via della croce…

Gesù è un carattere eroico al sommo grado: è l’eroismo incarnato. Tale senso d’eroismo, tale assoluta dedizione della vita alla verità conosciuta, egli esige anche dai suoi discepoli. Per lui l’eroismo è la regola. Al giovane ricco che ha osservato tutti i comandamenti, manca ancora una cosa: Va’, vendi tutto, poi seguimi» (Karl Adam, Gesù il Cristo, Morcelliana).

Il protagonista del film non patisce relazioni che non siano massimamente autentiche. La moglie, come una delle ultime volontà, aveva fatto promettere al prete di confessare il marito che non calca l’inginocchiatoio di un confessionale da svariati decenni, ma Walt non può farlo se non in maniera autentica, verace, franca:

«Ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento della storia sono uomini che attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano credibile Dio in questo mondo. La testimonianza negativa di cristiani che parlavano di Dio e vivevano contro di lui, ha oscurato l’immagine di Dio e ha aperto le porte all’incredulità» (Ratzinger).

Così decide di riconciliarsi in articulo mortis, solo quando è ormai è una creatura nuova e ha deciso di amare dando il suo sangue, la sua vita:

«Quando la gente chiede a me, o a qualsiasi altro: Perché vi siete unito alla Chiesa di Roma? La prima risposta essenziale, anche se in parte incompleta, è: Per liberarmi dai miei peccati. Poiché non v’è nessun altro sistema religioso che dichiari veramente di liberare la gente dai peccati. Ciò trova la sua conferma nella logica, spaventosa per molti, con la quale la Chiesa trae la conclusione che il peccato confessato, e pianto adeguatamente, viene di fatto abolito, e che il peccatore comincia veramente di nuovo, come se non avesse mai peccato. […] Orbene, quando un cattolico ritorna dalla confessione entra veramente, per definizione, nell’alba del suo stesso inizio, e guarda con occhi nuovi attraverso il mondo, ad un Crystal Palace che è veramente di cristallo. Egli sa che in quell’angolo oscuro, e in quel breve rito, Dio lo ha veramente rifatto a Sua immagine. Egli è ora un nuovo esperimento del Creatore. È un esperimento nuovo tanto quanto lo era a soli cinque anni.

Egli sta, come dissi, nella luce bianca dell’inizio, pieno di dignità, della vita di un uomo. Le accumulazioni di tempo non possono più spaventare. Può essere grigio e gottoso, ma è vecchio soltanto di cinque minuti» (G.K. Chesterton, Autobiografia, Lindau).

Creatura nuova, dopo la confessione, conosciuta e ratificata la propria missione, ultimate tutte le questioni – passa a salutare gli amici, ordina un vestito nuovo –, Walt sale decisamente verso Gerusalemme, come fu per il Signore. Solo col proprio dolore, nel suo Getsemani, Walt può scegliere un passo così ardito che pure farà grande il suo nome. Scopre di avere un male probabilmente incurabile e non si affanna ad eliminarlo distraendosi od offrendosi palliativi di diverso genere. Il dolore lo riporta al centro di se stesso, come «frequentazione col mistero» (Martin Buber).

L’angoscia di Walt è anche morale. Nel film è mirabile la sequenza in cui, tremendamente irato perché la sorella di Thao è stata stuprata dalla gang, entra in casa sua, strepita, lancia oggetti, tira pugni ai mobili e, ferito alle mani, medita come quei ragazzi possano valicare quel muro che impedisce loro la felicità. Non si può rassegnare al sopruso, alla sofferenza dell’innocente. Pare di leggere una pagina di Isaia: «Il Signore avanza come un prode, come un guerriero eccita il suo ardore; grida, lancia urli di guerra, si mostra forte contro i suoi nemici» (42,13). È lo stesso grido da guerriero che lancia Gesù di fronte alla tomba di Lazzaro: «… gridò a gran voce: Lazzaro, vieni fuori!» (Gv 11,43). La notte in cui Walt si lascia macellare sembra così la notte tra il sabato santo e la domenica di resurrezione: Mors et vita mirabile duello conflixere mirando…  dux vitae regnat vivus.

Il sacrificio di Walt non è fine a se stesso, secondo l’etica del risentimento che disgustava Nietzsche, ma dà libertà e vita – «vita in abbondanza» (Gv 10,10) – a Thao, alla sorella e al loro popolo. La morte di Walt è in loro favore – così per noi la morte di Gesù che, autore della vita, ha schiacciato la morte dal suo interno.

Il testamento che il veterano dispone e che il notaio legge davanti alla famiglia attonita nel suo perbenismo è il franco compimento di un film memorabile:

«Ora veniamo all’ultimo punto, e di nuovo mi scuso per il linguaggio del testamento di Mr. Kowalski, io mi limito a leggerlo così come è scritto: ‘E vorrei lasciare la mia auto del ’72 Gran Torino a… alla persona che più la merita… Thao Vang Lor. A condizione che tu non scoperchi il tetto come uno stronzo messicano, che non ci dipingi quelle ridicole fiamme gialle come un qualsiasi coatto bianco e che non metti sul retro uno di quegli spoiler da checca che si vedono sulle auto degli altri musi gialli. Fa veramente schifo. Se riesci a non fare tutte queste cose, è tua’».

Grazie alla Passione del Signore, come Thao possiamo vivere abbondantemente – girare in pace con la nostra Gran Torino.

http://www.iltimone.org/33042,News.html

Un imprevisto è la sola speranza

Romano Guatta Caldini

domenica 26 aprile 2015

“Sono quasi tutti impresentabili i poeti, fanno delle vitacce; lasciamo stare le biografie e andiamo invece incontro ai loro cuori che per vie sofferte vanno a fondo, vanno alla sostanza” ha commentato Roberto Filippetti, studioso d’arte e letteratura ma soprattutto insegnante, la cui attività trova corrispondenza con la radice latina del verbo “insignare” (imprimere segni). La terza serata del Mese letterario, organizzata dalla Fondazione San Benedetto e dedicata a Montale, rimarrà sicuramente impressa nelle menti dei seicento studenti, fra universitari e liceali, che affollavano l’auditorium Balestrieri di Brescia giovedì 23 aprile.

Montale, il poeta del male di vivere, ma anche il poeta dello sguardo fissato sempre oltre, “più in là”, lasciando il passo, seppur velatamente, a una flebile speranza. “Un poeta che ha attraversato il nichilismo totale, la notte, cercando di oltrepassarla”. E’ questo il profilo di Montale fornito da Paola Paganuzzi, professoressa del locale Liceo Calini che, come Filippetti, nutre un amore incondizionato, a tratti viscerale, per il poeta ligure.

Un’umanità cupa, disperata, quella di Montale, che però lascia aperta una porta: “Varcare la soglia della speranza. Sì, ma quale?” domanda Filippetti, rivolgendosi alla platea, ritto sul palco, mentre scorrono le immagini di “Sogni”, film di Akira Kurosawa, seguite dalle pennellate di Van Gogh. La risposta è anche lì, in quei girasoli, nella loro “natura oggettivata” ma illuminata da un radioso panteismo che traspare fra le righe di Ossi di seppia: “Portami tu la pianta che conduce dove sorgono bionde trasparenze e vapora la vita quale essenza; portami il girasole impazzito di luce” scriveva Montale. La speranza, dicevamo. La speranza risiede sempre in un’attesa e anche Montale attende, come tutti, qualcosa: “Il mio genere è tutta un’attesa del miracolo”. In un mondo dove tutto è nulla, nella prospettiva vertiginosa del precipitare “con un terrore da ubriaco”, il miracolo risiede nel “sentir / noi pur domani tra i profumi e i venti/ un riaffluir di sogni. Un urger di folle/ di voci verso un esito; e nel sole/ che v’investe, riviere, /rifiorire!” (rivivere).

Tornare alla luce, uscire dalle tenebre di un’esistenza dolente, rivivere, per l’appunto; è a questo che anela il poeta.

La rinascita, la “resurrezione”, spesso si palesa attraverso un incontro, attraverso un volto nuovo. Nel caso di Montale è il volto di una donna: “Dei sette libri che Montale ha pubblicato in vita — ha commentato Filippetti — uno solo ha una dedica: a I. B.”. Se per Dante è Beatrice, per Petrarca è Francesca e per Leopardi è Silvia, la musa di Montale, invece, è Irma Brandeis. “Di lei parla continuamente dagli anni Trenta fino alla fine della sua vita. La chiama con due nomi: Iride e Clizia”.

Montale parla di lei in Le occasioni (1939), a lei dedicate, e anche ne La bufera e altro. “La bufera è la bufera e altro è lei, è soprattutto lei — dice Filippetti —. Altro è la sua bellezza che irrompe nella bufera della vita”. Il bagliore di speranza che si intravede oltre il “muro” e la “muraglia” è Irma: “Iride (poesia del 1944) torna a noi come continuatrice e simbolo dell’eterno sacrificio cristiano” scriveva Montale. E’ lei “il Volto insanguinato sul sudario”, è sua “l’opera che ha il volto e la forma di Cristo”, “perché l’opera Sua (che nella tua Si trasforma) dev’essere continuata”.

Da dove deriva il nome che Montale ha scelto per la sua Beatrice? “Per i greci Iride è la messaggera degli Dei, per gli ebrei è l’arcobaleno dopo il diluvio, per me, studioso di Giotto — sono sempre parole di Filippetti — è la mandorla che incornicia il Cristo Pantokrator del Giudizio Universale della cappella degli Scrovegni”. Qui il 25 marzo, all’alba di ogni anno, entra la luce che colpendo l’abside va a riverberarsi sui tre specchi incastonati nell’aureola illuminando il volto di Cristo. “La luce viene da Oriente, la vita ha un orientamento” ricorda il critico. La bussola, il faro, per Montale è lei, Irma, Iride, Clizia: “La mia cristofora”, “senza Clizia la mia vita non avrebbe avuto alcun senso, alcuna direzione” sottolineava il poeta. La figura di Irma si staglia sullo sfondo di un’esistenza cupa, illuminando il buio di una notte senza stelle.

In Satura (1971), Montale scrive: “E ora, che ne sarà del mio viaggio? Troppo accuratamente l’ho studiato senza sapere nulla. Un imprevisto è la sola speranza…”. L’imprevisto è l’apertura al Mistero, è di nuovo un incontro, un nuovo volto che entra nella vita del poeta. Si tratta della pittrice ventisettenne Annalisa Cima, ultima Musa di Montale, conosciuta quando lui aveva 72 anni. Nel tempo, fra il vecchio poeta e la giovane artista s’instaurerà una tenera amicizia. A lei affiderà i suoi ultimi versi, prima di spirare recitando il Padre Nostro, in latino: “Il clou non è quaggiù — tu dici — è il prosieguo, l’eterno, v’è metamorfosi non metempsicosi. Ratio ultima rerum… id est deus. E fu così che il tuo parlare timoroso e ardente, mi rese in breve da ateo credente”.
http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2015/4/26/MONTALE-Sperare-che-la-bellezza-irrompa-nella-bufera-della-vita/print/603260/

Un impegno con il presente

Oggi è un anniversario di grande importanza per la storia del mondo intero. Sono cento anni da quando, nella notte del 24 aprile 1915, a Costantinopoli, è scattato il piano per eliminare gli armeni, predisposto dal ministro Talaat e dai Giovani Turchi. Un intero popolo annientato, la cui unica colpa è stata quella di esistere. La brutalità con cui, in poco tempo, si è arrivati alla cancellazione di un milione e mezzo di persone fa ancora più senso alla luce della programmatica negazione con cui la Turchia, da allora fino ad oggi, continua a sostenere che si sia trattato unicamente di vittime di guerra, adducendo come scusa gli scontri di confine tra russi e turchi.

Papa Francesco, in questi giorni, ha giustamente evidenziato che quello degli armeni è stato il primo genocidio del Novecento, scatenando le reazioni assurde di Ankara, a conferma di quanto ancora si debba fare per ridare alla memoria i suoi contenuti veri. Di fronte a questa accanita volontà di negazione, cosa si può fare? Contrapporre analisi su analisi sembra inutile. Vi è una sola via, quella dell’educazione alla memoria, che poggia su una certezza: il fatto che l’orizzonte della storia non è quello che gli armeni chiamano «il Grande Male». Proprio loro ne sono i primi testimoni. Per quanto dilaniati da una persecuzione violenta e terribile, essi hanno mantenuto in vita la loro identità e la ricchezza della loro storia.

In un mondo dove è in atto, come dice il Papa, «una terza guerra mondiale a pezzi», oggi fare memoria del genocidio del popolo armeno e sfidare tanti colpevoli silenzi ha un alto valore educativo. Non si tratta di un puro ricordo del passato, ma di un impegno con il presente. Impegno teso a costruire una convivenza dove ogni uomo e ogni popolo non solo abbia il diritto di esistere, ma abbia la libertà di vivere con l’altro. Una convivenza dove nessuno è straniero. Per questo, oggi, facciamo memoria.
Gianni, Abbiategrasso

 http://www.tracce.it/default.asp?id=371&id_n=47427

Cronaca di una visita

il blog di Costanza Miriano

SINDONE

di Andrea Torquato Giovanoli

Tre minuti: questo è il tempo concesso per sostare di fronte alla Sindone.

Ci pensi mentre percorri la coda che ti porterà a contemplare la tanto discussa reliquia, mentre ti immagini quali saranno i sentimenti, magari le emozioni, che attraverseranno il tuo cuore quando sarai davanti al lenzuolo; quello stesso lenzuolo che hai già veduto tante volte in fotografie più o meno dettagliate, ma che ora potrai finalmente osservare dal vivo. Basteranno tre soli minuti per farsi un’idea definitiva di che cosa è in realtà quel pezzo di lino? Sono sufficienti tre minuti per far sbocciare la fede nel cuore di chi non crede? Sono abbastanza tre minuti per soddisfare il desiderio di venerazione per coloro che riconoscono il volto di Dio nell’immagine impressa sulla tela?

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Liberi ma mancanti di un amore

Cristiana Caricato

giovedì 23 aprile 2015

Svolazzando tra le pagine di Facebook, intrufolandomi tra le discussioni di amici e semplici conoscenti, ho scoperto che l’idea che molte donne si sono fatte di Papa Francesco è di un romantico. Complici le ultime due catechesi dedicate al rapporto tra maschile e femminile, un gran numero di donzelle lanciano cuoricini e pupazzetti pelosi su post con il bel faccione di Bergoglio. L’idea è: finalmente un uomo che capisce le donne, o almeno che gli racconta quello che vogliono sentire. Molto sentimento, forse troppo, un tocco di fascino latino, un passo di tango ed è fatta. Tutte ai suoi piedi. Ma non sono sicura che abbiano davvero capito l’equilibrio femminile-maschile che lui propone. Certo ascoltare certe frasi fa sciogliere.

Esempio 1: “Per trovare la donna – e possiamo dire per trovare l’amore della donna – l’uomo prima deve sognarla”. Se non l’avessi sentita pronunciare con le mie orecchie dal pontefice argentino, durante l’udienza generale di ieri, avrei pensato ad un versetto impiastricciato di cioccolata. Non perché non sia vera, o poetica. Ma semplicemente perché astratta dal contesto perde tutta la sua forza e la sua profondità, per liquefarsi in sentimentalismo spicciolo, romanticheria da pasticceria, o peggio in materia per perfidia da barzelletta (qualche mio collega, dal cuore sfasciato, ha subito fatto riferimento al trasformarsi del sogno in incubo). Invece Francesco agganciava l’immagine poeticissima dell’uomo che sogna l’amore della sua vita a Dio che durante la creazione plasma l’essere femminile, proprio mentre l’uomo dorme. Una sottolineatura importante per ricordare che la donna non è una creatura dell’uomo, anche se venuta fuori da una sua costola, ma del Creatore. Insomma Adamo, nel giardino dell’Eden, ha la signoria su animali e Creato, ma non sulla donna, che è un essere altro, pieno, completo, paritario.

Partendo da questo si comprende come sia inapplicabile alla tradizione biblica, per non dire evangelica, una sudditanza ontologica della donna all’uomo. Basterebbe la sottolineatura del Papa per giudicare l’immoralità di certi comportamenti maschili, la prevaricazione, l’assoggettamento, la stortura di alcune culture patriarcali, la mercificazione e la strumentalizzazione del corpo femminile. Anche di questo ha parlato Bergoglio, denunciando la Storia e il presente drammaticamente infarcito di violenza verso le donne.

Esempio 2: “L’immagine della costola non esprime affatto inferiorità o subordinazione, ma, al contrario, che uomo e donna sono della stessa sostanza”. Persino questa bella frasetta potrebbe ingannare inscrivendo il magistero di Francesco nella scia del femminismo di matrice cattolica post-conciliare. Si potrebbe cadere nell’errore di pensare ad un pontefice che ripete facili slogan, tanto vuoti, quanto inutili. Al contrario proprio l’aver legato strettamente il discorso sulla reciprocità e la complementarietà tra uomo e donna al racconto biblico, fornisce un aggancio alla Rivelazione che riempie di senso le parole.

“La donna non è una replica dell’uomo” ha detto Francesco, nasce dallo sguardo di Dio sull’uomo, sulla sua solitudine. Adamo è libero, è signore… ma è solo. E Dio vede che questo non è bene. L’uomo senza la donna è mancante: in comunione e pienezza. La donna quindi è pensata dal Creatore dal nulla, da un vuoto. Da un non-essere dell’uomo.

Ecco allora il legame, ecco l’alleanza, ecco la coppia capolavoro. Poi, come ha ricordato il Papa, ci sarà il peccato, la diffidenza e la divisione, l’inquinamento e la distruzione, quell’incapacità, che ancora oggi, sperimentiamo in modo tragico “di affinare l’intimità e di custodire la dignità della differenza”. Da questa perdita di senso, dalla mancanza di corrispondenza nasce “la svalutazione sociale per l’alleanza stabile e generativa dell’uomo e della donna”, un modo più complesso per dire matrimonio e famiglia.

Guardare al maschile e al femminile nella prospettiva biblica, come suggerisce Francesco, può aiutare a risolvere molti dei nodi che interessano non solo i cattolici, ma l’intera società civile. Nel giorno in cui la Camera in Italia, ha dato il via libera al “divorzio breve” un richiamo ad una relazione, tra uomo e donna, talmente profonda ed essenziale che non si può spazzare via in 6 mesi.

http://www.ilsussidiario.net/News/roma/2015/4/23/PAPA-La-donna-uno-sguardo-di-Dio-sull-uomo-Altro-che-divorzio-breve/print/602322/

Non ho voce

Berlicche

Non ho voce. Se l’è portata via il vento che da una settimana scende gagliardo dai monti innevati a spezzare con raffiche violente rami e sonni. Al posto della mia usuale tonalità di basso è rimasto un gracidare roco e sconnesso.

Com’è brutto vivere senza voce. Volere parlare, avere da cantare, e sentire note e parole bloccate nella strozza, uscire deformate ed incomprensibili. D’improvviso non sei più il protagonista della tua vita, perché non sai farti capire. Non hai letteralmente voce in capitolo. Nessuno ti ascolta. Non riesci a dire niente. Non dici niente.

Ti viene da arrabbiarti, e disperarti, e opporti. Trangugi intrugli e pastiglie, ma la realtà non obbedisce al desiderio. Non è semplice aggiustare cosa è rotto, cosa non funziona. Ti rendi conto che il tuo potere sulla realtà non si estende neanche al tuo stesso fiato. Il tuo medesimo corpo è qualcosa che non controlli. Figurarsi…

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Il sussurro del divino

Guadalupe Arbona

martedì 21 aprile 2015

Uno scrittore che vive della bellezza e scrive dei suoi incanti, in mezzo alle ferite della storia. Si potrebbe definire così José Jiménez Lozano, poeta, narratore e critico d’arte che spicca nell’attuale panorama della letteratura spagnola, e comincia a esser conosciuto anche in Italia. Il suo esordio risale al 1971, con Historia de un otoño; a questo romanzo ne sono seguiti altri ventitré. Lozano è anche un maestro della narrativa breve: all’attivo ha undici raccolte di racconti, la prima apparsa nel 1976 (El santo de mayo), l’ultima (Abrám y su gente) nel 2014. Otto i volumi di poesia; a cui si aggiungono sei quaderni di appunti o diari, oltre a numerosi saggi. Nel 2002 ha ottenuto il Premio Cervantes, il Nobel della letteratura spagnola. La sua sigla: parole trasparenti per raccontare le storie che gli vengono date in dono; uno sguardo sul mondo come fosse appena sbocciato.

È apparso di recente in Italia un suo libro di “meditazioni”, I quaderni di Rembrandt (Venezia, Amos Edizioni, 2014) nell’eccellente traduzione di Graziella Fantini. Qui vediamo diventare scrittura le giornate dell’autore; tra solitudini e conversazioni. Rimandano, le conversazioni, a incontri, anche a distanza, con uomini e donne d’ogni tempo, impegnati a denunciare le falsità del nostro mondo e aperti a spiragli di speranza. Quanto alle solitudini, ci fanno partecipi dello sguardo dello scrittore che si posa, solitario e consapevole, sulla natura, sul cosmo, e sull’armonioso succedersi delle stagioni. Questi ritratti sono scritti con un solo proposito: offrire al lettore alcuni squarci della “bellezza come compagna necessaria del vivere”. La bellezza, secondo Lozano, è la sola risorsa capace di riscattare la “spontaneità” di ciò che è umano, celata molte volte dietro le più svariate maschere del pensiero dominante, sotto le macerie delle ideologie e dietro l’apatia di una società schiava della moda e del politically correct.

La lettura di queste pagine sollecita l’umanità del lettore a liberarsi dal suo intorpidimento e a sorprendere il “sussurro del divino”; in questo modo, rimette in gioco la domanda e la speranza. “Da dove l’uomo, altrimenti, farebbe scaturire la sua dignità, se non supplicasse o non potesse supplicare i numi?”

Alcuni passi fanno intuire subito al lettore italiano con che razza di scrittore ha a che fare. In primo luogo, la conversazione con Romano Guardini: un invito a considerare quello che noi, uomini del ventunesimo secolo, abbiamo perduto vivendo immersi nella leggerezza di un tempo che trova in sé la sua fine. Questo “colloquio” è frutto della lettura dell’opera di Guardini Il potere. Quali effetti colpiscono le cose più preziose della vita quando sparisce la tensione religiosa, e dunque quando diminuisce il valore religioso dell’esistenza?

Osservava Guardini: “sia l’uomo in generale, sia i singoli momenti essenziali della sua vita, come ad esempio la condizione inerme del fanciullo, il particolare carattere della donna, la debolezza e insieme la pienezza d’esperienza  della vecchiaia, perdono il loro accento metafisico”; in una parola, “perdono il loro mistero”, e divengono “prodotti che hanno determinati valori economici, estetici, igienici”. Questa perdita rende la vita umana vulnerabile al potere. Si innesta qui Lozano: “Ormai noi uomini abbiamo affidato ogni cosa — il nostro corpo e la nostra anima, la nostra vita e la nostra morte — ai poteri di questo mondo, e questa resa sarà totale se non ci sarà più neanche il sussurro del divino”. Consapevoli di essere dei viaggiatori in questo mondo, poiché appartenenti a un altro mondo d’individui ineffabili, gli uomini “non permettevano a nessuno di trattarli come delle bestie”. Ma se scompare la sfera del trascendente, “possiamo contare solo sul potere di questo mondo, che è un altro dio, ma che ci esonera da responsabilità e da sforzi, e ci dispensa prosperità”. Purtroppo, “accettiamo questa schiavitù dorata, colmi di gioia”. Con lucidità, Lozano denuncia la leggerezza con la quale, all’improvviso, noi uomini del ventunesimo secolo crediamo di poter vivere. L’oblio del mistero, dei barlumi di mistero, celebra un’esistenza piattamente facile. Ma con questa rinuncia, tutto si tramuta in “resa della nostra umanità”.

Un altro culmine del libro è il ritratto del mendicante, in cui Lozano ritrova uno dei tipi privilegiati dalla sua scrittura. Il mendicante si colloca tra le creature che passano nel mondo in punta di piedi, portando il peso del loro dolore: le lavandaie, i garzoni insignificanti, gli sciocchi della corte, le domestiche, gli scemi del villaggio. A loro, Lozano ha dedicato le sue migliori pagine. E davvero notevoli sono quelle per questo mendicante, scoperto in una remota esperienza di bambino: “Quando ero bambino, un mendicante era ancora qualcuno (…); c’era il riconoscimento di un uomo caduto in disgrazia e, come se questa potesse ungerlo, meritorio di un particolare rispetto”. Lozano cita Mario Luzi, attento agli esseri umili, e a personaggi letterari come Eumeo e Euriclea, le due figure dell’Odissea di Omero che si muovono a pietà di chi non ha nulla. “Per quanto umile sia il suo stato — dice Luzi — Eumeo partecipa della saggezza concessa agli uomini probi e giusti”. Non meno impressionante la pietà della vecchia e fedele nutrice Euriclea; questa pietà “si manifesta nel più toccante segno di devozione e rispetto per i mendichi (…) cioè la lavanda dei piedi”.

Anche la mendicità come posizione umana può rivelarsi guida dello scrittore. Non per nulla, Rimbaud diceva che il poeta bambino, proprio perché conserva uno sguardo puro, “possiede poteri da vendere per fare diventare un mendicante, e un mendicante idiota, un re, un genio o un profeta”.

Il bambino può guardare il mendicante perché “capisce la sua condizione di ‘sventurato’ o ‘disgraziato’, nella forte accezione di Simone Weil”. E proprio da bambino, Lozano imparò che il mendicante può provocare un incontro decisivo, poiché la sua povertà rivela qualcosa che può stare all’altezza della filosofia più eccelsa: “l’incontro con un mendicante” può essere “incontro con Platone”. Ma lo sguardo del bambino, e proprio queste pagine lo testimoniano, può essere rinnovato a ogni età, anche a ottant’anni.

Il terzo ritratto che vogliamo evidenziare appartiene alle solitudini, e descrive una nevicata dell’inizio del 2006. Insolita nevicata, nella sua abbondanza, nel suo spessore di venti centimetri (“da queste parti è una cosa assai rara”). Proprio per questo, “è tanta la gioia che infonde”. S’introduce furtivamente un passero, dentro la casa al riparo dalla neve e del freddo; il che fa pensare alla brevità e gratuità della vita. Lozano rievoca l’atmosfera di silenzio del quadro di Bruegel Cacciatori nella neve, “con quegli inquieti segugi rossi e tutto il silenzio del quadro che è proprio quello di un giorno di neve”. Il mosaico si completa con la passeggiata dello scrittore sul manto di neve: “Durante la passeggiata mattutina per la montagna nevicata, non c’è nemmeno un’orma, tutto è come un gran lenzuolo di un bianco reso azzurrognolo da un tenue indaco. Il sole è ancora basso e acceca lo sguardo, ma vi è un silenzio come se non fosse stato ancora creato il mondo”. La nevicata è un invito a portare lo sguardo a passeggio in una realtà sorpresa in un suo nuovo risveglio.

Saggi e candidi occhi sono quelli di Lozano nei Quaderni. Occhi su un mondo che si rinnova, che riappare come fosse appena inaugurato. Qualcuno, infatti, lo restituisce ogni giorno nel suo biancore, nonostante i fiumi di sangue della storia. E ha ragione J.A. González Sainz, nelle sue postille in calce al volume: “Tante lezioni e silenziose parole d’ordine possono venir fuori dalla lettura dei quaderni di Jiménez Lozano. Una per esempio: mantenersi  leali ai fatti e alle cose, mantenere gli occhi puliti e tranquilli per scrutare l’impostura e per scoprire la bellezza e la bontà intorno a noi”.

(trad. di Graziella Fantini)

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