La ricerca della vera sembianza

Pigi Colognesi

lunedì 9 marzo 2015

Nell’editoriale della settimana scorsa ho ricordato questi versi del trentunesimo canto del Paradiso di Dante: «Qual è colui che forse di Croazia / viene a veder la Veronica nostra, / che per l’antica fame non sen sazia, / ma dice nel pensier, fin che si mostra: / “Signor mio Iesù Cristo, Dio verace, / or fu sì fatta la sembianza vostra?”; / tal era io…». Il paragone col pellegrino che guarda il lino su cui è rimasto impresso il volto di Cristo – Veronica significa proprio «vera icona», immagine autentica – serve al poeta per raccontare la sua sorpresa di vedere la faccia di san Bernardo.

Dante lo aveva letto, lo amava, lo pregava, ma non sapeva che viso avesse e ora, invece, può contemplarlo soddisfatto e non ha problemi a usare l’esempio del pellegrino che riconosce Cristo per descrivere se stesso che riconosce un uomo.

È evidente che questo episodio molto naturale, quotidiano – immaginiamo la trepidazione di un ragazzo che, in epoca pre-Facebook, abbia avuto una corrispondenza epistolare con una straniera e ora la vede scendere dal treno perché lei è venuta a trovarlo – anticipa la ben più importante visione che Dante avrà tra poco, quella di Dio stesso e del suo volto umano. C’è unità profonda tra le due «visioni»; Dante infatti sa bene che la «vera icona» di ogni volto umano è il suo essere «immagine e somiglianza» del volto divino che si appresta a vedere.

Pochi decenni dopo che Dante ha scritto questi versi, l’altro capostipite della nostra letteratura, Francesco Petrarca, riprende la stessa similitudine nel sedicesimo componimento del suo Canzoniere. C’è un «vecchierel canuto e bianco» che lascia casa e famiglia e faticosamente si avvia verso Roma per «mirar la sembianza» di Cristo sul velo della Veronica. Il poeta è come lui, in quanto va cercando in ogni donna «la disiata vostra forma vera», cioè i lineamenti di Laura.

Non è blasfemo che Petrarca usi l’esempio del pellegrino che cerca il volto di Cristo per parlare di sé che cerca in ogni volto di donna qualcosa di colei che ama; è l’ultimo bagliore della profonda unità che caratterizza la fede medievale, quella di Dante. Questo sonetto infatti descrive, come acutamente ha scritto Gianfranco Contini, la «storia sacra di un amore profano».

Ma nel poeta del Canzoniere c’è una crepa: il «vecchierel» cerca il volto di Cristo in quanto spera di vederlo «lassù nel ciel», cioè in un alto mondo.

La «vera icona» non riguarda più questo mondo, quello in cui si ama, si soffre, si lavora e si gioisce. Infatti tutti gli aggettivi che descrivono il pellegrino petrarchesco indicano fatica, stanchezza, sbigottimento. Lo ha intuito perfettamente Leopardi nella sua edizione del Canzoniere, descrivendo Petrarca con un titolo emblematico: «Ansioso [ecco il senso di insoddisfazione che avvolge il sonetto] cerca chi gli presenti le vere sembianze di Laura». Il problema sta dunque nella ricerca delle «vere sembianze», della autenticità indistruttibile di ogni volto, compreso quello di Laura. Vere sembianze che lo stesso Leopardi cercherà in molti volti di donna e che intuirà essere quella Bellezza di cui ognuno di essi è segno. La Bellezza cui innalzerà il suo splendido e accorato inno: «Cara beltà…».

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2015/3/9/Noi-come-Petrarca-/print/588873/

© Riproduzione riservata.

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