Esistere o vivere

CAPITOLO II
Il ritorno alla stato di natura: il mito del primitivismo  ovvero “un tempo eravamo felici”. Quando ci si dimentica del peccato originale.

È una delle tentazioni maggiori per l’uomo. Attraversa, infatti, tutta la storia del pensiero e della cultura da tempi immemori: è la tentazione di attribuire la causa dell’infelicità umana alle condizioni contingenti e storiche in cui si è costretti a vivere, al progresso, all’incivilimento.

Un tempo l’uomo, vivendo a contatto con la natura, non corrotto e non inquinato dagli elementi artificiosi del progresso e della civiltà, sapeva vivere; oggi non più. Una simile analisi, che individua chiaramente le cause del problema, fornisce indubbiamente una soluzione categorica e indefettibile, quella di rimuovere le ragioni che ci hanno allontanato dallo stato incorrotto e primigenio originario ritornando ad un rapporto diretto e spontaneo con la natura, sorgente della nostra realizzazione, “madre benevola”, quasi idolatrata e, quindi, Natura.

Secondo tale linea di pensiero l’uomo allo stato di natura è buono. Si noti bene “buono”: non si pone tanto la questione della felicità, ma della bontà. Si rimanda ad una autosufficienza dell’uomo, ad una autonomia di un essere che basta a se stesso: se siamo buoni per natura, che bisogno c’è di qualcuno che ci redima, che ci salvi, che redima il nostro male. L’uomo egocentrico, autonomo, sostituisce il proprio cuore con il proprio progetto, con la propria ideologia, con il proprio pensiero di essere buono ed evade così la domanda di felicità: alla situazione reale viene sostituito uno schema del pensiero, un’ideologia. Non occorre più essere felice. All’epoca di Leopardi questa linea di pensiero trova la sua espressione migliore nel mito del buon selvaggio di J. J. Rousseau, che viene corroborato dalle relazioni confezionate ad arte dagli esploratori sulle popolazioni incontrate a Tahiti nella seconda metà del Settecento. I ricercatori sulle nuove popolazioni non raccontarono quello che effettivamente videro (tendenza a guerreggiare, …), ma, istruiti alla perfezione dalla madrepatria, costruirono l’immagine di popoli che non conoscevano ancora il male, l’egoismo, lo sfruttamento, la corruzione dell’Europa. Del resto, più di due secoli prima lo stesso Bartolomé De las Casas aveva contribuito a creare il mito del buon primitivo e, nel contempo, la leyenda nera sulla conquista spagnola, che una più imparziale ricerca storica già da tempo ha aiutato a sfatare. Non è, certo, questo lo spazio per approfondire la genesi e le ragioni di determinate posizioni che trascurano che una ferita è presente nell’animo dell’uomo fin dalla nascita, anche nei popoli che non hanno conosciuto la nostra civiltà: in termini cristiani questa ferita viene denominata peccato originale.

Qui, ci interessa riflettere sul fatto che lo stesso Leopardi fu vittima, fino a venticinque anni, dello stesso abbaglio ideologico, riconoscendo la ragione colpevole della situazione in cui l’uomo è costretto a vivere e attribuendo alla natura l’unica possibilità di vita autentica, piena e perfezionata. È questa la fase del “pessimismo storico”, una delle espressioni più in voga e utilizzate per esprimere il primo pensiero di Leopardi. Non credo certo che la terminologia proposta sia efficace ad indicare la complessità della questione della ricerca del Recanatese, in quanto il pensatore tenta di trovare una risposta alla domanda di felicità dell’uomo e, quindi, si chiede se sia connaturata all’uomo o se l’imperfezione e la conseguente ricerca di compimento siano state indotte dallo sviluppo storico. In questa fase del pensiero di Leopardi il binomio Natura – Ragione presenta un’evidente sproporzione a vantaggio del primo elemento, considerato fonte di ogni beneficio per l’uomo, mentre il secondo termine (che andrà inteso in un senso assai ampio, come incivilimento, progresso, evoluzione storica, acculturazione, erudizione) viene incolpato di aver snaturato l’uomo, di averlo reso artificiale. L’uomo – secondo Leopardi – è come se fosse colpito da una sorta di “entropia da incivilimento”, da una perdita di energia vitale di cui è dotato fin da principio e che perde nel tempo crescendo, con lo sviluppo della ragione, con l’allontanamento da uno stato di natura primigenio e genuino, contraddistinto da un rapporto spontaneo e più vitale con le cose e con la realtà. Col tempo l’uomo si trova a non sapere più vivere, a vivere artificiosamente, a dover imparare quello che un tempo sapeva per natura, a recuperare un rapporto autentico con le cose.

Così Leopardi nello Zibaldone:

“È cosa indubitata che la civiltà ha introdotto nel genere umano mille spezie di morbi che prima di lei non si conoscevano, né senza lei sarebbero state; … (Vediamo infatti quanto poche e blande sieno le malattie spontanee degli altri animali, massime salvatichi, cioè non corrotti da noi; e similmente dÈ selvaggi, e massime de’ più naturali, come i Californii; e che anche quelle degli agricoltori sono molto più poche e rare e men feroci che quelle de’ cittadini). È parimente indubitato che la civiltà rende l’uomo inetto a mille fatiche e sofferenze che egli avrebbe potuto e dovuto tollerare in natura… È indubitato che la civiltà debilita il corpo umano, a cui per natura… si conviene la forza, e il quale, privo di forza, o con minor forza della sua natura, non può essere che imperfettissimo; e ch’ella  rende propria dell’uomo civile la delicatezza rispettiva di corpo, qualità che in natura non è propria né dell’uomo né di veruno altro genere di cose, né dev’esserlo. È indubitato che le generazioni umane peggiorano in quanto al corpo di mano in mano… Da tutte queste e da cento altre cose, da me altrove in diversi luoghi considerate, si fa più che certissimo e si tocca con mano, che i progressi della civiltà portano seco e producono inevitabilmente il successivo deterioramento del suo fisico, deterioramento sempre crescente in proporzione d’essa civiltà. Nei progressi della civiltà, e non in altro, consiste quello che i nostri filosofi, e generalmente tutti, chiamano oggidì… il perfezionamento dell’uomo e dello spirito umano”.

Il discorso del 17 agosto 1823 prosegue. In estrema sintesi Leopardi non crede che la Natura ci abbia destinati ad un tale tipo di civilizzazione e di perfezionamento che corrisponde ad un deterioramento del nostro corpo. Il 31 ottobre dello stesso anno Leopardi scrive sullo Zibaldone:

“L’amore della vita, il piacere delle sensazioni vive…  è ben consentaneo negli animali. La natura è vita. Ella è esistenza. Ella stessa ama la vita, e proccura in tutti i modi la vita, e tende in ogni sua operazione alla vita…  E se la vita non fosse tanto più cara alla natura, quanto maggiore e più intensa e in maggior grado, la natura non amerebbe se stessa… Non vi può esser cosa né fine più naturale, né più naturalmente amabile e desiderabile e ricercabile che l’esistenza e la vita, la quale è quasi tutt’uno colla stessa natura, né amore più naturale, né naturalmente maggiore che quel della vita. (La felicità non è che la perfezione, il compimento e il proprio stato della vita, secondo la sua diversa proprietà nÈ diversi generi di cose esistenti. Quindi ell’è in certo modo la vita  o l’esistenza stessa…).

Tanta produzione leopardiana degli anni tra il 1819 e il 1822 rispecchia questo pensiero, trova la sua scaturigine in questa contrapposizione tra antichi e moderni: i primi virtuosi e capaci di un rapporto più vitale con la realtà, i secondi decaduti e corrotti e indeboliti dall’incivilimento.

Leopardi trova, poi, un conforto al suo pensiero nel confronto che si può instaurare tra l’universale sviluppo storico e il percorso individuale di crescita. In pratica, come la storia dell’umanità assiste ad un allontanamento dallo stato di natura dei popoli primitivi che diventano civilizzati ed evoluti, ma nel contempo più incapaci a vivere, così  la storia  di ciascuno di noi assiste al distacco dallo stato infantile caratterizzato da un rapporto più vivace ed autentico con la vita per entrare in una fase adulta più dominata dalla ragione, dal pensiero, da un’artificiosità del vivere e, quindi, da una difficoltà ad affrontare in maniera autentica e spontanea la vita. L’adulto si trova, così, a dover apprendere quello che per natura il bambino vive semplicemente per un rapporto più  diretto con la natura.

Nella sostanza questa è la linea argomentativa che contraddistingue il pensiero di Leopardi su ragione e natura fino al 1823 / 1824. Da quegli anni le riflessioni del Recanatese mutano fino quasi ad opporsi radicalmente alle idee di partenza.

È bene, qui, ricordare che il segno della grandezza e della genialità di un pensatore / scrittore si scorge non tanto nella sua capacità di coerenza, bensì nella sua ricerca della verità che lo può condurre anche a ritrattare quanto fin lì affermato, senza paura di essere tacciato di incoerenza e di perdere, magari, la propria immagine: bisogna amare il vero più che se stessi. Così già alla fine del 1823, grazie anche alla vastità delle sue letture, alla conoscenza più approfondita delle opere di Epitteto e di Teofrasto, Leopardi comprende che la questione della felicità così come l’aveva impostata è tipica del cuore dell’uomo di ogni epoca e di ogni luogo, è connaturata all’animo umano, non è attribuibile all’allontanamento dallo stato di natura. Anzi, proprio la Natura viene ora considerata matrigna perché ha fornito all’uomo un desiderio innato di felicità infinita, ma non gli ha fornito i mezzi per colmarlo. Da qui derivano l’insoddisfazione e l’infelicità umane. La ragione non è colpevole, ché, anzi, da valido strumento gnoseologico ed euristico permette all’uomo di scoprire il vero, di comprendere la natura del nostro animo e di cercare di trovare delle possibili soluzioni. È la ragione che non vuole accontentarsi dei rimedi palliativi ed illusori, che sono solo dei surrogati della felicità e, in maniera indomita, ricerca e domanda una felicità piena. Questa è la fase definita del pessimismo cosmico. Anche qui l’espressione  nasconde la vera natura del pensiero leopardiano: il Recanatese è arrivato all’acquisizione che il problema della felicità è immutato nel tempo e nello spazio, perché è una domanda del cuore dell’uomo.

Il vero filosofo è per Leopardi anche poeta, così come il vero poeta è anche filosofo. Ecco perché le nuove acquisizioni trovano subito nel 1824 una traduzione geniale in immagini e dialoghi lucidi e sorprendenti per l’ironia e la forza maieutica: le Operette morali.

Una di queste, il “Dialogo della natura e di un Islandese”, esprime icasticamente e paradigmaticamente la portata  del nuovo pensiero. Nato e vissuto in una terra ingrata e infeconda, un islandese ha da tempo cercato di essere felice. Vedendo che ciò era impossibile, si è avventurato di terra in terra  per cercare di sfuggire almeno ai tormenti del clima, ai colpi infausti della sorte, all’infelicità e ai dispiaceri. Nelle sue peregrinazioni si rende conto che non solo non è riuscito a raggiungere la felicità, ma neppure a evitare i patimenti. Un giorno circumnavigata l’Africa e superato il Capo di Buona Speranza, approda ad una terra ove trova dei busti di donna simili a quelli che si ergono ritti verso il cielo sull’isola di Pasqua. Ad uno di questi volti belli, ma nel contempo terrificanti, rivolge i suoi sfoghi e le sue lamentele nei confronti della Natura finché scopre che la sua nemica, colei da cui sfugge da tempo, gli sta davanti. Allora il suo racconto si traduce in domande sempre più incalzanti sulle ragioni per cui l’uomo sia infelice. L’islandese con crudo realismo adduce un paragone assai emblematico: quando si invita un ospite a casa propria, non si pensa solo a dargli il vitto e l’alloggio, ma ci si premura e ci si preoccupa perché lui possa stare bene, trovarsi bene, essere felice. La Natura risponde che lei non ha tra i suoi fini la felicità dell’uomo, non è un suo problema: a lei sta a cuore il sistema, il ciclo di nascita, di morte, di trasformazione, in poche parole la conservazione dell’universo nel suo insieme senza alcuna cura per il singolo. È sbalorditiva l’indifferenza con cui la Natura risponde. L’islandese non si accontenta di simili risposte: ma a voler suggellare quanto la Natura ha fino a quel momento espresso sopraggiungono due leoni emaciati che sbranano l’islandese e col pasto sopravvivono per due giorni. Anche se qualcuno narra che la sua sorte fu diversa: una tempesta di sabbia lo seppellì fino a quando esploratori europei, nei loro scavi e nelle loro ricerche sull’antichità, non rinvenirono il corpo e con gran meraviglia lo portarono in uno dei musei occidentali. Con sottile e caustica ironia Leopardi si preoccupa qui di ribadire che il problema della felicità  è di ogni tempo e luogo, è universale e, nel contempo, individuale nel senso che riguarda ciascun singolo; non si può trovare risposta al proprio problema della felicità nell’analisi del sistema e nell’evoluzione globale del mondo nel senso che al proprio bisogno di felicità ciascun singolo deve rispondere verificando la corrispondenza tra le risposte incontrate e il desiderio del proprio cuore.

È quanto il Recanatese ribadisce in un notissimo passo dello Zibaldone del 22 aprile 1826, quello in cui ci rappresenta un giardino bello e perfetto nel suo insieme, se visto da lontano e dall’esterno, ma, in realtà, in stato di souffrance universale, perché i singoli elementi di quel luogo soffrono e, quindi, la serenità dell’insieme è solo illusoria.

“Entrate in un giardino di piante, d’erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell’anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate nel patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un’ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali… Quell’albero è infestato da un formicaio, quell’altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare,… in tutto il giardino tu non trovi una pianticella  sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via… Quella donzelletta sensibile e gentile va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro… Certamente queste piante vivono; alcune perché le loro infermità non sono mortali, altre perché ancora con malattie mortali, le piante, e gli animali altresì,  possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta copia di vita all’entrare in questo giardino ci rallegra l’anima,  e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale…”.

Il problema non è, quindi, esistere, ma vivere. La questione dell’esistenza non si può risolvere e affrontare in uno sguardo sociale e collettivo, ma bisogna partire dall’esperienza del singolo: è l’unico modo per non essere estranei a noi stessi, per non sentirsi immedesimati nella massa informe e senza nome.

Nella rappresentazione del giardino in stato di souffrance incontriamo di nuovo un’immagine che richiama, in qualche modo, l’uomo come infermo nel XXXVIII capitolo de I promessi sposi. Eppure, nel tempo, l’assunzione di uno sguardo non realista sulla natura umana, la dimenticanza del peccato originale che intacca ciascuno di noi, la convinzione che si possa  essere buoni e colmare la nostra fragilità, incapacità, dipendenza da un Mistero che è più grande di noi, la pretesa di poter creare un mondo perfetto qui su questa Terra, lungi dal morire si sono nell’Ottocento e, soprattutto, nel Novecento annidate sempre più nei sistemi filosofici, culturali, politici portando a ideologie rivoluzionarie e a totalitarismi le cui estreme conseguenze  tutti conosciamo.

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