Il pellegrino che si ricrea nel tempo del suo voto

Pigi Colognesi
lunedì 2 marzo 2015

Sabato prossimo, come molti, sarò pellegrino a Roma per partecipare ad un’udienza con papa Francesco. Pochi gesti sono tanto emblematici della natura specifica e unica del cattolicesimo come un simile pellegrinaggio al soglio di Pietro.
Peregrinus in latino indica lo straniero, chi è fuori dalla sua patria. Mettendomi in viaggio da pellegrino riconosco, dunque, che sono senza patria e sto cercando quella autentica, il luogo dove finalmente dimorare nella sicurezza e nella pace che desidero. Tale luogo – qui sta il colpo d’ala unico del cristianesimo – non è uno spazio fisico, è un corpo vivo, la communio di coloro che Cristo ha incorporato a sé. Corpo vivo – e qui sta la pacificante semplicità del cattolicesimo – che ha la propria garanzia di vitalità in una persona viva: il Vescovo di Roma. Proprio per visitare la tomba dell’apostolo Pietro ed essere confortati nella fede dal Pietro che vive oggi si è snodato nella storia un immenso e continuo pellegrinaggio di fedeli.
Nella Divina Commedia Dante usa più volte la similitudine del pellegrino per indicare la sua condizione ed esprimere i propri sentimenti. La concentrazione maggiore di questa immagine si ha, paradossalmente, proprio quando il cammino ultraterreno di Dante – il poema stesso è un pellegrinaggio – è giunto alla fine, nel canto XXXI del Paradiso.
Il poeta è arrivato al centro della «candida rosa» che raccoglie, in un tripudio di luce e di voli angelici, tutti i beati e per descrivere il proprio silenzioso stupore si paragona – prima similitudine – ad un barbaro del nord che dal suo misero villaggio sia giunto a Roma e ne contempli stupefatto la straordinaria architettura. Poi Dante comincia a guardarsi in giro curioso e soddisfatto come può esserlo solo chi si trova a casa sua o come – seconda similitudine – il pellegrino che «si ricrea nel tempio del suo voto», cioè che, raggiunta la meta che si era prefissata, si trova come nuovo, rinato.
Dante vorrebbe approfondire questa sua nuova condizione chiedendo lumi a Beatrice che fin lì l’aveva accompagnato, ma lei non è più al suo fianco, è risalita al suo posto nel fiore paradisiaco. Accanto al poeta c’è ora un «santo sene», che poi si presenta come Bernardo di Chiaravalle. Quando Dante scopre di avere di fronte il volto del grande mistico e devoto di Maria da lui tanto letto e amato, si paragona – terza similitudine – al pellegrino che si è recato a Roma per vedere impressa sul lino della Veronica la faccia di Gesù e che, guardandola commosso, dice soltanto: «Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace, or fu sì fatta la sembianza vostra?», è proprio questo il tuo volto. San Bernardo invita Dante a non limitarsi a guardare lui, lo sollecita a sollevare gli occhi a tutto il paradiso e prepararsi così a vedere Dio stesso.
Chi va a Roma per vedere e ascoltare il Papa sa bene che anche lui, come Bernardo, non fermerà lo sguardo del pellegrino su di sé, ma lo rimanderà a Colui che lo ha scelto per il suo ministero. Per questo Pietro è la roccia sicura e guardando lui siamo certi di vedere – come diceva santa Caterina da Siena con parole vertiginose – il «dolce Cristo in terra».

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2015/3/2/A-Roma-dal-Papa-come-Dante/586207/

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