Non si vive se non per qualcosa che accade ora

Dieci anni fa, il 22 febbraio moriva don Luigi Giussani. Ho ancora presente la moltitudine di persone che, in una giornata di pioggia, ha riempito il duomo e il sagrato di Milano, per ringraziare un uomo che aveva cambiato la vita di ciascuno, riempiendola di speranza. Anch’io ero fra loro. Nascosto dietro una colonna, vicino al presbiterio, con il volto bagnato di pioggia e di lacrime ascoltavo commosso l’omelia del cardinale Ratzinger che descriveva la statura umana di quest’uomo innamorato di Gesù e dell’umanità di ognuno di noi. Quel giorno un giornalista di Avvenire, sapendo che ero venuto dal Paraguay per assistere al funerale, mi chiese la ragione di un viaggio così lungo. «L’incontro con quest’uomo mi ha salvato la vita, mi ha mostrato che quanto stavo soffrendo era la modalità con cui Cristo mi stava modellando per diventare un Suo strumento di costruzione di un piccolo villaggio della carità. Lui mi ha educato ad amare la mia umanità, ridotta a un cumulo di macerie dopo gli anni della contestazione».

Prima di mandarmi in Paraguay, Giussani mi ha consegnato a don Massimo Camisasca, attuale vescovo di Reggio Emilia, che in quegli anni stava dando inizio alla Fraternità sacerdotale dei missionari di San Carlo Borromeo. Ricordo molto bene l’affetto con cui don Massimo mi accolse e continuò ad accogliermi per tutti questi lunghi 26 anni di permanenza in Paraguay. E di questo ogni giorno ringrazio la Madonna: chi mi avrebbe accolto in quelle condizioni e a quarant’anni di età? È un fatto che mi accompagna sempre nell’accogliere quanti bussano alla mia porta. Chi è accolto non può non accogliere l’altro, chiunque sia e nelle condizioni in cui vive.

Alcuni giorni fa un amico mi ha chiesto: «Che cosa vuol dire per te, oggi, il carisma di don Giussani?». «Un fatto molto semplice: vivere il carisma di Comunione e Liberazione, così come mi è testimoniato da colui che don Giussani ha scelto come suo successore, padre Julián Carrón». Se non fosse così sarei un piccolo uomo che vive di nostalgia, di ricordi. Sarei come il mio povero papà, che quando tornava a casa, la domenica sera un po’ brillo, ci parlava sempre dei cinque anni di guerra che aveva vissuto. Ne parlava con tanta passione che le lacrime irrigavano il suo volto. Ma tornando a noi, a che cosa servirebbe quell’incontro se fosse solo un fatto di ieri senza continuità nell’oggi, in questo momento in cui sto scrivendo?

In questi due ultimi anni sono stato molto male per via di certi fatti che hanno messo a dura prova il mio rapporto con Gesù. Mi sentivo come una piccola barca fra le onde del mare. Per di più, se negli anni in cui avevo incontrato Giussani era in gioco un mio problema personale, questa volta c’era un piccolo popolo che vedendo ciò che mi accadeva non sentiva più quella sicurezza di prima. Un po’ come in una famiglia quando i genitori incominciano a barcollare, i primi a pagarne le conseguenze sono i figli. Avrei desiderato tanto rincontrare Giussani, risentire il calore di quell’abbraccio. Ma di lui mi rimaneva il ricordo di quell’incontro, i suoi scritti e il santino con la preghiera per chiedergli il miracolo. 

Un nuovo incontro
Miracolo accaduto un giorno, quando padre Julián Carrón mi telefonò dicendomi: «Padre Aldo, se hai bisogno oggi stesso prendo l’aereo e ti raggiungo». Rimasi sorpreso e commosso. Quando alcuni mesi dopo sono andato a Milano, da lui, nel salutarci mi ha detto: «Posso abbracciarti?». È stato il riaccadere nella mia vita di quell’abbraccio di Giussani di cui tutti abbiamo un immenso bisogno; non solo io, ma anche tutte le persone che mi scrivono e in particolare il popolo di bisognosi che Dio mi ha messo sulle spalle. «Non si vive se non per qualcosa che accade ora»: senza questa certezza sarei oggi come il mio povero papà reduce dalla Seconda Guerra mondiale che ha passato la sua vecchiaia ricordando il passato. Non c’è cosa peggiore che considerarsi dei reduci e non vibrare adesso di quella passione per la vita che solo la continuità del carisma permette. Seguire Carrón non è per me ripetere ciò che dice, ma “ensimismarme” (immedesimarmi) con la modalità con cui rende a noi vivo e vibrante il carisma di don Giussani. Un carisma che per me in particolare passa attraverso l’appartenenza alla Fraternità San Carlo, che ha preso in mano la parrocchia di San Rafael, garantendo così la continuità dell’inizio.
paldo.trento@gmail.com

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4 pensieri su “Non si vive se non per qualcosa che accade ora

  1. Una cosa che ho sempre rimproverato al Cristianesimo è la bubbola che la sofferenza è “la modalità con cui Cristo” modella gli uomini affinché diventino “un Suo strumento di costruzione”. La sofferenza, esaltata da Giovannni Paolo II in una maniera piuttosto kitsch alla fine; predicata da Ratzinger (il peggior Papa che l’umanità abbia conosciuto in tempi recenti), ma mai realmente accusata sulla sua propria pelle, mi fanno andar quasi fuori di gangheri, ed è questa una delle ragioni per cui non sono cristiano. La sofferenza serve, in una certa misura, a crescere, ma non deve mai diventare il motore dell’umanità, perché questa diventi una macchina di dolore. Preferisco di gran lunga Don Gallo, un prete vero, che stava sul serio a contatto coi poveri, con i diseredati, con chi aveva peccato e forte anche: ma non li giudicava, no, Don Gallo non giudicava, non diceva loro che la sofferenza era giusta, che veniva da Dio. E per questo, stranamente, ancor oggi è inviso a una gran parte del clero, quando invece ciò di cui ha bisogno la Chiesa, sempreché voglia continuare ad esistere, è un rinnovamento, che non può non venire da uomini come Don Gallo e da Papa Giovanni. Gesù non ha mai chiesto che venissero erette chiese e men che meno ha mai espresso il desiderio di una azione cattolica. Cristo, quello che è nei Vangeli e nei Vangeli apocrifi, è ben diverso, è un uomo che soffre ma che non ama la sofferenza, né la sua né quella altrui; è uno che si circonda di persone di tutti i ceti e che sbaglia anche; ed è questa la ragione precipua per cui, ancor oggi, i Vangeli sono solo quattro. Gli Apocrifi non è che non siano veritieri, ma potrebbero turbare l’ordine secolare che la Chiesa ha eretto: è questo che fa paura. Spero dunque che i Vangeli apocrifi, una volta per tutte, vengano finalmente inclusi nel Nuovo Testamento, così come dovrebbe essere, perché omettere una parte della verità, di fatto significa mentire; e la Chiesa, oggi come oggi, non si può più permettere di mentire.

  2. Penso che la sofferenza sia una realtà dell’uomo, prima o poi le circostanze della vita ci mettono di fronte al dolore , alla sofferenza . Il cristianesimo e quindi la Chiesa, riconosce la grande dignità della sofferenza , condivisa da Cristo con la Croce ma con la Resurrezione non è rimasta più l’ultima parola nella vita e destino dell’uomo, perché il male e il dolore sono già vinti. Questo è il credo cristiano, ma ciò che attrae non è la sofferenza , ma è l’amore , è un rapporto d’amore con una Presenza che riempie il cuore all’infinito, che fa emergere l’io e la sua umanità negli aspetti più veri , che porta ad aprirsi alla realtà a tal punto da abbracciare tutte le circostanze e tale da abbracciare la carità e il sacrificio per gli altri.

  3. E’ fuori di dubbio che chi nasce è (anche) destinato a soffrire: nascere è un dolore. Il problema si presenta quando il dolore viene esaltato e sostituito al diritto di avere una vita piena, che seppur caduca sempre riserva delle sorprese. Poi la sofferenza fine a sé stessa è una mortificazione e null’altro. Ad esempio, per quale assurdo motivo un uomo dovrebbe mortificare la proprio carne menandosi sulla schiena e altrove colpi di cilicio? Gesù Cristo sulla croce non voleva morire; muove rimproveri al Padre che lo ha sacrificato; non è affatto contento e non comprende il motivo per cui dovrebbe morire. Nei Vangeli apocrifi la disperazione di Cristo di fronte all’ingiusto volere di Dio c’è. Gesù appare molto più ribelle e cattivo rispetto ai quattro Vangeli accettati dalla Chiesa. Penso sia fondamentale che la Chiesa riconosca Gesù anche attraverso gli Apocrifi: finché non lo farà, non ci sarà che una parvenza di verità per i cristiani, vale a dire un inganno bell’e buono.

  4. Capisco le tue considerazioni, in quanto l’atteggiamento che hai per giudicare la Chiesa è tipicamente storico razionalista e quindi non viene mai soddisfatto fino in fondo. Perché per poter capire cosa sia la Chiesa veramente e il suo credo bisogna vivere l’esperienza di un incontro vivo di Cristo, come esattamente hanno fatto 2000 anni fa le persone che l’hanno conosciuto, cioè è vero il cristianesimo solo se Cristo è presente e incontrabile. Allora devi andare a vedere ….come è successo ad Andrea e Giovanni .

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