Un cuore che non ha paura di piangere

Valerio Capasa

lunedì 30 marzo 2015

Tutto cominciò con delle lacrime coraggiose. Quando Petrarca scrisse che «quanto piace al mondo è breve sogno». Era quasi un’ovvietà, ma un’ovvietà che faceva piangere («vivendo et lagrimando»): le cose ci piacciono, ma proprio quelle ci fanno piangere. Il piacere e le lacrime stavano insieme; la vita, promettente e maledetta, si svelava un ossimoro.

Il guaio iniziò quando cercarono di convincerci che se c’è il piacere non dovremmo piangere. Perché siccome tutto finisce, tanto vale buttarsi in quel che ci piace. «S’ei piace, ei lice», sentenziò l’Aminta di Tasso: se una cosa ti piace, allora falla. Veniva nascosta l’ombra del piacere, la sua natura di «breve sogno». L’ideologia dell’edonismo mise un fazzoletto sulle lacrime.

Ma il trucco non poteva — non può — durare: si sciolse, e calò dagli occhi. E fu il poeta per eccellenza del piacere, Giacomo Leopardi, a ricordare al mondo «la insufficienza di tutti i piaceri a riempirci l’animo», semplicemente perché «tutti i piaceri debbono esser misti di dispiacere, come proviamo». Non è un’idea, lo «proviamo» tutti: il fatto è che «nessun piacere è eterno» e «nessun piacere è immenso», e noi proprio quello vorremmo, in fondo in fondo: non «questo o quel piacere che non può essere infinito», ma appunto l’infinito; non «uno o più piaceri» ma «il piacere».

Leopardi aveva tolto il freno alle lacrime, buttato via il fazzoletto. Ci aveva detto che nemmeno mille piaceri tengono in piedi la vita, perché ci serve l’infinito. Ma gli insegnanti e gli studenti si misero d’accordo a cospirare contro Leopardi, e non solo contro di lui, ma contro il proprio stesso cuore, e a dire che non era vero, che l’infinito bisogna lasciarlo perdere, ché possiamo al massimo arraffare piccoli piaceri. E continuammo a sguazzare nelle cose piacevoli, aggrappandoci a loro come ad ancore di salvezza, e dimenticandone la brevità, la straprovata inadeguatezza al nostro desiderio. Dimenticando l’ossimoro e contrapponendo fra loro delle note esiliate dall’accordo.

Doveva arrivare d’Annunzio per rendere credibile Leopardi. Dovevano, nella festa generale, straripare le lacrime non del timido che rimane in disparte, ma dello spaccone che balla sul cubo. Doveva arrivare il mitomane della sensazione ad ogni costo per scrivere un romanzo intitolato Il piacere e gridare al mondo (e agli insegnanti che ne hanno letto solo il titolo, e un paragrafetto sull’estetismo) che ha ragione il suo amico musone: che quello che ci piace non basta, e fa schifo. E ai dilettanti dei piccoli piaceri, che sbavano appresso all’ennesima trombata di Andrea Sperelli con Elena, spiegò cosa succede quando, «con un movimento repentino, Elena si sollevò sul letto, strinse fra le due palme il capo del giovine, l’attirò, gli alitò sul volto il suo desiderio, lo baciò, ricadde, gli si offerse. Dopo, una immensa tristezza la invase; la occupò l’oscura tristezza che è in fondo a tutte le felicità umane, come alla foce di tutti i fiumi è l’acqua amara». Altro che lacrime: ogni piacere trascina «acqua amara». Quell’acqua amara di cui nessun Cinquanta sfumature prenderà mai atto: lì c’è dilettantismo del piacere, perché manca un fiume e ristagna una pozzangherina.

Ci voleva, a rendere credibile Leopardi, il più psichedelico di tutti, per dire che no, l’insufficienza del piacere non nasce perché si gode poco, ma anche — e ancor di più — quando si gode molto. Che anche se Silvia fosse stata Elena, anche con una gobba in meno e una costola in meno, sopra un aereo o dietro una siepe, il problema rimane tale e quale. A garantirlo è Gabriele d’Annunzio, siffrediano (più che freudiano) della prima ora: «Andrea Sperelli si rituffò nel Piacere», passando quindici giorni tra «Giulia Arici e Clara Green. Poi partì per Parigi e per Londra», e a Roma «fu sùbito ripreso nel gran cerchio mondano». Ma mentre sguazzava «talvolta, in qualche stanca ora di solitudine, egli si sentiva salire dalle profonde viscere l’amarezza, come una nausea improvvisa». Guardo intanto su Facebook le foto dei maturandi e delle loro cenette per i 100 giorni prima della fine: tutte uguali, dalle Alpi alle Piramidi, tutti uguali, la violinista e il tamarro, il nietzschiano spocchioso e la shampista sguaiata, la catechista brufolosa e il viveur de’ noantri. Tutti beotamente allegri, piacioni, senza un’ombra di nausea. Il nichilismo gaio.

Invece l’esperienza del piacere porta con sé — è inutile negarlo — l’esperienza del disgusto. E il motivo è chiaro, leopardiano: l’uomo vuole l’infinito, e senza l’infinito il piacere disgusta. Sentite Pavese: «Siccome ciò che un uomo cerca nei piaceri è un infinito, e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di conseguire questa infinità, ecco che succede che tutti i piaceri finiscono nel disgusto». Il piacere, se portasse a un infinito — e solo in questo caso —, non disgusterebbe. Ma per giungere a tanto ci vorrebbe l’ardimento dantesco di identificare il più grande «piacer» da lui provato nientemeno che con «le belle membra» di Beatrice, e poi di ribadire due versi dopo la medesima parola, ma elevata all’ennesima potenza, per indicare Dio: «’l sommo piacer». Vale a dire: quello che non disgusta, il piacere, che rende Beatrice un piacere senza disgusto.

Non vuol essere, questo, un compiaciuto trionfo del disgusto. Anzi: il disgusto non è un destino. D’Annunzio, proprio lui, ci racconta come esso si intrometta nel bel mezzo del piacere, quanto angosci, e angusti, sotto i fiori (alla Lucrezio: «medio de fonte leporum / surgit amari aliquid, quod in ipsis floribus angat»). Ma la fatale stonatura non sopporta anestesie, e anziché farsi passare chiede al cuore di prendere una decisione, come lo chiese ad Andrea Sperelli: «Egli era giunto a un terribile momento, incalzato dalla vita inesorabile, dall’implacabile passione della vita; era giunto al momento supremo della salvezza o della perdizione, al momento decisivo in cui i grandi cuori rivelano tutta la loro forza e i piccoli cuori tutta la loro viltà». 

Quando il cuore avverte il disgusto del piacere, lì manifesta la sua grandezza o la sua piccolezza: cosa fai quando il disgusto, inesorabile, arriva? che cuore mostri di avere? da dove attingi la forza, se forza ce n’è? Il cuore piccolo è quello incapace di avvertire più che la breve sensazione dell’amarezza, incapace di tirarsi fuori dal vischio del vizio.

È il caso del personaggio dannunziano, che «si lasciò sopraffare», e «pur essendo in balia del dolore, ebbe paura d’un dolore più virile; pur essendo travagliato dal disgusto, ebbe paura di rinunziare a ciò che lo disgustava; pur avendo in sé vivo e spietato l’istinto del distacco dalle cose che più parevano attrarlo, ebbe paura di allontanarsi da quelle cose». Un bel “no, a questa festa che tanto vi piace non vengo”, l’energia dello strappo, del soffrire una volta per tutte, ma radicalmente, di risentire l’ossimoro tremendo: invece prevalse la paura.

E allora cosa rimane? «Sacrificò per sempre quel che gli rimaneva di fede e d’idealità; si gittò nella vita, come in una grande avventura senza scopo, alla ricerca del godimento, dell’occasione, dell’attimo felice, affidandosi al destino, alle vicende del caso, all’accozzo fortuito delle cagioni». Descrizione perfetta della disperazione, delle briciole di cui si accontentano i mondani: l’«attimo felice» è l’osso mordicchiato dalle vite «senza scopo», è il buttarsi via dei cuori piccoli, armati di bicchierini quando la sete è oceanica. Con la diabolica e malcelata convinzione, peraltro, di guadagnarsi in tal modo, poco per volta, non la felicità né l’infinito, bensì «l’ottusità»: stordire perfino il dolore, stritolare il disgusto. L’ottusità invece non arriva mai, definitivamente: «Ma, mentre egli credeva con questa specie di fatalismo cinico mettere un argine alla sofferenza e conquistare se non la calma almeno l’ottusità, in lui di continuo la sensibilità al dolore diveniva più acuta, le facoltà di soffrire si moltiplicavano, i bisogni e i disgusti aumentavano senza fine».

Il cuore non lo butti via quando decidi di rottamarlo. E la grandezza di uno scrittore si misura anche dal saper trovare le parole che colgano un fatto, quel «fatalismo cinico» che è l’annullamento della personalità. Ci vorrebbe un cuore grande, per stare davanti al piacere e al suo inevitabile, montante, disgusto, per prendere una decisione quando l’amarezza insinuandosi ti inchioda al bivio. Ma in questo mondo di cuori piccoli, chi saprà decidere nel momento in cui serpeggia il disgusto? mentre si teorizza che nel piacere non ci sono lacrime e nelle lacrime non c’è piacere, come si fa a non invidiare chi dalla rabbia di quel fastidio punta a vedere cosa manca al disgusto? Un cuore che non ha paura di piangere perché vuol godersi il sommo piacere: un cuore grande, da innominato manzoniano!

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2015/3/30/LETTURE-Dalle-lacrime-di-D-Annunzio-al-cuore-dell-Innominato-di-Manzoni/print/595507/

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All’altezza del Mistero

Pigi Colognesi

lunedì 30 marzo 2015

Il professor Edoardo Boncinelli nei giorni scorsi ha proposto una riflessione sull’impegnativo tema del mistero. Esordisce così: «L’osservazione del mondo che ci circonda ci propone innumerevoli interrogativi, per diversi dei quali abbiamo già trovato una risposta, mentre per altri speriamo prima o poi di trovarla. Qualcuno però ama definire misteri alcuni di questi interrogativi, soprattutto i più palpitanti». Condivido il fastidio con cui Boncinelli denuncia chi si compiace di vedere misteri dappertutto, svilendo in tal modo il senso profondo della parola e prospettando una realtà fatta soltanto di ombre oscure e minacciose. Sono pure d’accordo quando dice che «un mondo pieno di misteri tende a risospingere l’umanità in uno stadio di soggezione, almeno verso una classe di ‘iniziati’» che sarebbero gli unici abilitati a dare spiegazioni. Qui si intravvede un’allusione alle religioni e alle loro caste sacerdotali; anche se, a ben guardare, andrebbe anche detto che parecchi uomini dediti alla scienza si muovono esattamente come membri di una casta di iniziati; basta aver parlato una volta con certi medici specialisti o esperti informatici.

Boncinelli – per il quale «la tendenza a vedere misteri dappertutto è antitetica a una mentalità scientifica e razionale» – riconosce tuttavia che «porsi problemi chiari e concreti» come fa appunto la ragione scientifica «non preclude l’accesso alle domande più alte»; alle domande, par di capire, che riguardano una sfera che in qualche modo arriva sulla soglia del mistero. Ma la sua conclusione mi lascia insoddisfatto: «Personalmente, io direi: là dove c’è un mistero ci deve essere un interrogativo; poi si vedrà». Resto insoddisfatto non perché, in quanto cristiano, devo per forza schierarmi a difensore del mistero, ma proprio perché simile conclusione mi sembra svilire proprio la ragione. Mettiamo il caso che l’interrogativo che mi si pone davanti sia quello della malattia: pensare che prima o «poi» si troverà una soluzione non acquieta il mio bisogno di sapere «adesso» la ragione di quello che mi sta capitando. La consapevolezza che la scienza economica risolverà domani il problema della fame nel mondo non mi fornisce una sufficiente spiegazione – e quindi il comportamento che ne deriva – del dramma che vedo oggi. Insomma son ben contento del progresso che scioglie interrogativi, ma non sono disposto ad eliminare la domanda che ho oggi nell’attesa di un domani che, tra l’altro, potrebbe non riguardarmi.

Ma c’è un punto ancora più radicale. Descrivendo quelli che – secondo lui indebitamente – vengono chiamati misteri, Boncinelli elenca anzitutto «la nascita (e entro certi termini questo ci può stare)»; ci può stare, forse, perché la scienza non ha ancora compreso esattamente i meccanismi dell’origine della vita. Poi prosegue: «la morte (ma è mai non morto qualcuno o qualche animale?)».

Eh no, questa non è una spiegazione sufficientemente razionale. Il fatto che tutti gli essere viventi di cui noi siamo a conoscenza siano morti o siano destinati a morire è cosa tanto evidente che non suscita nessun problema, non pone nessun interrogativo, non apre nessun mistero; è così e basta. La domanda, profondamente razionale, riguarda invece il «perché» si muore e se e cosa sarà di noi dopo quel passaggio. Per millenni il pensiero umano non ha risposto con un generico e fumoso «Sarà un mistero», ma ha capito che in verità l’uomo non muore, qualcosa di lui rimane dall’altra parte e che, quindi, anche il nascere non è stato un caso. Allora la ragione si acquieta; non perché smette di cercare, ma perché ha trovato un interlocutore al livello della sua ampiezza: il mistero.

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Per una spiritualità delle persone anziane

il blog di Costanza Miriano

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di Innocenza Laguri

Delineare una spiritualità delle persone anziane , dice il Papa. E’ un’importante affermazione del Papa  in una delle due recenti udienze di marzo sugli anziani, ci ho riflettuto. Intanto mi pare evidente che  il Papa propone  la questione della vecchiaia a  due diverse categorie di persone. Nella prima udienza del 10-3  in verità non si rivolge agli anziani, ma a chi non è vecchio  o non lo è troppo    e lo invita  a prendersi cura  degli anziani non autosufficienti (termine che la dice lunga perché sottintende che tutti gli altri..bastano a se stessi).

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Farsi un cuore semplice

Francesco Marchitti

sabato 28 marzo 2015

A Péguy la accomuna la categoria di avvenimento; a Tolkien la capacità di ricreare un mondo con i suoi infiniti dettagli. Con Flannery O’Connor condivide l’irruzione in pagina della Grazia, scandalosa e salvifica insieme. Stiamo parlando di Elena Bono, artista scomparsa a Lavagna (Genova) il 26 febbraio 2014, considerata dalla critica che l’ha conosciuta “una delle scrittrici più importanti del secondo Novecento”. Il giudizio non è avventato, se già al suo esordio artistico, nel lontano 1956, il più che autorevole Emilio Cecchi ne esaltava senza indugio alcuno le doti artistiche.

Elena Bono (nata a Sonnino, in provincia di Latina, nel 1921, ma ligure di adozione) ha speso tutta la sua vita per tradurre in parola (poetica, teatrale, narrativa) l’avvenimento di Gesù, il suo continuo dialogare con il cuore mancante dell’uomo, il suo essere agnello pasquale di croce e resurrezione, il suo offrirsi come riscatto e misericordia a dispetto di qualunque peccato o inadeguatezza umani. L’esplicito tema religioso non faccia pensare però a una deriva apologetica, a un’arte ridotta al rango di propaganda da sacrestia. Elena Bono ha solcato i cieli alti dell’arte letteraria, riproponendo instancabilmente il dramma dell’uomo di fronte all’enigma della vita.

“Farsi un cuore semplice, come potrebbe averlo un ladro… non so… un centurione”. È la soluzione, rivoluzionaria in sommo grado, che la vedova di Ponzio Pilato, al secolo Claudia Serena Procula, propone al suo interlocutore, il vecchio amico e filosofo Seneca, in un dialogo-confessione che dura un’intera notte. Siamo a Roma, nella villa all’Esquilino dove abita il famoso senatore e dove la vedova di Pilato arriva dietro suo invito. Le domande sul Nazareno e sugli (atroci, secondo Seneca) misteri a lui legati sono inevitabili, e nel climax della narrazione, l’anziano filosofo si trova di fronte all’inaudita pretesa di Claudia: per accettare che Gesù Cristo sia il Figlio di Dio, e che sia risorto dopo esser morto in croce, occorre avere un cuore semplice come quello di un ladro, o di un centurione (non propriamente degli intellettuali).

Il romanzo si intitola La moglie del Procuratore (Marietti, Genova 2015, pp. 208), e narra appunto la vicenda della moglie del tribuno militare e procuratore di Giudea Ponzio Pilato. Il lungo racconto è tratto dalla raccolta originaria Morte di Adamo, pubblicata da Garzanti in quel lontano 1956 e che tanto clamore suscitò intorno alla figura dell’allora trentacinquenne scrittrice, giovane emergente insieme a un’altra promessa di nome Pier Paolo Pasolini (il suo personaggio di Salomè ne Il Vangelo secondo Matteo deriva direttamente da un testo della Bono).

A più di cinquant’anni di distanza, e dopo che una piccolo editorie locale (Le Mani, Recco-Genova) ha tenuto accesa la fiammella editoriale, Marietti raccoglie in qualche modo il testimone e pubblica ora in forma autonoma il lungo racconto capolavoro. L’iniziativa avviene a un anno esatto dalla scomparsa della scrittrice, in contemporanea all’uscita, sempre per i tipi di Marietti, di una miscellanea di saggi a lei dedicata (Quando io ti chiamo, a cura di Francesco Marchitti, pp. 154).

La doppia uscita segna un nuovo inizio intorno alla figura della grande artista: da un lato sancisce nei fatti il suo ritorno nei circuiti dell’editoria da vasto pubblico; dall’altro speriamo rappresenti l’avvio di quel processo di canonizzazione artistica che la collochi finalmente nel posto che le appartiene di diritto, tra i classici della letteratura italiana del Novecento.

Oltre alla già citata silloge, la produzione artistica di Elena Bono si compone di diverse raccolte poetiche (esordì come scrittrice nel 1952 presso Garzanti con la raccolta in versi Galli notturni), e di numerosi drammi teatrali (oltre a La testa del Profeta, dove appare la già citata Salomè, ricordiamo anche La grande e la piccola morte incentrata su Giovanna d’Arco e Flamenco Matto, dramma sulla figura di don Giovanni Tenorio). Le sue prose sono state portate in scena da registi quali Ugo Gregoretti, Pino Manzari e Salvatore Ciulla, e interpretate da attori quali Claudia Koll, Massimo Foschi ed Eros Pagni.

Tutta la produzione artistica di Elena Bono arriva al lettore come un risveglio della coscienza, quello svelamento di sé che avviene nell’incontro con i grandi artisti. E accade nella forma di una presa di consapevolezza, di un essere portati a ritrovare dentro sé quella dimensione per cui le cose acquistano senso e significato. Come dice la stessa Elena Bono con il verso che più di tutti riassume la sua intera produzione poetica: “così semplice era tutto: chiudere gli occhi e guardare”.
http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2015/3/28/LETTURE-Elena-Bono-cosi-semplice-era-tutto-chiudere-gli-occhi-e-guardare-/print/590888/

La ricompensa di una madre

Silvia Stucchi

venerdì 27 marzo 2015

Il primo pensiero suscitato dalla maestria stilistica e dalla potenza dell’analisi dell’autrice è che Edith Wharton avrebbe potuto essere un’ottima antropologa: infatti, descrive, la buona società americana, il bel mondo della New York dell’altissima borghesia, i riti e gli idoli dell’élite statunitense con un’acutezza di sguardo, con una capacità di penetrazione psicologica, quasi con una freddezza da entomologa che non hanno eguali. La madre protagonista del racconto è Kate Clephane, che troviamo, nelle prime pagine, impegnata nella sua abituale giornata in Riviera, là dove si è rifugiata nel 1916 dopo che, diciotto anni prima, ha abbandonato la famiglia, il marito e la giovanissima figlia Anne, per fuggire con un altro uomo. Conclusa dopo poco tempo quell’avventura, ma ormai persa ogni rispettabilità sociale, e, soprattutto, ogni possibilità di riprendere i contatti con la figlia, Kate ha passato anni conducendo l’esistenza di tanti americani sradicati in terra europea: è infatti costretta ad  vivere in un demi-monde di vecchie marchese decadute, di giocatori d’azzardo, di ecclesiastici fondatori di circoli di beneficenza e di personaggi variopinti. E, insieme, non fa altro che sperare che Chris, l’uomo incontrato — e molto amato — dopo la prima relazione che l’aveva allontanata dalla famiglia, le scriva ancora una volta, che le chieda di rivederla. Chris è stato, per la signora Clephane, l’incontro che può segnare indelebilmente un vita: tanto che “a ricordare gli anni seguenti alla separazione dalla figlia, si soffermava quasi immancabilmente all’episodio di Chris” (p. 21), benché questo amore possa essere giudicato inappropriato secondo la morale del tempo, in primo luogo perché l’uomo è più giovane di Kate di quasi quindici anni.

Invece, il telegramma che Kate riceve una mattina, nel suo modesto albergo in Costa Azzurra è della figlia Anne: ormai adulta, una volti morti sia il padre che la nonna, la matriarca severa che aveva tenuto Kate lontana dalla figlia, la ragazza vuole che la madre torni a vivere con lei, a New York. La signora Clephane, così, per qualche mese, assapora i piaceri, le soddisfazioni, le consolazioni di rientrare nell’ambiente da cui proveniva, del godere — così crede — dell’affetto della figlia, diventata una ragazza bella e severa, con ambizioni artistiche, e recupera la stima e la familiarità di quanti non avevano mai smesso di cercare di propiziare il suo ritorno in famiglia, fra i quali Fred Landers, amico di famiglia e tutore di Anne.

Nella sua nuova condizione, la signora Clephane ha modo di fissare uno sguardo assai perspicace sui giovani nati e cresciuti nell’ambiente di Anne; e qui emerge tutta la spietatezza propria di Edith Wharton, capace di un’esattezza così tagliente da non fare sconti a niente e a nessuno: “Pur tuttavia, cosa c’era da osservare? Ancora una volta la monotonia della Faccia Americana la catturò con tutta la sua innocente uniformità. Quante ce ne volevano, di quelle facce, per formare un solo individuo? Erano quasi tutte come le infinite miglia che separano due stazioni ferroviarie. Con crescente meraviglia, si rese nuovamente conto che si può essere giovani e belli, sani ed entusiasti, pur essendo incapaci, a partire proprio da quegli elementi così ricchi, di sviluppare una personalità. I suoi pensieri tornarono ai volti usurati che avevano popolato la sua precedente vita. Conosceva ogni piega di quell’usura, ma adesso, per la prima volta, pareva accorgersi che era frutto delle emozioni e della passioni, per quanto egoiste, per quanto indecenti, e non solo dell’acqua gelida e della dispepsia. “Da quando gli americani hanno smesso di avere la dispepsia” rifletté “hanno perduto la sola cosa che li rendesse espressivi” (p. 84).

Gli usi, i costumi, i riti sociali di quella che potremmo definire una “tribù di lusso” (ovvero il milieu dei ricchi newyorkesi discendenti per larga parte dai primi coloni olandesi) vengono radiografati, sviscerati con lo sguardo obiettivo e scientifico che l’autrice sa rivolgere sul cuore dei suoi personaggi come pure sui loro atteggiamenti morali. Ecco per esempio che la personalità di Chris, che pure è stato il grande amore di Kate, e per il quale la protagonista nutre ancora dei sentimenti, viene così raggelantemente colta, quasi si trattasse una farfalla bloccata per l’eternità sul puntaspilli da parte di un attento entomologo: “Povero Chris! Non che fosse un ‘dissoluto’, ma aveva un assurdo bisogno di emozioni; non faceva che ripeterle che un artista deve provare emozioni. Lei trovava difficile conciliare quel che per lui era uno stimolo con gli altri suoi gusti e le altre sue idee, con quell’arguto gioco dell’intelligenza che la tratteneva in un’aria mai respirata prima. Esser capace di quei giochi della mente, di quei voli di fantasia, e nonostante ciò avere bisogno del gioco d’azzardo, dei casinò, delle compagnie chiassose, di tutte quelle attività inventate per ammazzare il tempo proprie delle persone letargiche e senza fantasia!” (pp. 23-24).

E anche se con la sua protagonista, Edith Wharton non fa sconti, di nessun tipo, a partire da quelle operazioni di cosmesi linguistica, a volte necessarie per la pura sopravvivenza, che spesso ci si impone da sé: “Sì, era trascorso parecchio tempo (…) da quando aveva ‘perso’ Anne: ‘perso’ era l’eufemismo che si era inventata (così come gli Antichi chiamavano ‘Benevole’ le Furie) perché una madre non può confessare, nemmeno alla parte più intima di sé, di avere abbandonato volutamente la figlia” (p. 21).

Non si arriva qui alla spietatezza, mista di crudeltà e insieme di compassione, con cui l’autrice esplorava l’animo e i pensieri di Lily Bart, la sfortunata protagonista della Casa della gioia, una ragazza da marito (pertanto paragonabile a un oggetto di lusso, bello, fragile e costoso, da piazzare, prima che si deteriori irrimediabilmente, all’acquirente più ricco), la quale, per sopportare senza impazzire la sua precaria condizione, sempre esposta alla mercé dell’approvazione sociale e morale del suo milieu, deve mentire sempre, anche fra sé e sé, ragion per cui Lily “era sempre attentissima a salvare le apparenze di fronte a se stessa. La sua raffinatezza aveva un corrispettivo morale, e quando faceva un giro d’ispezione nella sua mente, c’erano sempre porte che stava ben attenta a non aprire” (La casa della gioia, Neri Pozza, 2014, p. 124).

Insieme ai personaggi in carne e ossa, però, c’è un altro non meno importante actor nel romanzo: la casa dei Clephane, la dimora austera e monumentale, segno tangibile della loro opulenza (quella ricchezza che Anne, per un certo periodo, crede rappresenti l’unico e vero ostacolo al suo matrimonio con Chris), testimone delle passioni, dei dissensi, dei rancori del passato: a questa enorme magione, come a tutte quelle degli amici e parenti dei Clephane, Edith Wharton dedica acute annotazioni, come del resto si conviene all’autrice di The Decoration of House, 1897, scritto a quattro mani con Ogden Codman come atto d’accusa contro il conformismo dell’America di fine secolo che si esprimeva in scelte stereotipate ed imitatrici dei modelli europei.

La casa dei Clephane, i ricordi di Kate che rammenta l’ultima volta che varcò il suo austero portone per fuggire con l’amante, la camera di Anne, singolarmente vivace, il suo nuovo atelier di pittura, fresco ed essenziale, l’eleganza dei saloni da ballo, i grandi lavori di ristrutturazione che una giovane moglie può dolcemente imporre al nuovo, anziano marito: tutti questi particolari non sfuggono all’occhio attento di Edith Wharton, che li registra con scrupolo quasi notarile quali elementi distintivi di una classe sociale e di un particolare modo di vivere.

La povera signora Clephane, dopo i primi, beati mesi a New York, si trova ben presto a fronteggiare un dilemma morale terribile: si rende infatti conto che la figlia è innamorata e progetta di sposarsi proprio con Chris, che, dopo essersi coperto di gloria in guerra, coltiva le sue ambizioni letterarie lavorando come segretario di un milionario bibliofilo e filantropo. Nessuno a New York ha mai saputo di lei e Chris, per cui la donna si trova in una situazione angosciantissima; riesce per un certo periodo a convincere il giovane ad abbandonare la figlia, ma, in seguito, oppressa dalla sensazione sempre più chiara di essere come un’ospite in quella che era stata un tempo la sua casa, e di non poter comunicare veramente a nessuno il suo segreto, dopo il matrimonio di Anne e Chris si rifugia  nuovamente in Europa, non senza aver rifiutato la generosa proposta di matrimonio di Landers, da sempre innamorato, nemmeno troppo segretamente, della donna.

L’ultima pagina del romanzo ci mostra così la “ricompensa” cui accenna il titolo, che spetta ad Anne dopo tanto penare: “E quel pomeriggio, quando rincasò e trovò la sua [scil. di Landers] lettera settimanale (…) l’avrebbe benedetto, di nuovo, l’avrebbe benedetto per aver scritto la lettera, e per averle dato la forza di non cedere alle sue suppliche. Forse nessun altro avrebbe mai capito, certamente lui non avrebbe mai capito se stesso. Ma le cose stavano così. Nulla le sarebbe più stato d’aiuto in questo mondo — per cancellare i vecchi orrori e la nuova solitudine — quanto il fatto di essere in grado di non cambiare idea sulla decisione presa, di essere capace di dire a se stessa, tutte le volte che cominciava a scivolare verso nuove incertezze e  nuove concessioni, che almeno una volta era stata irremovibile, riponendo in un piccolo spazio di luce e di pace la cosa più bella che le fosse mai capitata”.

Scritto in una prosa emozionante per capacità introspettiva e ricchezza nella gamma di sfumature, con un linguaggio capace di dire i fatti, anche i più scabrosi, difficili, in forma semplice e diretta, non volgare e nemmeno scioccamente allusivo, ma elegante ed essenziale, La ricompensa di una madre presenta quindi uno studio di psicologia femminile che ci presenta, dopo le passioni vorticanti della gioventù, la vera ricompensa e la vera pace cui può ambire una donna: il singolare e raffinato piacere della rinuncia.

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Famiglie sfinite

il blog di Costanza Miriano

Udienza generale di Papa Francesco

di Costanza Miriano

Ieri le parole del Papa mi hanno commossa. Quando ha chiesto di pregare per le famiglie sfinite e stanche mi è sembrato di capire il senso della sua sollecitudine, il senso del Sinodo, forse, anche.

Il Papa sa bene quanto è dura la realtà qui fuori. Il matrimonio, la fedeltà a una sola persona, a una sola vita, a una sola scelta, per sempre, per tutta la vita non è naturale, e infatti i discepoli quando Gesù gliene parla dicono “non conviene sposarsi”. È vero, la stabilità è necessaria ai figli, e infatti nei secoli si è cercato di organizzare la famiglia stabilmente, in modo che potesse durare. L’idea dell’amore romantico, e poi della morale borghese che si è sovrapposta a quella cristiana, hanno introdotto nella cultura l’idea che il matrimonio fosse naturale, ma oggi non possiamo più dire questo.

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Questo articolo, tratto dal numero di Tempi in edicola, fa parte della serie “Ragione Verità Amicizia”, il manifesto dei nostri vent’anni e della Fondazione Tempi (una proposta che si può sottoscrivere in questa pagina).

La verità è la più bella ragazza del mondo. Chi ne nega l’esistenza o, peggio, chi la traveste da vecchia babbiona con le gonnone ottocentesche della propria retorica non sa nulla di lei. Della sua occhiata. Del suo passo. Chi la nega o chi la maschera ha dei problemi con lei. Si sente minacciato da quella bellezza. Complessati, in genere. O deturpatori sistematici. Vandali, sia pure in giacca e cravatta (e cattedra). Pensavano che fosse lei a bloccarci, pensavano che fosse la verità, che fosse lei a paralizzare il pensiero. Ma solo perché non conoscevano cosa è un pensiero innamorato. Cioè un pensiero appassionato. Teso, come lo sono i ragazzi innamorati. Avevano pensieri chiamati deboli, disamorati, pensieri ricaduti su se stessi. Pensieri fortissimi, in realtà, come mazze dentate. Pensieri narcisisti. Mentre una sola sua occhiata vale più di tutte le costruzioni filosofiche di un uomo o di un’epoca che la cerca. E anche di un’epoca, la nostra, che la nega.

Un’epoca senza passione per la verità ha generato passioni tristi e uomini soli. Solo la tensione a qualcosa percepito come vero, infatti, mette gli uomini insieme e anima le passioni. La scomparsa del problema stesso della verità non ha cancellato nessuno degli altri problemi esistenti, anzi li ha resi più gravi, più arruffati. Più disperanti. Speravano, quegli sciocchi, che negando la sua esistenza si appianassero i problemi, si unissero di più le persone. Dicevano: lei non c’è, lei non conta. Ma cacciando l’immagine di lei, i segni che rimandavano alla sua delicata e potente figura, si sono ispessiti altri fantasmi. Si sono accampate più torve le immagini di altre presenze. Altissimi totem si sono alzati per nascondere la nostalgia di una sua sola occhiata. Liberandosi della verità si sono resi schiavi della Opinione del più forte, della Moda, e della Convenienza. Gli spettri che circondano l’uomo solo.

ragione-verita-amiciziaE hanno cominciato a immaginare leggi a misura, ad singolam personam, per una persona sola impaurita, rattrappita, costretta ora a trattare con lo Stato come nascere, come morire. Hanno finito per immaginare leggi a misura per una persona in preda a passioni tristi, senza nessuno accanto, nascente e morente nel vuoto, al capezzale o alla sua culla solo lo Stato, la Legge di cui fidarsi. Non hanno creato un uomo più libero. Ma più solo. Perché la libertà esiste solo in rapporto alla verità. E l’amicizia vera, un popolo, esistono solo nella ricerca di una occhiata, pur solo un’occhiata di lei. Libertà esiste solo se è libertà di fare di tutto per conoscere quella ragazza, per conquistarla. E libertà semmai di sfuggire, di nascondersi al suo sguardo. Perché lei, come la bellezza, umilia in un certo senso i suoi spasimanti. I suoi corteggiatori. È sempre di più di quanto loro immaginavano di lei.

La contrapposizione al potere
Ma se lei non esiste, si è liberi per cosa? E liberi di essere se stessi in rapporto a cosa? E infine, al limite, liberi di rifiutare cosa? Cose secondarie. Liberi di cercare o di non accettare il consenso, l’opinione generale, l’interesse. Ma, appunto, per quale motivo, se non per la verità stessa? Il motivo di tutto, se non è la ricerca di quella occhiata nel bosco, nella metropoli, è solo il potere. La contrapposizione è solo in nome del potere. Dell’individuo contro lo Stato, contro i controllori della società, o contro la maggioranza (indovina chi vince?). E ogni azione è in nome del mio potere contro il tuo. Se lei, ragazza bellissima e terribile come tutte le grandi bellezze, non c’è, allora della nostra vita non farà pasto la commozione, non il magone, non l’ammirazione ma la sopraffazione, l’esaurimento di forze. Perché il suo volto di ragazza sfugge ma anche si offre, si fa inseguire ma anche si ferma dietro l’angolo e ti sorprende. Si fa inseguire dalla nostra libertà e si rende disponibile alla nostra libertà. E davvero ognuno è libero di cercarla, sperduto in una foresta amazzonica, o in cima a un grattacielo a Dubai. Perché lei vuole essere corteggiata da noi come siamo, liberi e nati dentro il contesto in cui siamo.

Mentre il potere vuole renderci tutti previsti e prevedibili da lui anche se ciancia sempre di diversità. Ci ossessiona con sondaggi, fa crollare la nostra fiducia, spegne il nostro cuore, il nostro rischio, il nostro sesso, la nostra fiducia, il nostro pensiero. Ci fa sperare solo nella fortuna. Nel buco di culo. Perché un’epoca che nega la verità divide tutti in fortunati e sfortunati. In sottomessi e dominatori, anche tra gli amanti. In riusciti e sfigati. Mentre lei, la ragazza che si chiama verità, bacia anche i malriusciti, i malvissuti, i non considerati. I non fortunati. Quelli che almeno per un istante sono stati liberi di riconoscerla e di dirle con gli occhi pieni di lacrime e di luce: sei qui… Persino quelli come me.

Leggi di Più: Liberati della verità per diventare schiavi | Tempi.it

Women of the world

il blog di Costanza Miriano

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di Federico Cenciper Zenit

La dignità delle donne non passa attraverso l’indifferenziazione sessuale. È questo il messaggio che oltre 130 Ong provenienti da 40 Paesi del mondo hanno rivolto alle istituzioni europee e alle Nazioni Unite nei giorni scorsi. Lo hanno fatto attraverso una dichiarazione denominata “Women of the world”, promossa dalle associazioni Profesionales por la Ética, Femina Europa e Woman Attitude e sostenuta da circa 17mila firmatarie.

Il documento non consiste nella solita enumerazione di diritti da rivendicare per raggiungere la meta chimerica di un’omologazione tra i sessi né soltanto in una denuncia del ruolo marginale della donna nella società. “Women of the world”, piuttosto, è un manifesto – unico nel suo genere – in cui si dà risalto al ruolo della donna all’interno della famiglia, come mamma, casalinga ed insostituibile educatrice della prole.

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La nostalgia di essere figlio

Fernando De Haro

martedì 24 marzo 2015

Era sulle rive di un affluente del Po, il Ticino, un fiume che va dalla Svizzera all’Italia settentrionale: è sorprendente che qualcosa che è accaduto 35 anni fa – un’età geologica per come concepiamo ora il tempo – in un luogo lontano sia in realtà così attuale rispetto a quel che accade in Spagna. 

Allora l’Europa era ancora divisa, il furore ideologico della contestazione era ancora caldo. Ora invece è tutto liquido, non esiste un centro. Eppure quella conversazione (pubblicata con il titolo “Il senso della nascita”) svoltasi sulle rive del Ticino tra il drammaturgo Testori e il sacerdote Giussani può fornire indizi per comprendere questa nuova epoca priva di punti di riferimento, orfana di qualcosa di solido. Forse i due protagonisti già vedevano il principio di quello che sarebbe accaduto.

Testori, omosessuale, era una di quelle menti brillanti che come Pasolini aveva notato il genocidio antropologico subito dalla seconda generazione nata dopo la guerra. Laico, dotato di una straordinaria sensibilità, parla con un Giussani che condivide con lo scrittore un acutissimo sguardo pieno di speranza sulla vibrazione essenziale che definisce il tempo presente.

Testori osserva che la società prima ha indotto i giovani – e anche gli adulti – a perdere la percezione di essere amati e poi non ha offerto loro che “prigioni”. Manca il senso di essere stati generati, di nascere come figli – dice Giussani – e da qui scaturisce un lamento per una presenza che non hanno, che non abbiamo. Testori aggiunge che un uomo non si uccide per un’assenza, ma per una nostalgia: la nostalgia di essere figlio.

Ci siamo comportati, dicono entrambi, come se questa nostalgia non ci fosse. Una dimenticanza obbligata in Spagna, dato che questo desiderio è stato accusato di aver generato una sanguinosa guerra civile e un secolo scuro, il XIX. Ignacio Carbajosa alcuni mesi fa, in un articolo su ABC, ha spiegato che noi spagnoli, per una sorta di autocensura, ci siamo imposti un limite nelle relazioni pubbliche: possiamo parlare di ciò che ci accomuna, di quel che è “naturale”, sempre che questo non porti a una domanda religiosa.

Nonostante tutto, però, e forse questa è la grande novità, oggi in Spagna si comincia a riconoscere quella che Testori chiamava la fatica che comporta il dimenticarci che siamo amati. Il drammaturgo spiegava che ci sono negazioni che sono piene di desiderio. E non è difficile trovarle sui media. Alcuni giorni fa Leila Guerrero, una degli editorialisti più anticlericali de El Pais, ha scritto un articolo sulla salvezza, sostenendo che una persona non può salvarne un’altra: la gente si salva da sola. Parole a cui Testori, dal Ticino, in qualche modo replicava spiegando che il momento in cui si avverte un’assenza è forse quello in cui si può scoprire con maggior forza la presenza che abbiamo lasciato sparire.

La stessa Leila qualche giorno dopo aveva spiegato come aveva conosciuto il mare: “Si aprì la porta e in mezzo alla luce del crepuscolo apparve mio padre: il primo di tutti noi (mio fratello, mia madre, mio nonno e io) ad aver visto il mare. Corsi dal lui, lo abbracciai e gli chiesi: ‘Com’è? Com’è?’. Lui non mi rispose, alzò solamente la mano e la avvicinò alla mia testa e mi disse: ‘Ascolta’, appoggiando una grande conchiglia bianca al mio orecchio. E io ascoltai. Passarono molti anni prima che potessi vedere il mare, ma per tutto quel tempo avevo avuto qualcosa di meglio: avevo avuto mio padre che mi raccontava com’era. A volte la gente chiede perché uno scrive e io penso che sia per cose come queste”.

La nostalgia del figlio è evidente nella nuova letteratura, tanto che alcuni critici parlano già di un nuovo paradigma. Nelle opere dello scrittore José Mateos ciò è evidente. In una delle sue raccolte di racconti (dal titolo significativo “Storie di un Dio decadente”) uno dei suoi personaggi confessa: “Ho posseduto quasi tutto quello si potrebbe desiderare. Ma è curioso quando mi guardo indietro e mi chiedo cosa ho fatto della mia vita e qual è stato il suo significato: non mi ricordo degli anni di università, né delle città che ho visitato e fotografato, ma di quei giorni orribili in cui mi sentivo così piena, così al culmine di me stessa accanto al letto in cui mamma stava morendo”. Un altro dei personaggi, un terrorista che si chiede se ci sarà la resurrezione poco prima di essere ucciso da un compagno, “aveva l’impressione che quel vento, che gli scompigliava i capelli, avesse compassione di lui”. Maternità e compassione.

In uno dei romanzi di gran moda in questi ultimi mesi, “Intemperie” di Jesus Carrasco, l’esperienza della filiazione la fa da padrona. Un bambino è protetto da un capraio che dà la vita per salvarlo e il protagonista si chiede: “Perché si era mosso in suo aiuto?”. Questa condizione, quella di sapersi figlio, è anche quella che permette a Felipe Díaz Carrión, il protagonista di “Occhi che non vedono” (un capolavoro nel descrivere la tragedia dell’Eta), il romanzo di Ángel González Sainz, di non cedere al nulla che sembra così allettante.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2015/3/24/Testori-Giussani-la-nostalgia-di-essere-figli/print/593249/

Il momento culminante di tutto il cosmo e tutta la storia

Pigi Colognesi

lunedì 23 marzo 2015

Visitare la mostra «Ecce Homo» può essere un buon modo per affrontare con maggior consapevolezza l’ultimo tratto della Quaresima e introdursi nella Settimana Santa. L’esposizione è allestita a Milano nella Biblioteca Umanistica attigua alla chiesa di Santa Maria Incoronata, in quel corso Garibaldi (al numero 116) cui fanno da fondale nuovissimi grattacieli di vetro e cemento, emblema di una città che si sviluppa dimenticando, forse, proprio quell’Uomo di cui la mostra parla.

Vi si trovano quattordici – come le stazioni della Via Crucis – Crocefissi di William Congdon, di cui una metà mai esposti prima.

Consiglio al visitatore di passare, prima di entrare in mostra, dalla chiesa dell’Incoronata, che in realtà sono due aule gemelle appaiate; nell’abside di destra campeggia un grandioso crocefisso ligneo: è senza braccia (sono andate perse) e il volto abbassato è semi coperto dai capelli: una struttura iconografica essenziale che si ritroverà in alcuni dipinti di Congdon. Avendo negli occhi questo torso amputato dagli arti e questi capelli sanguinanti che coprono la faccia, saliamo nella Biblioteca. Appena varcata la soglia, in fondo ad una fuga di eleganti colonnine rinascimentali, su un fondo nero, ci si impone subito il celebre Crocefisso 90. Qui il corpo è quasi del tutto irriconoscibile e i capelli si distinguono a fatica in mezzo alla massa catramosa a cui l’Uomo crocifisso è stato ridotto.

Congdon concepì questo quadro ricordando i poveracci che morivano di inedia ai bordi delle strade di Bombay che aveva visto in un viaggio; i loro corpi e i pochi cenci che li ricoprono finivano per confondersi col catrame della strada, come quei poveri animali che vengono investiti e poi continuamente schiacciati dalle auto e, alla fine, non sono che grumo di asfalto. Proprio questa suprema disumanizzazione ha assunto su di sé Cristo, per cui Congdon colse l’unità inscindibile tra la sofferenza dell’uomo e quella di Cristo e scrisse: «Non vedi? La strada di Bombay è diventata la via della vita, la croce».

Una caratteristica accomuna, infatti, i crocefissi esposti (e tutti quelli – quasi 200 – che Congdon ha dipinto negli anni Sessanta e Settanta): la consapevolezza che la crocifissione è momento culminante di tutto il cosmo e tutta la storia. Non si tratta di contemplare un’immaginetta doloristica e di sforzarsi di avere qualche sentimento di pietà verso un poveraccio che muore. Il Crocefisso coinvolge e squassa i cieli; si guardino gli sfondi: vi si legge il movimento di un uragano.

Il Crocefisso si impone sullo spazio e lo domina: i bordi dei quadri spesso non riescono a contenere le braccia spalancate o i piedi feriti. Il Crocefisso raggruma tutto il tempo della storia: c’è sempre un attimo di silenzio di fronte a questi quadri; il tempo si stringe in un punto, tanto quanto il corpo si è spogliato di ogni dettaglio. Il Crocefisso abbraccia tute le angosce ben evidenti nel sussulto delle spatolate e nell’oscurità del colore. Il Crocefisso, però, lascia sempre uno spazio che viene dal fondo della tavola di legno oppure ti sorprende quando, dopo aver visto quel corpo che sembra nero uniforme e piatto, ti scosti e ti accorgi che, invece, è ricco di toni diversi e ti rimanda lame di luce imprevista. Anticipo di un mattino che sta per attivare.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2015/3/23/Congdon-e-il-silenzio-del-Crocefisso/592732/