«Donne, ci hanno fregate con l’aborto. È ora di chiedere molto di più alla società. E agli uomini»

il blog di Costanza Miriano

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di Benedetta Frigerio per Tempi

Quello secondo cui «l’aborto tradisce le donne» non è di per sé un argomento nuovo. A meno che a sostenerlo non sia una femminista e per di più in un commento ospitato dalla Cnn. Erika Bachiochi è un avvocatessa americana che in passato ha sostenuto il “diritto di abortire” e che già sul Journal of Harvard Law & Public Policy aveva motivato il suo cambiamento di opinione illustrando la contraddizione del termine. Nell’articolo per la Cnn l’avvocato torna sulle sue tesi perché rileva un altro contrasto, quello fra le nuove campagne politico-mediatiche in favore dell’aborto e i recenti sondaggi che mostrano come invece un numero crescente di donne negli Stati Uniti guardi ormai con favore alle istanze opposte, ossia ai tentativi in atto in molti stati di arginare una pratica ormai senza limiti in America.

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La realtà come dono

Vincent Nagle

sabato 21 febbraio 2015

Ogni tanto mi chiamano a parlare sul tema “Tecnologia e rapporti umani” e la conclusione finale che lascio su questo tema è la seguente: l’unica strada per continuare a usare questi strumenti in modo che non riducano la nostra esperienza di interazione personale è di vivere un’educazione che sviluppi in noi una preferenza per la realtà. La nostra curiosità e la nostra passione a scoprire e sperimentare la realtà come ci è data deve essere più forte della tentazione di cambiare la realtà per adattarla ai nostri impulsi, alle nostre paure o passioni, ai nostri pensieri. I sempre più potenti mezzi di cui costantemente disponiamo ci spingono ad iniziare con il domandarci come preferiremmo le cose fossero, piuttosto che con l’interesse a scoprirle come sono.

Nel proporre queste osservazioni al mio pubblico, sono spesso colpito da come la stessa dinamica sia al cuore dello scontro di visioni sulla natura umana in materia di “gender” e orientamento sessuale. Quello che potenti organizzazioni sociali e governative stanno proponendo e cercando di applicare sembra a volte del tutto lontano dalla realtà, la realtà del bambino, della famiglia, della natura stessa. Come è potuto accadere?

La risposta a questa domanda non è per me misteriosa. Sono cresciuto in circostanze speciali e in un momento speciale. La piccola città in cui viveva la mia famiglia si era riempita, a metà degli anni ’60, di hippy venuti nelle foreste della California del Nord per “tornare alla natura” e “mettersi in comunione con il dolce spirito dei pacifici emarginati”. Sono stati costoro che cominciarono, al di fuori del mondo accademico, ad avere una nuova visione dell’umanità. Veniva sentita in modo impellente la corruzione e lo stravolgimento ai quali era soggetta la natura pacifica dell’essere umano, causati da istituzioni della società che tentavano di modellare e obbligare la persona ad assumere ruoli e modalità aliene e contrarie alla sua vera natura. Il movimento femminista, molto forte tra di loro, in particolare sentiva che le donne erano state indotte dalla società ad assumere posizioni “subordinate” per adeguarsi alle norme sociali.

Il desiderio era di trovare la liberazione respingendo ogni norma e ruolo, liberando la persona che era sottostante e prima di tutte queste “etichette”, comprese etichette coercitive come “uomo” o “donna”, “maschio” o “femmina”, “marito” o “moglie” e perfino “padre” e “madre”. Il desiderio di una nuova realtà che sarebbe nata da loro stessi e da niente al di fuori di loro. Secondo la visione spirituale che accompagnava questo movimento, la realtà era qualcosa di soggettivo, qualcosa che si costituiva in quanto la si accettava. Lo stesso concetto di “essere umano” era artificiale. Questa fu la mia educazione. Negli anni ’70 cominciai a tenere discorsi sulla tolleranza degli omosessuali e sui loro diritti. Il fatto che da allora si siano potuti usare strumenti sempre più potenti per influenzare la realtà e sostituirla, in effetti, con una realtà virtuale, è conseguenza di una perfetta combinazione di ideologia e tecnologia.

Attraverso la mia conversione a Gesù Cristo, ho cominciato un lungo processo di revisione di questa concezione del mondo e a poco a poco la mia vita nella Chiesa mi ha liberato dalla paura della realtà, anche se continua ad essere per me una lotta. Ciò che è nato in me è la curiosità e la passione per la realtà come dono, come qualcosa che mi è stato dato, che mi è stato offerto per amore. E comprende il fatto che sono un essere umano, il fatto che sono un uomo e non una donna, il fatto che la vita umana viene alla luce e ancor più cresce attraverso l’unione di due diversità, maschio e femmina. I sacrifici che tutto questo può richiedere non sono contro di me, perché ho scoperto che voglio vivere e la vita è un dono che arriva attraverso questa sorprendente e paurosa cosa, la realtà.

Il punto è che la nuova moralità è nata dalla paura, dalla paura e dal rifiuto di cose che ci sono date, che non hanno la loro origine in noi. Qual è allora la nostra risposta? Può essere solo questa: approfondire la nostra esperienza della vita come dono, che arriva attraverso la realtà e, inoltre, dedicarci a liberare altri da questa paura. Come possiamo farlo? Prima di tutto, dobbiamo mostrare loro che non li temiamo, ma siamo lieti dell’opportunità di camminare con loro, facendo insieme piccole scoperte, una dopo l’altra, che ci dimostrano la bontà del dono.

Sia questa la strada da percorrere! Un abbraccio non timoroso anche a chi vuole prendere il nostro controllo a causa di questa paura. Se la realtà è un dono, allora anche queste persone sono, in qualche modo, un dono per noi.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2015/2/21/Vincere-la-paura-della-realta/print/584426/

Zamba de mi speranza


Zamba de mi esperanza
amanecida como un querer,
sueño, sueño del alma
que a veces muere sin florecer,
sueño, sueño del alma
que a veces muere sin florecer.

Zamba, a ti te canto
porque tu canto derrama amor,
caricia de tu pañuelo
que va envolviendo mi corazón,
caricia de tu pañuelo
que va envolviendo mi corazón.

Estrella, tú que miraste,
tú que escuchaste mi padecer,
estrella, deja que cante,
deja que quiera como yo sé,
estrella, deja que cante,
deja que quiera como yo sé.

El tiempo que va pasando
como la vida no vuelve más,
el tiempo me va matando
y tu cariño será, será,
el tiempo me va matando
y tu cariño será, será.

Hundido en horizontes
soy polvareda que al viento va.
Zamba, ya no me dejes,
yo sin tu canto no vivo más,
Zamba, ya no me dejes,
yo sin tu canto no vivo más.

Estrella, tú que miraste…

Zamba della mia speranza
Zamba della mia speranza, nata come un desiderio. Sogno, sogno dell’anima che a volte muore
senza fiorire.
Zamba, a te io canto perché il tuo canto sparge amore. Carezza del tuo fazzoletto che avvolge il mio
cuore.
Stella, tu che hai guardato, tu che hai ascoltato le mie pene; stella, lasciami cantare, lasciami
amare come io so.
Il tempo che passa come la vita non torna più. Il tempo mi sta uccidendo ed il tuo affetto sarà, sarà.
Immerso in orizzonti, sono polvere che al vento va. Zamba, non lasciarmi, senza il tuo canto non
vivo più.

Cuori aperti

“Verso la fine del ventesimo secolo, nato al suo inizio, / dopo aver scritto libri, buoni o cattivi, ma laboriosi, / dopo conquiste, perdite e recuperi, // sono qui con la speranza di poter ricominciare da capo…” (Verso la fine del ventesimo secolo). 
Alessandro Rivali

giovedì 19 febbraio 2015

Czeslaw Milosz è un poeta che continua a dare vertigini. La sua opera è un braciere di meditazioni, alla ricerca di quella pietas così deturpata nel XX secolo, il secolo “cane lupo”, come insegnava la voce alta e sofferente di Mandel’štam.

Milosz è un maestro assetato di verità e la sua lezione è un autentico Eden per chi voglia sfuggire alle pastoie dell’individualismo e del frammento, almeno in campo poetico. In proposito, si può leggere il recente La testimonianza della poesia (Adelphi), un libretto delizioso che raccoglie “sei lezioni sulla vulnerabilità del Novecento”, una miniera ricchissima, particolarmente emozionante quando Milosz passa in disamina la poetica di molto Novecento invasa da una crescente “cupezza”.

Nel 1980 Milosz si aggiudicò il Nobel con questa motivazione: “Con voce lungimirante e senza compromessi ha esposto la condizione dell’uomo in un mondo di duri conflitti”. Giustissima intuizione di un premio Nobel indovinato (come, del resto, spesso accade per la poesia: Tranströmer, Szymborska, Walcott, Heaney), ma la sua poesia si sarebbe disvelata con altrettanta forza anche senza le ceneri della seconda guerra mondiale, le mutilazioni dell’amata Polonia o il “salato pane” dell’esilio.

Milosz ha infatti la più grande concezione possibile della poesia: può riparare dal male, può, in qualche modo, arginare il dolore, anche senza averne l’ultima interpretazione.

Per entrare nell’immaginario di questo autore c’è, prima di tutto, l’antologia (Poesie) pubblicata da Adelphi e curata da Pietro Marchesani.

Iosif Brodskij, altro Nobel meritato, le introdusse con una fulminante Presentazione: “Non ho alcuna esitazione nell’affermare che Czeslaw Milosz è uno dei più grandi poeti del nostro tempo e forse il più grande. E anche se si privano le sue poesie della splendida ricchezza stilistica della sua lingua nativa, il polacco (come accade inevitabilmente nelle traduzioni) e le si riducono al puro contenuto, ci troviamo pur sempre di fronte a uno spirito severo, inflessibile, di una tale intensità che l’unico paragone che si è in grado di pensare è con i personaggi biblici e, più di tutti, con Giobbe”.

Milosz è proprio come lui. Non si dà tregua, sempre proteso a un’interrogazione “verticale” sul male. Un suo testo capitale è ambientato a Varsavia nel ’45, “sulle macerie della cattedrale di San Giovanni”. Il poeta inizia così la sua meditazione: “Che pensi qui, dove il vento / che soffia dalla Vistola sparge / la rossa polvere delle rovine?” e conclude affermando che ci sono due sole parole da salvare: “verità e giustizia” (A Varsavia).

Milosz può essere luminoso e duro come il quarzo, oppure, quando abbandona la pelle di Giobbe, diventa un profeta ardente. E la prima fase della sua poesia ha accensioni apocalittiche che forse non dispiacerebbero ad alcuni narratori “sanguigni” del nostro tempo.

Basta prendere un campione come Scadenze, scritta a Vilna nel ’36: “Tutto trascorso, tutto dimenticato, / sulla terra solo fumo, nuvole morte / e sui fiumi di cenere ali che ardono / mentre arretra il sole avvelenato / e l’alba della condanna esce dai mari”.

Milosz ha uno sguardo fotografico, che, per esempio, sigilla la verità in un cammeo per un’epifania femminile: “Quando c’è la luna e le donne in abiti a fiori passeggiano / provo stupore per i loro occhi, le loro ciglia e tutta l’organizzazione del mondo. / Mi sembra che da una propensione reciproca così grande / potrebbe finalmente risultare la verità ultima”. (Quando c’è la luna).

Milosz non si arrende al catino insanguinato della storia. È sì un poeta metafisico, ma è anche un teologo della storia. E quando il suo sguardo brancola nel buio, alza le braccia e la sua poesia diventa preghiera. Non solo Giobbe o Ezechiele, ma il re Davide che bussa alla porta di Dio nel tempo della pienezza e nella cruda solitudine.

Così nasce, per esempio, la struggente poesia per l’amico sacerdote Józef Sadnik, scomparso prematuramente a 47 anni.

È impressionante il dialogo di Milosz con la morte. Sembra che alcuni testi siano scritti tra le lacrime. Ogni verso come una ferita, di un dolore composto eppure profondissimo: Milosz riesce a cogliere nella realtà una grazia, un’illuminazione, anche quando sembra prevalere la tenebra: “Pregavo Dio di fare di me ciò che volesse / e gli dicevo la mia gratitudine / perfino per l’insonnia quando mugghia la marea / e il conto della vita” (Pornic).

Di fronte alla “crisi” sull’uomo, Milosz non alza bandiera bianca. È un alfiere della speranza, che per ardore compete con un altro autore dal “cuore aperto” come Péguy.

È davvero significativo che l’antologia più celebre delle sue poesie sia coronato da un testo sulla speranza: “Verso la fine del ventesimo secolo, nato al suo inizio, / dopo aver scritto libri, buoni o cattivi, ma laboriosi, / dopo conquiste, perdite e recuperi, // sono qui con la speranza di poter ricominciare da capo…” (Verso la fine del ventesimo secolo).

La poesia è anche questo. Vedere chiaro nella notte oscura. Come insegnava Ungaretti o Giovanni della Croce. Per questo, lo dicevamo in apertura, Czeslaw Milosz è un maestro da cui ripartire.
http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2015/2/19/LETTURE-Czes-aw-Mi-osz-ci-sono-due-sole-parole-da-salvare/print/583699/

Per amare come Lui

Mauro Leonardi

mercoledì 18 febbraio 2015

Il digiuno è importante in tutte le religioni: si chiama ramadan per il Corano, kippur per gli ebrei, e quaresima per i cristiani. Dove oggi si celebrano le ceneri (non nel rito ambrosiano) si leggerà un profeta, Gioele, che dice «Laceratevi il cuore e non le vesti» (Gl 2,13). Perché le vesti lacerate sono lì, in bella vista, a farsi vedere, a far vedere quanto soffriamo, quanto ci mortifichiamo. Invece un cuore lacerato si può nascondere. Il vangelo di oggi è tremendamente chiaro, ci indirizza a quel posto segreto dentro di noi, il cuore, dove l’unica ricompensa possibile è l’amore. Il digiuno cristiano è difficile perché non riguarda principalmente cibo e internet: riguarda quel surrogato dell’amore, all’apparenza tanto dolce, che è la ricompensa immediata all’amore. Parlo del plauso, della coscienza pulita con il panno delle cose legali tutte compiute, del senso di colpa sedato con le penitenze che ci fanno migliori degli altri invece che innamorati degli altri. Perché poi la questione è sempre e solo quella: quanto amo?

Quanto vale la mia vita? Quanto amo. Quanto vale la mia mortificazione? Quanto amo. E quanto amo? Quanto vivo. E quanto vivo? Quanto amo. Non è un gioco di parole né uno scioglilingua. È che quando ci laceriamo il cuore in ogni quaresima quotidiana della vita, ne scaturisce amore. Penso all’omelia di Papa Francesco di domenica scorsa ai nuovi cardinali. Penso alla compassione di Gesù quando tocca il lebbroso: è il kippur cristiano, è la quaresima. Il kippur è una cerimonia dove un capretto riceve simbolicamente le colpe di tutti e viene inviato a morire nel deserto. Viene da qui il concetto di “capro espiatorio”, peraltro antichissimo. Ora, Gesù, ci ha detto il Papa domenica scorsa, ha fatto “kippur” col lebbroso: toccandolo, aveva reinserito il lebbroso – un escluso – nella comunità degli uomini, lo aveva collegato di nuovo con gli altri nel modo giusto (“mostrati al sacerdote e offri quello che Mosé ha prescritto per la tua purificazione”, Mc 1,44) ma Gesù, avendolo toccato, era diventato a propria volta impuro, insomma era rimasto escluso a propria volta: infatti non poteva più entrare pubblicamente in un città e doveva rimanere fuori, in luoghi deserti (Mc 1,45).

Se amiamo, ecco la quaresima, ecco il kippur cristiano. Se amiamo, ci sporchiamo le mani, ci compromettiamo. Perché la compassione, compromette. Non è profumata la compassione. La compassione compromette e porta nel deserto con bagaglio cenere sul capo, con cibo, l’amore. Adesso, se penso al capro espiatorio, non mi viene più in mente l’animale ma un meccanismo mentale che purtroppo conosco molto bene. Quello di far scontare le mie colpe, di fare penitenza, di toglierci i sensi di colpa, con la vita di qualcun altro. Ma non è la strada giusta. Quella terra arida che aspettava il capro espiatorio per farlo morire di fame, di sete, divorato dalle belve; che aspettava il lebbroso e poi Gesù che lo aveva toccato, aspetta me. C’è una cenere, questi giorni, che ci avvicina tutti. È sui giornali, è la cenere dei palazzi e delle bombe. Ecco, non digiunerò per soffrire come loro ma digiunerò per amare come Lui.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2015/2/18/MERCOLEDI-DELLE-CENERI-Una-rinuncia-che-non-riguarda-solo-cibo-e-internet-/print/583216/

L’io è fatto di desiderio infinito

 

Capitolo settimo
Il divertissement la moltitudine dei piaceri

Nell’operetta morale “Dialogo di Malambruno e Farfarello” Malambruno, dopo aver chiesto la felicità al demone e aver ottenuto una risposta negativa, desidererebbe almeno togliere l’infelicità. Farfarello risponde che ciò è impossibile a meno che non smetta di volersi bene. Per Leopardi la benevolenza per sé presuppone la non saturazione del proprio animo, del proprio cuore, così come è fatto, nel suo desiderio infinito di felicità, nel suo status ontologico, perché altrimenti si rinnegherebbe quel desiderio di amore e di felicità infinito. Se ciò che ci procura  tristezza è la domanda che sembra non trovare appagamento, è sufficiente smorzare la tensione di questa attesa, del desiderio per stare, solo apparentemente, meglio.

Ecco perché un assopimento dell’animo è, in generale, piacevole, perché consiste in uno stordimento della ragione, in un annebbiamento delle domande del cuore.

“Il desiderio del piacere diviene una pena, e una specie di travaglio abituale dell’anima. Quindi… un assopimento dell’anima è piacevole. I turchi se lo procurano coll’oppio, ed è grato all’anima perché in quei momenti non è affannata dal desiderio, perché è come un riposo dal desiderio tormentoso, e impossibile a soddisfar pienamente; un intervallo come il sonno nel quale se ben l’anima forse non lascia di pensare, tuttavia non se n’avvede”.

fighera-felicita-amicoNell’operetta morale “Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare” il protagonista  nella sua solitudine del convento / manicomio di Sant’Anna è sovente allietato dalla presenza di uno spiritello che lui chiama genio familiare, che, come si scoprirà al termine del dialogo, gli appare dopo che lui ha bevuto qualche bicchiere di vino. A un certo punto il Genio spiega a Torquato che la vita dell’uomo è “intessuta” parte di dolore e parte di noia, la quale non è da intendersi se non come “il desiderio puro della felicità; non soddisfatto dal piacere, e non offeso apertamente dal dispiacere”. Tasso chiede allora quali siano i rimedi contro la noia, contro questo pungolo che non ci fa stare tranquilli, ma ci fa sospirare di desiderio, nel senso etimologico del termine (la parola desiderio da de sideribus ha a che fare con le stelle, proviene dalle stelle, come dire che è l’impronta che il Padre creatore ha posto nel cuore perché noi possiamo riconoscerlo, perché il nostro cuore possa palpitare di fronte a Lui). La risposta è “il sonno, l’oppio, il dolore”.

La società contemporanea sembra essere una fabbrica di assopimento dell’animo. L’oppio di cui parla Leopardi è la droga diffusa in tutte le sue forme nel mondo giovanile e anche in quello più adulto, le forme di felicità chimica, ovvero di stordimento e di distruzione graduale della ragione umana e del fisico. La droga sembra diventare abitudinaria accompagnatrice delle serate di chi vuole divertirsi, trattata come amica. A quale stordimento giunge spesso l’uomo!

L’assopimento è, spesso, procacciato attraverso l’alcool, attraverso l’ebbrezza che toglie ogni inibizione e che, nel contempo, stordisce. Molte pagine dello Zibaldone sono proprio dedicate a quella forma di assopimento dell’animo che è l’ebbrezza.

Il genio familiare cita, però, anche un altro espediente, il sonno, che si può intendere nel senso letterale del termine o in quello metaforico di fuga dalla realtà, costruzione di una campana di vetro all’interno della quale ripararsi e non vivere. Quante forme di sonno esistono, quante forme di annichilimento della coscienza vengono sovente adottate! Il sonno è da sempre l’emblema dell’assopimento della ragione tanto che Dante nel I canto dell’Inferno, quando spiega i motivi della sua situazione di difficoltà, di smarrimento, emblematicamente rappresentata dalla selva oscura, scrive:

“Io non so ben ridir com’i’ v’intrai
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai”.
(Inferno, I, 10-12) 

Il sonno è la migliore rappresentazione, qui, di chi ha smarrito il senso del vivere, di chi non sa perché alzarsi al mattino: è la situazione che Teilhard De Chardin denuncia come il male più grave che possa temere l’umanità, non già la peste, un disastro naturale, ma una piaga ancor più grave, ovvero la perdita del gusto di vivere. Il sonno è, però, senza  ricorrere ad una lettura metaforica, la via immediata cui molti ricorrono per stare meno male. Non a caso chi si sente depresso  si rifugia spesso nel dormire.

Eppure, l’animo spesso predilige “forme di assopimento dell’animo” più vitali. Quest’ultima può sembrare un’espressione ossimorica e paradossale, ma non lo è: infatti,  l’uomo, spesso, volendosi illudere di vivere e pensando che l’intensità della vita dipenda dalla quantità di attività, si riempie  le giornate di occupazioni, satura ogni spazio vuoto, eliminando le occasioni per pensare e per domandarsi.

“La vita continuamente occupata è la più felice, quando anche non sieno occupazioni e sensazioni vive, e varie. L’animo occupato è distratto da quel desiderio innato che non lo lascerebbe in pace, o lo rivolge a quei piccoli fini della giornata (il terminare un lavoro, il provvedere ai suoi bisogni ordinari, ec. ec. ec.) giacché li considera allora come piaceri (essendo piacere tutto quello che l’anima desidera), e conseguitone uno, passa a un altro, così che è distratto da desideri maggiori, e non ha campo di affliggersi della vanità e del vuoto delle cose e la speranza di quei piccoli fini … bastano a riempirlo, e a trattenerlo nel tempo del suo riposo”.

Leopardi è, però, ben cosciente dell’inganno del divertimento e dell’occupazione continua della propria giornata con mille attività. Scrive, infatti, nello Zibaldone:

“Né la occupazione né il divertimento qualunque, non danno veramente agli uomini piacere alcuno. Nondimeno è certo che l’uomo occupato o divertito comunque, è manco (meno) infelice del disoccupato, e di quello che vive vita uniforme senza distrazione alcuna… Occupata o divertita (sottointeso la vita), ella si sente e si conosce meno, e passa, in apparenza più presto, e perciò solo, gli uomini occupati o divertiti, non avendo alcun bene né piacere più degli altri, sono però manco infelici: e gli uomini disoccupati e non divertiti, sono più infelici, non perché abbiano minori beni, ma per maggioranza di male, cioè maggior sentimento, conoscimento, e diuturnità (apparente) della vita,…”.

La frenetica vita di oggi sembra la paradigmatica rappresentazione di una risposta che la società contemporanea ha dato alla questione della felicità, risposta pilotata dal potere che induce falsi bisogni e li pone come esigenze fondamentali dell’io. Siamo bombardati da messaggi che ci inducono a pensare in positivo per la moltitudine dei beni di consumo che l’uomo può ottenere, siamo immersi nella civiltà che ci gestisce il tempo libero ora per ora, come nei villaggi turistici dove il nostro divertimento è sentirci dire cosa fare e come occupare le nostre giornate. Riempire il vuoto, mettere a tacere l’horror vacui, che provoca un senso di vertigine, è la parola d’ordine attuale. I più, nella propria “sperdutezza” e dimenticanza, non si avvedono neppure di non essere liberi in questo modo di agire, presuppongono di stare bene, semplicemente perché non sentono più la domanda. Paradossalmente una montagna di piaceri sommerge il vero desiderio.

È ancora Dante a ben descrivere la situazione antropologica e questa tendenza dell’uomo a distrarsi in falsi e piccoli beni nel primo canto del Paradiso. Il Fiorentino si trova nel Paradiso terrestre. Dopo aver fissato il suo sguardo in quello di Beatrice, che è rivolta verso l’alto, il nostro protagonista inizia a vedere una luce straordinariamente intensa e a sentire una musica non terrena. A lui che chiede come ciò possa accadere Beatrice risponde che lui non si trova più in Terra, ma sta salendo verso l’alto. A questo punto il suo stupore si fa ancor più grande. Lei allora gli spiega che

“… le cose tutte quante
hanno ordine tra loro, e questo è forma
che l’universo a Dio fa simigliante.
Qui veggion l’alte creature l’orma
de l’etterno valore, il qual è fine
al quale è fatta la toccata norma.
Ne l’ordine ch’io dico sono accline
tutte nature, per diverse sorti,
più al principio loro e men vicine…”.
(vv.  103-111)

Ovvero ogni cosa tende ad un ordine, che è l’orma, l’impronta del creatore nella creatura e nel creato. L’uomo tende al bene, perché vuole tornare da Colui da cui deriva, porta impresso il sigillo di Colui che l’ha fatto e questo sigillo è il cuore, che domanda il bene, il bello, il vero, l’amore, il giusto, … Infatti, nella Bibbia c’è scritto che “Dio creò l’uomo a sua immagine” (Genesi 1, 27). 

“La provedenza, che cotanto assetta,
del suo lume fa ‘l ciel sempre quieto
nel qual si volge quel c’ha maggior fretta;
e ora lì, come a sito decreto,
cen porta la virtù di quella corda
che ciò che scocca drizza in segno lieto.”
(vv. 121-126)

Il destino dell’uomo è, quindi, buono, positivo, l’uomo tende per natura al bene. Perché allora spesso ci si perde nel divertissement, in beni effimeri e si passa dall’uno all’altro dimenticandoci che siamo fatti per altro? Beatrice per rispondere adduce l’esempio della materia che, talvolta, è restia ad adattarsi alle intenzioni dell’artista.

“Vero è che, come forma non s’accorda
molte fiate a l’intenzion de l’arte,
perch’a risponder la materia è sorda,
così da questo corso si diparte
talor la creatura, c’ha podere
di piegar, così pinta, in altra parte…”.
(127-132)

È il dramma della libertà, per cui “l’impeto primo” (questa naturale tendenza la bene) può indirizzare il nostro sguardo verso dei beni (di piccolo conto), “torto da falso piacere”, ovvero ingannato da un piacere non vero che non può soddisfare il nostro cuore.

Così, passiamo da un piacere all’altro, così come il Don Giovanni, per lo meno quello che tanta letteratura ci ha tramandato, da Tirso da Molina a Moliere, da Mozart a Hoffmann. Come, però, ben ci sottolinea il primo quadro del Miguel Manara di Oscar Milosz (l’unica opera che ci presenta il personaggio nella sua profondità e grandezza e nel contempo ci descrive la sua storia integralmente), Don Giovanni non è contento della vita che conduce. Quando gli amici lo esaltano e lo ritengono fortunato, lui risponde che non lo comprendono perché la sua anima è infelice e lui cambia donna solo perché è insoddisfatto. Come cambia la statura umana quando è cosciente della sproporzione tra ciò che vive e ciò che desidera!

Nei Pensieri Pascal definisce questo atteggiamento umano di distrazione con il termine divertissement. L’espressione  nel suo significato etimologico (dal latino divertere cioè volgere qua e là, lontano dalla strada principale, dal solco tracciato) ben designa il tentativo, coscientemente o incoscientemente perpetrato, di strapparci dal nostro cuore originario, sede delle domande più autentiche sul significato e sul senso delle cose, attraverso distrazioni, palliativi, piaceri surrogati della felicità che hanno come conseguenza quella di alienarci, di allontanarci da noi stessi, di renderci estranei a noi stessi, di essere sempre fuori da noi così che “la nostra casa risulta disabitata”.

Per questo Pascal scrive:

“Nulla è tanto insopportabile per l’uomo quanto lo stare in riposo completo, senza passioni, senza preoccupazioni, senza svaghi, senza applicazione. Allora sente il suo nulla, il suo abbandono, la sua insufficienza, la sua dipendenza, la sua impotenza, il suo vuoto. Immediatamente dal fondo della sua anima verranno fuori la noia, la tetraggine, la tristezza, l’affanno, il dispetto, la disperazione”.

Pascal ancora scrive che quasi tutti i pericoli e le pene in cui incorre l’uomo derivano dal “non saper restare tranquilli in una camera. Un uomo che ha abbastanza per vivere, se sapesse restare in casa con piacere, non ne uscirebbe per navigare o per correre all’assedio di una fortezza”. Il Filosofo ci invita a pensare alla condizione del re (“lo stato migliore del mondo”), circondato da tutte le soddisfazioni che possono appagarlo. Se il sovrano è lasciato, però, senza “divertissement” incomincerà a riflettere sulla sua condizione, alle rivolte che possono accadere, alle eventuali guerre, alla morte e alla malattia, cosicché “se egli è privo di quel che si chiama divertimento, diventa infelice e più infelice dell’ultimo dei suoi sudditi, che gioca e si diverte”.

Quindi, spesso, “l’unico bene degli uomini consiste nell’essere distolti dal pensare alla loro condizione mediante una qualsiasi attività, o una piacevole e nuova passione che li afferri, oppure mediante il gioco, la caccia o qualche interessante spettacolo”.

L’uomo passa, così, da un piacere all’altro senza sosta, rimanendo deluso in continuazione, ma sopperendo a questo disinganno con l’immensa varietà dei piaceri. Spesso, non ha tempo di stancarsi dei piaceri, poiché vi si sofferma troppo poco e non ha lo spazio per riflettere sull’incapacità di essi a felicitarci. Ecco perché sovente, invece di approfondire i rapporti, si preferisce passare da un’amicizia all’altra, da un rapporto sentimentale all’altro nella paura che si possa altrimenti cogliere l’inganno di chi affida la felicità ad un bene (come idolo) oppure già nel puro cinismo che fa di ogni cosa un nulla, privo di significato e quindi bene interscambiabile. L’idolatria è l’altra faccia della medaglia su cui è rappresentata la cinica violenza di distruzione dei beni in una spietata iconoclastia: l’idolatria produce la stessa distruzione dell’idolo, quando l’uomo verifica la sua inadeguatezza e, quindi, lo distrugge e lo cambia in un altro idolo.

Come si passa da un bene all’altro, così si passa anche da un luogo all’altro, come i ragazzi al sabato sera, in modo da riempire quelle lunghe ore della notte che si vorrebbero interminabili, ma che non si sa come trascorrere.

Leggendo queste righe, i più di noi saranno tentati di autoescludersi da questi tentativi di assopire il nostro animo, pensando che droghe, alcool, moltitudini di piaceri riguardino forse altri, non noi. Qualora anche la nostra coscienza non ci facesse riconoscere in queste forme di assuefazione, forse non siamo immuni dalla più comune delle smemoratezze, da quella borghesizzazione della vita, da quel desiderio di una “vita tranquilla da divano e televisione” che ci lascia pensare che noi abbiamo già compiuto il nostro dovere, perché abbiamo lavorato ed è, quindi, giusta e meritata la serata di pura dimenticanza, come la vacanza del dolce far niente dopo un anno in cui le giornate sono state saturate dal lavoro e dall’iperattività. È la condizione del gregge, descritta  da Leopardi nel “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, un gregge che può oziare senza sentire il pungolo della noia, senza avvertire che siamo nati per Altro, per una felicità piena. Il Poeta, così, si esprime nei suoi confronti:

“Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d’affanno
Quasi libera vai;
Ch’ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perché giammi tedio non provi.
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
Tu se’ queta e contenta;
E gran parte dell’anno
Senza noia trascorri in quello stato”.

Il gregge siamo tutti noi quando soffochiamo le domande sulla vita, quando preferiamo il quieto vivere, quando pensiamo nell’intimo del nostro cuore (senza magari osare confessarlo) che tanto la felicità vera non esiste e che convenga, quindi, godersi la tranquillità senza chiedere di più dalla vita, dagli amici, dal rapporto con la moglie o la fidanzata. Il monito dei Dante è, però, severo e risuona nelle nostre orecchie attraverso la voce di Ulisse:

“Fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.

Leggi di Più: La felicità, i ragazzi del sabato sera e Leopardi | Tempi.it

L’amore che discerna

 

Wael Farouq aveva deciso di non partecipare più all’incontro in programma ieri sera, a Rimini, sui fatti di Parigi. Troppo grande la tristezza per quanto accaduto in Libia in questi giorni, con l’assassinio di 21 cristiani egiziani copti, suoi connazionali, per mano dei terroristi dell’Isis. A fargli cambiare idea è stata, però, l’immagine di uno dei condannati (qui a fianco) che, proprio nel momento prima di morire, «ha avuto uno sguardo di speranza, senza paura. Io sono qui per questa speranza», ha esordito. Perché il problema non è «cosa facciamo con l’Isis, ma cosa facciamo qui dove siamo. Dobbiamo aiutare il bene a venire fuori da ciascuno di noi». Come ha fatto quella insegnante, racconta Farouq, di fronte alla decisione del preside di non fare il presepe vivente a scuola, per non “offendere” 18 alunni musulmani: «Mi è venuta a chiedere cosa dice l’islam su questo. E io: “Non ti preoccupare di cosa dice l’islam, ma di cosa dicono i loro genitori”. Hanno detto tutti di sì. Anzi, le hanno detto: “Se tu ci vuoi così bene grazie a questo, vogliamo partecipare anche noi”». Alla fine il Bambino Gesù l’ha fatto un musulmano.

«Non esistono musulmani buoni o cattivi, esistono dei protagonisti: questa insegnante è stata una protagonista nella storia perché ha dato spazio ai genitori per vivere la loro umanità. Se non avesse lasciato questo spazio sarebbe rimasto solo il pregiudizio sui musulmani cattivi. Puoi discutere anni sulla religione, ma non puoi discutere sul fatto di uno che ti vuole bene». Tutti crediamo nei valori, anche l’Isis. Ma questi valori sono quasi sempre staccati dalla realtà. «La stessa parola “Islam” significa “pace”, “bene”. Crediamo in questo, ma chi lo vive? Tutti i leader islamici hanno condannato i fatti di Parigi, ma la condanna può essere un modo per lavarsi la coscienza e basta». Manca un giudizio. «Tanti musulmani devono chiedere tutto ai propri imam. Ma Dio dice che l’ultimo riferimento è il tuo cuore, solo che il cuore è in vacanza!». E lo stesso accade in Occidente: «Come posso dare un giudizio sui musulmani senza conoscerne uno? Il problema è questo vuoto di significato. Tutti adesso vogliono fare guerra all’Isis ma per combatterlo non servono bombe ma valori vissuti. Servono persone, come quell’insegnante. La nascita di un “io” in una esperienza. Di una fede come quella del ragazzo decapitato».

O come quella di Ahmed, il poliziotto musulmano francese ucciso dai terroristi islamici per difendere la libertà di giornalisti satirici di prendere in giro la sua religione. «Caspita se c’è ancora qualcosa di vero nella nostra Europa!», incalza Alessandro Banfi, direttore di TgCom: «Oggi si uccide in nome di Dio, ma la mostruosità è che nessuno è più davvero religioso. Perché il senso religioso è il contrario di una fede che possiedo». E cita lo storico incontro, contemporaneo alle crociate, tra san Francesco e il sultano. «Cosa si sono detti? La cosa certa è che si sono stimati: Francesco ha visto un uomo che aveva il senso di Dio, ed è stato visto per quello che era: un grandissimo uomo che amava il Signore. Ecco, in quel momento, il cuore non era andato in vacanza, ma era diventato una fortuna, per i cristiani era diventato una grazia». Com’è possibile, oggi, un incontro tra questi due mondi?

Per Farouq, al centro c’è l’amore: non il “peace and love“, ma un amore realista, che porta al discernimento. «Non è vero che l’amore è cieco. Anzi, l’amore ti permette di vedere oltre i difetti dell’altro. Con questo sguardo possiamo capire anche quanti falsi messaggi riceviamo di continuo. L’Isis non potrebbe continuare un solo giorno senza gli aiuti di chi compra il petrolio e vende le armi. Centinaia di migliaia di persone in Iraq hanno scelto di non rinnegare la propria fede e di morire per questo, ma per i mass media tutto ciò non fa notizia. Occorre, allora, trasformare l’informazione in conoscenza. C’è tanta informazione, ma poca conoscenza. Abbiamo lo spazio per esistere ma non per essere: ed essere è un rapporto. Chiediamo allo spazio pubblico di poter far entrare la nostra identità. E la verità, come dice Papa Francesco, è un rapporto».

I coraggiosi e sparuti fratelli olandesi

il blog di Costanza Miriano

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di Costanza Miriano

Quando mi hanno invitata ad andare in Olanda mi ero ripromessa di guardare prima o poi sulla carta dove si trovasse esattamente. L’Olanda dico. Ma mancavano un sacco di mesi, e c’è sempre qualcosa di più urgente da fare nella vita, tipo montare un’intervista o cucinare o correre o parlare con un figlio. Adesso ormai sono tornata, e non lo farò più, lo so. Mi rimarrà per sempre questa ennesima sacca di ignoranza, ma è anche una questione di giustizia: almeno non so dove sta praticamente nessun paese del mondo (perché l’Olanda sì e il Lichtenstein no, per dire?).

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E’ un avvenimento il metodo supremo della conoscenza

Ci saranno, sì e no, cento metri tra il Duomo di Conegliano Veneto e il Teatro Accademia, in piazza Cima. Tra queste due sedi, nella serata di giovedì 12 febbraio, si è mosso don Julián Carrón, invitato dal vescovo di Vittorio Veneto, monsignor Corrado PizzioloPrima, la santa Messa. Poi, l’incontro in teatro. Entrambi per ricordare don Giussani a dieci anni dalla morte. Un ricordo che, però, come lo stesso Vescovo ha ricordato più volte, «non è nostalgia». Zero enfasi celebrativa nelle parole di Pizziolo. E un’idea ben chiara: ricordare il sacerdote brianzolo non significa andare ai bei tempi passati, ma interrogarsi sull’attualità del movimento che da lui è nato, «sangue fresco che circola oggi nel corpo della Chiesa».

In teatro i novecento posti sono esauriti, tanta gente è in piedi. Un anno fa, proprio qui, il vescovo Pizziolo fu tra i presentatori del libro Vita di don Giussani di Alberto Savorana. Oggi, come allora, c’è anche il sindaco Floriano Zambon, amico della «non nutritissima ma straordinariamente vivace» comunità ciellina locale. Scusandosi di non potergli offrire le chiavi della città, reca in dono a Carrón i preziosi antichi statuti cittadini.

È il Vescovo, introdotto dal moderatore Graziano Debellini, a porre due domande secche al Presidente della Fraternità di CL: «Se il movimento è il frutto di don Giussani, qual è l’identità e l’attualità oggi del vostro carisma?». E, andando ulteriormente a fondo: «Come si pone il rapporto tra umano e cristiano nel movimento?». Troppo spesso, annota, si parla di fede come di qualcosa che si aggiunge in un secondo momento a un umano già compiuto in se stesso, «diventando così pura sovrastruttura, del tutto inutile e dannosa».

Don Julián non si fa pregare. E da qui in poi, verrebbe da dire, “è solo don Giussani”. Come se Carrón, prendendo di petto l’invito di Pizziolo, volesse lasciare che sia Giussani stesso a raccontarsi, a svelare i passaggi nodali del suo percorso. Cita l’impronta lasciata nel giovane Luigi dai genitori. E poi, a 13 anni, il primo incontro decisivo, quello con Leopardi: «È lui stesso a dirci che non trovava altro compagno al suo itinerario religioso». Singolare compagnia per un seminarista tredicenne. Un poeta materialista per il quale la maggiore nobiltà consisteva nel «patire mancamento e vóto». E Luigi letteralmente divora i Canti, li impara a memoria nel giro di un mese.

Poi, il secondo snodo fondamentale. Quel Prologo di Giovanni, già letto e riletto, sentito e risentito centinaia di volte,, che grazie alla genialità creativa di monsignor Gaetano Corti, improvvisamente spalanca un mondo. Il verbo si è fatto carne, la bellezza e la giustizia non sono più nell’iperuranio, ma diventano compagnia fedele del quotidiano. «Da allora l’istante non fu più banale per me», scriveva don Giussani. Che è tutto quello che ognuno di noi può desiderare, se ci si pensa. Cristo come riscatto della quotidianità, «modalità sovversiva e sorprendente di vivere le solite cose». Eppure, annota di passaggio Carrón, quanti alunni ci saranno stati in classe quel giorno ad ascoltare Corti?

Non si allontana di un centimetro da Giussani, don Carrón. Lo marca a uomo nei suoi spostamenti in treno mentre, sensibile com’era a ogni minimo moto dell’umano, da discorsi buttati lì da quattro ragazzi intuisce, nella Milano ultracattolica degli anni Cinquanta, quello che nessuno vedeva. Un cristianesimo svuotato di persuasività, e la vita che viaggiava a velocità crescente su tutt’altri binari. Così rinuncia a una carriera accademica, si tuffa nella realtà studentesca del liceo Berchet. Talmente certo di ciò, anzi, di Colui, al quale apparteneva, da poter tranquillamente offrire un metodo, anziché un contenuto calato d’autorità: «Vagliate tutto ragazzi, a me per primo non credete sulla parola, andate a fondo». Aggiungerà tre decenni dopo: «Soprattutto, non siate mai tranquilli». Solo così, annota don Carrón, uno arriva davvero a dire: «È questo, è quello che cercavo». Come i discepoli che tornarono il giorno dopo. E quello dopo ancora, e poi ancora. Con quanti, provoca il relatore, ci è capitato di dire: «Torno anche domani»?

Don Giussani l’ha ripetuto un milione di volte: «È un avvenimento il metodo supremo della conoscenza». Un po’ come diceva Cesare Pavese: «Occorre un intervento dall’esterno per mutare direzione». Chissà se citandoli entrambi alla fine del suo intervento al Teatro Accademia, in don Carrón saranno risuonate, anche inconsapevolmente, le parole di quell’orazione di colletta pronunciate dal Vescovo due ore prima, cento metri più in là: «Perché l’unico fondamento della  nostra speranza è la grazia che viene da Te».

 

http://www.tracce.it/default.asp?id=302&id_n=46112

La Croce in cima al mondo

il blog di Costanza Miriano

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di Paolo Pugni

C’è questa vicenda qui che va raccontata perché è lo specchio luminoso della società. Quello in cui ti rifletti volentieri, a prescindere, che puoi non essere d’accordo sui contenuti –e vada- ma sulla storia no, almeno prendila da un punto di vista di marketing, di analisi del fenomeno mediatico, di benchmarking, di best practice, di community, quello che ti pare. Avevo già provato a raccontare del convegno di Milano e di come il prima e soprattutto il dopo è stato un evento –e usiamola questa parola così sdrucita e sciapa che oggi pretende di elevare ad avvenimento qualsiasi cosuccia- per la sua capacità di aggregare.

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