E’ un avvenimento il metodo supremo della conoscenza

Ci saranno, sì e no, cento metri tra il Duomo di Conegliano Veneto e il Teatro Accademia, in piazza Cima. Tra queste due sedi, nella serata di giovedì 12 febbraio, si è mosso don Julián Carrón, invitato dal vescovo di Vittorio Veneto, monsignor Corrado PizzioloPrima, la santa Messa. Poi, l’incontro in teatro. Entrambi per ricordare don Giussani a dieci anni dalla morte. Un ricordo che, però, come lo stesso Vescovo ha ricordato più volte, «non è nostalgia». Zero enfasi celebrativa nelle parole di Pizziolo. E un’idea ben chiara: ricordare il sacerdote brianzolo non significa andare ai bei tempi passati, ma interrogarsi sull’attualità del movimento che da lui è nato, «sangue fresco che circola oggi nel corpo della Chiesa».

In teatro i novecento posti sono esauriti, tanta gente è in piedi. Un anno fa, proprio qui, il vescovo Pizziolo fu tra i presentatori del libro Vita di don Giussani di Alberto Savorana. Oggi, come allora, c’è anche il sindaco Floriano Zambon, amico della «non nutritissima ma straordinariamente vivace» comunità ciellina locale. Scusandosi di non potergli offrire le chiavi della città, reca in dono a Carrón i preziosi antichi statuti cittadini.

È il Vescovo, introdotto dal moderatore Graziano Debellini, a porre due domande secche al Presidente della Fraternità di CL: «Se il movimento è il frutto di don Giussani, qual è l’identità e l’attualità oggi del vostro carisma?». E, andando ulteriormente a fondo: «Come si pone il rapporto tra umano e cristiano nel movimento?». Troppo spesso, annota, si parla di fede come di qualcosa che si aggiunge in un secondo momento a un umano già compiuto in se stesso, «diventando così pura sovrastruttura, del tutto inutile e dannosa».

Don Julián non si fa pregare. E da qui in poi, verrebbe da dire, “è solo don Giussani”. Come se Carrón, prendendo di petto l’invito di Pizziolo, volesse lasciare che sia Giussani stesso a raccontarsi, a svelare i passaggi nodali del suo percorso. Cita l’impronta lasciata nel giovane Luigi dai genitori. E poi, a 13 anni, il primo incontro decisivo, quello con Leopardi: «È lui stesso a dirci che non trovava altro compagno al suo itinerario religioso». Singolare compagnia per un seminarista tredicenne. Un poeta materialista per il quale la maggiore nobiltà consisteva nel «patire mancamento e vóto». E Luigi letteralmente divora i Canti, li impara a memoria nel giro di un mese.

Poi, il secondo snodo fondamentale. Quel Prologo di Giovanni, già letto e riletto, sentito e risentito centinaia di volte,, che grazie alla genialità creativa di monsignor Gaetano Corti, improvvisamente spalanca un mondo. Il verbo si è fatto carne, la bellezza e la giustizia non sono più nell’iperuranio, ma diventano compagnia fedele del quotidiano. «Da allora l’istante non fu più banale per me», scriveva don Giussani. Che è tutto quello che ognuno di noi può desiderare, se ci si pensa. Cristo come riscatto della quotidianità, «modalità sovversiva e sorprendente di vivere le solite cose». Eppure, annota di passaggio Carrón, quanti alunni ci saranno stati in classe quel giorno ad ascoltare Corti?

Non si allontana di un centimetro da Giussani, don Carrón. Lo marca a uomo nei suoi spostamenti in treno mentre, sensibile com’era a ogni minimo moto dell’umano, da discorsi buttati lì da quattro ragazzi intuisce, nella Milano ultracattolica degli anni Cinquanta, quello che nessuno vedeva. Un cristianesimo svuotato di persuasività, e la vita che viaggiava a velocità crescente su tutt’altri binari. Così rinuncia a una carriera accademica, si tuffa nella realtà studentesca del liceo Berchet. Talmente certo di ciò, anzi, di Colui, al quale apparteneva, da poter tranquillamente offrire un metodo, anziché un contenuto calato d’autorità: «Vagliate tutto ragazzi, a me per primo non credete sulla parola, andate a fondo». Aggiungerà tre decenni dopo: «Soprattutto, non siate mai tranquilli». Solo così, annota don Carrón, uno arriva davvero a dire: «È questo, è quello che cercavo». Come i discepoli che tornarono il giorno dopo. E quello dopo ancora, e poi ancora. Con quanti, provoca il relatore, ci è capitato di dire: «Torno anche domani»?

Don Giussani l’ha ripetuto un milione di volte: «È un avvenimento il metodo supremo della conoscenza». Un po’ come diceva Cesare Pavese: «Occorre un intervento dall’esterno per mutare direzione». Chissà se citandoli entrambi alla fine del suo intervento al Teatro Accademia, in don Carrón saranno risuonate, anche inconsapevolmente, le parole di quell’orazione di colletta pronunciate dal Vescovo due ore prima, cento metri più in là: «Perché l’unico fondamento della  nostra speranza è la grazia che viene da Te».

 

http://www.tracce.it/default.asp?id=302&id_n=46112

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