Il freddo che fa ardere

Pigi Colognesi

lunedì 2 febbraio 2015

Per descrive il clima di giornate come quelle che abbiamo appena trascorse – giornate gelide, dopo lunghe settimane di un finto inverno, giornate dai cieli tersissimi e profondi – Maria Barbara Tosatti (1891-1934, autrice di un solo libro: Canti e preghiere, per il quale è stata definita «Leopardi al femminile») usava una coppia inscindibile di aggettivi: freddo e ardente. Ma come può, una qualsiasi cosa, essere allo stesso tempo fredda e ardente? Sembra una contraddizione. E come può essere al contempo: «fredda e ardente» la vita? Perché è la sua vita che la poetessa, paragonandola a giorni come questi, descrive con quei due aggettivi nella poesia intitolata Resurrezione.

Infagottato nel mio cappotto, con le mani coperte dai guanti, il cappello in testa e la sciarpa a proteggere collo e orecchie dal gelo pungente, camminavo verso il Duomo di Milano, le cui guglie si stagliavano nitide contro il cielo azzurrissimo. Stavo per l’ennesima volta rimuginando su quei due aggettivi, perché da giorni mi frullava in testa l’idea di dedicarvi l’editoriale di questa settimana. Poi sono sceso nella stazione della metropolitana e mi sono imbattuto in una coppia di giovani violinisti – probabilmente est europei – che suonavano con maestria, appoggiandosi ad una base registrata, musica meravigliosa e struggente. Mi sono fermato ad ascoltare e a vedere. Quasi nessuno dei passanti riusciva a correre via disinteressato; pressoché tutti si fermavano almeno un secondo, moltissimi buttavano monete nella custodia del violino; qualcuno, dopo essere andato dal binario ritornava, si appoggiava da qualche parte ad ascoltare e poi, quasi vergognoso, si avvicinava per ringraziare. Come mai?

Il fatto è che quella musica ardente consuonava perfettamente col freddo fisico che avevamo appena lasciato e portavamo ancora nel corpo come compagno dei tanti freddi dell’animo, altrettanto pungenti e infinitamente più profondi.

Allora ho capito. Il miracolo di quella musica consisteva nel fatto di mostrarci con chiarezza che il freddo è paradossale strumento dell’ardore, lo suscita o, almeno, ne richiama la necessità. Quella musica ci ricordava che non val la pena far finta di non sentire freddo, ma contemporaneamente ci svelava che quanto più il freddo è acuto tanto più risveglia la fiamma di un caldo desiderio. La lama del freddo che penetra nelle ossa è un ardente invito a non accontentarci di nulla di meno del calore evocato da quella musica, la musica del nostro misterioso e infinito desiderio.

Lo ha scritto la stessa Maria Barbara Tosatti in una mirabile pagina del suo diario: «Contentarci… e di che? di una miserabile vita dove il male e il dolore imperano, dove anche l’amore, anche il bene tralignano, e falliscono, e fuggono! Contentarci non del mistero, ma dell’incomprensibile, dell’assurdo, contentarci della morte, del nulla, dopo aver intuito Dio, il bene assoluto, la giustizia, la verità, la pace, l’amore la bellezza. No, Mai!».

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