CL dal Papa

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Il fascino di una fede disarmata

Primo Soldi

sabato 28 febbraio 2015

Qualunque giudizio ci sentiamo di dare sulle attuali vicende che accadono nel mondo, qualunque angoscia ci prenda sul futuro dell’umanità, qualunque prova colpisca paesi e interi popoli l’uomo grida il bisogno di una risposta che rinfranchi i cuori e la risposta non sono mai parole, ma una presenza. Il Papa all’inizio della Quaresima ci ha chiesto di non cedere alla globalizzazione dell’indifferenza. Le circostanze storiche che viviamo come ci sfidano a vivere la fede? Pensiamo alla storia di Abramo, l’amico di Dio. A Dio che lo chiama, che gli chiede di lasciare la sua terra e di fidarsi di una grande promessa: tu e Sara vecchi avrete un figlio, Abramo risponde con un semplice: “Eccomi”. Quando la promessa si avvera nella vita di Abramo chiamato ad essere padre di una moltitudine di popoli, Dio gli chiede l’estremo sacrificio: sacrificami in dono tuo figlio Isacco, offrimi la tua speranza.

E’ una storia da brivido. Immaginiamo quella faticosa salita sul monte Moria, il cuore spezzato dal dolore, quel figlio che gli chiede: papà c’è la legna da bruciare, ma dov’è l’agnello per il sacrificio? Chi ha dato ad Abramo la forza per dire un sì in quel momento, di arrancare su quel monte senza schiantare, senza ribellarsi davanti alla esorbitante e paradossale richiesta di Dio? Siamo alla vertigine del mistero, la stessa che ha provato Maria mentre vedeva suo Figlio morire in croce; vertigine che provano i cristiani che non fuggono davanti all’ordine di rinnegare la loro fede e qui non si tratta di bravura, di nostre capacità; qui si rivela l’autocoscienza di Abramo: quello di essere un uomo tutto di Dio che l’aveva chiamato a generare interi popoli alla fede e ad aprire la strada ad un altro sacrificio: “Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato a tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a Lui?” (…).

Cristo Gesù è morto, anzi è risorto! Anche Cristo mette l’angoscia nel cuore dei suoi amici annunciando senza mezzi termini il suo sacrificio, la sua passione e la sua morte, ma, come l’angelo interviene nel momento in cui l’amico di Dio sta per affondare il coltello nel cuore di suo figlio, così Gesù si trasfigura davanti a tre dei suoi amici più cari: Pietro Giacomo e Giovanni. Là dove noi vediamo l’assurdo, dove ci rifiutiamo di credere che esista un Dio buono, chi cammina nella fede, nella speranza contro ogni speranza, chi obbedisce alla “pretesa” di Dio incontra la gloria: il figlio ridonato, Gesù trasfigurato nella sua gloria.

Solo nella prova noi diventiamo figli in pienezza. Perché Dio ci chiederebbe d’altronde di perdonare i nemici, coloro che ci perseguitano? Abramo è l’amico di Dio, colui che si fida di Dio. Dio ama, ma chiede il sacrificio di Isacco e quello di Gesù. Noi non vediamo come l’amore di Dio possa nascondersi dietro la Croce. Ancora una volta ci chiediamo: che cosa rendeva Abramo così certo nel rapporto con Dio? Esclusivamente il fascino di una fede disarmata. Abramo non era preoccupato di generare il popolo della promessa, non era preoccupato di fare. Ma noi crediamo ancora che basti la fede di fronte alle sfide del mondo? In questo nulla che regna, in questo vuoto profondo, davanti al crollo di tutte le evidenze in chi o in che cosa riponiamo la nostra speranza? Che cosa è in grado di intaccare questo vuoto? Che cosa ha dato ad Abramo la fiducia in Dio fino al punto di non dubitare davanti alla richiesta di sacrificare suo figlio, che cosa dava a Gesù la fiducia totale verso suo Padre?

Quello che l’uomo di oggi attende è l’incontro con persone per le quali l’esperienza della fede che vivono è realtà così concreta che rende il mondo più umano. Solo la testimonianza della verità può convincere la libertà delle persone. Abramo ha testimoniato la sua amicizia con Dio fino al paradosso; e noi?

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2015/2/28/Diventare-figli/print/585981/

Davide Rondoni

Interno poesia

davide rondoni


Voler bene a una persona

Voler bene a una persona
è un lungo viaggio–

rupi, cadute d’acqua e bui
improvvisi, dilatati
il chiuso di foreste,
lampi a volte
sul silenzio così vasto del mare

e strade sopraelevate, grida

viali immersi all’improvviso
in una luce sconosciuta.

Voler bene a uno, a mille, a tutti
è come tener la mappa nel vento.
Non ci si riesce ma il cuore
me l’hanno messo al centro del petto
per questo alto, meraviglioso fallimento.

Sugli altipiani di ogni notte
eccomi con le ripetizioni e le mani rovesciate della poesia:
non farli stare male, sono tuoi, non farli andare via

da Avrebbe amato chiunque (Guanda, 2003)

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Di cosa parliamo quando parliamo di limite

il blog di Costanza Miriano

head-first

 di Costanza Miriano

Ho una domanda che mi ronza in testa da tempo. A esser precisi un po’ mi ronza – perché ogni notte vedo Marzullo mentre scrivo, e mi faccio una domanda e mi do una risposta sgranocchiando per non dormire – e un po’ me l’ha fatta ronzare qualcuno. E siccome nella vita ho poche certezze – il rossetto mi sta male; Dio è mio Padre; le scarpe perfette ci sono ma il mio numero è finito – alle domande serie cerco di prestare attenzione, soprattutto se stimo chi me le fa.

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La Presenza che ama la nostra libertà e il nostro Destino

Eminenza Reverendissima,
al termine di questa celebrazione in cui abbiamo vissuto, nel Sacrificio del Signore, il ricordo di don Giussani nel 10° Anniversario della sua nascita al Cielo, a sessant’anni dalla nascita di Comunione e Liberazione, desidero manifestarLe a nome mio e di tutti gli amici del Movimento la nostra gratitudine per la Sua partecipazione, che esprime non solo la sollecitudine del Pastore, ma anche l’intensa condivisione di una storia comune.

Scrivendo a tutta la Fraternità in preparazione al Pellegrinaggio a Roma per l’Udienza con Papa Francesco il 7 marzo prossimo, ho voluto rinnovare la crescente «gratitudine che sentiamo per il dono» della persona di don Giussani, «della sua testimonianza e della sua dedizione totale nell’accompagnare ciascuno di noi affinché potesse diventare sempre più maturo nella fede. È così che ci ha trascinati a Cristo, rendendoLo sempre più affascinante, fino a farLo diventare la Presenza più cara nella nostra vita».

È questa maturità della fede che avvertiamo come l’urgenza più grande per la nostra vita nelle circostanze attuali, così ricche di sfide per il più volte ricordato crollo delle evidenze più elementari e per l’insorgere di nuove forme di violenza, di terrore e di ingiustizia, che rendono più urgente quella ricerca di un “nuovo umanesimo”, da Lei più volte richiamato nell’ultimo Discorso alla città nella Solennità di Sant’Ambrogio. Ci rendiamo conto che l’appartenenza al Movimento, nella sequela della Chiesa universale e particolare, può essere vissuta solo come disponibilità alla testimonianza che nasce dalla conversione a Cristo Signore, che diviene missione. La missione, come ci ha ricordato Papa Francesco nel Messaggio per la Quaresima, «è la paziente testimonianza di Colui che vuole portare al Padre tutta la realtà e ogni uomo… è ciò che l’amore non può tacere».

Andiamo pellegrini da Papa Francesco per mendicare la freschezza del carisma donatoci nell’incontro con don Giussani, domandando nella sequela di Pietro la grazia di una fede certa, di una speranza instancabile e di una carità ardente, perché l’esperienza di una umanità rinnovata ridesti nei nostri fratelli uomini il presentimento di una Presenza amante della loro libertà e del loro Destino. E siamo particolarmente grati che Lei voglia accompagnarci anche in questa circostanza in cui affidiamo tutta la nostra vita al Successore di Pietro, su cui Cristo edifica e rinnova incessantemente la Sua Chiesa.

Grazie Eminenza!

http://tracce.it/default.asp?id=411&id_n=46292

Poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore

Capitolo III – Le ideologie

Il ritorno allo stato di natura, teorizzato come panacea ai mali della società in cui si vive, diventa un’ideologia, un sistema costruito a tavolino partendo da uno sguardo non realista su un animo umano che è portato per natura a desiderare una felicità infinita e, nel contempo, per il peccato originale a vacillare, a sbagliare, a confondere il vero bene con i piccoli beni, ad affermare sé. Questo tipo di ideologia trova un terreno fertile laddove il clima culturale manifesta un odio alla propria tradizione, al cristianesimo: è un’ideologia tipicamente occidentale.

È bene notare che qui il termine “ideologia” non viene utilizzato nell’accezione neutra di Weltanschauung che spesso si incontra nei testi scritti o nelle discussioni, ovvero di visione del mondo o pensiero di un autore o personaggio.

La parola è qui utilizzata nell’accezione negativa di pensiero o sistema di pensiero pregiudiziale, senza un fondamento di verifica nella realtà. Quindi, lo sguardo ideologico è quella modalità di trattare il reale non partendo dall’osservazione e dal desiderio di conoscenza dello stesso, bensì dall’idea preconcetta che si può già avere. Nelle Riflessioni sulla condotta della vita il premio Nobel per la medicina Alexis Carrell scrive: “Poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore. Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità”.

In un’opera di I. Calvino, che sarà presa in considerazione nel capitolo XIII, La giornata di uno scrutatore, il protagonista giunge al Cottolengo per fare lo scrutatore convinto che quel luogo sia un ricettacolo di voti per un partito politico: questa convinzione gli impedisce per gran parte della giornata di osservare e guardare quel luogo di umanità; lo stesso atteggiamento Amerigo Ormea tiene nei confronti della fidanzata Lia, che non conosce realmente, perché non l’ha mai realmente osservata per quello che è.

Quindi, ognuno di noi individualmente può essere animato da uno sguardo ideologico. Esistono, poi, delle ideologie collettive ovvero dei sistemi di pensiero che, dimentichi degli abissi di male cui può pervenire l’uomo, propongono una visione positiva della storia e del mondo, dimenticando, però, la persona. Ovvero la positività riguarda la società, il mondo nel suo progresso, non il singolo: il sistema di pensiero non è risposta alle domande di felicità del cuore del singolo. Tutta la vita del singolo deve impegnarsi alla realizzazione di questo ipotetico futuro. L’uomo, il singolo, è funzionale al progresso e le domande fondamentali del cuore dell’uomo nella maggior parte dei casi sono soffocate o non prese in considerazione. Altre volte sono considerate strumentali alla realizzazione di questo progresso, come se la natura ce le avesse insinuate perché la nostra esistenza fosse soggiogata alla prospettiva collettiva di un benessere generale. In una ottica del genere l’uomo è alienato, non vive per trovare risposta al proprio desiderio di felicità e di amore, ma per realizzare un progetto collettivo privo di nesso con il proprio io e con la propria felicità.

Nella “Ginestra” Leopardi  utilizza l’espressione del cugino Terenzio Mamiani “le magnifiche sorti e progressive” per descrivere questa illusione collettiva. Nello Zibaldone, attraverso il passo già citato nel capitolo precedente del giardino in “istato di souffrance”, bello nel suo insieme, ma sofferente in ogni singola componente, il Poeta ci descrive icasticamente la vanità di una prospettiva collettiva che non tenga conto del singolo. Ebbene un’ideologia collettiva pensa di poter ottenere un giardino ben curato e bello nel suo insieme, non preoccupandosi della salute e del benessere della singola pianta. In una prospettiva simile ciascuno dovrebbe rinunciare alla propria felicità in nome di un’ipotetica costruzione di una società nuova e perfetta, dovrebbe dimenticare la natura del proprio cuore, quindi la naturalità del proprio essere: di qui deriva l’alienazione.

Tra le ideologie a lui contemporanee Leopardi si scaglia in particolar modo contro la Rivoluzione francese, esito finale dell’esasperazione della ragione umana come ratio sui et universi.

“È veramente compassionevole il vedere come quei legislatori francesi repubblicani, credevano di conservare, e assicurar la durata, e seguir l’andamento la natura e lo scopo della rivoluzione, col ridur tutto alla pura ragione, e pretendere per al prima volta ab orbe condito di geometrizzare tutta la vita. Cosa non solo lacrimevole in tutti i casi se riuscisse, e perciò stolta a desiderare, ma impossibile a riuscire anche in questi tempi matematici, perché dirittamente contraria alla natura dell’uomo e del mondo. Le comité d’instruction publique récut ordre de presenter un projet tendant à substituer un culte raisonnable au culte catholique! (Lady Morgan, France, 1. 8, 3me édit. francaise, Paris, 1818, t. II, p. 284, note de l’auteur). E non vedevano che l’imperio della pura ragione è quello del dispotismo per mille capi…”.

A quali ingiustizie e a quali violenze porterà tale dispotismo! Quante vite umane verranno immolate sull’altare della Dea Ragione:

“Si eressero altari alla Dea Ragione: Condorcet nel piano di educazione presentato all’Assemblea legislativa ai 21 e 22 aprile 1792 proponeva l’abolizione e proscrizione anche della religion naturale, come irragionevole e contraria alla filosofia, e così di tutte le altre religioni… Non parlo del nuovo Calendario, della festa all’Essere Supremo di Robespierre, ecc. In somma lo scopo non solo dei fanatici, ma dei sommi filosofi francesi o precursori, o attori, o in qualunque modo complici della rivoluzione era precisamente di fare un popolo esattamente filosofo e ragionevole. Dove io non mi maraviglio e non li compiango principalmente per aver creduto alla chimera del potersi realizzare un sogno e un’utopia, ma per non aver veduto che ragione e vita sono due cose incompatibili, anzi aver stimato che l’uso intiero, esatto e universale della ragione e della filosofia, dovesse essere il fondamento e la cagione e la fonte della vita e della forza e della felicità di un popolo. (27 novembre 1820)”.

L’Illuminismo, che aveva scelto come proprio inno le parole “libertà, uguaglianza, fraternità” e che era nato in seno ad un paese fortemente cattolico, aveva fin dalle origini rifiutato questa paternità affrancandosi da tutto il retaggio culturale precedente. Tagliato questo cordone ombelicale, il “feto della Rivoluzione” nasce morto. Queste sono le parole di Leopardi per descrivere le conseguenze di  questo strappo dalla propria origine:

“Così tutte le sette, istituzioni, corporazioni, ogni cosa umana si guasta e perde quando s’allontana da’ suoi principii, e non c’è altro rimedio che richiamarvela, cosa ben difficile, perché l’uomo non torna indietro senza qualche ragione universale, necessaria ecc. come sovversioni del globo, o di nazioni, barbarie simile a quella che rinculò il mondo né tempi bassi, ecc.: ma di spontanea volontà, e ad occhi aperti, e per sola ragione e riflessione, non mai; …”.

Le ideologie politiche, poi, accrescono la nostra infelicità secondo Leopardi perché trascurano la vera natura del problema umano e, così, ingannano l’uomo illudendolo.

“Non c’è governo possibile, che non sia imperfettissimo, che non racchiuda essenzialmente i germi del male e della infelicità maggiore o minore de’ popoli e degli individui; non c’è né c’è stato né sarà mai popolo, né forse individuo a cui non derivino inconvenienti, incomodi, infelicità… dalla natura e dai difetti intrinseci e ingeniti del suo governo, qualunque sia stato, o sia, o possa essere. Insomma, la perfezione di un governo umano è cosa totalmente impossibile e disperata, e in un grado maggiore di quello che sia disperata la perfezione di ogni altra cosa umana”.

Gli abissi cui giunge l’utopia rivoluzionaria francese precorrono in ordine temporale gli abomini perpetrati dalle ideologie totalitarie nel Novecento. Un secolo dopo Leopardi, lo stesso Pirandello nell’opera teatrale La nuova colonia ci racconta in modo paradigmatico le conseguenze nefaste dell’utopia socio – politica di costruire ex-novo un mondo “buono e giusto”.

Il testo teatrale appartiene alla “trilogia del mito”(LazzaroLa nuova coloniaI giganti della montagna), tre opere in cui il drammaturgo negli ultimi anni della sua vita (dal 1926 al 1936) cerca di individuare alcune verità, di fissare alcuni punti di riferimento nell’ambito sociale, religioso e artistico.

Alcuni diseredati, desiderosi di sfuggire al sistema iniquo della società, in cui prevaricazioni, sfruttamento, subordinazioni, potere ed egoismi dominano i rapporti personali, decidono di trasferirsi su di un’isola vulcanica deserta, sicuri che, in una palingenesi, ripartendo dall’origine, lontani dalla civiltà e dal progresso, in uno stato di natura primigenio, si possa costruire un mondo equo e perfetto. Capo di questi uomini è Currao. Al suo fianco compare La Spera, prostituta che nella maternità ha riscoperto la propria dignità e la propria femminilità. Tutti partono col desiderio di vita nuova  e di una fratellanza che non hanno trovato nella città di origine.

“Papìa: … Ci sto anch’io! Ho sete anch’io di vita nuova! ….
Currao: Finiamola con le liti!  ….
Quanterba: Si va tutti all’isola!
Fillico e trentuno: All’isola! All’isola!  …
Osso di Seppia: O a fondo o resuscitati!  …
Il riccio (ironico): Tutti fratelli! – Dai! Dai!….
La Spera: Vado a prendere il mio bambino.
Ciminudù: Ma no, che fai? Non l’hai a balia?
La Spera: Vuoi che lo lasci qua? Lo porto via con me!”

È da un desiderio buono che inizia l’avventura di questi uomini disperati, che nella vita hanno conosciuto solo miseria e disperazione. Nel contempo, il germe della distruzione è già presente fin dall’origine, fin dalla partenza in quanto i protagonisti partono da un’idea che hanno in testa e che è dimentica della realtà dei fatti, della vera natura dell’uomo, della sua potenzialità di male, degli abissi di orrore e distruzione di cui l’uomo è capace. Quando l’uomo si dimentica della sua natura, anche i propositi più buoni si tramutano in violenza e abisso di morte per imporre quell’ordine buono di cui l’uomo da solo non è capace. È qui incarnata quell’utopia sociale dimentica che il male non viene dal di fuori, dalla società, ma dal di dentro, cioè dal cuore dell’uomo.

Sono parole che, del resto, già la grande scuola di umanità che è il Vangelo ci ha insegnato:

Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può contaminarlo, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va a  finire nella fogna?… Ciò che esce dall’uomo, questo sì contamina l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: prostituzioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo”. (Marco, 7, 18-22)

Dopo poco tempo, tutto si ricostituisce come prima.

C’è chi vuole imporsi con la forza.

Dorò: Dovrei chiederne il permesso a te?
Crocco: A me, sì! (con una manata da sotto in su gli butta all’aria la cartata di more.) E impara a rispondere!”.

C’è chi vuole arricchirsi rubando o saccheggiando tra le rovine!

“Dorò: Bella testimonianza, da una parte e dall’altra, della vostra “vita nuova”! Appena sbarcati, come tante jene a frugare tra le macerie delle case diroccate!
Papia: Noi soli? Tutti.
Dorò: Eh, lo so: un bel principio!
Papia: Non avevamo nulla per ripararci, neppure per buttarci a dormire: ci siamo dati attorno.
Dorò: Ognuno col suo posto in mente da occupare-
Papia: -appunto: io, questo: e corsi subito a occuparlo per il primo.
Crocco: Ci avevo pensato prima io!”.

C’è chi si rende subito conto che sull’isola, nel nuovo mondo, nulla è cambiato, e chi, invece, si illude che altrove, su questa terra, l’animo dell’uomo possa essere diverso, immune dal male. È questo il caso di La Spera, colei che sembra la redenta per eccellenza dal nuovo inizio e che, non a caso, è presentata spesso in maniera statuaria come fosse un gruppo scultoreo di una donna col bambino, appunto una nuova Eva, quindi una Madonna.

“La Spera: Eh, se fosse vero che, venendo qua e cambiando vita, a uno a uno dovevamo diventare altri da quelli che eravamo…
Papia: Ma non vedi che è lui? Che vuol darsi lui a conoscere per quello che è sempre stato?
Crocco: Un prepotente, è vero?
Papia:  Sì; e un falso.
Crocco: Anche falso?
Papia: Falso, falso, sì: perché mentre stai facendo a me una soperchieria-
Crocco: – Io?-
Papia: – tu tu, sì- Vuoi dare a intendere che fai la carità – a lei, e a quello lì….”.

 propri intenti di comando e di potere vengono ammantati di buone intenzioni e presentati sotto il falso nome della carità. È l’emblema dell’uomo che vuole mostrarsi agli altri buono, che non si pone più il problema della felicità, ma vuole fare la guida, fare il capo, il moralizzatore.

Questi diseredati che erano partiti per non stare più sotto la legge, si ritrovano ora sotto l’arbitrio di ciascuno o soggiogati dalla “ragione del più forte”.

Dopo un po’ di tempo sbarcano sull’isola altri uomini che portano con sé tante donne. La scena è assai emblematica e allusiva. L’arrivo di così tante donne segnerà un cambiamento anche nel modo in cui gli abitanti dell’isola si rapportano con La Spera, la redenta dal viaggio e dalla maternità: trattata in un primo tempo con rispetto, quasi come simbolo della nuova vita e del nuovo corso, ritorna ora ad essere considerata la donna di tutti. La figura richiama, così, il primo peccato, il peccato originale e non a caso, quasi a voler sottolineare l’acquisita consapevolezza dell’impossibilità di un nuovo Eden! Si presti, infatti, attenzione a questa scena:

“Osso di seppia: L’hai indovinata, furbacchione, a portarci le donne!
Burrania: Appena le abbiamo viste sulle paranze!
Crocco: Eh, lo sapevo! – Ma persuaderli – padri e fratelli e mariti – a portarle (rivolgendosi a Papia) non è stato mica facile, sai? È che ho dipinto a tutti quest’isola come il paradiso terrestre.
Osso di seppia: – sì, dopo il peccato originale! –”. 

L’Eden riconquistato si mostra per quello che è, il paradiso che è stato perduto per sempre. Nuovi sistemi di forza sono imposti, un nuovo ordine è stato stabilito. Anche nel nuovo mondo non si può sradicare il male, il peccato. La remissione dei peccati è, infatti, un grande miracolo e non è dell’uomo!

“Tobba: Ah no, perché così vieni ora ad affermare ciò che prima hai negato: che ha diritto la forza. – No!
Fillicò: Il diritto è nostro! La licenza d’occupare l’isola è stata data a noi, l’ha lui, Tobba; non l’hanno mica loro!
Tobba: Lascia star la licenza! Noi abbiamo stabilito un ordine qua, messe le nostre leggi; divise le terre, diviso il lavoro-
Currao: E ora vengono loro e buttano all’aria tutto. Glielo puoi impedire? No. E dunque basta!”.

Nell’incontro con Padron Nocio, Currao lo accusa di aver portato sull’isola tutti i vizi della città, le donne e il denaro (“Il bene, padron Nocio, è difficile a farsi; è troppo facile il male…”). Il proposito di rifondazione generale della società può degenerare in una violenza inaudita. In maniera simbolica l’isola rischia addirittura di sprofondare per i canti, i balli e i tripudi dei nuovi arrivati. Fuori di metafora, l’umanità, dimentica del peccato originale e non realista, è a rischio di autodistruzione.

Il terzo e ultimo atto si apre con i preparativi di una grande festa: sembra lo scenario biblico che precede il diluvio universale. Si allestiscono i festeggiamenti per la celebrazione di finti matrimoni. La Spera è disprezzata e reietta come all’inizio dell’opera. Alcuni marinai confabulano tra loro con l’intento di ritornare a terra, perché sull’isola “non c’è più né Dio, né legge”. 

Il nuovo mondo, l’utopia sociale, si rivela per quello che è davvero, un luogo fuori dal mondo, l’inferno in terra: è il mondo creato dall’uomo che ha eliminato Dio e si è eletto guida e capo e Dio stesso (“Fuori del mondo, dicono! E così è davvero! Mi par d’essere all’inferno!”).

Alla fine Currao abbandona La Spera e viene accusato di voler diventare padrone di tutto. Si assiste ad un corteo con finti sposi, tra musiche e balli in cui nessuno riesce a godere del divertimento che si aspettava. Su istigazione, La Spera accusa  Currao di voler uccidere Dorò. L’opera si conclude con i violenti litigi finali che vengono sommersi dal terremoto che ingoia l’isola. Solo spunta fuori dal mare uno scoglio su cui ha trovato la salvezza La Spera con il figlio!

La nuova colonia è il paradigma delle ideologie che hanno imperversato nel secolo scorso, più in generale di tutte le ideologie che hanno pensato di progettare una risposta al problema umano, non partendo da uno sguardo realista sulla natura umana, ma da un’idea, da un sistema costruito a tavolino.

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Il coraggio della felicità

Pigi Colognesi

lunedì 23 febbraio 2015

Nel suo messaggio per la Giornata della Gioventù – che si celebrerà la Domenica delle Palme, ultima tappa in vista del ritrovo mondiale previsto a Cracovia il prossimo anno – papa Francesco ripete più volte questa frase: «Abbiate il coraggio di essere felici». Sembrerebbe che essere felici sia la cosa più ovviamente desiderata, più naturalmente innata, che va da sé. Lo stesso Francesco afferma con decisione: «Sì, cari giovani, la ricerca della felicità è comune a tutte le persone di tutti i tempi e di tutte le età. Dio ha deposto nel cuore di ogni uomo e di ogni donna un desiderio irreprimibile di felicità, di pienezza. Non avvertite che i vostri cuori sono inquieti e in continua ricerca di un bene che possa saziare la loro sete d’infinito?».

È vero, la sentiamo tutti questa sete. E allora, perché ci vien detto che occorre del «coraggio» per affermarla? Evidentemente questo significa che il desiderio della felicità ha davanti a sé degli ostacoli, che la sete può essere soffocata, il cuore che la sperimenta messo a tacere.

Se solo ci pensiamo un poco, questi ostacoli li vediamo facilmente. Il più subdolo è pensare che in fondo la felicità è una esagerazione: meglio abbassare il tiro, accontentarsi. Lo si capisce bene quando si pensa alla felicità nel contesto dei rapporti umani, come fa il Papa commentando la sesta beatitudine: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio». Nei rapporti interpersonali felicità sarebbe – dice il Papa – una luce che «permea di verità e trasparenza tutte le relazioni umane», uno stato di «purezza originale» in cui non esistono «maschere, sotterfugi, motivi per nascondersi gli uni agli altri», in cui «tutto è limpido e chiaro». Verrebbe da dire: non esageriamo! Forse è meglio, nelle nostre relazioni, cercare ben più modestamente di non farsi troppo male, di darsi una mano per quanto si può, di evitare coinvolgimenti che potrebbero deludere. Lasciamo pure ai giovani cui il vecchio Papa si rivolge di sognare il grande amore e l’amicizia pura: avranno tempo per disilludersi – come noi, «sperimentati» dalla vita – e di accorgersi che si trattava di una chimera.

Lo stesso processo riduttivo si può applicare alle altre sfaccettature del prisma della felicità. Ricerca del vero? Meglio mettersi d’accordo sulle opinioni. Del giusto? Illusorio: al massimo possiamo concordare delle regole. Del bello? De gustibus… Da qui a teorizzare esplicitamente che la felicità stessa, essendo appunto una chimera, è irragionevole, il passo è breve. La conclusione sarebbe che l’uomo non è fatto per la felicità. Se va bene, è fatto per godersela un po’, per tentare di stare tranquillo, per cavarsela.

Di fronte a questa voragine di dubbio, papa Francesco parla della necessità di una «ecologia umana», cioè di quella operazione che coraggiosamente si mette a guardare nel panorama del proprio cuore e, scorgendovi sorgenti inquinate, fumi mefitici, discariche puzzolenti, decide di mettersi all’opera per purificare il proprio personale ecosistema, per togliere dal cuore le placche di una sclerosi che lo stringe talmente che quasi non pulsa più.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2015/2/23/Ecologia-umana/print/584148/

La sostanza della vita è l’amore

Angelo Scola

domenica 22 febbraio 2015

Ricorre oggi, nei giorni iniziali della Quaresima, il decimo anniversario della dipartita del servo di Dio monsignor Luigi Giussani, fondatore di Comunione e liberazione. La sua figura d’uomo, di cristiano e di sacerdote rappresenta per tutti, al di là di ogni sensibilità e valutazione personale, un punto di paragone oggettivo. Il riconoscimento di Cristo come centro affettivo dell’esistenza, la fedeltà schietta alla Chiesa e ai suoi pastori, la facilità con cui il suo cuore di fanciullo (childlike heart) s’entusiasmava nell’incontro con l’altro, l’affascinante capacità educativa… sono tutti fattori che fanno di questo sacerdote una personalità decisiva per la vita della Chiesa a partire dalla seconda metà del secolo scorso.

Per molte migliaia di donne e di uomini di ogni età e condizione don Giussani, testimone singolare del cattolicesimo ambrosiano, è stato ma, soprattutto, è tuttora padre e maestro. Nell’incontro con don Giussani e con le svariate forme di vita e opere che sono nate nel solco del suo carisma, persone di tutti i continenti vengono educate e sostenute nel vivere a fondo la grazia dell’essere cristiani e figli della Chiesa. L'”amicizia” cristiana — ambito in cui siamo generati quotidianamente alla sequela di Gesù — vive di testimonianza: la presenza del testimone, il “terzo che sta tra i due“, propizia l’incontro tra il Risorto e la libertà dell’amico.

Nel cammino storico della Chiesa, arricchita dai carismi che lo Spirito suscita con l’unico scopo di favorire l’amore della verità a favore di tutta la famiglia umana, quando un fondatore passa all’altra riva urge “personalizzazione”. Nulla permane, e tantomeno cresce, senza il responsabile impegno della libertà nei confronti del carisma partecipato.

Di questo fu sempre ben consapevole don Giussani che non cessò mai di incoraggiare la personalizzazione della fede attraverso un paragone deciso e stabile «col carisma nella sua originalità» (L. Giussani, Il sacrificio più grande è dare la propria vita per l’opera di un Altro).

E tuttavia il compito della personalizzazione, in forza del paradosso costitutivo dell’uomo — è “capace”, desidera l’Infinito ma non può ottenerlo con le sole sue forze — passa inevitabilmente dall’affermazione di san Paolo “io, ma non più io” (cfr. Gal 2, 20) che, rivolgendosi a Cristo, Giussani soleva tradurre con l’espressione: “io sono Tu che mi fai“. L’altro, soprattutto chi ha in comune con me Cristo stesso, rivela la costitutiva fisionomia sacramentale del fatto cristiano. Appartenere a Cristo è possibile solo nell’appartenenza alla comunità ecclesiale.

L’anniversario della nascita al cielo di don Giussani è un’occasione privilegiata per interrogarsi sull’autenticità della propria fede in Gesù Cristo, Evangelo dell’umano. “Dare la propria vita per l’opera di un Altro” significa donarla per il bene proprio e, soprattutto, per il bene oggettivo della santa Chiesa di Dio e dei nostri fratelli uomini. I carismi, infatti, sono elargiti sempre per il bene di tutto il popolo di Dio. Il segno eminente della loro verità si vede dal fatto che rigenerano la vita della Chiesa ben al di là dei confini associativi e delle istituzioni cui hanno dato vita.

Anche per l’uomo postmoderno, piegato dal travagliato inizio del terzo millennio, la speranza ha un volto. Scriveva il giovane Giussani nel 1946: «La sostanza della vita, delle aspirazioni, della felicità, è l’amore (…) Un Amore infinito, enorme che ha compiuto l’assurdo di rendere me, pulviscolo finito come essere creato, infinito come Lui».

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