Alla ricerca di “nemo”

Padri calpestati. Dieci storie di uomini separati, libro appena pubblicato da Effatà editrice (176 pagine, 13 euro), lascia trasparire attraverso testimonianze autentiche e dirette come «l’uomo, nei propri affetti, è spesso molto più fragile della donna», come scrive l’autrice Renea Rocchino Nardari. Rocchino è un avvocato matrimonialista di Trieste e ha raccolto nel corso del proprio lavoro le testimonianze presentate. La sua non è solo una riflessione di natura psicologica. Le storie raccontate rivelano infatti quanto spesso, quando una coppia finisce in tribunale, il senso comune sia più propenso a guardare con più empatia la donna e quanto spesso i tribunali finiscano per affidare alla mamma la custodia dei figli, con il diritto di decidere quante volte farli vedere al padre, persino in quelle vicende in cui occorrerebbe una valutazione più attenta.
In molti casi le donne sono davvero le vittime della situazione, e meritano tutto il rispetto: ma non va nemmeno dimenticato, come dicono queste storie, che ci sono anche centinaia di «padri privati del sacrosanto diritto di amare e di essere amati dai loro figli; padri ridotti a vivere miseramente e arrabbattarsi per un pasto, privati del diritto di vedere un figlio come e quando desiderano». Una situazione, secondo l’autrice, frutto «di una società che sta profondamente mutando». Un cambiamento che secondo Stefano Zecchi, autore della prefazione, è nata nel 1968 «che ha provocato un vero e proprio sconvolgimento del concetto di famiglia. Il padre-padrone è scomparso, e di questo ce ne possiamo rallegrare. La madre, regina del focolare, è scomparsa e anche di questo non c’è da rammaricarsi. I nonni sono diventati gli ammortizzatori sociali di genitori impegnati nel lavoro sino a tardi. Da questo marasma, viene fuori la famiglia “mammizzata”».

LA STORIA DI MARCO. C’è un caso reale e pirandelliano che documenta questo percorso e come le vere vittime alla fine siano i figli. Marco (nome di fantasia) è un insegnante di materie tecniche in una scuola superiore di Milano quando incontra Giorgia, la supplente di lettere. Si piacciono, si frequentano, si lasciano, tornano insieme finché Giorgia non rimane incinta: al colmo della gioia, Marco le chiede di sposarlo, e vanno a vivere insieme. «Quando nacque Nicole fui pazzo di felicità! Scattai un’incredibile quantità di fotografie. Ero affascinato da quell’esserino così perfetto che mi apparteneva» ricorda Marco nel libro. Subito dopo la nascita, Marco e Giorgia si sposano e la bimba viene riconosciuta dal padre.
Con la piccola Marco è affettuoso, cerca sempre di essere presente, aiuta la moglie a trovare un lavoro stabile nella sua stessa scuola. Ma lei, dopo un anno, inizia a mostrarsi più fredda nei suoi confronti e più cordiale verso un collega. Sinché un giorno non fa trovare a Marco le valige fuori casa. E poco dopo chiede al collega di andare a vivere con lei. È così che inizia un’assurda – ma in casistica molto diffusa – odissea giudiziaria. Viene presentata in tribunale l’istanza di divorzio, Giorgia stravolge i fatti e sostiene di essere stata lei ad essere abbandonata, il giudice sceglie di affidare Nicole alla madre.

NON E’ SUA FIGLIA. La madre fa di tutto per non far incontrare la bambina con Marco, rinviando gli appuntamenti previsti o cancellandoli, malgrado Nicole sia molto legata a Marco. All’udienza prevista per la separazione, Giorgia racconta ai giudici una nuova verità: «Nicole non è figlia di Marco, ma di una mia precedente relazione. Lui lo sapeva, ma ora fa finta di nulla e accampa diritti che non gli competono». Per questo viene presentata anche l’impugnazione del riconoscimento di Nicole fatto da Marco, per difetto di veridicità. Nell’angoscia (compresa quella di non riuscire ancora ad incontrare la bimba), Marco cerca di scoprire come stiano davvero le cose. Intanto Giorgia ha un’altra figlia dal nuovo compagno, e la piccola Nicole cresce confusa. Non sa più chi o cosa sia un padre: per lei, come racconta la stessa bimba agli psicologi incaricati di fare le perizie, il papà è solo l’uomo che di volta in volta vive accanto a sua mamma. La bimba dice che «c’è un papà che però è quello che ora vive con la mamma e le ha dato un semino per fare nascere la sorellina. Il semino invece da cui sono nata io lo aveva dato alla mamma un papà che non conosco e che viveva all’estero. Quando ero nella pancia della mamma e quando sono nata, c’era invece un altro papà, Marco».

NON PUO’ VEDERLA. Alla fine il dna dà ragione a Giorgia. Marco non è il padre biologico, anche se per tutti gli esperti che visitano la bimba lui è senza dubbio la figura più stabile nella vita della bambina, che rischia seriamente di crescere traumatizzata. Marco non si arrende, cerca di incontrare Nicole, disponibile a qualsiasi decisione del tribunale dei minori, accontentandosi anche di qualche ora alla settimana. I giudici, malgrado la perizia a lui favorevole, glielo negano. Da allora in poi, Marco non vedrà mai più quella che ha considerato sua figlia, che ha visto nascere, che ha accudito, che ha riconosciuto, ma che per la legge tale non è.

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VERGOGNOSAMENTE FELICE

Outrageously happy, vergognosamente felice. «Anche io voglio esserlo, ma mi sembra impossibile. Ci hanno detto che la vita è un viaggio, un cammino. Ed è vero, lo capisco questo. Ma il problema è che non sappiamo come farlo». Non è un caso che il New York Encounter si sia concluso così, dopo tre giorni, 27 incontri, quattro mostre e centinaia di persone che si sono affacciate nel Metropolitan Pavilion di Manhattan. Si è visto bene che cosa c’è in gioco «nella ricerca del volto umano»: il nostro io, la nostra felicità. E quando José Medina, responsabile di CL negli Usa, ha introdotto l’incontro finale con don Julián Carrón leggendo la mail di uno studente che pone il problema, è partita un’ora e mezza di dialogo che ha aperto una prospettiva su tutto l’evento. Un cammino. Ma come si può fare?

«Ecco, “ma…”», ribatte Carrón: «Vorremmo tutti essere felici. Solo che a questo desiderio aggiungiamo sempre un “ma…”. Così diventiamo scettici. Come diceva Kafka: pensiamo che ci sia la meta, ma non c’è il cammino. Cerchiamo la consistenza in ciò che sappiamo o possiamo fare. Per questo siamo sempre insicuri: ci manca una consistenza solida, qualcosa su cui poggiare». Bene: il cristianesimo ribalta tutto. «Il mistero non è alla fine del percorso, è all’inizio. La certezza non è qualcosa che possiamo raggiungere: è in Qualcuno che ci accade. Ma per noi tante volte questo è troppo poco. Inconsistente».

Eppure, osserva Medina, se c’è un vantaggio – qui a New York lo si vede con chiarezza, basta ascoltare tanti spezzoni di dialoghi o dare un’occhiata alla bella mostra sui Millennials, i trentenni – è che i giovani riconoscono questo limite, hanno il coraggio di ammetterlo. «Lo dicono: da solo non ce la faccio. Vedo che la mia consistenza non sta in me, ma cosa manca?». «La coscienza che la verità è in una relazione, in un rapporto», risponde Carrón: «Questo rispetta la natura dell’uomo: siamo fatti a immagine di Dio, che è Trinità». Ma questa verità va continuamente riconquistata e verificata.

«Mi colpisce molto ripensare al percorso dei discepoli», aggiunge la guida di CL: «Hanno avuto decine, centinaia di segni. Ma non sono bastati». Legge un brano del Vangelo di Marco, gli apostoli che si preoccupano perché non hanno pane e Gesù che gli ricorda quello che hanno appena visto, la moltiplicazione e le ceste di avanzi portate via, due volte. «Non capite ancora? Avete il cuore indurito?». «Questo è il punto», osserva Carrón: «ll nostro problema è questa semplicità del cuore. A noi sembra poco, ma è tutto. E attenzione: è un problema di conoscenza, non di etica. Non è una questione di coerenza, ma di un rapporto». Come un bambino, che «è certo quando è con la madre, non quando diventa più capace».

Oppure, ancora, come il figliol prodigo. Perché nella sua parabola c’è tutto questo percorso. Carrón la ripercorre: «Il figliol prodigo ha tutto, ma non capisce la vera natura del suo bisogno. Pensa che il compimento sia altrove. Gli serve tutta una strada che gli permette di verificare la sua ipotesi». È solo alla fine di questa verifica che si accorge. «Il problema è quanto tempo ci vuole perché ci rendiamo conto della portata e della natura del nostro bisogno. Non quanto siamo capaci di combattere il nostro limite». E non è neanche solo una questione di imparare dagli sbagli. «Non è l’unica strada, quella del figliol prodigio, dell’errore. C’è un’altra possibilità: accettare di essere educati».

Il movimento, di fatto, esiste per questo. E per rispondere giorno per giorno, nella vita e con una vita, a un altro dubbio, che Medina riporta più o meno così. Ok, la chiave di tutto è il cuore, e per conoscere Cristo, devo usarlo. Ma è davvero un criterio oggettivo? Non è qualcosa di ultimamente soggettivo, che ci lascia ancora nell’incertezza? «Anche questo è un problema di educazione», risponde Carrón: «Occorre imparare a usare questo criterio. Il cuore è un criterio infallibile, oggettivo. Non sbaglia. Ma se non lo usi, si atrofizza». E fa più fatica a riconoscere ciò che corrisponde. «Ma questo non è un difetto del cuore: è del modo con cui lo usiamo. Perché la corrispondenza è oggettiva. È come comprare un paio di scarpe: riconosci benissimo quelle che ti calzano bene e quelle che invece non vanno, anche se a prima vista ti piacciono di più o se il commesso cerca di vendertele. Il criterio è personale, riguarda l’io. Ma è oggettivo o no? Siamo tutti in grado di rispondere». La verità è che «siamo in una società pluralista possiamo dire quello che vogliamo e sembra sia tutto uguale. Ma c’è un criterio che ci permette di riconoscere oggettivamente quello che è vero». Conclusione: «L’unica possibilità di riconoscere la vicinanza del Regno di Dio è la povertà di spirito, la semplicità del cuore».

Con un “nota bene” finale, introdotto da un’osservazione di Medina: se l’unica possibilità di riconoscere Cristo è attraverso l’esperienza, vuol dire che Dio si fida tantissimo della nostra libertà… «È così, da sempre. Ed è quello che ci scandalizza: il fatto che siamo liberi. Che Dio voglia passare da lì». E invece è la nostra grandezza. «È quello che permette il cammino». La strada per essere felici. Vergognosamente felici.

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Verso l’Infinito

 

Frank Simmonds è un afro-americano di poco più di cinquant’anni, che ha un cancro in stadio avanzato al sistema neuro-endocrino. Ripete sempre: «Se una persona impara cos’è la verità conoscendo me e la mia storia, allora ne è valsa la pena».

Ha quindici anni quando alla madre viene diagnosticato un tumore. Dopo la sua morte, cresce in lui una fortissima ribellione contro Dio, perché non l’ha salvata. Comincia così la sua discesa. Droga, furti e vari periodi in carcere diventano la sua quotidianità. La ragazza con cui vive lo lascia e si porta via il loro bambino. Anni dopo, incontra il figlio per strada: «Papà, mi manchi, torna a casa». Umiliato, con gli abiti stracciati e puzzolenti, Frank si scusa, e cerca di allontanarlo da sé. Ma lui insiste: «Papà, sei importante. Ho visto una tua foto in un negozio con la scritta “ricercato”». Lo aveva rapinato poche settimane prima. Dopo anni da randagio, viene arrestato per spaccio. Ricorda ancora oggi le parole che l’agente gli ha detto mentre lo ammanettava: «Frank, non ti stiamo arrestando, ti stiamo salvando». In cella, una notte, scrive queste righe: «… Dio, per favore, non guardare al mio passato, perdona i miei peccati così che possa trovare finalmente la felicità… Aiutami a cambiare la mia vita, Signore: benedicimi con la tua Parola… Liberami dall’ansia del mio spirito in catene. Ti amo così tanto, Signore… Sono grato perché Gesù ha dato la vita per i nostri peccati. Per favore purifica la mia mente e il mio corpo, così che possa vivere. La realtà si è fatta presente; so che ho sbagliato. Il mio cuore è pieno di dolore; è il tuo perdono che io bramo…».

Il giorno della sentenza si avvicina e lui rischia fino a quindici anni di reclusione. Al giudice è morto un figlio per overdose ed è nota la sua severità con gli spacciatori. Ma all’udienza estrae il foglietto e legge alla corte i versi scritti da Frank. Gli chiede: «Signor Simmonds, ha scritto lei questa poesia?». «Sì, vostro onore». «Allora passerà sei mesi in carcere e poi non meno di due anni in un centro di riabilitazione».

Scontata la pena, torna dal padre: da tempo entrambi desideravano ritrovarsi. Ma dopo poco il padre si ammala e muore, e Frank torna sulla strada. «Pensi di non poter stare peggio e invece si apre una botola e cadi ancora più giù». Trascorrono tre anni terribili, dentro e fuori i centri di recupero.

Un giorno, avendo deciso di rapinare il primo passante, s’imbatte in un prete. «Dannazione, non posso borseggiare un uomo di Dio», pensa. Il sacerdote si gira e lo guarda negli occhi: «Dio non verrà a stare nel fango con te, perché è santo. Ma se glielo chiedi, può tirartene fuori». È talmente sconvolto da questo incontro che riemerge il suo vecchio dialogo con Dio: «Non esisti. Non sei vero. Sei una statua. E anche se tu esistessi, perché mi hai dato questa vita terribile? Non la voglio. Te la rendo». Raggiunge la stazione della metropolitana più vicina, per farla finita. Proprio lì, invece, di fronte ai binari gli viene un pensiero: «Se mi trattieni dal fare ciò che sto per fare, ti servirò per il resto della mia vita». È inondato da un’inspiegabile sensazione: era qualcosa di nuovo. «Quando morì mia madre, morì l’amore. Ma in quell’istante, dopo aver pronunciato quelle parole, ne feci un’esperienza travolgente. Chiamai il centro d’emergenza per la tossicodipendenza e mi spedirono con un taxi in ospedale».

Da quel momento, vive in una casa-rifugio. Rita, una volontaria, gli spedisce una lettera che conteneva anche una medaglietta di Maria. «Mentre stavo ancora cercando di rimettere insieme i pezzi della mia vita e non avevo nulla da offrire, a qualcuno importava di me. Da allora, ho considerato Rita al di sopra di tutte le altre donne, insieme alla mia mamma. Sapevo di non meritarmelo ed ero orgoglioso di conoscerla. Prima, non potevo fidarmi di nessuno. Più di una volta i miei “amici” di strada mi avevano buttato in un cassonetto, credendomi morto. Ero spazzatura».

Rita vede in Frank il suo stesso bisogno e lo porta a conoscere i suoi amici di CL. «All’inizio facevo resistenza. Continuavo a chiedere: “Ma chi è questo Giussani?”». Presto comincia ad accorgersi che quelle persone «descrivevano cose vere, che avevo vissuto nella mia vita. E la Verità parla da sola, non c’è bisogno di venderla. Sta a te rispondere. Cominciavo lentamente a guardarmi in modo diverso». Il rapporto con Rita cresce e dopo cinque anni si sposano.

Quando Frank riceve la diagnosi della sua malattia, pensa subito a don Giussani, che malato diceva: «Il Signore è la mia forza e il mio canto!». «Quando hai coscienza di chi sei, che appartieni a Dio, che sei Suo, tutto cambia», dice Frank: «Dio è il Signore della mia vita, non il cancro. Un tempo odiavo la mia vita. Ora capisco che è data per percorrerla, perché porta all’Infinito».

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Papa Francesco ” Gender è colonizzazione ideologica”

il blog di Costanza Miriano

Quando ti senti sconfortato, ti assalgono i dubbi, ti chiedi se combatti la battaglia giusta, quella che ti sta costando fatica e fango sui giornali, ecco arrivano le parole di Papa Francesco.

CdV 19 gennaio 2015 Papa Francesco sul  sul volo di ritorno dalle Filippine

“Volete sapere cosa è la colonizzazione ideologica?”, domanda il Papa ai giornalisti che viaggiano con lui, chiarendo che il suo riferimento nei discorsi di questi giorni era al tentativo di imporre la cultura del Gender nelle scuole . “Colonizzazione ideologica è lo stesso – risponde dunque il Pontefice – che hanno fatto sempre i dittatori, anche in Italia con i ‘balilla’. Pensate anche alla ‘gioventù hitleriana’, a quel popolo che ha subito tanta sofferenza“, suggerisce ai giornalisti.

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Invisibile Luce

Pigi Colognesi

lunedì 19 gennaio 2015

Le Nazioni Unite hanno proclamato questo 2015 «Anno della luce». La formula suona abbastanza strana e ci si chiede cosa possa esattamente significare dedicare attenzione, finanziamenti, convegni progetti e chi più ne ha più ne metta ad una cosa così ovvia e al contempo sfuggente come la luce. In realtà l’iniziativa ha obiettivi molto operativi, che vanno dall’incremento delle ricerche sull’applicazione in medicina di tecnologie basate sulla luce (i laser ad esempio) a quelle sul risparmio del consumo energetico per l’illuminazione, dal contenimento dell’inquinamento luminoso agli studi sulle radiazioni cosmiche.

Nel documento programmatico c’è anche un settore che riguarda la cultura; vi si trova una interessante osservazione di carattere antropologico: la luce è un «simbolo unificante» per l’umanità; lo dimostra il fatto che ogni uomo, a qualsiasi cultura appartenga, prova stupore di fronte agli spettacoli naturali ove la luce ha gran parte – alba, tramonto, arcobaleno – e gratitudine per il semplice fatto che oggi il sole è sorto un’altra volta e quindi la vita – che senza la luce non potrebbe prodursi – va avanti.

Il documento ONU non vi fa nessun accenno, ma questo «simbolo unificante» non è nient’altro che una chiara immagine della dimensione religiosa dell’uomo. Non per nulla molte religioni hanno adorato il sole, portentosa sorgente di quello stranissimo e indispensabile fenomeno per cui noi vediamo noi stessi, le persone e le cose attorno a noi e quindi siamo in grado di stabilire con tutto ciò i necessari rapporti. Lo stesso cristianesimo usa spessissimo il termine «luce» per indicare la misteriosa e benefica potenza di Dio e soprattutto – come ci ha mostrato con insistenza la liturgia del tempo natalizio – di Dio diventato uomo. San Giovanni nella sua prima lettera scriveva: «Dio è luce e in lui non ci sono tenebre».

La storia della spiritualità cristiana è ricchissima di questa equivalenza tra Dio e luce e descrive spesso il cammino terreno dell’uomo toccato dalla grazia come un viaggio dalle tenebre alla luce (Dante che passa dalla «selva oscura» alla «luce intellettual piena d’amore») e magari qualcuno in quest’anno vi dedicherà degli studi. Cito solo il decimo e ultimo dei Cori da «La Rocca» di Thomas Stearns Eliot, dando così un piccolo contributo alle magre celebrazioni che si sono fatte – lo scorso 4 gennaio – in occasione del cinquantesimo anniversario della sua morte.

Com’è noto l’opera è stata scritta per la consacrazione di una chiesa nei sobborghi di Londra ed è una lucida presa d’atto della novità del cristianesimo e della lotta che nella storia esso deve sostenere per mantenerla.

 I cristiani sanno che la chiesetta appena consacrata è una «luce di più su di una collina in un mondo confuso ed oscuro, turbato dai portenti della paura»; ma non c’è da star lì a far troppi calcoli e strategie: si cammina perché quella piccola luce visibile è un riflesso della «Luce Invisibile». Essa, cioè Dio stesso, è «troppo splendente per la visione umana» (è questa infinita eccedenza che impedisce ogni idolatria o panteismo) eppure ad essa possiamo instancabilmente avvicinarci seguendo «la luce da oriente che tocca al mattino le guglie» oppure quella che «a sera s’inclina a occidente sulle nostre porte». Di essa possiamo partecipare ringraziando per «le luci dirette fra i vetri colorati delle finestre» e per quella «riflessa dalla pietra levigata, dai legni intagliati e dorati, dall’affresco multicolore». Tutte cose di per sé opache, ma visibilmente risplendenti di un raggio della «Invisibile Luce».

 http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2015/1/19/Eliot-e-la-luce-dimenticata-/print/573083/

Un nuovo popolo

il blog di Costanza Miriano

di Costanza Miriano

Sabato a Milano è successa una cosa grandissima, una cosa che da tempo non succede più ai convegni di partito, alle convention, alle primarie, ai raduni. Sabato a Milano le sale erano stracolme di gente, tutte le sale che la Regione aveva a disposizione, e altre 500 persone stavano in fila fuori sperando di entrare. Sabato a Milano si è ritrovato un popolo di amici veri, un popolo di fratelli con i cuori che battevano insieme, e la misura di quanto è successo ce la danno le bugie che si sono scritte su di noi. Evidentemente hanno paura.

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La natura è maestra

La Sagrada Família è un inno alla natura, è un canto alla luce e a tutto il creato che, secondo il libro della Genesi, seguì alla creazione della luce. La visione che Gaudí ha della natura e che plasma nella sua opera è molto vicina a quella di san Francesco d’Assisi. Pertanto, a ragione, si è parlato di un’ispirazione francescana nella sua opera, e di uno stile francescano nella sua vita, in particolare quanto a umiltà e povertà.

È ben noto che le strutture geometriche, nella cui creazione e uso Gaudí è geniale, si ispirano alla natura. «Il grande libro – affermava – sempre aperto e che conviene sforzarsi di leggere, è quello della natura. Gli altri libri sono tratti da questo e contengono gli errori e le interpretazioni degli uomini. Ci sono due grandi rivelazioni: una dottrinale, della morale e della religione (col termine “dottrina” Gaudí fa riferimento alla Sacra Scrittura), e l’altra, che ci guida attraverso i fatti, che è quella del grande libro della natura». «Ogni cosa proviene dal grande libro della natura – aggiungeva Gaudí –; le opere degli uomini sono già un libro stampato. Vedete quell’albero vicino al mio laboratorio? Lui è il mio maestro». Raramente in un autore degli inizi del XX secolo si possono trovare affermazioni simili così piene di amore e rispetto verso la natura. Gaudí, nel suo modo di amare e rispettare la natura, fu anche un innovatore.

Fu un vero apostolo dell’ecologia. Non è forse questa una delle caratteristiche che rende alla Sagrada Família un significato veramente universale, sia a oriente, Giappone in particolare, sia a occidente? Dove apprese il nostro architetto questo amore per la natura? Senza dubbio alcuno, dalla sua infanzia. Si è detto che l’infanzia è la patria di ogni persona per tutta la propria vita terrena. Per quanto riguarda Gaudí sappiamo che durante l’infanzia soffrì di reumatismi articolari, ragion per cui si trasferiva spesso a Riudoms, in una masseria di famiglia, in groppa a un asinello, perché il dolore gli impediva di camminare.

Lì, così come confessò a Joan Bergós, nel libro Gaudí, l’home i l’obra, «con i vasi di fiori, circondato da vigneti e uliveti, animato dal chiocciare delle galline, dai canti degli uccelli e dal ronzio degli insetti, e con le montagne di Prades a fare da sfondo, potei cogliere le più pure e gioiose immagini della natura.

Questa natura che sempre mi è maestra». Dello spirito di osservazione del Gaudí bambino ci parla questa confessione fatta a Bergós: «A causa della mia malattia, dovetti astenermi spesso dal giocare con i miei compagni, cosa che favorì in me lo spirito di osservazione. Così, quando il maestro spiegò in una lezione che gli uccelli avevano ali per volare, osservai che “le galline della nostra fattoria hanno ali molto grandi e non sanno volare: le utilizzano per correre più velocemente”».

È stato scritto che il tempio da lui ideato costituisce un grande giardino in pietra, nel quale il regno minerale, vegetale e animale, perfino gli esseri più umili, come le tartarughe, danno il loro contributo all’opera e intonano un canto di lode al Creatore. Gaudí asseriva che, nell’edificare l’opera, si proponeva di plasmare con la pietra gli esseri viventi che individuava e ammirava nel prato del terreno su cui doveva sorgere la sua “cattedrale”.

È ben nota la sua ammirazione per i colori. Gaudí credeva che la vita si esprimesse nei colori che non dovevano assolutamente mancare nella sua opera, perché sono espressione di vita ed esplosione di gioia. Questa visione gioiosa e riconoscente della natura è un elemento molto valido per il nostro dialogo con gli uomini di oggi e con la cultura attuale, fortemente segnata dall’ecologia. «Il colore è vita».

Come ammirerebbe Gaudí il modo in cui si è diffuso il colore nel mondo attuale! Gaudí era mediterraneo al cento per cento. E sapeva molto bene come la latitudine influisse sul sentimento della bellezza. Secondo Martinell, l’architetto spiegava ai suoi visitatori quanto segue: «Noi abitanti dei Paesi bagnati dal Mediterraneo sentiamo la bellezza con più intensità degli abitanti dei Paesi del Nord, ed essi stessi lo riconoscono. […] Abbiamo l’obbligo di infondere questo sentimento di vita nelle nostre opere, nel cui aspetto deve riflettersi il nostro modo di essere». Gaudí raccontò un aneddoto molto esplicativo del suo amore per la natura, secondo la testimonianza raccolta da Bergós riguardo la costruzione della Casa Vicens: «Quando andai a prendere le misure del terreno, questo era interamente coperto da fiorellini gialli; fiorellini che sono stati ripresi come motivo fondamentale delle piastrelle in ceramica. Trovai anche un esuberante margallón [palma], la cui forma delle foglie, come fuse nel ferro, formano le inferriate e la porta di ingresso».

Come è noto, nel Rosario monumentale della montagna di Montserrat, a Gaudí venne affidata la costruzione del primo mistero della Gloria: la risurrezione di Gesù. Anche qui, oltre alla simbologia cristiana, diede prova del suo amore verso gli esseri più umili della natura. Bergós lo racconta in questo modo: «Collocai il mistero della risurrezione in un angolo del percorso, facendo scavare in modo realista la roccia che si vede di fronte alla grotta funeraria, con in mezzo il sepolcro vuoto; alla sinistra del sarcofago, le sante donne ricevono l’annuncio dell’angelo su quanto è accaduto al Maestro. Quando lo spettatore si gira, contempla con emozione che Cristo rifulgente sembra elevarsi sull’alta rupe che vi è accanto. Le sculture collocate all’interno della grotta sono di Reart, e il Cristo, in bronzo dorato, è di Llimona. Adesso manca solo che siano piantati alcuni alberelli e siano coltivati gli ortaggi più umili, per suggerire l’idea dell’orto del buon giardiniere di cui parla il Vangelo e affinché il canto di molti uccelli accompagni la messa della mattina di Pasqua».

Nel suo capolavoro, Gaudí introdusse gli elementi della natura, affinché la creazione convergesse nella lode divina, e allo stesso tempo portò all’esterno della chiesa le pale d’altare, per mettere davanti agli uomini il mistero di Dio rivelato nella nascita, nella passione, nella morte e nella risurrezione di Gesù Cristo. Il nostro architetto fece ciò che possiamo definire uno dei compiti più importanti oggi: «Superare – come affermò Benedetto XVI – la scissione tra coscienza umana e coscienza cristiana, tra esistenza in questo mondo temporale e apertura alla vita eterna, tra la bellezza delle cose e Dio come bellezza.

Non realizzò tutto questo con parole, ma con pietre, linee, superfici e vertici. In realtà, la bellezza è la grande necessità dell’uomo; è la radice dalla quale sorgono il tronco della nostra pace e i frutti della nostra speranza. La bellezza è anche rivelatrice di Dio perché, come Lui, l’opera bella è pura gratuità, invita alla libertà e strappa dall’egoismo».

Tesi al Mistero

Giorgio Vittadini

venerdì 16 gennaio 2015

New York 2001, Parigi 2015: lo stesso sgomento, lo stesso senso d’ingiustizia, la stessa angosciosa insicurezza. Due milioni di persone hanno sfilato sventolando bandiere di ogni tipo, anche di Paesi islamici, e stringendosi fra di loro per darsi coraggio. Da un’altra parte nella stessa città, cinquanta capi di Stato di tutto il mondo hanno sfilato da soli, anche loro impauriti e divisi, a dispetto della certezza che avrebbero dovuto comunicare.

Perché è successo quello che è successo a Parigi? Perché non sappiamo più dirlo, neanche noi cristiani? Il motivo è semplice anche se dirompente: ci siamo dimenticati su cosa poggia la tolleranza dell’Occidente sbandierata in questi giorni.

C’è un dato di fatto che precede anche la religione: nessun uomo può dire “io so chi è Dio”.

La vita e la persona sono un mistero verso cui si è tesi, ma che non è nelle nostre mani: questa è la vera religiosità. L’uomo sta di fronte a un mistero che non possiede, e che può solo umilmente, e mai definitivamente, imparare a riconoscere dalla realtà.

“La lotta culturale più profonda e nelle grandi crisi come quelle del nostro tempo” scriveva don Luigi Giussani, è “lotta fra l’uomo religioso autentico, vale a dire l’uomo che riconosce il Dio superiore a sé, più grande di sé, incommensurabile a sé, il Dio mistero, e l’uomo che riduce Dio a idolo, vale a dire che identifica il significato totale e il ciò per cui tutto vale la pena con qualcosa che a lui preme”.

L’autentica tolleranza nasce dalla consapevolezza che il mistero della persona vale più anche della religione. Ogni persona è il cuore di questo mistero inviolabile, ogni vita è unica e irripetibile e vale più dell’universo.

In ciò consiste la vera religiosità quando non diventa ideologia.

Per questo non ha ragione Angelo Panebianco quando sul Corriere della Sera scrive che se i terroristi islamici uccidono “in nome di Dio”, gli europei questo non lo fanno solo perché nessuno in Europa ormai crede più a Dio. Come Umberto Eco, anche lui sottintende che tutti i mali e le violenze dell’uomo hanno come causa la religione.

Invece, è pretendere di possedere la volontà di Dio la radice del terrorismo, come di ogni violenza che c’è nella storia. Anche quando questo dio non è quello delle religioni, ma è l’idolo delle ideologie, dello stalinismo, del nazismo, di tanti nazionalismi colonialisti per cui si sono compiuti i più efferati genocidi.

Anche la storia del Cristianesimo non è priva di queste cadute tanto che Giovanni Paolo II ha pubblicamente chiesto perdono per i peccati dei cristiani.

Affermare, come ha fatto il Vaticano II, di non poter imporre la conversione significa mettere le premesse per un pluralismo che non è laicista e non è nichilista. Del resto lo si può vedere dagli esempi di amicizia tra musulmani e cristiani che non mancano nell’esperienza quotidiana di molti. Gente che, mossa dal comune desiderio di bene e di una risposta al suo bisogno di incontrare un destino buono, vive, si aiuta e lavora insieme.

Questo succede nella vita quotidiana e nei momenti più drammatici: lo abbiamo visto nei giorni della rivolta di Piazza Tahir in Egitto – come documentato in una mostra al Meeting di Rimini – dove giovani cristiani hanno dato la vita per giovani musulmani e viceversa. Lo vediamo in opere di solidarietà e di sostegno come i centri di aiuto allo studio Portofranco, dove liberamente convivono e si aiutano nello studio ragazzi di diversi credo religiosi.

Questi fatti mostrano che ci sono strade, non solo di convivenza, ma anche di amicizia possibili e che il rispetto dell’altro, che fonda anche la libertà di opinione, è qualcosa per cui val davvero la pena di manifestare.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2015/1/16/La-vera-tolleranza-e-il-mistero-della-persona/print/572662/

Mi abbandono a Colui che perdona

 

«Ho disegnato Maometto e poi ho scritto “Io sono Charlie”. L’ho guardato e ho aggiunto: “Tutto è perdonato”. Poi ho pianto. Avevo trovato la soluzione. Ed era la nostra soluzione, non era tutto quello che gli altri volevano che noi facessimo». Così ieri Renald Luzier, in arte Luz, aveva spiegato a centinaia di giornalisti schierati come aveva pensato e disegnato la copertina del primo numero di Charlie Hebdo, dopo la strage del 7 gennaio.

La cronaca ci dice che i tre milioni di copie non sono bastati, perché i francesi si sono messi in coda all’edicola sin dall’alba: E così ne è stata fatta un’extra tiratura di due milioni. Tutto previsto e prevedibile. Tutto tranne quella copertina, in cui fa capolino una parola anomala nella prospettiva inesorabilmente laica del giornale satirico francese: perdono. Una parola imprevista che una volta accettata e messa in pagina, suona un po’ come una liberazione: «Ho pianto», ha infatti confidato il disegnatore.

Personalmente non amo lo stile delle vignette di Charlie Hebdo. Lo trovo abbastanza datato, ingolfato di indignazioni che appartengono a stagioni ormai tramontate. Uno stile emblematico di una Parigi che s’illude di essere ancora barricadera.

In più aggiungo che non avevo per nulla condiviso la scelta di pubblicare quelle vignette, per altro neanche tanto brillanti, su Maometto. Ma questa volta, quando forse meno ce lo aspettavamo, Charlie Hebdo ci ha sinceramente sorpresi. 

E viene da chiedersi da dove sia scaturita questa intuizione così imprevista e fuori copione. L’unica risposta credibile è di tipo umano: arrivano momenti in cui il dolore che ha investito la nostra vita è talmente fuori proporzione e talmente insostenibile, da costringerci a uscire da noi stessi. Ad affidarci ad una logica che sino a quel momento avevamo guardato magari con un po’ di altezzosità.

A Luz e ai suoi amici che lo hanno lasciato fare, credo sia accaduto proprio questo. Ha disegnato Maometto, quasi volesse proseguire nell’oltranzismo di sempre, senza “se” e senza “ma”. Poi deve aver avuto un tentennamento. Proviamo ad immaginare: quel tentennamento non era dettato dalla paura, ma dalla domanda «cosa c’entra questo che sto disegnando con il dolore che ho vissuto?». E così è spuntata la lacrima, quasi un po’ stravagante, sul volto del profeta. Nel muro, a quel punto, si era già aperta una breccia. Ma non bastava.

C’era bisogno di una parola a cui attaccarsi per andare avanti, per non restare schiacciati dall’accaduto. E quella parola è spuntata fuori, contro ogni schema e fuori da ogni copione. Perché è una parola familiare al vocabolario della Bibbia e del Corano («Mi abbandono a Colui che perdona, Egli è il migliore dei perdonatori», dice un passo bellissimo del libro sacro dell’Islam): ed è ben noto quanto quelli di Charlie vedessero le religioni come fumo negli occhi… Ma c’era bisogno di una parola così, una parola pienamente umana. Perdono.

Chissà cosa ne hanno pensato quei 5 milioni di francesi che si sono fiondati a comperare Charlie Hebdo.

 

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