“Nella compagna sua si riparava”

Parlare per immagini è sempre efficace e anche quest’anno papa Francesco ci offre un’icona evangelica sulla quale meditare, per entrare nella comunicazione da una porta meno scontata di quelle che usiamo abitualmente: la visitazione di Maria. Dopo l’ascolto dell’annuncio dell’angelo e il suo libero “sì”, Maria senza indugio si mette in cammino: fecondata dalla Parola prende l’iniziativa (primerear). Accorciando le distanze, corre tra le braccia della cugina: «E barcollarono le donne l’una verso l’altra, e capelli e vesti si toccarono. Ciascuna, colma del suo tempio, nella compagna sua si riparava». Così Rainer Maria Rilke ha immaginato la scena di questo incontro. E questo noi possiamo ricavare: la parola ricevuta, l’annuncio di una vita nuova (nella salvezza, offerta a tutti) è il primo messaggio che ci mette in movimento, la gioiosa motivazione originaria a uscire, ad andare verso l’altro. Possiamo dire una parola perché l’abbiamo ricevuta. E il primo messaggio è “sono con te”.

Il “grembo” è poi la prima scuola di comunicazione, scrive papa Francesco. Segnata insieme da intimità e mistero, la comunicazione mamma-bambino è l’esperienza originaria e universale cui tornare per capire cosa significa comunicare oggi, in un mondo iper-tecnologico dove si respira aria di post-umano. Un’esperienza fatta di contatto e ascolto, segnali quasi impercettibili che hanno del miracoloso e che rendono espressioni come “madre surrogata” astratti e insensati tecnicismi, colpevolmente ciechi all’esperienza. Un’esperienza di tutti, perché ognuno di noi è nato da una madre ed è stato rassicurato per tante settimane dal ritmo del suo battito e dal suono della sua voce. Le parole vengono dopo, tanto più significative quanto più alimentate da questa radice. Comunicare è dunque prima di tutto riconoscere ed esultare: è proprio Giovanni, nel grembo di Elisabetta, il primo a salutare «dando guizzi», come scrive ancora Rilke. E poi è benedire, come la risposta di Elisabetta ci suggerisce. Questa, in un mondo troppo inquinato dal dire-male, diviso da parole strattonate per avallare l’una o l’altra di alternative troppo spesso pretestuose, è una lezione preziosa.

La famiglia stessa è poi il grembo della nostra “seconda nascita”, dove si impara a comunicare e ci si rigenera ogni giorno grazie alla comunicazione, in tutte le sue tante modulazioni: la preghiera, il perdono, la parola di vicinanza, il raccontarsi. Ma anche gli abbracci, i silenzi, le lacrime asciugate e tutte le sfumature di quel prezioso linguaggio – con le parole di Mario Luzi – «sconosciuto in ogni scuola, trasmesso dalla madre al figlio in un’occhiata sfuggente, senza farne parola». Un linguaggio del corpo, ma di un corpo pieno di grazia; un linguaggio che non si impara sui libri, sui banchi, nei master, ma nel grembo.

La famiglia è il luogo dell’imperfezione che non schiaccia, dell’amore che diviso si moltiplica, dei difetti che sommati si riducono. Una “comunità comunicante” dove le persone più intime non si sono scelte, dove tante volte si fallisce, ma dove è sempre possibile ricominciare. Una comunità che se rimane chiusa in se stessa soffoca, e perciò deve aprirsi nello spazio e nel tempo. Nello spazio, tenendo dischiuse le porte, visitando e sostenendo altre famiglie, alla scuola di Maria ed Elisabetta. Nel tempo, tenendo saldo il filo della vita nella catena delle generazioni. La visitazione è anche l’immagine di questa compresenza: madri e figli, ma anche il Padre e il richiamo a chi è venuto prima e verrà dopo (nel canto del Magnificat). Possiamo comunicare nella consapevolezza che siamo qui grazie ad altri, a ciò che ci hanno insegnato, alla vita che ci hanno consegnato. Nella comunicazione autentica gli anelli di questa catena sono sempre presenti.

La comunicazione, infine, può trasfigurare la realtà o sfigurarla. La visitazione indica la via della trasfigurazione. Due donne semplici, su strade polverose, nella delicata condizione di madri a venire, sono il luogo in cui si rivelano le meraviglie del Signore, dove egli compie «grandi cose». In un mondo prometeico che pretende di trasformare tutto, esercitando in modo sempre più sofisticato la potenza, trasfigurare è l’alternativa “deponente”, grata e consapevole del limite che, proprio perché non ingombra dell’io, apre possibilità inaspettate di grazia e grandezza. Ricordiamolo, quando ascoltiamo, pronunciamo e scriviamo parole in tutti i territori, anche digitali, che ogni giorno attraversiamo.

http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/giornata-comunicazioni-giaccardi.aspx
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2 thoughts on ““Nella compagna sua si riparava”

  1. Potremmo dire che siamo fatti di “parole”, o con la “parola”. Rainer Maria Rilke, che guardava a Schopenhauer e a Nietzsche, in questi versi riconosce quale importanza abbia l’unità per certuni e di conseguenza il bisogno umano di cercare conforto in un proprio consimile; tuttavia per Rilke il ‘bisogno’ è una debolezza. Direi che è un po’ tirata questa citazione da Rilke. E difatti, nei versi immediatamente successivi Rilke scrive: “Ah, il Salvatore in lei – ancora in fiore;/ ma il Battista in grembo alla cugina/ ruppe la sua gioia dando guizzi”. Si agitò dunque. Quello che Rilke fa è un ritratto umano, non divino e nemmeno una ammissione di religiosità. A ogni modo, la famiglia è importante, non dico di no e poco ma sicuro il grembo materno è la prima scuola di comunicazione. Forse per questo, Maria, agitata dai commenti altrui, ha comunicato al figlio una certa inquietudine. Chi può dirlo!

    Un caro saluto e buona serata

    beppe

    • Siamo parola, siamo comunicazione , il fatto religioso è sempre un fatto concreto, eale, carnale , non è astratto e ha mosso le genti e ha fatto costruire le Chiese e ha dato origine ad una civiltà che per quanto frammentaria e fragile ha permesso lo sviluppo umano , scientifico e tecnologico. E ha sviluppato il concetto di libertà, di amore, di carità.sono cosí felice di essere nata in questa civiltà cristiana. Un abbraccio

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