Verso l’Infinito

 

Frank Simmonds è un afro-americano di poco più di cinquant’anni, che ha un cancro in stadio avanzato al sistema neuro-endocrino. Ripete sempre: «Se una persona impara cos’è la verità conoscendo me e la mia storia, allora ne è valsa la pena».

Ha quindici anni quando alla madre viene diagnosticato un tumore. Dopo la sua morte, cresce in lui una fortissima ribellione contro Dio, perché non l’ha salvata. Comincia così la sua discesa. Droga, furti e vari periodi in carcere diventano la sua quotidianità. La ragazza con cui vive lo lascia e si porta via il loro bambino. Anni dopo, incontra il figlio per strada: «Papà, mi manchi, torna a casa». Umiliato, con gli abiti stracciati e puzzolenti, Frank si scusa, e cerca di allontanarlo da sé. Ma lui insiste: «Papà, sei importante. Ho visto una tua foto in un negozio con la scritta “ricercato”». Lo aveva rapinato poche settimane prima. Dopo anni da randagio, viene arrestato per spaccio. Ricorda ancora oggi le parole che l’agente gli ha detto mentre lo ammanettava: «Frank, non ti stiamo arrestando, ti stiamo salvando». In cella, una notte, scrive queste righe: «… Dio, per favore, non guardare al mio passato, perdona i miei peccati così che possa trovare finalmente la felicità… Aiutami a cambiare la mia vita, Signore: benedicimi con la tua Parola… Liberami dall’ansia del mio spirito in catene. Ti amo così tanto, Signore… Sono grato perché Gesù ha dato la vita per i nostri peccati. Per favore purifica la mia mente e il mio corpo, così che possa vivere. La realtà si è fatta presente; so che ho sbagliato. Il mio cuore è pieno di dolore; è il tuo perdono che io bramo…».

Il giorno della sentenza si avvicina e lui rischia fino a quindici anni di reclusione. Al giudice è morto un figlio per overdose ed è nota la sua severità con gli spacciatori. Ma all’udienza estrae il foglietto e legge alla corte i versi scritti da Frank. Gli chiede: «Signor Simmonds, ha scritto lei questa poesia?». «Sì, vostro onore». «Allora passerà sei mesi in carcere e poi non meno di due anni in un centro di riabilitazione».

Scontata la pena, torna dal padre: da tempo entrambi desideravano ritrovarsi. Ma dopo poco il padre si ammala e muore, e Frank torna sulla strada. «Pensi di non poter stare peggio e invece si apre una botola e cadi ancora più giù». Trascorrono tre anni terribili, dentro e fuori i centri di recupero.

Un giorno, avendo deciso di rapinare il primo passante, s’imbatte in un prete. «Dannazione, non posso borseggiare un uomo di Dio», pensa. Il sacerdote si gira e lo guarda negli occhi: «Dio non verrà a stare nel fango con te, perché è santo. Ma se glielo chiedi, può tirartene fuori». È talmente sconvolto da questo incontro che riemerge il suo vecchio dialogo con Dio: «Non esisti. Non sei vero. Sei una statua. E anche se tu esistessi, perché mi hai dato questa vita terribile? Non la voglio. Te la rendo». Raggiunge la stazione della metropolitana più vicina, per farla finita. Proprio lì, invece, di fronte ai binari gli viene un pensiero: «Se mi trattieni dal fare ciò che sto per fare, ti servirò per il resto della mia vita». È inondato da un’inspiegabile sensazione: era qualcosa di nuovo. «Quando morì mia madre, morì l’amore. Ma in quell’istante, dopo aver pronunciato quelle parole, ne feci un’esperienza travolgente. Chiamai il centro d’emergenza per la tossicodipendenza e mi spedirono con un taxi in ospedale».

Da quel momento, vive in una casa-rifugio. Rita, una volontaria, gli spedisce una lettera che conteneva anche una medaglietta di Maria. «Mentre stavo ancora cercando di rimettere insieme i pezzi della mia vita e non avevo nulla da offrire, a qualcuno importava di me. Da allora, ho considerato Rita al di sopra di tutte le altre donne, insieme alla mia mamma. Sapevo di non meritarmelo ed ero orgoglioso di conoscerla. Prima, non potevo fidarmi di nessuno. Più di una volta i miei “amici” di strada mi avevano buttato in un cassonetto, credendomi morto. Ero spazzatura».

Rita vede in Frank il suo stesso bisogno e lo porta a conoscere i suoi amici di CL. «All’inizio facevo resistenza. Continuavo a chiedere: “Ma chi è questo Giussani?”». Presto comincia ad accorgersi che quelle persone «descrivevano cose vere, che avevo vissuto nella mia vita. E la Verità parla da sola, non c’è bisogno di venderla. Sta a te rispondere. Cominciavo lentamente a guardarmi in modo diverso». Il rapporto con Rita cresce e dopo cinque anni si sposano.

Quando Frank riceve la diagnosi della sua malattia, pensa subito a don Giussani, che malato diceva: «Il Signore è la mia forza e il mio canto!». «Quando hai coscienza di chi sei, che appartieni a Dio, che sei Suo, tutto cambia», dice Frank: «Dio è il Signore della mia vita, non il cancro. Un tempo odiavo la mia vita. Ora capisco che è data per percorrerla, perché porta all’Infinito».

 http://www.tracce.it/default.asp?id=302&id_n=45618
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