Fine è da dove si parte

 

Silvia Ballabio

venerdì 9 gennaio 2015

Cent’anni fa, nel giugno del 2015, sulla rivista Poetry usciva The Love Song of J. Alfred Prufrock, scritta da Thomas Stearns Eliot a 22 anni, e pubblicata su richiesta di Ezra Pound, il mentore di Eliot o suo miglior fabbro, come Eliot stesso definirà Pound.

Seguì la pubblicazione in un fascicoletto Prufrock and other observations nel 1917, e da lì è storia nota; nel 1922 The Waste Land e via a seguire fino all’ascesi finale dei Four Quartets e del teatro in versi. La nascita dell’astro della poesia moderna, Thomas Stearns Eliot, avvenne con quel poemetto di 140 versi, rimaneggiato e rivisto come sempre in Eliot, e come sempre fatto di frammenti; suoi, della Bibbia, di Esiodo, di Shakespeare, Chaucer, Marvell, in versi liberi in cui fanno la loro comparsa il celeberrimo patient etherised upon a table (“paziente sotto etere su di un tavolo”), Michelangelo e il meno conosciuto io formulato nelle frasi altrui fino a divenire un insetto pinned and wriggling on the wall (“che se ne sta appuntato e a torcersi sulla parete”). Ma oltre che nel Pantheon della gloria imperitura, il canto d’amore meno lirico e romantico della poesia inglese è sopravvissuto all’evolversi di una sensibilità?

Racconto di un’anima (quale? l’innamorato perso in restless nights, “notti inquiete”? l’uomo di mezz’età preoccupato di prepare a face to meet the faces that you meet, “preparare una faccia per incontrare le facce che incontri”? l’impiegato irrigidito nel collar mounting firmly to the chin,/ My necktie rich and modest, “il colletto che se ne sale fermo sul mento/ la mia cravatta ricca e modesta”), o tomba della sua disperazione, questo poemetto di 140 versi è oberato di domande tutte alla prima persona, labirintici percorsi dove ogni svolta è una occasione for a hundred decisions and revisions/Before the taking of a toast and tea (“per cento decisioni e revisioni/Prima che si prenda un toast ed un tè”). Nessun spazio alla overwhelming question, la “domanda travolgente” che solo Amleto osò pronunciare, To be, or not to be, that is the question , e di cui a Prufrock restano solo un Do I dare/Disturb the universe? (“Oso/ Disturbare l’universo”) e un finale Do I dare to eat a peach(“Oso/mangiare una pesca”, poverissima resa di un ironico gioco di allitterazioni e rime interne) in una inarrestabile e precipitosa caduta?

Oltre al querulo domandare di sé a sé, la voce quasi petulante di Prufrock si raccoglie nell’atto di dire chi lui nonè; non è Amleto, al massimo è an attendant lord, (“un cortigiano”,  Polonius, o forse “the Fool”), non è Giovanni il Battista, e a nessuno importa che la sua testa sia brought in upon a platter (“portata su di un vassoio”), e tantomeno è Lazzaro, come from the dead/ Come back to tell you all (“ritornato dai morti/Ritornato per dirvi tutto”), che sia Lazzaro il povero che torna dai cieli per lanciare il suo avvertimento a chi perde la propria vita sulla terra, o Lazzaro il risorto, che ha visto the undiscovered country,  “la terra inesplorata”.

Forse non è nemmeno Ulisse, visto che non crede che le sirene, pur ancora nelle orecchie, will sing to me (“canteranno per me”). Nel mare dell’essere (o del non essere) non si viaggia, scopre, od esplora; we drown, anneghiamo in un  eterno presente di un mondo dove il tempo è sempre e solo futuro o spilled milk, l’occasione perduta.

Le parole di Prufrock hanno fatto la fine del vino messo ad invecchiare; praticamente imbevibili il giorno in cui vennero imbottigliate (durissimo il commento anonimo apparso nel 1917 su The Times Literary Supplement, che liquidava le “osservazioni” della collezione come cose “capitate alla mente del Sig. Eliot” e certamente come qualcosa che “non ha alcuna relazione con la poesia”), sono diventate pregiate col tempo. Le erudite citazioni dalla Bibbia, Shakespeare, Marwell, Esiodo, e Chaucer fanno da impalcatura a sentimenti e sensazioni di paura, solitudine, alienazione, frustrazione ed impotenza che il Novecento ha trasformato, da scarti dell’umano sentire, nell’esperienza più diffusa: il segno della dissoluzione dell’io. Anche e soprattutto in poesia. Anche e sopratutto oggi:

It could be said, even here, that what remains of the self
Unwinds into a vanishing light, and thins like dust, and heads
To a place where knowing and nothing pass into each other, and through

Si potrebbe dire, anche qui, che quanto rimane dell’io
Si dissolve in una luce evanescente, e si assottiglia come polvere, e si muove
Verso un luogo dove sapere e nulla passano l’uno nell’altro, ed attraverso
(
Da In Memory of Joseph Brodsky, Mark Strand)

Ricordare il grande poeta russo scomparso Joseph Brodsky per il grande poeta canadese Mark Strand, recentemente scomparso, è constatarne la dissoluzione. Evidentemente che queste cose accadano alla mente è di grande importanza, e per chiunque.

Ma con strane, inaspettate sorprese:

Giudice: Qual è la sua professione?
Brodskij: Poeta, poeta e traduttore.
Giudice: E chi ha riconosciuto che siete poeta? Chi vi annovera tra i poeti?
Brodskij: Nessuno. (senza sfida) E chi mi annovera nel genere umano?
Giudice: Avete studiato per questo?
Brodskij: Per cosa?
Giudice: Per essere un poeta! Non avete cercato di completare l’università dove preparano… dove insegnano…
Brodskij: Non pensavo… Io non pensavo che ci si arrivasse con l’istruzione.
Giudice: E come?
Brodskij: Io penso che…(confuso) venga da Dio…

Joseph Broskij così rispose nel processo del 1964 intentatogli dal regime sovietico a causa della sua poesia alla quale, professore alla Columbia University come Mark Strand stesso, dedicò i suoi corsi per 24 anni, 12 settimane all’anno, come lettura lenta del testo poetico.

Sembrerebbe che il seme sovversivo della poesia modernista piantato da Thomas Stearns Eliot all’inizio del Novecento sia sopravvissuto, nonostante la proclamata inutilità di questa strana  poesia, alla morte stessa del Modernismo anche in Eliot stesso, la cui voce roca, ancora ascoltabile nelle registrazioni di The Waste Land o dei Four Quartets, rimase la stessa accarezzando nel tempo un diverso sentire del tempo, e dell’essere:

What we call beginning is often the end
And to make an end is to make a beginning
The end is where we start from

Quel che chiamiamo inizio è spesso fine
E dar fine è dar inizio
Fine è da dove partiamo
(Little Gidding, Four Quartets)

 

 

 

 

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2015/1/9/ELIOT-Il-canto-d-amore-di-J-Alfred-Prufrock-cent-anni-e-non-sentirli/print/570650/

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...