La dura felicità

Cuore che hai tanto sognato,

o cuor carnale,

o cuore non terminato,

cuore eterno.

Cuore puro come un bambino

o cuor neonato

il tuo candore ti difende

o fratello più grande.

Nelle tue nativitá

che sono perpetue,

nelle tue prigionie,

o giovane Natale.

Cuore non abituato,

sempre deluso,

o cuore inanimato

sempre nascente.

(…)

Cuore che hai tanto battuto,

o cuor profondo,

o cuore che non troverai

mai il fondo.

Charles Péguy,  La ballade du couer qui a tantu battu

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Una mostra che è un avvenimento

«Storia di un’anima carnale. A cent’anni dalla morte di Charles Péguy»

L’apparente ossimoro della prima parte del titolo aiuta a spiegare le numerose polarità della biografia di Péguy: la povera gioventù orleanese e l’attiva maturità nel cuore della cittadella culturale parigina, il mai rinnegato socialismo e la lotta contro l’ideologia partitica, il dreyfusismo e il patriottismo, la fedeltà alla condizione di sposo e padre senza negare i sentimenti che l’hanno messa alla prova, la passione per l’amicizia e la netta rottura con chi non ne condivideva più il motivo ideale, il pungente vigore di polemista e l’afflato poetico.
Quell’apparente ossimoro dà poi ragione del filo conduttore che attraversa tutti gli scritti di Péguy: l’assoluto rispetto del reale concreto – carnale appunto – così come si pone, nell’inesausta ricerca della sua «anima». Deriva da qui la sua persistente polemica contro ogni stortura ideologica: politica o dei “sistemi” teorici, giornalistica o letteraria, pedagogica o sociologica; tutte quelle cioè che caratterizzano il «mondo moderno».

Da ultimo e soprattutto, «anima carnale» definisce compiutamente la profonda e radicale percezione dell’avvenimento cristiano propria di Péguy. Quella che gli ha permesso di scrivere le pagine indimenticabili dei Misteri e che ha suggerito a Von Balthasar di dichiarare: «Non si è mai parlato così cristiano».

La mostra riminese si pone su un registro biografico. Un percorso guidato accompagna il visitatore lungo le principali tappe di una vita (1873-1914) che, del resto, non ha avuto – a parte la morte sul campo di battaglia il primo giorno della controffensiva della Marna – eventi esterni particolarmente eclatanti, essendosi sostanzialmente consumata nel faticoso lavoro di editare i Cahiers de la quinzaine. Il percorso biografico è funzionale a far prendere contatto diretto coi testi di Péguy, autore prolifico e dalla prosa così ricca da mettere in difficoltà chi voglia estrarne degli stralci e, nel contempo, così potente da arrivare ad espressioni che suonano come indimenticabili aforismi.

Per favorire ancora di più l’immedesimazione del visitatore, la mostra offre anche quattro tappe durante le quali sarà possibile vedere la messa in scena di alcuni momenti della vita di Péguy, non tanto in chiave descrittiva, quanto piuttosto per consentire la miglior fruizione possibile del testo péguyano, che è la lettura ad alta voce.

La mostra è arricchita dal video di una intervista inedita ad Alain Finkielkraut.
L’obiettivo è, in definitiva, quello di avvicinarci il più possibile – ben consapevoli, secondo l’insegnamento di Péguy stesso, che nessuno lo può produrre a suo piacimento – ad una mostra che sia avvenimento, l’avvenimento dell’incontro con un uomo di genio.

 

http://www.meetingrimini.org/default.asp?id=673&item=5996

La ferita dell’oblio dei padri

Dante José Liano

giovedì 29 gennaio 2015

Devo alla copiosa biografia di García Márquez, scritta dal raffinato e arguto Gerald Martin, un’osservazione molto puntuale. Martin conferma uno dei luoghi comuni della critica sul grande scrittore colombiano: l’influsso di Franz Kafka. Successe alla fine degli anni 40 del secolo scorso. García Márquez abitava in una pensione da quattro soldi, fingeva di studiare all’università, e divorava libri in omaggio alla sua invincibile vocazione letteraria.

Soffriva d’insonnia, e gli amici gli prestavano dei libri che lo aiutavano a conciliare il sonno. O, almeno, gli facevano passare la nottata. Una di quelle notti, qualcuno gli portò un libro appena stampato dalla casa editrice “Losada” e tradotto da Jorge Luis Borges. Il libro si chiamava La metamorfosi e il suo autore, Franz Kafka. Invece di dormire, García Márquez passò la notte in bianco, a leggere e rileggere il capolavoro dello scrittore praghese. “È così come si deve scrivere!” esclamò. E dopo: “È così come raccontava le storie mia nonna!”. E cioè, con la faccia di legno. Raccontare le cose più inverosimili con lo stesso tono con cui si raccontano i fatti quotidiani.

Gregor Samsa si svegliò un giorno convertito in uno scarafaggio, e ne prese atto senza scomporsi. Non si scompose la sua famiglia. Anche i protagonisti dei romanzi di García Márquez assistono a fenomeni sovrannaturali con la familiarità di chi beve il caffè al mattino: Maurizio Babilonia gira con un’aureola di farfalle gialle in testa, padre Nicanor lievita ogni volta che beve una tazza di cioccolato, Remedios la Bella ascende in cielo in corpo e anima trascinata de un lenzuolo che stava stendendo.

García Márquez aggiunge, a questa tecnica kafkiana, il suo contrario: le cose quotidiane sembrano fatti straordinari: il colonnello Aureliano Buendìa, da bambino, conosce il ghiaccio, e gli sembra qualcosa di fantastico; i sassi del fiume di Macondo paiono uova preistoriche; costruire una gabbia per uccelli diventa un’impresa meravigliosa.

Qui interviene Martin. Secondo lui, la somiglianza fra Kafka e García Márquez risiede, anche, in un’altra circostanza, diversa dalla tecnica del fantastico. La somiglianza risiede nel rapporto col padre. Conosciamo bene le relazioni conflittuali di Kafka con il proprio progenitore. Meno bene quelle di García Márquez con don Eligio García, il telegrafista transumante  che lo fece venire al mondo e che mai gli concesse uno sguardo di riconoscimento. Don Eligio era un uomo votato al fallimento. Non solo fece il telegrafista, ma provò fortuna con le farmacie. Ai suoi insuccessi come farmacista contrapponeva un successo con le donne. Un po’ poeta, un po’ ballerino, un po’ bohèmien, il signor Eligio non ebbe molto tempo da dedicare ai figli e ai figliastri. Tanto che la vera figura paterna per García Márquez fu il nonno materno, il colonnello Nicolás Márquez.

Nonostante ciò, tutta la vita, racconta Martin, Gabriel García Márquez tentò di ottenere l’approvazione del padre. Ma il signor Eligio mai gliela concesse. Al punto che, quando al figlio fu concesso il Premio Nobel, don Eligio commentò ai giornalisti esterrefatti: “E certo, glielo dovevano dare, visto che è grande amico di Mitterrand!”.

Altrettanto assente nella vita e altrettanto presente nell’opera, il padre di José María Arguedas, il grande romanziere peruviano autore de I fiumi profondi, lasciò un’impronta incancellabile nell’anima del figlio. Era una sorta di commesso viaggiatore e, rimasto vedovo molto presto, si trascinò dietro un bambino che vedeva raramente. Spesso, lo lasciava “dimenticato” in qualche fattoria delle Ande peruviane, e il piccolo José María crebbe in stretto contatto con la servitù indigena. Al punto che la sua lingua materna fu il quechua, l’idioma degli Incas, e imparò da vicino leggende, usi e costumi della popolazione più umili del Perù. Dobbiamo a questa trascuratezza paterna uno dei monumenti letterari dell’America Latina, quei “fiumi profondi” che mandano una musica segreta dal fondo dei burroni andini.

All’incontrario, un padre molto presente è quello di Neftalì Reyes, in arte Pablo Neruda. Massiccio ferroviere, uomo del popolo poco amante dei libri e molto della natura, fece crescere il figlio in un ambiente rude e primigenio, negli esuberanti boschi del Sud del Chile, dove gli alberi toccano il cielo e gli animali proliferano più degli esseri umani. Ripetute volte, Neruda tornerà, nei suoi versi, a cantare la natura cilena, in ciò che ha di profondo, tellurico e commovente. E ripetute volte tornerà a cantare la figura del padre, forte, possente, concreto.

Ma forse il padre più importante in tutta la letteratura ispanoamericana non è quello distratto di García Márquez, quello nomade di Arguedas, quello imponente di Neruda, quello assente di Vargas Llosa, quello influente di Borges, quello colonizzatore dell’Inca Garcilaso della Vega. Forse il padre più importante è un padre fittizio, il padre di Juan Preciados, protagonista del capolavoro di Juan Rulfo, Pedro Páramo. «Sono venuto a Comala perché mi dissero che qui viveva mio padre, tale Pedro Páramo. Mia madre me lo disse. E io le promisi che sarei venuto a trovarlo non appena lei moriva. […] “Non chiedergli niente. Esigi ciò che è nostro. Ciò che aveva l’obbligo di darmi e mai mi diede… L’oblio in cui ci tenne, figlio mio, riscuotilo caro”».  La ricerca del padre crea un capolavoro in meno di cento pagine. Ed è un ritratto intimo, intenso e notevole del Messico profondo.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2015/1/29/LETTURE-Garc-a-M-rquez-Neruda-Rulfo-il-padre-e-tutto/print/577146/

Orfani di veri padri

Papa Francesco, oggi all’Udienza generale, ha parlato di Dio “padre”. Questa è una parola, ha spiegato il Pontefice, che riassume bene il rapporto di ogni cristiano con il Creatore, visto che è il termine utilizzato da Gesù per chiamare Dio. E’ lui che ci ha insegnato a rivolgerci a lui così: “Il senso di questo nome ha ricevuto una nuova profondità proprio a partire dal modo in cui Gesù lo usava per rivolgersi a Dio e manifestare il suo speciale rapporto con Lui. Il mistero benedetto dell’intimità di Dio, Padre, Figlio e Spirito, rivelato da Gesù, è il cuore della nostra fede cristiana”.

L’ASSENZA DEL PADRE. Questo termine “indica una relazione fondamentale la cui realtà è antica quanto la storia dell’uomo. Oggi, tuttavia, si è arrivati ad affermare che la nostra sarebbe una ‘società senza padri’. In altri termini, in particolare nella cultura occidentale, la figura del padre sarebbe simbolicamente assente, svanita, rimossa. In un primo momento, la cosa è stata percepita come una liberazione: liberazione dal padre-padrone, dal padre come rappresentante della legge che si impone dall’esterno, dal padre come censore della felicità dei figli e ostacolo all’emancipazione e all’autonomia dei giovani”.
E’ vero che “talvolta”, ha spiegato Francesco, “in alcune case regnava in passato l’autoritarismo”, ma è anche vero che oggi si è passati “da un estremo all’altro. Il problema dei nostri giorni non sembra essere più tanto la presenza invadente dei padri, quanto piuttosto la loro assenza, la loro latitanza. I padri sono talora così concentrati su se stessi e sul proprio lavoro e alle volte sulle proprie realizzazioni individuali, da dimenticare anche la famiglia”.

ORFANI IN FAMIGLIA. Questa latitanza, ha proseguito Bergoglio, ha delle gravi conseguenze: “L’assenza della figura paterna nella vita dei piccoli e dei giovani produce lacune e ferite che possono essere anche molto gravi. E in effetti le devianze dei bambini e degli adolescenti si possono in buona parte ricondurre a questa mancanza, alla carenza di esempi e di guide autorevoli nella loro vita di ogni giorno, alla carenza di vicinanza, alla carenza di amore da parte dei padri. E’ più profondo di quel che pensiamo il senso di orfanezza che vivono tanti giovani. Sono orfani ma in famiglia perché i papà sono spesso assenti, anche fisicamente, da casa, ma soprattutto perché, quando ci sono, non si comportano da padri, non fanno un dialogo con i loro figli, non adempiono il loro compito educativo, non danno ai figli, con il loro esempio accompagnato dalle parole, quei principi, quei valori, quelle regole di vita di cui hanno bisogno come del pane. La qualità educativa della presenza paterna è tanto più necessaria quanto più il papà è costretto dal lavoro a stare lontano da casa. A volte sembra che i papà non sappiano bene quale posto occupare in famiglia e come educare i figli. E allora, nel dubbio, si astengono, si ritirano e trascurano le loro responsabilità, magari rifugiandosi in un improbabile rapporto ‘alla pari’ con i figli. Ma, è vero che tu devi essere compagno di tuo figlio, ma senza dimenticare che tu sei il padre, eh! Ma se tu soltanto ti comporti come un compagno alla pari del figlio, non farà bene al ragazzo”.

NON VI LASCERO’ ORFANI. Papa Francesco ha poi proposto un parallelo interessante tra la figura paterna e le istituzioni, chiamate anche loro, in qualche modo, ad avere una responsabilità nei confronti dei cittadini.
“La comunità civile con le sue istituzioni, ha una certa responsabilità – possiamo dire paterna – verso i giovani, una responsabilità che a volte trascura o esercita male. Anch’essa spesso li lascia orfani e non propone loro una verità di prospettiva. I giovani rimangono, così, orfani di strade sicure da percorrere, orfani di maestri di cui fidarsi, orfani di ideali che riscaldino il cuore, orfani di valori e di speranze che li sostengano quotidianamente. Vengono riempiti magari di idoli ma si ruba loro il cuore; sono spinti a sognare divertimenti e piaceri, ma non si dà loro il lavoro; vengono illusi col dio denaro, e negate loro le vere ricchezze”.
“E allora – ha concluso Francesco – farà bene a tutti, ai padri e ai figli, riascoltare la promessa che Gesù ha fatto ai suoi discepoli: ‘Non vi lascerò orfani’. E’ Lui, infatti, la Via da percorrere, il Maestro da ascoltare, la Speranza che il mondo può cambiare, che l’amore vince l’odio, che può esserci un futuro di fraternità e di pace per tutti. Qualcuno di voi potrà dirmi: ‘Ma Padre, oggi lei è stato troppo negativo. Ha parlato soltanto dell’assenza dei padri, cosa accade quando i padri non sono vicini ai figli… È vero, ho voluto sottolineare questo, perché mercoledì prossimo proseguirò  questa catechesi, mettendo in luce la bellezza della paternità. Per questo ho scelto di cominciare dal buio per arrivare alla luce. Che il Signore ci aiuti a capire bene queste cose. Grazie”.

Leggi di Più: Papa Francesco: “L’assenza dei padri” | Tempi.it

Memoria

Berlicche

“Nonna, nonna, perché tieni le finestre chiuse e le tende tirate?”
“Perché non c’è niente da vedere, cara.”
“Ma nonna, è una magnifica giornata! Il mare è stupendo, e il panorama toglie il fiato.”
“Ah, cara, pensi così perché non hai mai visto il mare di quando ero giovane io! Quello era davvero mare. Non c’è paragone con quello di adesso.”
“Nonna, scusa, non capisco. Cos’aveva di diverso da quello di oggi?”
“Se lo avessi visto capiresti. E’ passato tanto tempo, ma lo rammento perfettamente. Non potrò più dimenticarlo.”
“Anche oggi però è veramente bello.”
“Cosa, cara?”
“Il mare, nonna.”
“Ah, il mare! Mi piacerebbe farti vedere il mare di quand’ero bambina. Lo ricordo perfettamente. Ho una buona memoria, sai”.
“Nonna, ma perché non guardi fuori dalla finestra adesso? Sono sicura che ti ricorderebbe i tuoi tempi. Ti piacerebbe.”
“Sciocchina, non ho bisogno di vedere per ricordare. Vieni qui, che…

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Il male è una presenza

 

Il radicalismo islamico non va messo solo in relazione al “disagio sociale”, ma alla questione del male. Anthony Burgess aveva capito tutto

arancia-meccanica-wallpaperCaro direttore, pochi giorni fa si è saputo che uno studente della Normale di Pisa è stato espulso dall’Italia per sospetti legami con gruppi jihadisti. Si tratta del venticinquenne turco Furkan Semih Dundar, dottorando in fisica, ammesso alla Normale per le sua competenza nella fisica dei buchi neri e nella connessione di questa con la teoria delle stringhe. Fra novembre e dicembre, ha inviato messaggi sospetti a siti jihadisti e a siti governativi italiani e statunitensi. In ogni caso, questi messaggi erano troppo vaghi per provare che egli fosse collegato a gruppi jihadisti. Per il momento l’unica accusa formalizzata contro di lui è “procurato allarme”.

In una intervista apparsa su Repubblica, Dundar dichiara di non essere più musulmano da tanto tempo e c’è da credergli. Nessun musulmano, infatti, potrebbe mai fare una apologia del paganesimo e di Nietzsche: «Ma nel 21esimo secolo il concetto di amore è collassato, il sistema di valori sia in Occidente che in Oriente è in crisi. L’amore è stato superato dalla lussuria. L’unica soluzione per cui la gente possa trovare pace è il paganesimo, che si adatta all’esistenza delle moltitudini che hanno stili di vita diversi. Nietzsche aveva ragione, dopotutto».

Dunque, sembra estremanete improbabile che questo giovane brillante dottorando sia un individuo pericoloso. Tuttavia, non dobbiamo credere che un giovane brillante dottorando non possa a priori diventare un terrorista. Più precisamente, non dobbiamo credere a Socrate. Il troppo venerato filosofo sosteneva che per fare il bene basta conoscere il bene. Chi fa il male, secondo il filosofo, semplicemente ignora il bene. I moderni non hanno fatto altro che esasperare il pensiero di Socrate: se per l’antico filosofo il male nasce dall’ignoranza del bene, per i moderni il male nasce dall’ignoranza tout court. “Diamo ai giovani cultura”, dicono gli intellettuali à la page, “e li terremo lontani dalla violenza”.

In realtà, non sembra davvero che la cultura renda i giovani buoni. Quello che sappiamo, è che la migliore formazione culturale occidentale non ha tenuto molti giovani brillanti di religione musulmana alla larga dal terrorismo. Per la cronaca, la maggioranza dei capi islamici fondamentalisti possono esibire con orgoglio prestigiose lauree conseguite in prestigiose università occidentali o in università orientali occidentalizzate. Il miliardario Bin Laden fu educato nell’esclusivo collegio Le Rosey, in Svizzera, mentre Hassan el Turabi, ideologo del regime sudanese e mandante del genocidio scientifico dei cristiani, si è laureato ad Oxford e alla Sorbona. Tornando indietro nel tempo, Muhammad Iqbal, uno dei principali teorici dell’indipendenza del Pakistan dall’India, aveva studiato ad Oxford ed aveva meritato il titolo di baronetto. In realtà, si fatica a trovare gente priva di istruzione superiore anche fra i semplici manovali del terrore. Tutti ricordano che Mohammed Atta, capo del commando di terroristi dell’11 settembre, aveva conseguito una laurea in ingegneria in Germania. Per identificare “Jihadi John”, il terrorista che ha decapitato James Foley e Steve Sotloff, gli esperti hanno concentrato la loro attenzione su tre cittadini britannici, residenti a Londra, che hanno lasciato la madre patria per andare a combattere in Siria. Ebbene, fra essi c’è pure uno stimato professionista: il medico Shajul Islam, 28 anni.

La verità indiscutibile che emerge dalle biografie degli islamisti è che per diventare terroristi non c’è bisogno di ignorare il bene. Viene in mente il romanzo Arancia Meccanica di Anthony Burgess, da cui è stato tratto l’omonimo film di Stanley Kubrik. Nel brano seguente c’è la chiave di interpretazione di tutto il romanzo. Sebbene Alex, protagonista e voce narrante del romanzo, usi uno strano “slang” sub-urbano, le sue parole sono abbastanza chiare:

«La gazzetta parlava come al solito di ultraviolenza e rapine nelle banche (…) E c’era il un tamagno grande articolo sulla Gioventù Moderna (parlavano di me, così feci un bell’inchino, ghignando da scardinato) di qualche martino calvo e intelligentone. (…) Questo martino così istruito diceva le solite trucche sulla mancanza di autorità dei genitori e la carenza, come diceva lui, d’insegnati cinebrivido che avrebbero dovuto togliere ogni velleità ai loro innocenti pupilli a forza di bastonate fino a farli chiedere pietà. Tutte stronzate di questo genere, però era bello sapere che noi si faceva notizia ogni giorno, o fratelli. Di articoli sulla Gioventù Moderna ce n’erano sempre, ma la trucca migliore che avessero mai stampato sulla vecchia gazzetta era un bigio papalone col collare da cane che diceva come, secondo la sua stimatissima opinione, e lui sprolava da uomo di Zio, ERA IL DIAVOLO CHE SI TROVAVA OVUNQUE che si scavava la sua strada dentro la giovane carne innocente, ed era il mondo degli adulti che doveva assumersene la responsabilità per via delle loro guerre e delle bombe e tutte quelle assurdità. Ora sì che andava bene. Lui sì che sapeva di cosa parlava dato che era un uomo di Dio. E dunque noi malcichi eravamo innocenti e nessuno poteva darci la colpa. Benebenebene. (…) Mi feci una gufata, però, ripensando a quello che avevo letto una volta in uno di questi articoli sulla Gioventù Moderna, su come la Gioventù Moderna sarebbe stata migliore se si fosse riusciti a incoraggiare l’Amore per le Arti. La Grande Musica, diceva, e la Grande Poesia avrebbero calmato la Gioventù Moderna e avrebbero inserito la Gioventù Moderna nella società civile. Inserito nelle mie berte sifilitiche. La musica mi rendeva ancora più sviccio, mi faceva sentire come il vecchio Zio in persona, pronto a far tuoni e saettame e ad avere martini e quaglie scriccianti in mio ha ha potere».

A proposito della Grande Musica, tutti ricordano la scena del film di Kubrick in cui Alex (Malcolm McDowell) si abbandona misticamente a visioni di “dolce ultraviolenza” mentre ascolta la Nona di Beethoven. A parte questo, il teppista Alex è molto soddisfatto di quello che legge: «E dunque noi malcichi eravamo innocenti e nessuno poteva darci la colpa». In effetti, per gli intellettuali moderni il criminale è sempre innocente, sempre vittima di qualcosa, in primo luogo della società: «L’uomo è buono e la società lo rende cattivo» (Jean-Jacques Rousseau, Il contratto sociale). Poiché si rifiuta di pensare che l’uomo possa non essere buono, l’intellettuale moderno cercherà sempre le cause del male fuori dall’uomo stesso, più precisamente fuori dalla sua volontà: ora nell’ignoranza del bene, ora nella mancanza di cultura, ora nelle tare psichiatriche, ora nelle “ingiustizie sociali”.

Ad esempio, in molti articoli apparsi negli ultimi giorni la conversione dei tre terroristi del 7 gennaio al radicalismo islamico viene messa insistentemente in relazione al “degrado” e ad un “disagio sociale” che regnerebbero incontrastati nelle banlieues francesi. Ma in realtà, dal punto di vista economico quei tre “disagiati” non se la passavano tanto male, sicuramente meglio di tanti europei autoctoni, che a causa della crisi vivono oggi al di sotto della soglia di povertà. Dei due fratelli Said e Chérif Kouachi sappiamo che sono cresciuti in una casa famiglia a spese dello stato francese (ossia a spese dei contribuenti della nazione che volevano distruggere) mentre di Amedy Coulibaly sappiamo che nel 2009 aveva ottenuto un buon posto di lavoro in una fabbrica della Coca cola. E non dimentichiamo mai che il defunto Osama Bin Laden era una specie di miliardario.

Ma torniamo brevemente al romanzo. Anthony Burgess, che sembra fosse profondamente influenzato dalle idee del famoso convertito inglese John Henry Newman, enfatizza con le maiuscole quello che secondo lui è la verità: «ERA IL DIAVOLO CHE SI TROVAVA OVUNQUE». In effetti, alla base di Arancia meccanica c’è la critica alla visione tipicamente illuminista dell’uomo, di cui lo studioso dell’illuminismo Ernest Cassirer mette a fuoco il tratto principale: «Il pensiero del peccato originale è l’avversario comune, a combattere il quale si uniscono i diversi indirizzi della filosofia illuministica. Troviamo il Hume a fianco del deismo inglese come il Rousseau a fianco del Voltaire» (E. Cassirer, La filosofia dell’illuminismo). Insomma, la verità ostinatamente negata dalla cultura moderna è che la radice del male è nel cuore dell’uomo, e che il cuore dell’uomo è costantemente insidiato da una misteriosa presenza che è riuscita a convincerci della sua inesistenza. È il diavolo, non le ingiustizie sociali, a spingere i giovani al terrorismo.

Leggi di Più: Il jihadismo islamico e Arancia meccanica | Tempi.it

 

“Nella compagna sua si riparava”

Parlare per immagini è sempre efficace e anche quest’anno papa Francesco ci offre un’icona evangelica sulla quale meditare, per entrare nella comunicazione da una porta meno scontata di quelle che usiamo abitualmente: la visitazione di Maria. Dopo l’ascolto dell’annuncio dell’angelo e il suo libero “sì”, Maria senza indugio si mette in cammino: fecondata dalla Parola prende l’iniziativa (primerear). Accorciando le distanze, corre tra le braccia della cugina: «E barcollarono le donne l’una verso l’altra, e capelli e vesti si toccarono. Ciascuna, colma del suo tempio, nella compagna sua si riparava». Così Rainer Maria Rilke ha immaginato la scena di questo incontro. E questo noi possiamo ricavare: la parola ricevuta, l’annuncio di una vita nuova (nella salvezza, offerta a tutti) è il primo messaggio che ci mette in movimento, la gioiosa motivazione originaria a uscire, ad andare verso l’altro. Possiamo dire una parola perché l’abbiamo ricevuta. E il primo messaggio è “sono con te”.

Il “grembo” è poi la prima scuola di comunicazione, scrive papa Francesco. Segnata insieme da intimità e mistero, la comunicazione mamma-bambino è l’esperienza originaria e universale cui tornare per capire cosa significa comunicare oggi, in un mondo iper-tecnologico dove si respira aria di post-umano. Un’esperienza fatta di contatto e ascolto, segnali quasi impercettibili che hanno del miracoloso e che rendono espressioni come “madre surrogata” astratti e insensati tecnicismi, colpevolmente ciechi all’esperienza. Un’esperienza di tutti, perché ognuno di noi è nato da una madre ed è stato rassicurato per tante settimane dal ritmo del suo battito e dal suono della sua voce. Le parole vengono dopo, tanto più significative quanto più alimentate da questa radice. Comunicare è dunque prima di tutto riconoscere ed esultare: è proprio Giovanni, nel grembo di Elisabetta, il primo a salutare «dando guizzi», come scrive ancora Rilke. E poi è benedire, come la risposta di Elisabetta ci suggerisce. Questa, in un mondo troppo inquinato dal dire-male, diviso da parole strattonate per avallare l’una o l’altra di alternative troppo spesso pretestuose, è una lezione preziosa.

La famiglia stessa è poi il grembo della nostra “seconda nascita”, dove si impara a comunicare e ci si rigenera ogni giorno grazie alla comunicazione, in tutte le sue tante modulazioni: la preghiera, il perdono, la parola di vicinanza, il raccontarsi. Ma anche gli abbracci, i silenzi, le lacrime asciugate e tutte le sfumature di quel prezioso linguaggio – con le parole di Mario Luzi – «sconosciuto in ogni scuola, trasmesso dalla madre al figlio in un’occhiata sfuggente, senza farne parola». Un linguaggio del corpo, ma di un corpo pieno di grazia; un linguaggio che non si impara sui libri, sui banchi, nei master, ma nel grembo.

La famiglia è il luogo dell’imperfezione che non schiaccia, dell’amore che diviso si moltiplica, dei difetti che sommati si riducono. Una “comunità comunicante” dove le persone più intime non si sono scelte, dove tante volte si fallisce, ma dove è sempre possibile ricominciare. Una comunità che se rimane chiusa in se stessa soffoca, e perciò deve aprirsi nello spazio e nel tempo. Nello spazio, tenendo dischiuse le porte, visitando e sostenendo altre famiglie, alla scuola di Maria ed Elisabetta. Nel tempo, tenendo saldo il filo della vita nella catena delle generazioni. La visitazione è anche l’immagine di questa compresenza: madri e figli, ma anche il Padre e il richiamo a chi è venuto prima e verrà dopo (nel canto del Magnificat). Possiamo comunicare nella consapevolezza che siamo qui grazie ad altri, a ciò che ci hanno insegnato, alla vita che ci hanno consegnato. Nella comunicazione autentica gli anelli di questa catena sono sempre presenti.

La comunicazione, infine, può trasfigurare la realtà o sfigurarla. La visitazione indica la via della trasfigurazione. Due donne semplici, su strade polverose, nella delicata condizione di madri a venire, sono il luogo in cui si rivelano le meraviglie del Signore, dove egli compie «grandi cose». In un mondo prometeico che pretende di trasformare tutto, esercitando in modo sempre più sofisticato la potenza, trasfigurare è l’alternativa “deponente”, grata e consapevole del limite che, proprio perché non ingombra dell’io, apre possibilità inaspettate di grazia e grandezza. Ricordiamolo, quando ascoltiamo, pronunciamo e scriviamo parole in tutti i territori, anche digitali, che ogni giorno attraversiamo.

http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/giornata-comunicazioni-giaccardi.aspx

Sottomissione for dummies (lezione per ripetenti)

il blog di Costanza Miriano

acropoli

di Costanza Miriano   per La Croce – quotidiano

Non pensavo che qualcuno mi si sarebbe filato ancora su questa storia della sottomissione. Insomma l’ho spiegata anche al maiale. Pensavo di essere finalmente fuori moda. Invece per colpa o merito del mio amico Mario mi ritrovo a cercare di spiegare di nuovo cosa ho capito io della parola sottomissione usata da San Paolo, e lo faccio per la volta numero duecentosettantaquattro – includendo i tentativi in inglese e violettese (quella specie di lingua spagnola imparata sentendo le canzoni di Violetta, che mi si è resa necessaria quando la Procura generale spagnola ha aperto un fascicolo nei miei confronti su mandato del ministro della Salute e della Pari opportunità, per l’ipotesi di istigazione alla violenza sulle donne. Non mi riprenderò mai dalle risate fatte pensando al magistrato spagnolo che si è dovuto sorbire i racconti dei vomiti dei miei figli nel…

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Mogli e mamme per vocazione

il blog di Costanza Miriano

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di Rossana Barbirato   con Eleonora Lancerotto e Sara Martini

Il matrimonio cristiano è una vocazione? La chiamata a vivere questo stato di vita si può paragonare alla vocazione alla vita consacrata o al sacerdozio?

San Giovanni Paolo II, nell’udienza del 18 agosto 1982, afferma che “il matrimonio corrisponde alla vocazione dei cristiani solo quando rispecchia l’amore che Cristo Sposo dona alla Chiesa sua Sposa, e che la Chiesa cerca di ricambiare in Cristo”. Il matrimonio cristiano, quindi, ha in sé un’esigenza radicale: chiede che gli sposi siano disposti e capaci di donarsi l’uno all’altro, di sacrificarsi, se necessario, a modello di Colui che non ha smesso di amare neanche quando era inchiodato alla croce.

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Un volto eccezionale

 

Quest’anno, per quelle che sembrano soprattutto ragioni casuali, il New York Encounter mi è sembrato cresciuto di colpo. È cambiato il luogo, più che altro per questioni burocratiche e sindacali, e questo fatto ha finito per cambiare tutto il tono e l’atmosfera della manifestazione. La vecchia location, il Manhattan Center, aveva degli aspetti molto belli – come l’auditorium, un vero e proprio teatro molto bello – e in qualche modo gli organizzatori ci erano affezionati, perché aveva visto muovere i primi passi dell’Encounter negli anni precedenti. Ma era anche un posto un po’ scuro e vecchio stile, che finiva per dare alla manifestazione una certa impronta: un po’ cupa, in definitiva, e per certi versi quasi funerea.

Il posto di quest’anno, il Metropolitan Pavilion, ha cambiato tutto in modo inaspettato. Un edificio luminoso e arioso, su cinque piani – di cui tre interamente occupati dall’Encounter – ha trasportato gli eventi che vi accadevano direttamente nel presente, danno un’impronta anche ai contenuti.

Il tema, “In cerca di un volto umano”, ha illuminato molte questioni e dilemmi che riguardano l’oggi. A fuoco c’era la questione dell’identità umana, sottoposta a tutte le pressioni della modernità: il ruolo della scienza, le comunicazioni di massa, il rapporto tra libertà e tradizione, la globalizzazione, il nazionalismo e l’influenza dell’identità religiosa sull’unire o dividere i popoli. C’erano incontri sulla ricerca dell’identità, sul cinema americano, il blues, la letteratura. L’evoluzione è stata oggetto sia di un dibattito che di una mostra.

L’evento che più mi ha colpito è stata una mostra: I am Exceptional: the Millennial Experience (Io sono eccezionale: l’esperienza dei “Millennials”). Un’indagine che ha scavato nell’esperienza e nei dilemmi dei “Millennial kids – i ragazzi nati tra metà anni Ottanta e metà anni Novanta – abbracciando e confrontandosi con molti punti della cultura di cui sono permeati.

Nel tentativo di dar forma a una nuova identità per sé nella cultura dei social network e degli smartphone, offrono ai loro genitori un’immagine deludente, sembrano privi di obiettivi e motivazioni, mentre forse sono la generazione con più domande dagli anni Sessanta – pur in una forma completamente diversa.

Se la generazione dei figli dei fiori poneva le questioni dell’organizzazione sociale e della libertà di costumi, i Millennialshanno ora la possibilità di arrivare ad un livello più profondo. Se apparentemente hanno a disposizione risposte preconfezionate per ogni possibile domanda tipica della gioventù, sembrano, però, respingere tali risposte al di là di ciò che a prima vista potrebbe sembrare un risentimento viziato, ma che assume sempre più i tratti della ricerca di una nuova formula.

«L’indirizzo che avevo dato alla mia vita si è rivelato una menzogna», ha scritto un ragazzo nella sua pagina Facebook. «Questo inganno mi sta conducendo a un punto che sta diventando singolarmente e straordinariamente senza importanza». La vita non li raggiunge nelle forme in cui era stato loro promesso, ma ciò genera una tensione inaspettatamente positiva. La mostra, curata da un gruppo di autentici Millennialsha offerto uno sguardo ricco di stimoli su un elemento di novità della cultura occidentale, in cui i più giovani hanno sorpreso gli adulti recuperando qualcosa che era andato perduto e traducendolo in nuovi elementi e frasi.

Questa generazione – in una forma quale non era stata adottata da nessuna generazione di giovani in epoca recente – cerca nei volti della folla il volto dell’eccezionale. A che cosa potrebbe somigliare questo volto? Chi offre qualcosa di più, e cosa potrebbe essere questo “più”? La mostra propone un paradosso: solo nella possibilità di qualcosa di eccezionale sta la speranza di qualcosa di legato alla natura dell’uomo, qualcosa che corrisponda a ciò che manca, a ciò che il cuore è incapace di trovare in questo momento storico. «Se Dio si è fatto uomo, se è venuto fra noi, se viene adesso, se si è infiltrato in questa folla ed è qui in mezzo a noi, riconoscerlo come divino dovrebbe essere semplice, proprio in virtù della sua eccezionalità incomparabile. Riconoscere che è qualcosa di eccezionale, fuori dell’ordinario, irriducibile a qualsiasi analisi, dovrebbe essere semplice…».

Questa è la preghiera dei Millennials, e forse la provocazione che meglio ha caratterizzato il New York Encounter del 2015.

 

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