Il realismo è la Grazia che ci precede

Daniele Gigli

martedì 30 dicembre 2014

Una guerra, allora, e poi un’altra guerra: «L’enorme tragedia del sogno sulle spalle curve del contadino» (Canto LXXIV, p. 2). Una guerra annunciata, già scritta negli odi mai seppelliti della prima, un tumore covato negli anni, in quegli anni che Eliot diceva «largamente sprecati, gli anni entre deux guerres» (T.S. Eliot, East Coker, V). La tragedia di un mondo che — per l’illusione mortale di dire «mai più» — non seppe che moltiplicare violenza e perversione.

Una tragedia collettiva che Ezra Pound assume nella propria tragedia personale, raccontandola nei Canti Pisani, scritti di getto tra l’estate e l’autunno del 1945 dal Disciplinary Training Center di Pisa. Lì viene imprigionato dopo essere stato prelevato nella sua casa di Rapallo il 3 maggio 1945; lì subisce, notte e giorno in una gabbia esposta alle intemperie, la prima umiliante vendetta da parte dei compatrioti per il suo «tradimento». Quale tradimento, è noto: l’appoggio ideale al regime mussoliniano e, soprattutto, i discorsi alla radio italiana in cui più volte, tra il 1941 e il 1943, si era scagliato contro la guerra, contro l’intervento americano e — orrore massimo — contro la politica di Roosevelt, che considerava miope e contraria allo spirito della Costituzione dei Padri.

Nella gabbia, il corpo di Pound ci resterà per tre settimane; ma è la sua mente, la sua anima, che da quelle sbarre ferite dal sole a picco non sapranno, né forse vorranno, più uscire. Ed ecco allora, perché la tragedia possa essere guardata, prima ancora che intesa, la caccia alle ragioni, a quel seme infelice dell’uomo che — cercando il bene — trova inevitabilmente in sé la pianta del male. L’apertura dei Pisani ci offre così un elenco conciso di vittime simboliche che tagliano la storia e il mito, il tempo e il senza tempo: il contadino con le spalle curve, il predicatore Mani conciato e impagliato, Mussolini e Claretta Petacci appesi «per i calcagni a Milano» e Digenes, «il due volte crocifisso», di cui Pound ci chiede «dove lo trovate nella storia»? (Canto LXXIV, p. 2). Immagini, queste immagini iniziali, con cui la tragedia dell’uomo urla tutto il suo schianto e il suo fragore; e allora, dice Pound, chiamate il mio amico Eliot, ditegli che aveva torto: il mondo finirà non con una lagna, ma con uno schianto, e quella che stiamo vedendo è la fine del mondo! Non costruiremo più, non riusciremo a tirar su la città di Dioce, la città di sogno «che ha le terrazze color delle stelle» (Canto LXXIV, p. 2).

Accanto alle vittime, insieme ad esse, ecco allora i colpevoli, i possibili colpevoli che Pound passa in rassegna a volo d’aquila, sempre avvicinandosi e sempre tuttavia distante dall’obbiettivo: l’inettitudine delle masse anonime («Temi iddio e l’idiozia della plebe», Canto LXXIV, p. 2); i finanzieri signori della guerra; i loro presunti antagonisti, in fondo complici: «Mai nel paese ad alzare il tenore di vita, disse Lenin/ ma sempre all’estero a incrementare i profitti degli usurai,/ e vendere cannoni aumenta il vendere cannoni,/ non s’ingorga il mercato degli armamenti/ non c’è saturazione» (Canto LXXIV, p. 10).

Ancora una volta, è l’usura a ergersi come mostro tentacolare capace di assimilare e corrodere il vivere comune. Ma l’usura finanziaria e monetaria non è per Pound che una delle possibili espressioni di un’usura più profonda e più feroce, di quel possesso di sé che impedisce di donarsi e di servire realmente l’ordine delle cose. È un «dramma soggettivo», ci dice Pound, perché, come gli ha insegnato Scoto Eriugena, «tutto ciò che è, è luce» e il dramma di ogni frammento dell’essere è quello di riconoscere e accogliere la forma che gli è imposta da chi lo crea: «Sunt lumina/ ché il dramma è del tutto soggettivo,/ la pietra sa la forma che lo scultore imparte,/ la pietra conosce la forma» (Canto LXXIV, p. 12). 

L’usura, quindi. Ma prima e avanti tutto, l’usura di sé, il non dono, l’ansia di possedersi nel tentativo di farsi felici. È qui, ci dice Pound, il seme di ogni usura, di ogni tormento, di ogni guerra, ché se si è in guerra con se stessi non si può essere in pace con gli altri. Perché, ce lo ricorda il salmo, «un baratro è l’uomo e il suo cuore un abisso» e non c’è autodisciplina che regga, quando forte è il desiderio e misera la sua forma:

Quanto meschini i tuoi odi,
nutriti di falso,
deponi la tua vanità,
avido di distruggere, avaro di carità
deponi la tua vanità,
ti dico, deponila.

(Canto LXXXI, p. 192)

Non è l’amore alle cose né la brama in sé, dice Pound, a farci usurai di noi stessi e del prossimo. È piuttosto l’amore distorto e pervertito, il desiderio immeschinito nelle cose piccole, nel potere di bottega, nell’esercizio quotidiano e sudaticcio del volere e dell’avere. Ché al contrario, quello che amiamo bene e profondamente, quello che amiamo di alto e vero, è ciò che resta in noi e di noi: «Quello che sai amare resta,/ il resto è scoria./ Quello che sai amare non ti verrà strappato./ Quello che sai amare è la tua vera eredità.» (Canto LXXXI, pp. 190-192). Ma come sa chiunque abbia amato almeno un istante, non è per scrupolo che capita di sapere amare, ma solo per il miracolo di un istante di realismo che ci fa conoscere l’oggetto del desiderio come un dono. Ecco allora che nella battaglia tra la brama e il fallimento, tra il desiderio del bene e la miseria degli esiti, sorge — in un miracolo di realismo — la domanda ultima: «Di chi, il mondo: mio, loro/ o di nessuno?» (Canto LXXXI, p. 192).

È in questo istante di realismo che il peso dell’enorme tragedia, e della complicità offertale nel tentativo buono di contrastarla, può trovare un primo germoglio di pacificazione. Nell’accogliere sé e le cose come presenti prima e al di là della propria volontà, nell’accorgersi realmente che «[…] non fu l’uomo/ A creare il coraggio, o l’ordine, o la grazia» (Canto LXXXI, p. 192). Nell’accorgersi così che anche il desiderio è un dono e che il suo errore non è nell’esserci, ma nel fermarsi a mezza via, incosciente della sua natura infinita, diffidente che possa davvero compiersi:

Ma avere fatto piuttosto che non fare
questa non è vanità
[…]
Avere colto dall’aria una tradizione viva
o da un occhio esperto e fiero la fiamma inconquistata
questa non è vanità.
L’errore è tutto nel non fatto,
nella diffidenza che tentenna.

(Canto LXXXI, p. 194)

(I numeri di pagina sono quelli relativi al testo originale in Ezra Pound, Canti Pisani, Garzanti, Milano 2004. Le traduzioni sono a cura dell’autore)
http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2014/12/30/LETTURE-Ezra-Pound-l-enorme-tragedia-del-sogno/print/568365/

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