Sopra ogni stella

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Arriva Natale e nelle nostre case è ritornata la cometa, l’astro che campeggia in ogni presepe a ricordo del cammino dei Magi verso Betlemme. Ma quest’anno la parola “cometa” forse rievoca in noi anche un’altra immagine, quella che ci ha lasciato Rosetta, la sonda dell’Agenzia Spaziale Europea che poco più di un mese fa ha emozionato il mondo posandosi proprio sulla superficie di una cometa, a una distanza di oltre cinquecento milioni di chilometri dalla Terra. Mai prima d’ora un oggetto costruito da mano d’uomo era sbarcato su un mondo tanto lontano. Le comete interessano molto gli scienziati perché sono testimoni speciali delle nostre origini cosmiche. Questi corpi simili ad asteroidi ghiacciati, grandi qualche chilometro, sono rimasti pressoché immutati per quasi cinque miliardi di anni e hanno custodito i segreti della nebulosa che diede origine al sistema solare. Inoltre le comete potrebbero aver contribuito alla formazione di molecole complesse facilitando così la comparsa dei primi microorganismi sul nostro pianeta. Avvicinandosi al Sole queste “palle di neve interplanetarie” si fanno belle. Il calore solare genera una chioma gassosa intorno al nucleo che, sospinta dal vento solare, forma la famosa “coda”. Così le comete possono diventare visibili a occhio nudo, talvolta in modo maestoso, e non sorprende abbiano attirato l’attenzione degli astronomi di ogni tempo, fin dall’antichità. L’astronomia anticamente era legata intimamente all’astrologia, e l’improvvisa comparsa di una cometa era considerata presagio di eventi eccezionali, sia infausti che fortunati.

Fu dunque una cometa ad ispirare il cammino dei Magi? Va detto subito che il racconto dell’evangelista Matteo, l’unico che lo riporta, non parla mai di “cometa” ma di “stella”. Anzi, usa la parola greca aster, che indica genericamente un astro o un evento astronomico, aprendo così il campo a molte interpretazioni. Come mai allora tutti diamo per scontato che si trattasse di una cometa? La tradizione risale all’inizio del XIV secolo quando Giotto, dipingendo la sua meravigliosa “Adorazione dei Magi” nella Cappella degli Scrovegni a Padova, decise di rappresentare la stella di Betlemme come una cometa. Il motivo è chiaro: pochi anni prima, nel 1301, Giotto aveva visto di persona lo spettacolo della cometa di Halley incombere in cielo e ne fu tanto impressionato da rappresentarla nel suo affresco. Da allora non c’è quadro della Natività o presepe al mondo nel quale non appaia la tradizionale cometa. Proprio per questo a Giotto è stata dedicata la sonda dell’Esa precursore di Rosetta, che nel 1985 si avvicinò alla cometa di Halley e ne studiò le caratteristiche fisico-chimiche.

La cometa di Halley può essere a buon diritto considerata la regina delle comete. Con la sua grande luminosità e il suo periodo di tre quarti di secolo torna a fare bella mostra di sé una volta ogni generazione. A lungo si è pensato che potesse essere la stella dei Magi, ma oggi questa ipotesi è caduta come conseguenza della precisione raggiunta dagli studi di astronomi e storici. Da una parte la meccanica celeste ci assicura che la cometa di Halley fu visibile nel 12 avanti Cristo. Dall’altra gli storici hanno sì ritoccato all’indietro la data di nascita di Gesù, ma l’hanno collocata tra il 7 e il 4 avanti Cristo, non abbastanza da renderla compatibile con il passaggio della cometa. Che cosa fu dunque l’astrum che spinse i Magi a mettersi in cammino? Potrebbe essere stata un’altra cometa. Oppure un altro evento insolito, come una supernova. In questo caso si tratterebbe dell’esplosione di una stella massiccia nella fase finale della sua evoluzione, un fenomeno raro che può manifestarsi come l’improvvisa comparsa in cielo di una nuova stella, anche molto brillante, per un periodo di qualche settimana. Tuttavia gli annali degli antichi astronomi cinesi e coreani, molto attenti a registrare eventi del genere, non danno riscontri significativi, a parte una cometa di modesta luminosità negli anni 4-5 avanti Cristo apparsa nella costellazione dell’Aquila.

Ma forse la pista più promettente è un’altra. Talvolta accade che due pianeti che percorrono le loro orbite a velocità diverse, appaiano in cielo allineati in modo tale da formare ai nostri occhi quasi un’unica luminosissima stella. Nel 1604 il grande Johannes Kepler poté ammirare un evento di questo tipo, una congiunzione tra Giove e Saturno. Ebbe un’intuizione e si gettò in un lungo calcolo: ebbene sì, proprio lo stesso fenomeno doveva essere accaduto in prossimità della nascita di Gesù. Oggi, grazie alla precisione della meccanica celeste e al potere di calcolo raggiunto, possiamo confermare con certezza che nell’anno 7 avanti Cristo per ben 3 volte (29 maggio, 3 ottobre, 4 dicembre) Giove e Saturno si sfiorarono sulla volta celeste, sullo sfondo della costellazione dei Pesci. Anche Marte si avvicinò, rendendo la scena ancor più ricca e insolita. Un evento astronomico non appariscente, ma che non poteva certo sfuggire ai Magi, presumibilmente astronomi persiani o caldei, attenti osservatori del cielo. Questa configurazione celeste avrebbe avuto per loro anche un forte significato astrologico e potrebbe così dare conto dell’intuizione che li avrebbe mossi al cammino. Nella simbologia del tempo infatti Giove rappresentava la “regalità” e la “divinità”, Saturno la “giustizia”, e la costellazione dei Pesci veniva associata al popolo ebraico. È quindi possibile che i Magi abbiano tradotto quel segno celeste nel concetto che «un grande re di giustizia sta per nascere in Israele». Ecco allora che si dirigono verso la Palestina e si recano nella reggia di re Erode chiedendo: «Dov’è il re dei Giudei che è nato?».

Il dibattito sulla stella di Betlemme sicuramente continuerà. Certo è che qualunque fosse la natura di quell’evento i Magi ne diedero un’interpretazione astrologica derivata dalla cultura del loro tempo. Ma come ha scritto Joseph Ratzinger nell’Infanzia di Gesù citando Gregorio Nazianzeno, «nel momento stesso in cui i Magi si prostrarono davanti a Gesù, sarebbe giunta la fine dell’astrologia, perché da quel momento le stelle avrebbero girato nell’orbita stabilita da Cristo». Gli astri che per millenni erano stati concepiti come dei o angeli o potenze superiori, capaci di determinare la nostra vita e il corso della storia, sono stati in quel momento demitizzati: «una svolta antropologica», perché, spiega Ratzinger, «l’uomo assunto da Dio […] è più grande di tutte le potenze del mondo materiale e vale più dell’universo intero». Così oggi possiamo ammirare i corpi celesti – dalle comete alle supernove, dalle stelle alle galassie – e anche tentare di conoscerli attraverso la scienza proprio perché non sono realtà soprannaturali ma creature provvisorie, segni di una Bellezza più grande. E così la cometa nel nostro presepe continuerà a essere segno della dimensione cosmica della nascita di quel Bambino, tutt’altro che appariscente, ma decisiva per la storia di ogni uomo e della realtà tutta.

http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/Il-ritorno-della-cometa.aspx

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