Cerchiamo tutti la stessa “persona”

La speranza vera di poter ricominciare dopo le grandi crisi si trova attingendo alle parole più vere che abbiamo detto nei momenti migliori della nostra vita, ai gesti più grandi e generosi che abbiamo fatto, ritornando alle promesse delle madri e dei padri che ci hanno generato. Ma senza la presenza dei profeti questo ‘ritorno’ non si compie, o si compie a costi troppo alti. Mosè sopra il monte Sinai riesce a ottenere persino la ‘conversione’ di YHWH ricordandogli le sue parole più grandi e l’antica e mai smentita promessa ai padri: «Ricorda Abramo, Isacco, Israele ai quali hai giurato in te e hai detto loro: renderò numeroso il vostro seme come le stelle del cielo» (Esodo 32,13). Se oggi riusciamo ancora a lavorare e a vivere dentro un certo benessere, lo dobbiamo in grande misura alle promesse e ai patti che i nostri padri e le nostre madri si sono fatti gli uni gli altri. Promesse e patti che hanno generato la Repubblica, le cooperative, le imprese, le istituzioni, le cattedrali. Ma prima ancora le loro promesse nuziali, che ci hanno consentito di crescere accuditi e amati nei primi anni di vita, quelli davvero decisivi, un accudimento e un amore che ci hanno fatto diventare poi anche buoni lavoratori e cittadini. Promesse mantenute spesso a costi molto alti, perché quei ‘per sempre’ fedeli erano pronunciati dentro una cultura dove la felicità più importante era quella dei figli, non la propria – una verità che ha fondato e alimentato nei secoli la nostra civiltà, e che tre soli, piccoli decenni di edonismo individualista minacciano di spazzare via.

«E Mosè era solito prendere la tenda e la piantava fuori dall’accampamento, lontano dall’accampamento, e la chiamava Tenda del convegno … E avveniva che quando Mosè usciva verso la tenda, tutto il popolo si alzava e ognuno stava in piedi all’ingresso della propria tenda e seguivano con lo sguardo Mosè, finché non fosse entrato nella tenda. E avveniva che quando Mosè entrava nella tenda, scendeva la colonna di nube e restava all’ingresso della tenda e parlava con Mosè» (33,7-8). Il primo tempio di YHWH sulla terra è stata una tenda mobile. Mosè aveva ricevuto istruzioni dettagliatissime su come costruire l’arca e il grande tempio, ma la prima casa di Dio fu un’umile e semplice tenda. E se la prima casa di YHWH fu una tenda, anche l’ultima non sarà un grande tempio dorato e potente, ma qualcosa di piccolo e umile come quella prima tenda. Le grandi cattedrali e i grandi e dorati templi sono cose seconde e penultime, perché la prima e l’ultima parola sul ‘convegno’ tra gli uomini e Dio sono quelle pronunciate sotto una piccola tenda mobile fuori e lontano dall’accampamento. L’Esodo, allora, non ci dice soltanto che la condizione umana è nomade e pellegrina: ci dice anche che la casa di Dio è nomade e pellegrina su questa terra.

Dentro quella piccola, mobile e umile tenda avviene però il convegno più impensabile per gli umani: «E YHWH parlava con Mosè faccia a faccia così come parla un uomo al proprio compagno» (33,11). Questa idea di Dio-amico ci giunge come un inedito assoluto – la filosofia greca (Aristotele) non ammetteva l’amicizia (philia) tra uomo e Dio, proprio per sottolineare e salvare l’asimmetria di questa relazione. Il Dio biblico può invece essere chiamato ‘amico’ da Mosè, da un uomo, e per questo resterà sempre esposto al rischio dell’abuso più grande: l’idolatria. Per questa ragione mentre ci annuncia questo dialogo ‘faccia a faccia’, l’Esodo deve subito negare che Mosè possa vedere il volto di Dio, neanche nell’intimità e nel segreto della tenda del convegno. L’unico ‘volto’ che Mosè vedrà durante la sua vita sarà una voce (non dimentichiamo mai che anche nel cristianesimo, dove quel Dio biblico assume un volto umano, per riconoscerlo e non scambiarlo per il giardiniere del sepolcro sarà necessario udire e riconoscere una
voce: «Maria», Gv 20,16).

Come e dove ci mettiamo di fronte alle parole che stiamo leggendo? Possiamo accostarci a questi testi con lo sguardo disincantato moderno, spogliandoli della colonna di nube, del dialogo tra Mosè e il suo Dio, e da tutti i dettagli che lo accompagnano. Ma possiamo anche leggere questi versi mettendoci oggi sulla soglia di una tenda di quell’accampamento e, accanto alle donne e agli uomini del popolo, seguire con gli occhi il procedere di Mosè verso il convegno. Vedere veramente quindi la colonna di nube che si posava sulla tenda, attendere in piedi o prostrati a terra che Mosè esca raggiante dal convegno, credere col popolo che sotto quella tenda si sta svolgendo un incontro vero di reciprocità tra l’infinito e il finito, e che è un dialogo d’amore («hai trovato grazia ai miei occhi e ti ho conosciuto per nome»: 33,17). Poi, correre incontro a Mosè per farci raccontare le parole della Voce, e ascoltarle come parole di vita dette oggi per noi, per me. Senza i nostri occhi accanto agli occhi di quegli antichi uomini e donne, non vediamo né Mosè né il suo Dio, e non capiamo la tragedia del vitello aureo, e continuiamo a chiamarlo YHWH.

Al culmine di questo dialogo mirabile, Mosè arriva a chiedere l’impossibile: «Mostrami la tua gloria!». Mosè sapeva (certamente lo sapeva lo scrittore dell’Esodo) che il loro Dio diverso non poteva essere visto dai vivi. Finché siamo nella storia siamo talmente dentro Dio che non riusciamo a vederlo in volto: siamo come un bambino nel seno della madre, che può ‘udire’ qualche suono della sua voce, può sentirla attorno, ma per vederla in volto deve nascere.

Mosè però spinge la sua ‘amicizia’ con Dio al limite delle possibilità, e sembra ottenere anche qui una risposta di reciprocità: «YHWH rispose: ‘Farò passare davanti a te tutta la mia bontà’» (33,19). Mosè gli chiede di vedere la sua ‘gloria’ e YHWH gli concede solo di vedere passare la sua ‘bontà’. Solo per un attimo, e di spalle: «Tu starai sopra la rupe: … Io ti coprirò con la mano, finché non sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere» (33,21-23).

Un brano meraviglioso, che dice tante cose, tutte preziose e che non ci diciamo abbastanza l’un l’altro. La presenza di Dio nel mondo è nella sua bontà, nei beni che ci dona, nel ‘latte e miele’ della sua-nostra terra, in tutta la sua creazione-dono. Allora il vero e unico esercizio di chi cerca il ‘volto’ e la presenza di Dio nel mondo è saperlo riconoscere nei suoi beni senza però trasformare i beni in dio. Le idolatrie sono sempre di fronte a noi perché nei beni del mondo (persone, cose) c’è veramente qualcosa di divino – la meditazione incarnata della Bibbia è un grande aiuto per chi non vuole commettere questo errore fatale. L’idolatria è facile perché ci piacciono di più le grandi piramidi delle piccole e fragili tende mobili, e ci piacciono gli dei che possiamo usare e possedere. Quel Dio diverso invece ci si mostra passando veloce, mettendoci una mano sugli occhi, attraversando di corsa la nostra tenda. Tutte le ‘tende del convegno’ sparse sulla terra ci dicono una presenza vera di Dio e non di idolo se sanno custodire nel dolore-desiderio dell’attesa un’assenza senza volerla riempire con la presenza facile degli idoli. L’accesso al mistero buono della vita è un vuoto di volti in una abbondanza di parole.

Ma c’è un’ultima perla nascosta nel terreno di questo grande capitolo dell’Esodo. Mosè, il profeta più grande, l’amico di Dio, colui che può parlargli ‘bocca a bocca’ (Numeri 18,2), quando riceve il dono straordinario di vederlo un attimo lo vede solo di spalle, non in volto.
Allora è possibile che Dio passi in mezzo a noi e non ce ne accorgiamo solo perché lo vediamo da dietro. Ed è anche possibile che la notte della nostra cultura, e molte notti della nostra anima, siano solo buio creato da una mano buona. Ma quando quella mano verrà tolta, se non crederemo alla parola dei profeti vedremo soltanto il retro di qualcosa che fugge. I profeti e i carismi sono il dono che ci dice che il buio di fronte ai nostri occhi può essere amore, che dietro quelle spalle fuggenti c’è il volto della vita.

Sulla terra ci sono, soprattutto nel nostro tempo impoverito di occhi profondi, moltissime persone che onestamente cercano il bene, il bello e il vero e non credono in Dio perché vedendone soltanto le spalle non riescono a riconoscerne il volto. È questa la base per una vera e autentica solidarietà e amicizia tra chi cerca il bene, il bello e il vero e grazie alla fede crede-spera che quelle spalle sono il retro di YHWH, e chi segue quella stessa realtà senza riconoscerlo. Seguiamo tutti la stessa ‘persona’, vediamo tutti solo le stesse spalle, che prima o poi, se se la sequela è genuina, diventano amore per le spalle dell’uomo umiliato, piegato, piagato dalla vita e da chi quel bene-bello-vero non cerca. Non è impossibile, anzi è molto probabile. La possibilità però di continuare a camminare fianco a fianco sta nell’incontro tra due atteggiamenti etici e spirituali. Chi vede solo le spalle non deve negare che dall’altra parte ci possa essere un volto, e chi crede-spera che quelle spalle nascondono un volto deve ammettere la possibilità che qualcuno possa essere giusto e vero anche se non sente il bisogno di andare oltre quella ‘schiena’ perché gli basta camminare verso una promessa. È questa sequela comune, mutuamente rispettosa e aperta al mistero, che affratella tutti i giusti nell’accampamento mobile della vita.

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5 thoughts on “Cerchiamo tutti la stessa “persona”

  1. Mi è piaciuta molto questa frase ‘Ed è anche possibile che la notte della nostra cultura, e molte notti della nostra anima, siano solo buio creato da una mano buona.’ Mi piace quest’idea di positività che si cela dietro l’incertezza di un misterioso buio.

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