Il grazie per essere insieme

Mauro Leonardi

mercoledì 31 dicembre 2014

TE DEUM. In ogni chiesa del mondo oggi, in serata, tutta la comunità si riunirà e canterà il Te Deum, l’inno di ringraziamento per eccellenza. È un atto liturgico che si farà a prescindere. Non importa se ci sia stato lo tsunami, un figlio morto di cancro, la guerra civile, o il tasso di disoccupazione che ha raggiunto la doppia cifra. Non si fa se è andato bene il raccolto e altrimenti no. La chiesa ci insegna che si ringrazia di tutto. Si ringrazia per tutto e per tutti. Ce lo ha insegnato la mamma, da piccoli, a dire grazie. Grazie alla zia perché ci ha dato una caramella. Un grazie facile.

Poi cresciamo un po’ e la mamma ci insegna di nuovo a dire grazie alla zia anche se il regalo della zia proprio non ci piace. Sono dei grazie più difficili da dire. Oggi la chiesa, che è madre, ci insegna questo grazie, un grazie che può essere difficile da dire. Ci aspetta alla fine di un anno denso, intenso. Riuscirò a dirlo di cuore, mi sono chiesto? E forse ho trovato la scorciatoia quando ho scoperto che il Te Deum — preghiera antichissima — sembra sia stato composto a due mani da Ambrogio ed Agostino il giorno di battesimo di quest’ultimo, avvenuto a Milano nel 386. Per questo, pare, è stato chiamato anche “inno ambrosiano”.

Ora, studi più approfonditi scarterebbero quest’ipotesi, ma io mi sono documentato e persone esperte mi hanno spiegato che nessuno potrà mai dire l’ultima parola. E quindi, allora e invece, io me la tengo bella incartata quest’ipotesi, la faccio vera, lungi da me l’idea di scartarla. Perché la strada giusta, nella Chiesa, è sempre quella della comunione, della relazione. È bello pensare che un inno che loda Dio, il Verbo incarnato, lo Spirito Santo, gli angeli, i santi e a tutta la Chiesa — che poi siamo noi e le nostre vite —, sia diventato un inno così perché fatto a due mani. Non solo perché sono le mani di due santi ma perché sono le mani di due amici. Che si sono conosciuti quando Agostino veniva da una vita affaticata e pesante e pensosa e Ambrogio era già Ambrogio. Perché di tutte le cose che si possono fare anche da soli, ce n’è una che ha bisogno di qualcuno accanto, ed è il ringraziamento, la gioia.

E questo me lo insegna non l’erudizione ma Maria in persona, che esplode nell’inno di ringraziamento per eccellenza di tutto il vangelo — il Magnificat — non dopo l’Annunciazione ma dopo la Visitazione. Il motivo della gioia è l’Annunciazione — cioè l’Incarnazione — ma l’esultanza è possibile solo assieme alla cugina.

Per dire “sì” a tutto — il fiat — si può anche essere soli (a volte, anzi, bisogna essere soli) ma per un canto di ringraziamento, ci vuole un altro. Ci vogliono almeno due paia di braccia e di mani e di bocche. Maria, per erompere nel Magnificat, ha bisogno dell’incontro con Elisabetta. Per fare di un anno che non è stato tutto bello un’occasione di gratitudine, ci vuole una comunità, una famiglia, o almeno due amici. Così posso guardare all’anno nuovo con realismo. Senza sperare che vada tutto bene e tutto meglio, ma d’imparare ad essere di più con un amico.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2014/12/31/TE-DEUM-Per-ringraziare-Dio-ci-vogliono-degli-amici/print/568592/

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Il realismo è la Grazia che ci precede

Daniele Gigli

martedì 30 dicembre 2014

Una guerra, allora, e poi un’altra guerra: «L’enorme tragedia del sogno sulle spalle curve del contadino» (Canto LXXIV, p. 2). Una guerra annunciata, già scritta negli odi mai seppelliti della prima, un tumore covato negli anni, in quegli anni che Eliot diceva «largamente sprecati, gli anni entre deux guerres» (T.S. Eliot, East Coker, V). La tragedia di un mondo che — per l’illusione mortale di dire «mai più» — non seppe che moltiplicare violenza e perversione.

Una tragedia collettiva che Ezra Pound assume nella propria tragedia personale, raccontandola nei Canti Pisani, scritti di getto tra l’estate e l’autunno del 1945 dal Disciplinary Training Center di Pisa. Lì viene imprigionato dopo essere stato prelevato nella sua casa di Rapallo il 3 maggio 1945; lì subisce, notte e giorno in una gabbia esposta alle intemperie, la prima umiliante vendetta da parte dei compatrioti per il suo «tradimento». Quale tradimento, è noto: l’appoggio ideale al regime mussoliniano e, soprattutto, i discorsi alla radio italiana in cui più volte, tra il 1941 e il 1943, si era scagliato contro la guerra, contro l’intervento americano e — orrore massimo — contro la politica di Roosevelt, che considerava miope e contraria allo spirito della Costituzione dei Padri.

Nella gabbia, il corpo di Pound ci resterà per tre settimane; ma è la sua mente, la sua anima, che da quelle sbarre ferite dal sole a picco non sapranno, né forse vorranno, più uscire. Ed ecco allora, perché la tragedia possa essere guardata, prima ancora che intesa, la caccia alle ragioni, a quel seme infelice dell’uomo che — cercando il bene — trova inevitabilmente in sé la pianta del male. L’apertura dei Pisani ci offre così un elenco conciso di vittime simboliche che tagliano la storia e il mito, il tempo e il senza tempo: il contadino con le spalle curve, il predicatore Mani conciato e impagliato, Mussolini e Claretta Petacci appesi «per i calcagni a Milano» e Digenes, «il due volte crocifisso», di cui Pound ci chiede «dove lo trovate nella storia»? (Canto LXXIV, p. 2). Immagini, queste immagini iniziali, con cui la tragedia dell’uomo urla tutto il suo schianto e il suo fragore; e allora, dice Pound, chiamate il mio amico Eliot, ditegli che aveva torto: il mondo finirà non con una lagna, ma con uno schianto, e quella che stiamo vedendo è la fine del mondo! Non costruiremo più, non riusciremo a tirar su la città di Dioce, la città di sogno «che ha le terrazze color delle stelle» (Canto LXXIV, p. 2).

Accanto alle vittime, insieme ad esse, ecco allora i colpevoli, i possibili colpevoli che Pound passa in rassegna a volo d’aquila, sempre avvicinandosi e sempre tuttavia distante dall’obbiettivo: l’inettitudine delle masse anonime («Temi iddio e l’idiozia della plebe», Canto LXXIV, p. 2); i finanzieri signori della guerra; i loro presunti antagonisti, in fondo complici: «Mai nel paese ad alzare il tenore di vita, disse Lenin/ ma sempre all’estero a incrementare i profitti degli usurai,/ e vendere cannoni aumenta il vendere cannoni,/ non s’ingorga il mercato degli armamenti/ non c’è saturazione» (Canto LXXIV, p. 10).

Ancora una volta, è l’usura a ergersi come mostro tentacolare capace di assimilare e corrodere il vivere comune. Ma l’usura finanziaria e monetaria non è per Pound che una delle possibili espressioni di un’usura più profonda e più feroce, di quel possesso di sé che impedisce di donarsi e di servire realmente l’ordine delle cose. È un «dramma soggettivo», ci dice Pound, perché, come gli ha insegnato Scoto Eriugena, «tutto ciò che è, è luce» e il dramma di ogni frammento dell’essere è quello di riconoscere e accogliere la forma che gli è imposta da chi lo crea: «Sunt lumina/ ché il dramma è del tutto soggettivo,/ la pietra sa la forma che lo scultore imparte,/ la pietra conosce la forma» (Canto LXXIV, p. 12). 

L’usura, quindi. Ma prima e avanti tutto, l’usura di sé, il non dono, l’ansia di possedersi nel tentativo di farsi felici. È qui, ci dice Pound, il seme di ogni usura, di ogni tormento, di ogni guerra, ché se si è in guerra con se stessi non si può essere in pace con gli altri. Perché, ce lo ricorda il salmo, «un baratro è l’uomo e il suo cuore un abisso» e non c’è autodisciplina che regga, quando forte è il desiderio e misera la sua forma:

Quanto meschini i tuoi odi,
nutriti di falso,
deponi la tua vanità,
avido di distruggere, avaro di carità
deponi la tua vanità,
ti dico, deponila.

(Canto LXXXI, p. 192)

Non è l’amore alle cose né la brama in sé, dice Pound, a farci usurai di noi stessi e del prossimo. È piuttosto l’amore distorto e pervertito, il desiderio immeschinito nelle cose piccole, nel potere di bottega, nell’esercizio quotidiano e sudaticcio del volere e dell’avere. Ché al contrario, quello che amiamo bene e profondamente, quello che amiamo di alto e vero, è ciò che resta in noi e di noi: «Quello che sai amare resta,/ il resto è scoria./ Quello che sai amare non ti verrà strappato./ Quello che sai amare è la tua vera eredità.» (Canto LXXXI, pp. 190-192). Ma come sa chiunque abbia amato almeno un istante, non è per scrupolo che capita di sapere amare, ma solo per il miracolo di un istante di realismo che ci fa conoscere l’oggetto del desiderio come un dono. Ecco allora che nella battaglia tra la brama e il fallimento, tra il desiderio del bene e la miseria degli esiti, sorge — in un miracolo di realismo — la domanda ultima: «Di chi, il mondo: mio, loro/ o di nessuno?» (Canto LXXXI, p. 192).

È in questo istante di realismo che il peso dell’enorme tragedia, e della complicità offertale nel tentativo buono di contrastarla, può trovare un primo germoglio di pacificazione. Nell’accogliere sé e le cose come presenti prima e al di là della propria volontà, nell’accorgersi realmente che «[…] non fu l’uomo/ A creare il coraggio, o l’ordine, o la grazia» (Canto LXXXI, p. 192). Nell’accorgersi così che anche il desiderio è un dono e che il suo errore non è nell’esserci, ma nel fermarsi a mezza via, incosciente della sua natura infinita, diffidente che possa davvero compiersi:

Ma avere fatto piuttosto che non fare
questa non è vanità
[…]
Avere colto dall’aria una tradizione viva
o da un occhio esperto e fiero la fiamma inconquistata
questa non è vanità.
L’errore è tutto nel non fatto,
nella diffidenza che tentenna.

(Canto LXXXI, p. 194)

(I numeri di pagina sono quelli relativi al testo originale in Ezra Pound, Canti Pisani, Garzanti, Milano 2004. Le traduzioni sono a cura dell’autore)
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Caduti verso l’alto

A settembre ho avuto la fortuna di guardare l’Adorazione dei pastori del Greco a Madrid. Il Museo del Prado ospita una mostra sull’influenza dell’artista nell’arte moderna e contemporanea, di cui è stato maestro inconsapevole, come tutti quelli che scoprono qualcosa (vale nella scienza come in arte). El Greco, in una sintesi originale degli apporti pittorici del suo secolo, che scavalcò per insediarsi nel tempo della bellezza, aveva scoperto che gli uomini sono fiamme. Da quando Dio si è incarnato il loro corpo si allunga – come le sue tele (che faceva preparare ad hoc) – verso l’alto come se da un momento all’altro quel corpo potesse fiondarsi, seguendo la vera forza di gravità, nel suo centro di gravitazione: Dio.

adoDUE.jpgLo aveva intuito già Dante quando, entrato nel Paradiso, si stupisce del suo «cadere verso l’alto», e Beatrice gli spiega che sta accadendo esattamente quello che deve accadere secondo le leggi della (meta-)fisica: nel regno dei cieli si cade verso l’alto. L’attrazione verso Dio non conosce più ostacoli e l’uomo, come freccia, punta al suo bersaglio.

Ma El Greco aggiunge a questo la condizione dell’al di qua: assistiamo allo stirarsi dei corpi, appartengono alla Terra, ma le ossa e i muscoli, ancorati allo spirito, vera struttura portante dell’essere, si distendono come in questa “fiammante” Natività – potrebbe infatti essere racchiusa dentro una fiamma –, che partendo dal gesto del Bambino, al centro, sale coinvolgendo nel vortice lo spettatore che, pur rimanendo, è risucchiato verso l’alto. Sono corpi che hanno la mobilità, la leggerezza, la tensione dello Spirito (guardate anche i colori), pur rimanendo terreni.

Ma né Dante né El Greco hanno scoperto nulla, hanno solo chiosato, con la loro arte, queste parole: «”Se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio. Gli disse Nicodèmo: “Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?”. Gli rispose Gesù: “In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito”» (Gv 3).

Chi abita in Cristo e lo lascia abitare in sé non è mai pesante e prevedibile, ma mobile, geniale, leggero, e non perché evanescente o distaccato dalla realtà, ma perché, immerso nella realtà, è guidato dalla mobilità, genialità, leggerezza della vita di Dio in lui, inaugurata nella nostra natività, il Battesimo (acqua e spirito), e corroborata nel tempo dall’azione della grazia (spirito). La leggerezza è l’attualizzazione della Nascita del Bambino in noi.

Se non ci fossero acqua e spirito la nascita del Dio Bambino sarebbe solo un evento archeologico, da considerare devotamente come la nascita di un grande uomo, invece quella venuta al mondo rende possibile la costante e reale rinascita dall’alto del mondo e di ciascuno di noi, quando ci lasciamo raggiungere, in ogni istante della giornata: mentre leggiamo, svolgiamo un lavoro, facciamo benzina, mangiamo una pizza o beviamo un bicchiere di vino, curiamo un’influenza, stiriamo una camicia, diamo un bacio. Tutto diventa leggero e imprevedibile: noia, pesantezza, ripetitività del quotidiano vivere sono superati. Si è come vento che soffia dove vuole e si riceve l’ispirazione da un altro, liberi dal dovere o dall’aver più o meno voglia, anche nel ripetersi degli eventi.

Ci si muove solo per amore. Di una persona sveglia diciamo che ha uno spirito mobile. Così è nelle cose di Dio: la rinascita dall’alto è un evento quotidiano reso possibile dalla Natività di Cristo. Diffido dai cristiani lamentosi, noiosi, ripetitivi, prevedibili, tormentati, soprattutto quando credono che queste caratteristiche manifestino vicinanza a Dio. Al contrario resto sedotto da coloro che, nonostante i motivi per permettersi tutti quegli atteggiamenti, hanno sempre uno scarto, un guizzo, una fiamma, perché abitano in una zona di loro stessi, di acqua e spirito, dove il regno dei cieli è già e sanno appartenervi, proprio a partire dalla loro umanità piena di limiti e tenebre, riscattata dall’apertura alla leggerezza, che solo Dio dona con la sua grazia. Incedono nella vita con grazia, per l’appunto. Vi danzano, prestando tutta loro corporeità alla coreografia divina.

Nicodemo non conosce questa leggerezza, è perplesso, come tutti noi, quando non crediamo di dover rinascere per opera della grazia portata nell’umano dall’incarnazione del Verbo, che nella sua persona realizza l’armonia del perfetto Dio e del perfetto uomo e, per questo, divinizza tutto l’umano, consentendoci il viaggio di ritorno della nostra carne verso il divino. Gesù lo spiazza ulteriormente: «Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo?». È proprio attraverso le cose della terra che accediamo a quelle del cielo, e Dio si è fatto terra a Natale, per questo possiamo finalmente credere alle cose della terra, perché sono diventate strada verso quelle del cielo.

Siamo fiamme, come gli uomini del Greco, chiamati ad ardere di passione per le cose umane come strada per quelle divine, perché è proprio nel nostro umano ferito che Dio può raggiungerci, oggi e ogni giorno nella preghiera e nella liturgia, sotto forma di quel Bambino al centro del quadro che, con quel gesto, mette in moto tutta la leggerezza di cui abbiamo bisogno.

http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/La-nostra-vitabr-danza-con-Dio.aspx

Se il Presepe è nel cuore dell’uomo

Riportiamo di seguito un brano, Presepe e Dio lontano, tratto dalle Lettere di Berlicche di C. S. Lewis, pubblicato nel 1942.

Spero, caro Farfarello, che tu non ti sia lasciato sfuggire l’occasione, durante queste ultime feste natalizie, di ammirare qualcuno dei presepi che in molte case ancora si usa allestire per la gioia dei bambini e dei vecchi. Ce n’è di tutti i tipi, dal legno alla cartapesta, dal cristallo al bronzo, dalla terracotta al plexiglas…

Io amo i presepi. Dirai che sono un vecchio sentimentale… Ebbene, di’ pure, se vuoi. Prima però, senti quello che ho da dirti in proposito. Da secoli ormai un’idea mi frulla per il capo alla sola vista di un presepe, e te la voglio confidare in segno di stima. Ebbene, io credo che la grande quantità di energia che noi diavoli abbiamo sempre profuso per inventare argomentazioni seducenti contro Dio sia, in gran parte, fatica sprecata. Noi non dobbiamo creare nuovi argomenti: possiamo usare pari pari i loro. È il cuore che decide, e spesso decide male.

Pensa alle figuri minori del presepe: c’è un solo Giuseppe, una sola Maria, un solo Gesù bambino. Un solo bue, un solo asino. Gli altri sono tutte comparse, compresi i Magi. Ogni uomo al mondo è una figura minore del presepe… Seguimi bene. Dopo aver reso omaggio al Messia, che fanno tutte queste comparse? Se ne tornano, semplicemente, al loro lavoro. Il carrettiere al suo carretto, il panettiere al suo pane, e così via. C’è qualcosa, in tutto ciò, che mi manda in confusione, che mi stordisce e mi umilia: ciascuno torna lieto al suo mestiere, anzi: se prima il lavoro gli pesava, ora gli pesa molto meno, perché ha visto il Messia. Che ira! Tutto diviene accettabile, amabile…

Ma poi, passata l’ira, ecco l’idea! La grande idea! Quella che è la più grande dimostrazione dell’esistenza di Dio, la quotidianità, eccola trasformata, senza che apparentemente nulla cambi, nella più grande delle bestemmie! Che cos’è mai il tuo Dio? Un’emozione momentanea prima di riprendere il solito tran tran. Un bambinello che ti salva finché resti in estatica contemplazione, ma poi? Immaginiamo quei poveri pastori al momento del congedo. Un inchino, un altro inchino, mettiamoci pure un terzo inchino. Ma poi le spalle dovranno pur voltare, e tornarsene alle loro pecore, non è vero? E allora noi diavoli pronti, in coro, a soffiar nelle loro orecchie: dalle obiezioni più collaudate (“come può Dio, nella sua bontà, permettere il dolore innocente?”) alle migliori invenzioni della modernità (l’uguaglianza di tutti gli uomini davanti a Dio si trasforma nell’egalité giacobina, che è il suo opposto), e via dicendo. Tutte le obiezioni contro Dio nascono dall’idea di un Dio lontano, che non vuole salvare concretamente gli uomini. Ma questa idea nasce, a sua volta, dalla comodità: un Dio lontano è sempre più comodo di un Dio vicino. È questa, Farfarello, la nostra carta vincente. Da sempre. Un abbraccio dal tuo Malacoda

Leggi di Più: La carta vincente natalizia del diavolo Malacoda | Tempi.it

Termine fisso d’eterno consiglio

Nel giorno più maestoso dell’anno, giorno in cui – non importa con quale coscienza o incoscienza – risorge la memoria che la vita umana ha un Amico presente e un Destino che non è il nulla, riproponiamo una lettera che don Luigi Giussani scrisse alla Fraternità di Comunione e Liberazione il 22 giugno 2003, di ritorno da un pellegrinaggio al santuario della Madonna di Loreto. Buon Natale!

Cari amici,

dopo il pellegrinaggio a Loreto, la personalità della Madre di Cristo ha giocato un ruolo che ora capisco quanto sia decisivo, chiarificatore per il carisma che la Chiesa ha riconosciuto come origine del nostro cammino.
Vi mando il testo di alcune mie riflessioni chiedendovi umilmente di domandare tutti i giorni allo Spirito che ci doni l’aiuto necessario: come ai primi Apostoli.
Vi assicuro che cercherò di offrire compagnia a qualsiasi interrogativo, dubbio o incertezza perché il nostro cuore rimanga fedele.
Vergine madre, figlia del tuo Figlio,
umile ed alta più che creatura,
termine fisso d’eterno consiglio.

1) L’inno alla Vergine di Dante coincide con l’esaltazione dell’essere, con l’ultima tensione da parte della coscienza dell’uomo che è alla presenza della “realtà” – che non nasce da se stessa, ma è fatta da un focus ineffabile: la realtà, infatti, è creata -.
È il dramma supremo che l’Essere domandi di essere riconosciuto dall’uomo. Questo è il dramma della libertà che deve vivere l’io: l’adesione al fatto che l’io deve essere continuamente esaltato da una rinascita del reale, da una ri-creazione che nella figura della Madonna diventa commossa dall’Infinito. La figura della Madonna è il costituirsi della personalità cristiana.
Il principio fondamentale del cristianesimo è la libertà, che è l’unica traduzione dell’infinitezza dell’uomo. E questa infinitezza si scopre nella finitezza che l’uomo sperimenta.
La libertà dell’uomo è la salvezza dell’uomo. Ora, la salvezza è il Mistero di Dio che si comunica all’uomo. La Madonna ha rispettato totalmente la libertà di Dio, ne ha salvato la libertà; ha obbedito a Dio perché ne ha rispettato la libertà: non vi ha opposto un suo metodo. Qui è la prima rivelazione di Dio.
L’Essere “si coestende” al suo comunicarsi totale, l’Essere arriva a toccare tutto ciò che lo circonda e per cui è stato fatto, ed è proprio nel suo comunicarsi totale che questo (la coestensione) avviene e si realizza, ti raggiunge. Per questo la verginità – «Vergine madre» – coincide con la natura dell’essere reale nella formula della totalità del suo svelarsi. La verginità è l’essere reale. «Vergine madre»: vergine perché eterna. «Nel ventre tuo si raccese l’amore/ per lo cui caldo nell’eterna pace…». Per lo cui caldo: ma chi è quel poeta che usa un termine così concreto? È dalla Verginità eterna che sorge la verginità della maternità. Così «Vergine madre» indica la modalità eterna con cui Dio comunica la Sua natura. Vergine viene prima di madre: vergine è secondo la natura dell’Essere, lo splendore dell’Essere; madre è lo strumento usato dall’Essere per comunicarsi.
Vergine: non esiste nulla di più perentoriamente e definitivamente suscitato da Dio come creatore di tutto – sarà bello andare a leggere i brani dell’Esodo, del Deuteronomio, del Siracide, di Isaia – della verginità. La prima quota del valore di un io, del creato, di qualunque cosa creata, l’assoluto è la verginità. La prima caratteristica in cui l’Essere si comunica è la verginità. È il concetto di purità assoluta, la cui conseguenza di vorticosità assoluta è la maternità. La verginità è materna, è madre del creato. È maternità la verginità. Qui è la consistenza espressa e raggiunta dell’Essere: la perfezione che ha come suo punto luminoso la verginità, il calore della verginità, la ricchezza della maternità.
La Madonna è il metodo a noi necessario per una familiarità con Cristo. Lei è lo strumento che Dio ha usato per entrare nel cuore dell’uomo. E Dante è il più grande poeta della nostra stirpe: egli fa una teologia di Maria come nessuno ha mai fatto. O si sente la prima terzina di Dante crescere in cuore o essa diventa una pietra che schiaccia. Il Mistero dal quale procede, nel quale viene mantenuto e si esaurirà il creato, è la Madonna. «Vergine madre, figlia del tuo Figlio»: questo verso indica il significato totale del creato come accettabile dall’uomo, cioè offerto all’uomo. Così nel grembo di Maria è venuto a galla lo Spirito creatore, l’evidenza dello Spirito.
«Termine fisso d’eterno consiglio»: questa è la parola che definisce la natura delle cose che sono; nella sua definitività è l’espressione della potenza creativa di Dio. Quel “fisso” non rappresenta un blocco della libertà di Maria, perché il termine fisso è un suggerimento che viene dall’Eterno, che conferma l’opera di Dio. Per questo la prima parte dell’inno di Dante è l’esaltazione dell’eterno. È questo che bisogna rinfocolare nell’animo nostro e in quello dei credenti: l’amore a Cristo, a Cristo che è l’eterno consiglio. Tutto appartiene all’eterno. Termine fisso d’eterno consiglio: questo è il disegno ultimo, primo e ultimo del creato. È un eterno consiglio, è una cosa che vibra e che si chiama eternità.
Ragionando sulla lettera del Papa per il ventennale della Fraternità mi si è chiarita la questione: lo Spirito Santo è l’attuarsi provvidenziale del termine ultimo d’eterno consiglio: è il punto fisso definito della creazione dello Spirito, del genio di Dio.
“Consiglio” è percepire la dimensione infinita, inarrivabile, invincibile dello Spirito Santo. Questo rivela la ragione che giustifica il metodo dell’Incarnazione. Senza questo passaggio la Madre di Cristo non si capirebbe.
All’uomo tutto questo non può apparire se non come supremo metodo della libertà di Dio: la libertà di Dio è l’infinito potere che fissa – stabilisce – nel suo sguardo l’opera dello Spirito: Veni Creator Spiritus, mentes tuorum visita…
Queste cose qui bisogna leggerle anche con umiltà, perché Dio ti destina all’eterno, ti fa eterno, perché ti destina a capire chi tu sia e questo avviene negli spazi infiniti del tempo.

2) La persona, il tu della persona è il luogo della garantita nobiltà generatrice, nella coscienza continua (sempre superiore a se stessa) della grande promessa, che domina tutta l’azione dello Spirito: Dio crea l’uomo e rappresenta l’invadenza del desiderio, è un desiderio senza fine come è per noi il fuoco di un dinamismo infinito rispetto a una sorgente provvisoria. Dio è la misura dell’invadenza del desiderio, essendo Dio la misura del desiderio. Solo tenendo presente Dio, uno si accorge che quello che ha addosso è una sorgente senza limite.
Questo vuole dire che lo Spirito suscita nell’uomo la parola, il disegno, che lo definisce. E questa parola coincide con un potere missionario, cioè ritorna sui campi della propria terra come provocante sfida.

3) La totalità dell’impegno della persona rende “uno”, un unicum, quello che sarebbe provvisoria luce partecipativa: ultima eterna formula del Mistero amoroso, la vertiginosa drammaticità in cui il tu precipita, dal di dentro di tutte le cose, in un abbraccio cosmico.

4) L’amore è così la formula partecipativa a quello che resterebbe un puro effimero.
Spiritus est Deus, lo Spirito è Dio, ma lo Spirito di Dio è amore: Deus charitas est (l’essenza della Trinità sono i tre che si amano). L’essenza dell’Essere è l’amore, questa è la grande rivelazione. Perciò tutta la legge morale è totalmente definita dal termine carità.

5) La carità riluce, dunque, come unica forma della moralità, che appare come estasi di speranza, inesauribile speranza. «Se’ di speranza fontana vivace».
La speranza passa come luce negli occhi e come ardenza nel cuore di quell’Essere che definisce la ricompensa dell’attesa umana: non è un premio perché l’io sia bravo, ma perché l’io vive l’estasi della speranza.
La speranza è una formula vivace, gioiosa e, nel suo impeto, nella sua purezza di contenuto, detta l’immagine di tutta l’umanità: la carità come forma della moralità.
Come quando Gesù fu di fronte al giovane ricco: «Va’, vendi tutto quello che hai e vieni con me!»; essendo quelle parole la forma della moralità, il ragazzo non aveva molta forza e non Lo seguì.
Tutto quello che accade è grazia, e tutta la grazia è in quel Tu in cui avviene l’adempimento.

6) Nel cuore dell’uomo, dalla misericordia sino al perdono e dalla ricchezza senza fondo, la gioia si addensa come luce senza confine, che assicura l’intensità della bontà creatrice.

7) La “musica” umana è il palco su cui tutto accade: e il Mistero diviene il popolo umano e il “coro” dell’Infinito. Si realizza così un’enfasi di personalità cristiana: ci si alza al mattino per andare a messa, per farsi curare, per andare a lavorare, per i figli… ci si alza per una esplosione in se stessi del fatto di Cristo!

Auguri a voi, alle vostre famiglie e alle vostre comunità.

Leggi di Più: L’inno alla Vergine commentato da Giussani | Tempi.it

Il cerchio del Natale

La verità è che l’uomo d’oggi non se lo dice, forse di dirselo ha vergogna, ma sente una terribile nostalgia di tornare a casa; alla casa del Padre. E allora la Madre è lì, con Cristo, a formare la capanna, la casa, la Chiesa. Da lì, come dicevo prima, credo che l’uomo potrebbe cominciare una riscoperta totale. Comunque la riscoperta totale, per noi «figli», non può non passare da Maria, dalla Madre, di cui noi cristiani ci siamo invece dimenticati o addirittura vergognati. Pensa, ci siamo vergognati di lei, la nostra Mamma.

Del resto ci siamo dimenticati e vergognati anche del Natale. Invece, questo è proprio il momento in cui l’uomo disperato domanda di ritrovare il Natale; di ritrovare la propria nascita; la memoria della propria vera nascita. Allora le liturgie dimenticate o tralasciate diventano colpe spaventose. Noi non calcoliamo, credo, cosa determini, consciamente e inconsciamente, la liturgia effettuata e partecipata; la liturgia che la comunità vive totalmente. Lo dico al di là di quello che, ogni volta e nella sua somma, storicamente noi possiamo vedere e sapere. Intendo riferirmi alla diffusione di Grazia che è nella liturgia della Chiesa. Ecco, io credo che sia una grossa colpa averne dimenticato e come confinato i momenti effusivi.

Per tornare al Natale, che della liturgia è il momento effusivo per eccellenza, il momento della nascita di Cristo, la capanna, la casa; ecco, oggi, nel suo profondo, l’uomo non desidera che questo. Va via di casa perché la casa non è più «la casa»; perché gliel’hanno dissacrata; perché gliel’hanno ridotta a niente. Avrà dei locali più decenti la casa, ma ne han tolto la memoria di che cos’è per l’uomo; la capanna, intendo; la cascina; e dentro quella, la casa assoluta della nostra storia: la Chiesa. Questo, invece, è il momento in cui l’uomo geme nella nostalgia di riavere la propria vera casa e di ripercorrere e di ritrovare fino in fondo il suo vero e proprio Natale: il Natale di Cristo.

Credo che questi momenti, proprio perché sono i più umili, i più affranti, i più preda della retorica e del rischio, siano anche quelli che andrebbero recuperati tutti e interi; recuperati e riportati qui, nel gemito, nell’urlo, nella disperazione, nella demenza dell’uomo moderno. E come rischiarare la demenza, come liberarla se non gli fai ritrovare il senso di quel primo momento, di quel primo vagito, e poi il senso che è dentro, legato strettissimamente, il senso del primo vagito di Cristo, cioè di Dio che per darci memoria s’è fatto uomo? Neanche la Passione credo si possa leggere completamente se non si partecipa fino in fondo il Natale; la realtà che è il Natale. Lui dalla croce ha detto: «Madre, ecco tuo figlio»; cioè ha ricomposto il cerchio della famiglia, della capanna, della casa; della Chiesa: il cerchio del Natale. Lì è il nodo di tutto: la richiesta di questo ritorno a casa, che è la riconquista della memoria e anche della possibilità della meta.

Allora tutta la strada che dovremo percorrere, tutto il dolore che ci sarà lungo questa strada, perché al punto in cui siamo sarà una strada dura e dolorosa, allora, se tu hai sempre presente il momento in cui nella storia è nato Cristo, il momento della storia in cui Dio ti ha fatto nascere, il momento in cui sei nato, se lo hai sempre presente, hai in te la ragione totale, quindi la ragione affettiva, il calore e la forza per percorrere questa strada.

Non credo che ci si possa illudere; sarà una strada faticosissima quella che permetterà che l’uomo si riconsegni a Cristo, ma mi pare che il momento dell’origine vi sia fondamentale. Perché è il momento dell’origine di tutti i giorni, di tutte le ore, di tutti i minuti. È come quando si dice una preghiera; se tu quando la dici, non ripetendola, ma ripercorrendone l’origine, la riporti al suo Natale, tutto ti diventa nuovo; tutto rinasce. Allora, in questo senso, il Natale è fare che ogni giorno, ogni minuto, ogni parola che dici, ogni gesto che compi, la fatica che fai, il lavoro che svolgi, i figli che tiri su, i figli che non hai a cui cerchi di dare quello che daresti ai tuoi figli, si rinnovi, diventi, veramente ogni volta Natale, annuncio, notizia, ma notizia incarnata nell’incarnazione di Cristo; dunque notizia reale, totale.

Giovanni Testori a Luigi Giussani, Il senso della nascita, 1980

Leggi di Più: Natale nel dialogo Giussani – Testori | Tempi.it

Astro del ciel

Ignacio Carbajosa

giovedì 25 dicembre 2014

Di recente ho avuto occasione di intervenire alla presentazione di un libro su Giacomo Leopardi nell’aula magna del comune di Recanati. Finita la presentazione mi sono fermato ad ammirare la bellezza dell’edificio e a leggere le iscrizioni che vi si trovano, a commemorazione del primo centenario della nascita del poeta (1898) e dell’intervento di Giosuè Carducci in occasione della suddetta ricorrenza.

Mi ha colpito trovare nelle iscrizioni un denominatore comune, quasi una sorta di leitmotiv, usato per descrivere la produzione del genio di Recanati: il dolore e la patria. “A Giacomo Leopardi che pur tra gli immortali canti del dolore esaltò la grandezza e la speranza della patria“, sentenzia la prima iscrizione, mentre la seconda caratterizza il poeta come “unico di genio e di sventure cha dalla città nativa cantò in versi immortali la patria e il dolore umano”.

Quello stesso giorno, tornando a casa, mi sono intrattenuto a leggere il 48° Rapporto Censis sulla situazione sociale dell’Italia. I nomi dolore e patria mi sono di nuovo balzati agli occhi. Parlando della società italiana, le considerazioni generali di questo Rapporto attaccano in questo modo: “Senza ordine sistemico, i singoli soggetti sono a disagio, si sentono abbandonati a se stessi, in una obbligata solitudine: vale per il singolo imprenditore come per la singola famiglia”. La domanda ci viene subito alla mente: come si fa a uscire da questo impasse? Ma più lealmente, come potrebbe anche Leopardi uscire da quel dolore cristallizzato in uno “scetticismo cosmico”?

“O natura, o natura, perché non rendi poi quel che prometti allor? Perché di tanto inganni i figli tuoi?” (Leopardi, A Silvia). Chi potrebbe sfuggire questa domanda radicale, davanti ai dolori della vita o alla situazione del Paese, se non con una sorte di dimenticanza superficiale o di atteggiamento spensierato?

La ricorrenza del Natale ci mette davanti agli occhi, in modo testardo, un’altra risposta. Qualcosa è accaduto al di là di quello che potremmo pensare o progettare e in certo modo anche al di là di quello che potremmo immaginare e desiderare. Quel tu che il poeta di Recanati cantò in modo ammirevole, il cui volto soltanto da lontano intuì (“Cara beltà che amore/ Lunge m’inspiri o nascondendo il viso”, cf. Alla sua donna) si è rivestito di “sensibil forma”, si è fatto carne umana ed è venuto ad abitare in mezzo a noi.

Di fatto, è soltanto questo lieto annuncio, questo sorprendente avvenimento, che ci fa tornare ai versi di Leopardi per leggere, come in una profezia, l’attesa che caratterizza il cuore di ogni persona e alla quale il bambino che la Madonna porta in braccio è venuto a colmare, qual angelica sembianza:

Da che ti vidi pria,
Di qual mia seria cura ultimo obbietto
Non fosti tu? quanto del giorno è scorso,
Ch’io di te non pensassi? ai sogni miei
La tua sovrana imago
Quante volte mancò? Bella qual sogno,
Angelica sembianza,
Nella terrena stanza,
Nell’alte vie dell’universo intero,
Che chiedo io mai, che spero
Altro che gli occhi tuoi veder più vago?
Altro più dolce aver che il tuo pensiero?
(Il pensiero dominante)

Come i pastori la notte di Natale, come Giovanni e Andrea, i primi che incontrarono Gesù sulla riva del Giordano, anche noi possiamo guardare con simpatia la nostalgia ultima che ci caratterizza, l’attesa che sta dietro le nostre difficoltà, perché sorprendiamo davanti ai nostri occhi, fattosi carne, l'”ultimo obietto” di ogni nostra “seria cura”.

E allora tutto può ripartire, come si vede in modo paradigmatico in quelli che hanno incontrato e seguito Gesù. Il disagio, l’abbandono a se stessi e l’obbligata solitudine di cui parla il Rapporto Censis non sono che l’espressione profetica dell’impotenza umana che cerca un punto su cui poggiare. Lo stesso Rapporto usa l’immagine delle “sette giare” per significare l’incomunicabilità di mondi non dialoganti all’interno della società italiana. Mi si permetta usare la stessa immagine per caratterizzare la società ai tempi di Gesù in cui romani, sadducei, farisei, esseni, zeloti, samaritani e pubblicani, come sette giare, non comunicavano tra di loro. Ci è voluto un punto attrattivo, Gesù di Nazareth, per far uscire dalle giare (da tutte!) le persone più dolorosamente ferite e creare intorno a lui un popolo nuovo che ha trasformato il mondo.

In questi giorni, guardare il Mistero di Dio fatto carne ci permette ripartire, nella certezza che tutti i nostri desideri e le circostanze brutte o meno che attraversiamo nella vita trovano in quel bambino il loro punto di convergenza.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2014/12/25/NATALE-2014-La-cara-belta-di-un-Bimbo-che-colma-la-nostra-assenza/print/567681/

Sopra ogni stella

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Arriva Natale e nelle nostre case è ritornata la cometa, l’astro che campeggia in ogni presepe a ricordo del cammino dei Magi verso Betlemme. Ma quest’anno la parola “cometa” forse rievoca in noi anche un’altra immagine, quella che ci ha lasciato Rosetta, la sonda dell’Agenzia Spaziale Europea che poco più di un mese fa ha emozionato il mondo posandosi proprio sulla superficie di una cometa, a una distanza di oltre cinquecento milioni di chilometri dalla Terra. Mai prima d’ora un oggetto costruito da mano d’uomo era sbarcato su un mondo tanto lontano. Le comete interessano molto gli scienziati perché sono testimoni speciali delle nostre origini cosmiche. Questi corpi simili ad asteroidi ghiacciati, grandi qualche chilometro, sono rimasti pressoché immutati per quasi cinque miliardi di anni e hanno custodito i segreti della nebulosa che diede origine al sistema solare. Inoltre le comete potrebbero aver contribuito alla formazione di molecole complesse facilitando così la comparsa dei primi microorganismi sul nostro pianeta. Avvicinandosi al Sole queste “palle di neve interplanetarie” si fanno belle. Il calore solare genera una chioma gassosa intorno al nucleo che, sospinta dal vento solare, forma la famosa “coda”. Così le comete possono diventare visibili a occhio nudo, talvolta in modo maestoso, e non sorprende abbiano attirato l’attenzione degli astronomi di ogni tempo, fin dall’antichità. L’astronomia anticamente era legata intimamente all’astrologia, e l’improvvisa comparsa di una cometa era considerata presagio di eventi eccezionali, sia infausti che fortunati.

Fu dunque una cometa ad ispirare il cammino dei Magi? Va detto subito che il racconto dell’evangelista Matteo, l’unico che lo riporta, non parla mai di “cometa” ma di “stella”. Anzi, usa la parola greca aster, che indica genericamente un astro o un evento astronomico, aprendo così il campo a molte interpretazioni. Come mai allora tutti diamo per scontato che si trattasse di una cometa? La tradizione risale all’inizio del XIV secolo quando Giotto, dipingendo la sua meravigliosa “Adorazione dei Magi” nella Cappella degli Scrovegni a Padova, decise di rappresentare la stella di Betlemme come una cometa. Il motivo è chiaro: pochi anni prima, nel 1301, Giotto aveva visto di persona lo spettacolo della cometa di Halley incombere in cielo e ne fu tanto impressionato da rappresentarla nel suo affresco. Da allora non c’è quadro della Natività o presepe al mondo nel quale non appaia la tradizionale cometa. Proprio per questo a Giotto è stata dedicata la sonda dell’Esa precursore di Rosetta, che nel 1985 si avvicinò alla cometa di Halley e ne studiò le caratteristiche fisico-chimiche.

La cometa di Halley può essere a buon diritto considerata la regina delle comete. Con la sua grande luminosità e il suo periodo di tre quarti di secolo torna a fare bella mostra di sé una volta ogni generazione. A lungo si è pensato che potesse essere la stella dei Magi, ma oggi questa ipotesi è caduta come conseguenza della precisione raggiunta dagli studi di astronomi e storici. Da una parte la meccanica celeste ci assicura che la cometa di Halley fu visibile nel 12 avanti Cristo. Dall’altra gli storici hanno sì ritoccato all’indietro la data di nascita di Gesù, ma l’hanno collocata tra il 7 e il 4 avanti Cristo, non abbastanza da renderla compatibile con il passaggio della cometa. Che cosa fu dunque l’astrum che spinse i Magi a mettersi in cammino? Potrebbe essere stata un’altra cometa. Oppure un altro evento insolito, come una supernova. In questo caso si tratterebbe dell’esplosione di una stella massiccia nella fase finale della sua evoluzione, un fenomeno raro che può manifestarsi come l’improvvisa comparsa in cielo di una nuova stella, anche molto brillante, per un periodo di qualche settimana. Tuttavia gli annali degli antichi astronomi cinesi e coreani, molto attenti a registrare eventi del genere, non danno riscontri significativi, a parte una cometa di modesta luminosità negli anni 4-5 avanti Cristo apparsa nella costellazione dell’Aquila.

Ma forse la pista più promettente è un’altra. Talvolta accade che due pianeti che percorrono le loro orbite a velocità diverse, appaiano in cielo allineati in modo tale da formare ai nostri occhi quasi un’unica luminosissima stella. Nel 1604 il grande Johannes Kepler poté ammirare un evento di questo tipo, una congiunzione tra Giove e Saturno. Ebbe un’intuizione e si gettò in un lungo calcolo: ebbene sì, proprio lo stesso fenomeno doveva essere accaduto in prossimità della nascita di Gesù. Oggi, grazie alla precisione della meccanica celeste e al potere di calcolo raggiunto, possiamo confermare con certezza che nell’anno 7 avanti Cristo per ben 3 volte (29 maggio, 3 ottobre, 4 dicembre) Giove e Saturno si sfiorarono sulla volta celeste, sullo sfondo della costellazione dei Pesci. Anche Marte si avvicinò, rendendo la scena ancor più ricca e insolita. Un evento astronomico non appariscente, ma che non poteva certo sfuggire ai Magi, presumibilmente astronomi persiani o caldei, attenti osservatori del cielo. Questa configurazione celeste avrebbe avuto per loro anche un forte significato astrologico e potrebbe così dare conto dell’intuizione che li avrebbe mossi al cammino. Nella simbologia del tempo infatti Giove rappresentava la “regalità” e la “divinità”, Saturno la “giustizia”, e la costellazione dei Pesci veniva associata al popolo ebraico. È quindi possibile che i Magi abbiano tradotto quel segno celeste nel concetto che «un grande re di giustizia sta per nascere in Israele». Ecco allora che si dirigono verso la Palestina e si recano nella reggia di re Erode chiedendo: «Dov’è il re dei Giudei che è nato?».

Il dibattito sulla stella di Betlemme sicuramente continuerà. Certo è che qualunque fosse la natura di quell’evento i Magi ne diedero un’interpretazione astrologica derivata dalla cultura del loro tempo. Ma come ha scritto Joseph Ratzinger nell’Infanzia di Gesù citando Gregorio Nazianzeno, «nel momento stesso in cui i Magi si prostrarono davanti a Gesù, sarebbe giunta la fine dell’astrologia, perché da quel momento le stelle avrebbero girato nell’orbita stabilita da Cristo». Gli astri che per millenni erano stati concepiti come dei o angeli o potenze superiori, capaci di determinare la nostra vita e il corso della storia, sono stati in quel momento demitizzati: «una svolta antropologica», perché, spiega Ratzinger, «l’uomo assunto da Dio […] è più grande di tutte le potenze del mondo materiale e vale più dell’universo intero». Così oggi possiamo ammirare i corpi celesti – dalle comete alle supernove, dalle stelle alle galassie – e anche tentare di conoscerli attraverso la scienza proprio perché non sono realtà soprannaturali ma creature provvisorie, segni di una Bellezza più grande. E così la cometa nel nostro presepe continuerà a essere segno della dimensione cosmica della nascita di quel Bambino, tutt’altro che appariscente, ma decisiva per la storia di ogni uomo e della realtà tutta.

http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/Il-ritorno-della-cometa.aspx

Ciò di cui abbiamo bisogno

Berlicche

Ci dicono che abbiamo bisogno di tante cose. Poi, quando le possediamo, sono inutili.
Tutti i nostri sforzi ci si disfano in mano. Ditemi se non è vero.
Cercano di farcelo dimenticare, ma sotto sotto sappiamo. Che niente che ci possiamo dare ci donerà la felicità.

Ma qualcosa c’è, che cambia la prospettiva. Una folle speranza. La risposta ad una domanda che non abbiamo osato porre. L’ultima cosa che avremmo detto, noi che amiamo l’apparenza.

Un Bambino.
Tutto quello di cui abbiamo bisogno.
E il resto della vita per capirlo.

nicolas-poussin-nativita

Buon Natale, amici.

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Alla Stella d’argento

I PRIMI SECOLI

Efrem il Siro
(Nisibis 306- Edessa373)
«Dialogo tra i Magi e Maria»

I magi: «Una stella ci ha annunciato
che Colui che è nato è il re dei cieli.

Tuo figlio comanda gli astri,
che sorgono solo al suo ordine».

Maria: «E io vi rivelerò un altro segreto,
perché ne siate persuasi:
da vergine,  ho dato la luce a mio figlio.
Egli è figlio di Dio.

Andate, e annunciatelo alle genti!»

I magi: «Pure la stella ce l’aveva fatto conoscere,
che tuo figlio è figlio di Dio e Signore».

Maria: «Mari e monti lo testimoniano;
tutti gli angeli e tutte le stelle:
Egli è il figlio di Dio e il Signore.
Datene l’annuncio nelle vostre terre,
che la pace si diffonda nel vostro paese».

I magi: «Che la pace del tuo figlio
ci riporti nel nostro paese,
senza pericoli come siamo venuti,
e quando Egli dominerà il mondo,
che visiti e benedica la nostra terra».

Maria: «Esulti la Chiesa e intoni gloria,
per la venuta del figlio dell’Altissimo,
la cui luce ha illuminato cielo e terra,
benedetto Colui la cui nascita
allieta il mondo!».

SANT’AMBROGIO
(Treviri 339/340 – Milano 397)
«Nella notte della Natività»

Volgiti a noi, tu che guidi Israele
assiso sui Cherubini,
mostrati in faccia a Efraim, ridesta
la tua potenza e vieni.

O Redentore delle genti, vieni,
rivela al mondo il parto della Vergine;
ogni età della storia stupisca:
è questo un parto che si addice a Dio.

Non da seme virile
ma per l’azione arcana dello Spirito
il Verbo di Dio si è fatto carne,
fiorito a noi come frutto di un grembo.

Il verginale corpo s’inturgida
senza che il puro chiostro si disserri,
brillano le virtù come vessilli:
Dio nel suo tempio ha fissato dimora.

Esca da questo talamo nuziale,
aula regia di santo pudore,
il Forte che sussiste in due nature
e sollecito compia il suo cammino.

A noi viene dal Padre
e al Padre fa ritorno,
si slancia fino agli inferi
e riguadagna la sede di Dio.

Consostanziale e coeterno al Padre,
dell’umiltà della carne rivèstiti:
con il tuo indefettibile vigore
rinsalda in noi la corporea fiacchezza.

Già il tuo presepe rifulge
e la notte spira una luce nuova;
nessuna tenebra più la contamini
e la rischiari perenne la fede.

IL MEDIOEVO

SAN BERNARDO DI CHIARAVALLE
( Fontaine-lès-Dijon 1090 – Ville-sous-la-Ferté 1153)
«Signore Gesù, Tu sei nato per noi»

Signore Gesù, Tu sei nato per noi,
ti sei fatto bambino per noi,
sei venuto per noi.

La tua venuta è per noi necessaria,
o Salvatore nostro:
è necessaria la tua presenza.

Vieni nella tua immensa bontà,
abita in noi per la fede
e illumina la nostra cecità!

Rimani con noi
e difendi la nostra fragilità!

Se Tu sei con noi,
chi ci potrà ingannare?

Se Tu sei con noi,
che cosa non potremo in Te,
che ci dai forza?

Se Tu sei per noi, chi sarà contro di noi?

Tu sei venuto al mondo, Gesù,
per abitare in noi,
con noi e per noi,
per schierarti dalla nostra parte,
per essere il nostro Salvatore.

Grazie, Signore Gesù!

JACOPONE DA TODI
(Todi 1233 – Collazzone 1306)
«Cantico della Natività di Gesù Cristo», LXV

Omo chi vòl parlare,
emprima dé’ pensare
se quello che vòl dire
è utele a odire;
ché la longa materia
sòl generar fastidia,
el longo abriviare
sòle l’om delettare.

Abrevio mea ditta,
longezza en breve scripta;
chi cce vorrà pensare,
ben ce porrà notare.
Comenzo el meo dittato
de l’omo ch’è ordenato,
là ‘ve Deo
se reposa,
êll’alma ch’è sua sposa.

La mente sì è ‘l letto
co l’ordenato affetto;
el letto à quatro pedi,
como en figura el vidi.
Lo primo pè, prudenza,
lume d’entelligenza;
demustra el male e ‘l bene,
e co’ tener se déne.

L’altro pè, iustizia,
l’affetto en essercizia
(prudenza à demustrato,
iustizia à adoperato).
Lo terzo pè, fortezza:
portare onne gravezza,
per nulla aversetate
lassar la veretate.

Lo quarto è temperanza:
freno enn abundanza
et en prospere tate
profunda umeletate.
La lettèra
enfunata
de fede articulata,
l’articul’ l’à legati,
co li pè concatenati.

De paglia c’è un saccone,
la me’ cognizione,
co’ so’ de vile nato
e pleno de peccato.
De sopr’è ‘l matarazzo,
Cristo pro me pazzo
(o’ sse misse a venire
per me potere av‹i›re!).

Ècce uno capezzale,
Cristo ch’en croce sale;
mòrece tormentato,
con latrun’ acompagnato.
Stese ce so’ lenzola,
lo contemplar che vola:
specchio i devinitate,
vestito i umanetate.

Coperto è de speranza
a ddarme ferma certanza
de farme cittadino
en quell’abbergo devino.
La caritate ‘l iogne
e con Deo me coniogne;
iogne la vilitate
cun la divina bontate.

Ecco nasce un amore,
c’à emprenato el core,
pleno de disiderio,
d’enfocato misterio.
Preno enliquedisce,
languenno parturesce;
e parturesce un ratto,
nel terzo cel è tratto.

Celo umanato passa,
l’angelico trapassa
et entra êlla caligine
co ‘l Figliol de la Vergene.
Et è en Deo Un-Trino,
loco i sse mett’el freno
d’entelletto pusato,
l’affetto adormentato;

e dorme senza sonnia,
ch’è ‘n vere
tate d’onnia,
c’à repusato el core
ne lo divino amore.
Vale, vale, vale!
Ascenne per este scale,
cà po’ cedere en basso,
farì’ granne fracasso

IL CINQUECENTO

VITTORIA COLONNA
(Roma 1490 – Roma 1547)
SONETTO XXI
«Qui non è il loco umil, nè le pietose»

Qui non è il loco umil, né le pietose
Braccia della gran Madre, né i Pastori,
Né del pietoso Vecchio i dolci amori,
Né l’Angeliche voci alte e gioiose;
Nè dei Re sapienti le pompose
Offerte, fatte con soavi ardori:
Ma ci sei tu, che te medesmo onori,

Signor, cagion di tutte l’altre cose.
So che quel vero, che nasceti, Dio
Sei qui, nè invidio altrui, ma ben pietade
Ho sol di me; non ch’io giungessi tardo:
Non è il tempo infelice, ma son’io
Misera, che per fede ancor non ardo,
Come essi per vederti in quella etade.

SAN GIOVANNI DELLA CROCE
(Fontiveros 1542 – Ubeda 1591)
«Della nascita»

Poiché era arrivato il tempo
In cui nascere doveva,
Come uno sposo novello,
Dal talamo se n’uscì.

Abbracciava la sua sposa,
Che tra le braccia portava,
Mentre la Madre graziosa
Nel presepe lo posava.

Alcuni animali intorno
Se ne stavano quel giorno.
Canti dagli uomini uscivano,
Dagli angeli melodia:

Del matrimonio gioivano
Che tra questi due accadeva.
Però nel presepe Dio
Stava piangendo e gemeva,

Gioie queste che la sposa
Al matrimonio portava.
E la Madre era stupita
Quando il baratto osservava;

Il pianto dell’uomo in Dio
E nell’uomo beatitudine,
Ciò che dell’uno e dell’altro
Era insolita abitudine.

IL SETTECENTO

SANT’ALFONSO MARIA DE’ LIGUORI
(Napoli 1696 – Nocera de’ Pagani 1787)
«Quanno nascette ninno»

Il termine Ninno (=il Bambino) non lo traduciamo.
Quando nacque Ninno a Betlemme
Era notte e pareva mezzo giorno.
Mai le Stelle – luccicanti e belle
Si videro così:
E la più lucente
andò a chiamare i Magi ad Oriente.

Di prescia si  svegliarono gli uccelli
Cantando in una forma tutta nuova:
Pensa al grillo – con gli strilli,
E saltando di qua e di là;
E’ nato, è nato,
Dicevano, il Dio, che ci ha creato.

Nonostante fosse inverno, Nínno bello,
Spuntarono a migliara rose e fiori.
Come il fieno secco e tosto
Che fu posto – sotto di Te,
S’ingemmò,
E di fronde di fiori si vestì.

In un paese che si chiama Engaddi,
Fiorirono le vigne e spuntò l’uva.
Nínno mio saporitello,
Grappolino – d’uva -sei Tu;
Che tutto amore
Fai dolce la bocca, e poi ubriachi il cuore.

Non c’erano nemici per la terra,
La pecora pasceva col leone;
Con le caprette – si vide
Il leopardo giocare;
L’orso e il vitello
E con il lupo in pace l’agnellino.

Si rivoltò insomma tutto il Mondo,
Il cielo, la terra, il mare, e tutte le genti.
Chi dormiva – si sentiva
Nel petto il cuore saltare
Per l’allegrezza;
E si sognava pace e contentezza.

Guardavano le pecore i Pastori,
E un Angelo splendente più del sole
Comparve – e disse loro:
Non vi spaventate no;
Contenti e riso
La terra è diventata Paradiso.

Per voi è nato oggi a Betlemme
Del Mondo l’atteso Salvatore.
Dentro í panni lo troverete,
Non potete – mai sbagliarvi,
Avvolto,
E dentro al Presepio adagiato.

A milioni gli Angeli calarono
Con questi si misero a cantare:
Gloria a Dio, pace in terra,
Non più guerra – è nato già
Il Re d’amore,
Che dà allegrezza e pace a ogni cuore.

S-batteva il cuore in petto aí Pastori;
E l’uno all’altro diceva:
Ché tardiamo? – Presto, andiamo,
Ché me sento venir meno
Per il desiderio
Che ho di vedère il Nínno Dio.

Saltando, come cervi feriti,
Corsero i Pastori alla Capanna;
Là trovarono Maria
Con Giuseppe e la Gioia mia;
E in quel Viso
Provarono un morso di Paradiso.

Rimasero incantati e a bocca aperta
Per tanto tempo senza dire parola;
Poi fecero – lacrimando
Un sospiro per sfogarsi,
Dal [profondo del] cuore
Emisero a migliaia atti d’amore.

Con la scusa di offrire doni
Iniziarono da accostarsi piano piano
Nínno non li rifiutò,
Li accettò – come a dire,
Che mise loro
Le Mani sul capo e li benedisse.

Pigliando confidenza a poco a poco,
Chiesero il permesso alla Mamma:
Si mangiarono i Piedini
Coi bacetti – prima, e poi
Quelle Manine,
All’ultimo il Musetto e le Guancine.

Poi  assieme si misero a suonare
E a cantare con l’Angelo e Maria,
Con una voce – così dolce,
Che Gesù fece: a aa…
E poi chiuse
Quegli occhi aggraziati  e s’addormentò.

La ninnananna che cantarono mi pare
Dovesse essere quella che ora dico.
Ma intanto – che io la canto,
Immaginatevi di stare
Coi Pastori
Vicino a Nínno bello voi pure.

“Vieni sonno dal Cielo,
Vieni e addormenta questo Nennillo;
Per pietà, ché è piccino,
Vieni sonno e non tardare.

Gioia bella di questo cuore,
Vorrei sonno diventare,
Dolce, dolce per farti
Quest’occhi belli addormentare.

Ma se Tu per esser amato
Ti sei fatto Bambinello,
Solo amore e il sonnariello
Che dormire ti può far.

Mentre questo può far la nanna,
Per Te quest’anima è arsa e buona.
T’amo, t’a… Uh questa canzone
Già t’ha fatto assopire!
T’amo Dio – Bello mio,
T’amo Gioia, t’amo, t’a…

Cantando poi e suonando i Pastori
Tornarono alle mandrie un’altra vota:
Ma cosa vuoi? Più riposo
Non trovarono nel petto:
Al caro Bene
Facevano ogni poco va e vieni.

L’inferno solamente e i peccatori
Testardi come esso e ostinati
Si misero paura,
Perché nella tenebra – vogliono stare
I pipistrelli,
Fuggendo dal sole i bricconi.

Io pure sono nero peccatore,
Ma non voglio essere duro e ostinato.
Io non voglio più peccare,
Voglio amare – voglio stare
Con Nínno bello
Come ci stanno il bue e l’asinello.

Nennillo mio, Tu sei sole d’amore,
Fai luce e scaldi pure il peccatore
Quando è tutto – nero e brutto
Come la pece, tanto più
Lo tieni a mente,
E lo fai diventare bello e splendente.

Ma Tu mi dirai che hai pianto,
Affinché piangesse pure il peccatore.
Ho torto – ahi! fossi morto
un’ora prima di peccare!
Tu m’hai amato,
E io per paga t’ho maltrattato!

A voi, occhi miei, due fontane
Avrete da fare di lacrime piangendo
Per lavare – per scaldare
i piedini di Gesù;
Chissà che  placato
[non] Dica: via, che t’ho perdonato.

Beato me se ho questa fortuna!
Che mai posso più desiderare?
O Maria – Speranza mia,
Mentr’io piango, prega Tu:
Pensa che pure
Sei fatta Mamma dei peccatori.

NOVALIS
(Schloss Oberwiederstedt 1772 – Weißenfels 1801)
«Conforto del mondo, vieni»

Conforto del mondo, vieni!
Sgombro da ogni cosa, ti aspetto.
Si apre ogni cuore, come un vaso.
Oh benedizione! riempi questo vuoto!

Effondi il suo essere, oh Padre, con forza
allarga le tue braccia, separalo da te;
un dolce pudore lo trattiene, il mare del suo amore
innocente Gesù, non indugiare in te.

Mandalo nelle nostre braccia
soffio di te, caldo essere, Dio;
che radunato su di noi, greve nube
cumulo d’amore discenda.

In acque, fresca pioggia sul mondo
o in fuoco, attanagliato al suo oggetto,
in aria, unguento, suono, rugiada
da lui percorsa, terra lievitata!

Oh santità! guerra meravigliosa
nella sua cattiveria è chiuso il maligno;
inestinguibile scorre dai cieli
aria di paradiso che fiorisce.

Come respirando, terra con cielo,
s’innalza più molle ogni prato
aumenta ogni cosa come fiato
grembo che attira il suo cielo.

Si scioglie l’inverno; una culla
è l’inizio di ciò che germoglia
inizia di nuovo la terra
principio del mondo è un bambino.

Gli occhi sono colmi di Dio
ma vedono il suo volto redentore
coronato di fiori è il suo capo
ma lui stesso nei fiori, fiorito sorriso.

È Dio nella stella, Dio nel sole
è la fonte, acqua della vita
è nell’erba, nel sasso, nel mare, nella luce
sparso sorriso, Dio bambino.

Nelle cose c’è il suo gioco di bambino
il suo amore è insinuato in ogni cosa
dimentico di sé nel suo volo
si annida più stretto in ogni cuore.

È Dio per noi; in sé sconfinato bambino
un polline d’amore è il suo cuore.
È il nostro cibo, è colui che ci disseta;
la sua gioia è la nostra fedeltà.

Soffochiamo sotto tanta miseria
una luttuosa coperta è sul cuore
fa’ che incontriamo l’amato
tornerà da te, Padre, con noi.

TRA SETTECENTO E OTTOCENTO

VINCENZO MONTI
(Alfonsine 1754 – Milano 1828)
«Sopra il Santo Natale»

Sei tu quel Dio che in suo furor cammina
Per mezzo ai sette candelabri ardenti?
Che manda un guardo, e l’ultima ruina
Paventano crollando i firmamenti?

Dove sono le frecce alla fucina
Del Ciel temprate, e i fulmini roventi?
Dove il tuon? dove il turbo? e la divina
Ira, che scende a sgomentar le genti?

Amor (risponde), Amor le punte acute
Mi spezzò degli strali, e dalle stelle
Dio di pace or mi tragge in sua virtute.

Ei dalla man le folgori mi svelle.
Amor non viene a dispensar salute
Con lo spirto di nembi e di procelle.

WILLIAM BLAKE
(Londra 1757 – Londra 1827)
«Canto di culla»

Dall’oscurità, sogni beati
sul mio bimbo addormentato.
Dolci sogni, sogni portati
da raggi di luna argentati.
Dolce sonno, di soffice piuma
incorona il bimbo nella cuna.
Dolce sonno, Angelo mite,
proteggi il mio bimbo felice.

Nella notte, dolci sorrisi,
schiudetegli il paradiso.
Sorrisi dolci, materni sorrisi,
tutta la notte sempre sorrisi.
Gemiti dolci, sospiri leggeri
non cacciate il sonno dai suoi pensieri.
Gemiti dolci, sorrisi beati
come dolci colombe alate.

Dolce bimbo, sul tuo volto
un santo viso ho colto.
Un bimbo dolce come te
il tuo Creatore, pianse per me,
per me, per te, per tutti pianse,
quand’era bimbo ancora in fasce.

Sempre vedrai il suo volto,
celeste sorriso a te rivolto,
a te, a me, a tutti sorride.
Colui che bimbo un dì si fece.
Di ogni bimbo il sorriso é la sua luce,
cieli e terra alla pace riconduce.

L’OTTOCENTO

MANZONI (1785-1873)
«Il Natale»

Qual masso che dal vertice
di lunga erta montana,
abbandonato all’impeto
di rumorosa frana,
per lo scheggiato calle
precipitando a valle,
barre sul fondo e sta;

là dove cadde, immobile
giace in sua lenta mole;
né, per mutar di secoli,
fia che riveda il sole
della sua cima antica,
se una virtude amica
in alto nol trarrà:

tal si giaceva il misero
figliol del fallo primo,
dal dì che un’ineffabile
ira promessa all’imo
d’ogni malor gravollo,
donde il superbo collo
più non potea levar.

Qual mai tra i nati all’odio,
quale era mai persona
che al Santo inaccessibile
potesse dir: perdona?
far novo patto eterno?
al vincitore inferno
la preda sua strappar?

Ecco ci è nato un Pargolo,
ci fu largito un Figlio:
le avverse forze tremano
al mover del suo ciglio:
all’ uom la mano Ei porge,
che sì ravviva, e sorge
oltre l’antico onor.

Dalle magioni eteree
sgorga una fonte, e scende,
e nel borron de’ triboli
vivida si distende:
stillano mele i tronchi
dove copriano i bronchi,
ivi germoglia il fior.

O Figlio, o Tu cui genera
l’Eterno, eterno seco;
qual ti può dir de’ secoli:
Tu cominciasti meco?
Tu sei: del vasto empiro
non ti comprende il giro:
la tua parola il fe’.

E Tu degnasti assumere
questa creata argilla?
qual merto suo, qual grazia
a tanto onor sortilla
se in suo consiglio ascoso
vince il perdon, pietoso
immensamente Egli è.

Oggi Egli è nato: ad Efrata,
vaticinato ostello,
ascese un’alma Vergine,
la gloria d’lsraello,
grave di tal portato
da cui promise è nato,
donde era atteso usci.

La mira Madre in poveri
panni il Figliol compose,
e nell’umil presepio
soavemente il pose;
e l’adorò: beata!
innazi al Dio prostrata,
che il puro sen le aprì.

L’Angel del cielo, agli uomini
nunzio di tanta sorte,
non de’ potenti volgesi
alle vegliate porte;
ma tra i pastor devoti,
al duro mondo ignoti,
subito in luce appar.

E intorno a lui per l’ampia
notte calati a stuolo,
mille celesti strinsero
il fiammeggiante volo;
e accesi in dolce zelo,
come si canta in cielo
A Dio gloria cantar.

L’allegro inno seguirono,
tornando al firmamento:
tra le varcare nuvole
allontanossi, e lento
il suon sacrato ascese,
fin che più nulla intese
la compagnia fedel.

Senza indugiar, cercarono
l’albergo poveretto
que’ fortunati, e videro,
siccome a lor fu detto
videro in panni avvolto,
in un presepe accolto,
vagire il Re del Ciel.

Dormi, o Fanciul; non piangere;
dormi, o Fanciul celeste:
sovra il tuo capo stridere
non osin le tempeste,
use sull’empia terra,
come cavalli in guerra,
correr davanti a Te.

Dormi, o Celeste: i popoli
chi nato sia non sanno;
ma il dì verrà che nobile
retaggio tuo saranno;
che in quell’umil riposo,
che nella polve ascoso,
conosceranno il Re.

HEINRICH HEINE
(Düsseldorf 1797 – Parigi 1856)
«I tre re santi dall’Oriente»

I re Magi venian dall’Oriente
e chiedevano in ogni città
«La sapete la via, buona gente?
Da che parte al presepe si va?».
Ma nessuno la seppe dir loro,
e i re Magi ripreser la strada,
i re Magi seguir l’astro d’oro,
che brillava cortese lassù.
Sostò l’astro su l’umile tetto
di Giuseppe, i re Magi v’entrar;
mugghiò il bue, strillò il Pargoletto;
e i tre santi re Magi cantar.

PAUL VERLAINE
(Metz 1844 – Parigi 1896)
«Natale»

Gesù bambino, come dobbiamo essere
se vogliamo vedere Dio Padre:
accordaci allora di rinascere

come puri infanti, nudi, senz’altro rifugio
che una stalla, e senz’altra compagnia
che un asino e un bue, umile coppia;

d’avere infinita ignoranza
e l’incommensurabile debolezza
per cui l’umile infanzia è benedetta;

di non agire senza che nonnulla ferisca
la nostra carne tutta via innocente
ancora perfino d’una carezza,

senza che il nostro misero occhio non senta
dolorosamente perfino il chiarore
dell’alba impallidire appena,

della sera che cade, suprema luce,
senza provare altra voglia
che d’un lungo sonno tiepido e smorto.

Come puri infanti che l’aspra vita
destina – a quale meta tragica
o felice? – o folla asservita

o libera truppa, a quale calvario?

ARTHUR RIMBAUD
(Charleville 1854 – Marsiglia 1891)
«Natale sulla Terra»

Dallo stesso deserto,
nella stessa notte,
sempre i miei occhi stanchi si destano
alla stella d’argento,
sempre,
senza che si commuovano i Re della vita,
i tre magi, cuore, anima, spirito. Quando
ce ne andremo di là
dalle rive e dai monti,
a salutare la nascita del nuovo lavoro,
la saggezza nuova,la fuga dei tiranni e dei demoni,
la fine della superstizione,
ad adorare – per primi! – Natale sulla terra!

TRA OTTOCENTO E NOVECENTO

GABRIELE D’ANNUNZIO
(Pescara 1863 – Gardone Riviera 1938)
«I re Magi»

Una luce vermiglia
risplende nella pia
notte e si spande via
per miglia e miglia e miglia.

O nova meraviglia!
O fiore di Maria!
Passa la melodia
e la terra s’ingiglia.

Cantano tra il fischiare
del vento per le forre,
i biondi angeli in coro;
ed ecco Baldassarre
Gaspare e Melchiorre,
con mirra, incenso ed oro.

GIOVANNI PASCOLI
(San Mauro di Romagna 1855 – Bologna 1912)
«Le ciaramelle»

Udii tra il sonno le ciaramelle,
ho udito un suono di ninne nanne.
Ci sono in cielo tutte le stelle,
ci sono i lumi nelle capanne.

Sono venute dai monti oscuri
le ciaramelle senza dir niente;
hanno destata ne’ suoi tuguri
tutta la buona povera gente.

Ognuno è sorto dal suo giaciglio;
accende il lume sotto la trave;
sanno quei lumi d’ombra e sbadiglio,
di cauti passi, di voce grave.

Le pie lucerne brillano intorno,
là nella casa, qua su la siepe:
sembra la terra, prima di giorno,
un piccoletto grande presepe.

Nel cielo azzurro tutte le stelle
paion restare come in attesa;
ed ecco alzare le ciaramelle
il loro dolce suono di chiesa;

suono di chiesa, suono di chiostro,
suono di casa, suono di culla,
suono di mamma, suono del nostro
dolce e passato pianger di nulla.

O ciaramelle degli anni primi,
d’avanti il giorno, d’avanti il vero,
or che le stelle son là sublimi,
conscie del nostro breve mistero;

che non ancora si pensa al pane,
che non ancora s’accende il fuoco;
prima del grido delle campane
fateci dunque piangere un poco.

Non più di nulla, sì di qualcosa,
di tante cose! Ma il cuor lo vuole,
quel pianto grande che poi riposa,
quel gran dolore che poi non duole;

sopra le nuove pene sue vere
vuol quei singulti senza ragione:
sul suo martòro, sul suo piacere,
vuol quelle antiche lagrime buone!

RAINER MARIA RILKE
(Praga 1875 – Montreux 1926)
«La nascita di Gesù»

Se in te semplicità non fosse, come
T’accadrebbe il miracolo
di questa notte lucente? Quel Dio,
vedi, che sopra i popoli tuonava
si fa mansueto e viene al mondo in te.

Più grande forse lo avevi pensato?
Se mediti grandezza: ogni misura umana
dritto attraversa ed annienta
l’inflessibile fato di lui. Simili
vie neppure le stelle
hanno. Son grandi, vedi, questi re;
e tesori, i più grandi agli occhi loro,
al tuo grembo dinanzi essi trascinano.
Tu meravigli forse a tanto dono:
ma fra le pieghe del tuo panno guarda,
come ogni cosa Egli sorpassi già.
Tutta l’ambra imbarcata dalle terre più remote,
i gioielli aurei, gli aromi
che penetrano i sensi conturbanti:
tutto questo non era che fuggevole
brevità: d’essi, poi, ci si ravvede;
ma è gioia – vedrai – ciò che Egli dà.

GUIDO GOZZANO
(Torino 1883 – Torino 1916)
«La notte santa»

– Consolati, Maria, del tuo pellegrinare!
Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei.
Presso quell’osteria potremo riposare,
ché troppo stanco sono e troppo stanca sei.

Il campanile scocca
lentamente le sei.

– Avete un po’ di posto, o voi del Caval Grigio?
Un po’ di posto per me e per Giuseppe?
– Signori, ce ne duole: è notte di prodigio;
son troppi i forestieri; le stanze ho piene zeppe

Il campanile scocca
lentamente le sette.

– Oste del Moro, avete un rifugio per noi?
Mia moglie più non regge ed io son così rotto!
– Tutto l’albergo ho pieno, soppalchi e ballatoi:
Tentate al Cervo Bianco, quell’osteria più sotto.

Il campanile scocca
lentamente le otto.

– O voi del Cervo Bianco, un sottoscala almeno
avete per dormire? Non ci mandate altrove!
– S’attende la cometa. Tutto l’albergo ho pieno
d’astronomi e di dotti, qui giunti d’ogni dove.

Il campanile scocca
lentamente le nove.

– Ostessa dei Tre Merli, pietà d’una sorella!
Pensate in quale stato e quanta strada feci!
– Ma fin sui tetti ho gente: attendono la stella.
Son negromanti, magi persiani, egizi, greci…

Il campanile scocca
lentamente le dieci.

– Oste di Cesarea… – Un vecchio falegname?
Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente?
L’albergo è tutto pieno di cavalieri e dame
non amo la miscela dell’alta e bassa gente.

Il campanile scocca
le undici lentamente.

La neve! – ecco una stalla! – Avrà posto per due?
– Che freddo! – Siamo a sosta – Ma quanta neve, quanta!
Un po’ ci scalderanno quell’asino e quel bue…
Maria già trascolora, divinamente affranta…

Il campanile scocca
La Mezzanotte Santa.

È nato!
Alleluja! Alleluja!

È nato il Sovrano Bambino.
La notte, che già fu sì buia,
risplende d’un astro divino.
Orsù, cornamuse, più gaje
suonate; squillate, campane!
Venite, pastori e massaie,
o genti vicine e lontane!

Non sete, non molli tappeti,
ma, come nei libri hanno detto
da quattro mill’anni i Profeti,
un poco di paglia ha per letto.
Per quattro mill’anni s’attese
quest’ora su tutte le ore.
È nato! È nato il Signore!
È nato nel nostro paese!
Risplende d’un astro divino
La notte che già fu sì buia.
È nato il Sovrano Bambino.

È nato!
Alleluja! Alleluja!

GILBERT KEITH CHESTERTON
(Londra 1874 – Beaconsfield 1936)
«Canto di Natale»

Nel grembo di Maria giaceva il Bimbo
la sua chioma era simile a una luce
(stanco e disfatto è il mondo, ma qui tutto
proprio tutto va bene).
Sul seno di Maria giaceva il Bimbo
la sua chioma era simile a una stella
(sono astiosi e astuti tutti i re
ma qui sinceri i cuori).
Sul cuore di Maria giaceva il Bimbo
ed era la sua chioma come il fuoco
(stanco è il mondo, ma del mondo
è questo il desiderio).
Stava Cristo ai ginocchi di Maria
la sua chioma pareva una corona.
E tutti i fiori a lui guardavan su
tutte le stelle giù.

IL NOVECENTO

SALVATORE QUASIMODO
(Modica 1901 – Napoli 1968)
«Natale»

Guardo il presepe scolpito,
dove sono i pastori appena giunti
alla povera stalla di Betlemme.
Anche i Re Magi nelle lunghe vesti
salutano il potente Re del mondo.
Pace nella finzione e nel silenzio
delle figure di legno: ecco i vecchi
del villaggio e la stella che risplende,
e l’asinello di colore azzurro.
Pace nel cuore di Cristo in eterno;
ma non v’è pace nel cuore dell’uomo.
Anche con Cristo e sono venti secoli
il fratello si scaglia sul fratello.
Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino
che morirà poi in croce fra due ladri?

UMBERTO SABA
(Trieste 1883 – Gorizia 1957)
«A Gesù Bambino»

La notte è scesa
e brilla la cometa
che ha segnato il cammino.
Sono davanti a Te, Santo Bambino!
Tu, Re dell’universo,
ci hai insegnato che tutte le creature sono uguali,
che le distingue solo la bontà,
tesoro immenso, dato al povero e al ricco.
Gesù, fa’ ch’io sia buono,
che in cuore non abbia che dolcezza.
Fa’ che il tuo dono
s’accresca in me ogni giorno
e intorno lo diffonda,
nel Tuo nome.

GIUSEPPE UNGARETTI
(Alessandria d’Egitto 1888 – Milano 1970)
«Natale»

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade
Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare.

ANNA MARIA CÀNOPI
(Pecorara 1931)
«Altro Natale»

Altro Natale:
culle insanguinate
senza lacrime di madri,
pianti sconsolati di fame
senza latte, senza pace,
senza ninne nanne.

Altro Natale
non con il piccolo presepe
tra gente semplice, fedele,
ma su strade d’asfalto,
tra l’urlo dei motori
nel brivido della morte violenta.

Altro Natale
senza compassione
dove Tu, Dio,
vuoi nascere ancora
per amare con cuore d’uomo.
Vieni, non mancare,
perché c’è sempre Lei ad aspettarti
in mezzo a noi:
la Povera,
la Vergine,
la Madre.

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