Come la luna la poesia è lo sguardo gratuito sulle cose

Giuseppe Emmolo

martedì 11 novembre 2014

Il solo fatto che sia stato fatto un film sulla figura di Leopardi rende onore sia all’impresa di produzione che allo stesso Mario Martone, il regista. Che il film poi sia riuscito a sdoganare Leopardi dallo schema in cui è stato  rinchiuso per secoli dagli addetti ai lavori (Sapegno & critici), quello è un altro discorso… che non sminuisce la grandezza del tentativo. Gobbo, “sfigato” e disturbato… questa è l’immagine corrente, anzi, dominante presso i nostri ragazzi, del poeta di Recanati, complici gli insegnanti che spesso si fermano alla manualistica degli autori e ripetono la critica trita che non sa mettere in discussione i cliché; spesso sono proprio loro, i “cultori del dubbio”, a non avere mai dubbi su… Leopardi.

E’ riuscito Martone nell’impresa di restituirci quel pensatore vivo e quel palpitante poeta qual era  Leopardi? Il mio modesto parere è che ci sia riuscito solo a tratti, tuttavia anche solo per questi tratti vale la pena veder il film. Tant’è che con le classi (Istituto De Nicola di Sesto San Giovanni, Milano) abbiamo organizzato una proiezione e la risposta dei ragazzi è stata positiva, nonostante il film fosse molto lungo (135 minuti). La giovane sala ammutoliva ogniqualvolta Leopardi, pardon, l’attore Elio Germano — ora con rabbia, ora con fredda lucidità — ragionava di felicità o quando, rassegnato, constatava l’impossibilità di raggiungerla. Leopardi è moderno perché il modo che ha di sentire il tema o problema della ricerca della felicità è uguale al nostro. In certi momenti, durante il film, i ragazzi letteralmente zittivano tanto era evidente e giusta quella ricerca: “Se la felicità non esiste, a che serve la vita?”.

Il film ripercorre la formazione del nostro poeta ed in effetti per una sua oggettiva comprensione bisogna partire da lì. Anche titolare il film “Il giovane favoloso” è stato giusto: “10 anni sa il latino più del suo maestro, impara il greco da solo e anche l’ebraico; a 15 anni era già diventato un filologo di prim’ordine tant’è che dalla Germania un bel giorno gli giunse l’offerta di una cattedra di Filologia presso l’università di Bonn”, a esprimersi così è uno dei maggiori studiosi di Leopardi (E. Gioanola). Nel Saggio sopra gli errori popolari degli antichi Leopardi dimostra un’erudizione  pazzesca. Il film ricostruisce anche i rapporti in famiglia da cui emerge una mamma Adelaide bigotta, ottusa e affettivamente inetta verso i figli: non li ha mai baciati, offriva loro il baciamano… e un padre Monaldo così preoccupato di dare lustro al proprio casato da svendere a questo scopo il patrimonio di famiglia e accanirsi sull’educazione dei figli (Giacomo,Carlo e Paolina). A quel giovane favoloso hanno insegnato a pregare e a morire ma non a vivere! Si noti che i fratelli Leopardi portavano la talare e a Martone la cosa, assai significativa, non è sfuggita: erano nobili dello stato pontificio.

I Leopardi disponevano della biblioteca  più grande delle Marche, Monaldo amava leggere moltissimo ed era un bibliofilo: di ciò andava fiero perché quei libri potevano alimentare il genio di Giacomo; e Giacomo sentiva tutto questo e lo assecondava. A 11/12 anni si chiude in quella biblioteca (le riprese ci restituiscono lo studio così come lo si può ammirare ancora oggi a casa Leopardi) e ne esce 7 anni dopo fiaccato fisicamente. Il lavoro intellettuale di Leopardi si può spiegare spiegare come tentativo che il bambino precocissimo ha fatto per farsi notare. 

Il film tuttavia non ci restituisce tutto lo stupore di una scoperta che Leopardi fa, e cioè chiedersi l’utilità di tutto quel sapere accumulato. In effetti scopre una cosa formidabile: che si sarebbe potuto cercare e trovare la verità stessa. E non è infatti questo il tema ricorrente in tutta l’opera di Leopardi? in tutta la sua opera egli cerca lo svelamento dell’enigma che avvolge tutte le cose, il misterio dell’esser nostro. Tanti invece scambiano questa formidabile ricerca con l’ossessione di esser infelice quando è esattamente l’opposto… la verità è che a uno che si è stancato di cercare, il ricercatore (in questo caso Leopardi) sembra un fissato, un malato. Efficacissime sono la scena della Natura (la donnona) e dell’Islandese, meno riuscite la scene sulla Luna, Luna che ancora oggi si può ammirare nelle notti di Recanati. Non poteva, non doveva mancare quella Luna… Già tutta l’aria imbrunatorna azzurro il sereno e tornan l’ombre/ giù da’ colli e da’ tetti/ al biancheggiar della recente luna… Che sguardo e che cuore e quanto studio per fissare questa sola immagine.

Ecco, è forse per come ha trattato il tema della Luna, ma non solo, che si può dire che Martone non sia riuscito col suo onesto tentativo di far vibrare la poeticità del Nostro. Ha fatto una biografia storico-culturale più che scandagliare il volto esistenziale e soprattutto profondamente poetico, e quindi umano, di Leopardi. Nella biografia del recanatese il regista ha voluto metter dentro un tourbillon di cose: incontri, sentimenti… ne è risultato che il tutto è lì, così, senza un file rouge significativo sul piano narrativo. Anzi, tutto ciò è risultato riduttivo della personalità poetica di Giacomo.

Il tema della luna (salvo le splendide immagini) risulta o almeno appare, come un mero elemento di poesia come la sera, la nebbia, il mattino… un correlativo, direbbe Montale, connesso all’idea di evasione dall’infelicità quotidiana, quasi che Leopardi si fosse chiuso in se stesso, quando invece è proprio l’opposto. Non si è mai estraniato dalla condizione dei suoi contemporanei, anzi, si è augurato — e non solo con la poesia La ginestrama anche per la sua teoria delle “illusioni” — che gli uomini vivessero felici (benché di illusioni). Poesia per Leopardi non è sinonimo di impegno col reale, ma di più, essa è il cuore dell’impegno.

Poesia è possibilità data di non snaturarsi davanti alla mentalità dominante, utilitaristica e schiava della logica del possesso. Poesia è lo sguardo gratuito sulle cose. E non a caso ci sono cenni di feroce polemica di Leopardi contro l’ideologia progressista e la cultura salottiera.

Caro Martone, troppa l’insistenza sui dolori e le sofferenze e gli scacchi affettivi vissuti da Giacomo. Perché, anche se c’erano queste cose, tuttavia esse sono andate nel film a discapito del genio poetico, che non era men vero: all’origine del genio della poesia di Leopardi c’è quel suo sguardo sul reale mai domo, sempre in ricerca, sempre sulla corda della grande ispirazione.  Leopardi, da filosofo, ci fa odiare la vita, ma con la sua poesia ce la fa amare.

Il film non riesce a fugare i dubbi nello spettatore — dubbi che erano gli stessi dei critici contemporanei di Leopardi — sull’accusa che la sua filosofia e la sua poesia fossero indotte dai suoi mali fisici o disturbi neurologici. Inoltre anche l’opinione che Leopardi condividesse il dubbio metodico cartesiano — per quanto avesse una grande ammirazione per Descartes — lascia perplessi. E’ vero, come fa vedere il film, che Leopardi afferma: “il vero consiste essenzialmente nel dubbio, e chi dubita, sa, e sa il più che si possa sapere” (Zibaldone, 1655). Tuttavia, come già per l’accusa di essere poeta disturbato, così sul dubbio metodico il film si limita alla pura e gratuita ri-proposizione della quaestio ma non entra nel merito, non è critico. Il dubbio per Leopardi è uno strumento di verifica, non è l’ideale del desiderio di conoscenza: l’uomo vuol sapere, desidera venire a capo delle quaestiones (e come l’ha cercata lui la felicità!), così come afferma nello stesso Zibaldone (438): “Qualunque essere non è macchina, ha bisogno di credenze per vivere… il credere non è altro che tirare le conseguenze”. Il dubbio ha senso solo alla fine della ricerca e non può essere eretto a verità del tutto. Infatti continua Leopardi: “Del resto, come l’indifferenza assoluta, ossia la mancanza di ogni determinazione dell’intelletto cioè di ogni credenza, sarebbe mortifera per l’animale libero e dipendente dalla sua propria determinazione; così anche appresso a poco il dubbio, che è quasi tutt’uno con il detto stato… quindi lo stato dell’uomo sarà tanto più felice, quanto egli avrà maggior facilità e prontezza a determinarsi a credere (dal che poi segue l’operare); cioè a tirare  una conseguenza da un tal dato” (Zibaldone, 448).

http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2014/11/11/SCUOLA-Leopardi-la-felicita-dei-nostri-giovani-ha-bisogno-della-luna/print/553010/

http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2014/11/11/SCUOLA-Leopardi-la-felicita-dei-nostri-giovani-ha-bisogno-della-luna/print/553010/

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3 thoughts on “Come la luna la poesia è lo sguardo gratuito sulle cose

  1. Splendida analisi che, avendo visto il film, mi trova perfettamente d’accordo, Aggiungerei che ho trovato lo stesso anche un pò troppo calligrafico. Una fotografia comunque eccezionale con l’interpretazione di Elio Germano davvero grande. Ma più che calcare la mano sull’erudito , avrei preferito un’indagine più approfondita della sua anima poetica. Grazie per questo post cara Annamaria. Ti abbraccio. Isabella

    • È bello sapere che non siamo definiti dal nostro fisico, dal nostro carattere o dalle circostanze ma che siamo definiti dal cuore e il cuore è libero, gratuito e aspira a cose grandi, come lo era il cuore di Leopardi. Grazie a te Isabella per i tuoi commenti graditissimi. Un abbraccio Annamaria

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