Solo per me

«La preferenza di Dio è il metodo. L’ho scoperto una volta, quando don Giussani mi disse che se anche io fossi l’unico essere umano nell’universo, Dio sarebbe venuto solo per me, perché il mio nulla non andasse perduto». Rose, la responsabile del movimento in Uganda, è visibilmente commossa quando pronuncia queste parole durante l’introduzione alla Giornata di inizio d’anno a Kampala, il 19 ottobre scorso. Sono presenti circa 350 persone che ascoltano attentamente. Alcuni di loro hanno nel cuore una “santa tristezza” come direbbe Dostoevskij, perché accanto a Rose avrebbero voluto vedere don Carrón, che aveva programmato una visita a Kampala proprio per quel giorno. Invece hanno dovuto accontentarsi del video in inglese trasmesso dall’Italia. In effetti, secondo i programmi stabiliti, dopo aver trascorso due giorni a Nairobi con 100 responsabili del movimento di Comunione e Liberazione in Africa, avrebbe dovuto tenere la Giornata di inizio d’anno a Kampala; ma l’emergenza Ebola ci ha obbligato a cambiare tutti i piani da un momento all’altro, e Carrón è stato costretto a cancellare il viaggio.

Ma il Mistero ha in tasca una sorpresa per tutti noi. E sebbene l’assenza di Carrón possa apparire agli occhi di molti come un evento mancato, per alcuni di noi è stata una possibilità di riscoprire l’Evento con la “E” maiuscola. È stata l’occasione per guardare al significato reale delle nostre aspettative, perché, come dice Carrón, «Dio non ci ha abbandonato».

Manolita, un’italiana che vive in Uganda con il marito e i cinque figli, l’ha scoperto nella propria esperienza. La loro è una famiglia che deve affrontare i normali problemi della vita in comune, e in cui il marito ha appena cambiato lavoro per avviare un’attività in proprio. Ciò li ha posti di fronte a molte sfide, e ora devono stare particolarmente attenti a come spendono i soldi. Quando è stata invitata a partecipare all’Assemblea dei Responsabili in Africa (ARA), era molto riconoscente. Ma questo invito implicava anche delle spese impreviste. Tutto questo non era un’obiezione per lei e suo marito; avrebbero fatto un sacrificio pur di non perdere questa grande opportunità. Ma qualche giorno più tardi si è trovata ad affrontare altre spese impreviste, non era tranquilla. Un amico, leggendo chiaramente sul suo volto tutte queste preoccupazioni, le ricorda le parole di Carrón alla Giornata di inizio: «Il reale è fatto di circostanze attraverso cui il Mistero ci chiama, ci risveglia, ci viene incontro affinché noi non veniamo mai meno, non soccombiamo al nulla». Questa provocazione l’ha costretta a fare un passo: «Io sono ora perché Uno mi chiama a essere ora, Uno mi ama e tutto è per me». La fatica di allevare i figli, il rapporto col marito non sono eliminati; le sfide a gestire coscienziosamente le finanze domestiche, alla creatività sul lavoro, tutto questo non scompare, ma diventa una opportunità per conoscere Colui che la ama. E la vita incomincia a diventare gustosa.

Quando, alcuni giorni prima di lasciare Kampala per andare all’ARA, l’hanno informata che il gesto era stato cancellato, lei e suo marito hanno deciso di devolvere al fondo comune della Comunità l’importo che avrebbero speso per il soggiorno a Nairobi: «Questa decisione è dettata semplicemente dalla gratitudine verso il movimento, dal quale ci sentiamo aiutati a guardare in modo diverso tutti i singoli aspetti della nostra vita, il nostro lavoro, il modo in cui usiamo il denaro, il rapporto con gli amici e con i nostri figli. Con la mia figlia maggiore, per esempio, sto imparando a non lasciarmi definire dal suo “rifiuto”. Non ho fretta che lei cambi, ma mi ritrovo a fiduciosa a scommettere sul suo cuore, senza applicare a lei la mia idea di perfezione. E proprio per questo lei sta diventando una vera grazia per me».

Come Carrón diceva nel suo saluto alla comunità dell’Uganda, citando una canzone del cantautore italiano Giorgio Gaber: «Chiunque può comprendere che un frammento di realtà, per quanto piccolo sia, può cambiare la vita. Perché ogni frammento della realtà è il segno che esiste Qualcuno che sta facendo questo piccolo, minuscolo pezzo».

Tutto questo era verissimo anche per Sara, una donna italiana che vive in Uganda con la sua famiglia dal 2008. Quando suo marito Francesco era stato invitato a Nairobi per conoscere don Carrón, nel suo cuore aveva sentito crescere uno strano disagio: lui era quello fortunato, mentre a lei restavano solo poche briciole da raccogliere. Questo malessere le pesava nel cuore. Mentre stava stirando la biancheria dei suoi bambini o stava dietro alla sua scrivania in ufficio, si sentiva come se fosse al posto sbagliato e nel momento sbagliato. Un giorno, mentre stava riordinando il salotto, il suo cuore ha incominciato a ribellarsi a questa sensazione. Allora si è messa a leggere il testo della Giornata di inizio, già disponibile sulla rivista Traces, e il suo cuore ha avuto un sobbalzo leggendo la testimonianza del medico con la figlia nata con la sindrome di Down: «La differenza sta nel gusto, che viene dalla coscienza che il Signore mi chiama qui e non dove pensavo io». Era triste perché era cieca: non vedeva la bellezza della circostanza in cui era chiamata a vivere. «La Ragione per cui io vivo non se ne va via con Francesco. È qui con me, proprio ora!». Questo giudizio è stata una vera liberazione per lei. Questa scoperta è stata il volano grazie al quale è andata con curiosità alla Giornata di inizio. Che sorpresa svegliarsi il giorno seguente e andare in ufficio con nel cuore il giudizio sentito il giorno precedente: «Non sono quando non ci sei». Sara si rende conto che ogni cosa è diventata preziosa, il suo lavoro, il suo ufficio, i colleghi, persino John, l’addetto alle pulizie dell’ufficio, che fa il suo lavoro con gioia.

Esperienza è la parola con cui Carrón ha ridestato il cuore di tutti noi. Tutti i nostri progetti non sono nulla paragonati all’esperienza di sorpresa che il Mistero ci dona incessantemente. Quello che apparentemente poteva sembrare un evento mancato, si è dimostrato una opportunità fondamentale per capire la preferenza del Mistero che fa nuove tutte le cose, e lo fa meglio di noi, ci ricrea di nuovo. Questa è una delle grandi sorprese che si scoprono nel rapporto con Lui ed è la fonte di un’illogica allegria.

 http://www.tracce.it/default.asp?id=302&id_n=44692
Annunci

Qualcosa che vale

Berlicche

Non so se siete del mio stesso parere, ma non vi sembra che ci sia adesso molta meno crisi di due anni fa?
Attenzione, non sto dicendo che di crisi ce ne sia di meno: sto dicendo “sembra”.
Allora si stava tutti quanti a tarallarci per terra. Tutto andava storto. Tutto era nero. Ma almeno si stava in compagnia.
Adesso c’è anche più crisi di prima, e la compagnia ci ha fatto ciao ed è andata avanti. Le previsoni di crescita sono sempre “in lieve flessione questo trimestre ma dal prossimo inizia la ripresa”, da anni a questa parte, ma tanto chi ci crede.

A differenza di prima però ci si è fatto il callo. La vita sembra continuare, nonostante tutto. Si mangia fagioli e si fa finta che siano bigné.
Non ci si scandalizza più nemmeno di quelli che il SUV ce l’hanno sempre più grosso. E questo è…

View original post 144 altre parole

In attesa dell’infinitamente grande

Primo Soldi

venerdì 28 novembre 2014

L’Avvento di  un nuovo anno liturgico ci fa riflettere sulla dimensione del tempo che esercita sempre su di noi un grande fascino. Tutti ci lamentiamo del ritmo frenetico che assumono le nostre giornate. Quante volte diciamo: “ci vorrebbe una giornata di 40 ore”. E quante volte rimaniamo sorpresi dalla noia di vivere, la noia: come una polvere che si deposita sugli oggetti e sulle persone, una polvere impalpabile, quasi invisibile, che pian piano muta il colore delle cose e le rende tutte ugualmente grigie (Bernanos). Poniamoci questa domanda: le nostre giornate così frenetiche finiscono nella polvere del tempo che passa o, come diceva Ada Negri, su ogni istante grava il peso dell’eterno?

Il tempo è il crocevia tra l’essere e il nulla. Vivo trascinato da una mediocrità cordiale o cammino verso Uno che mi aspetta e ha tempo per me? A pensarci bene la nostra generazione frettolosa, ansiosa che riempie le anticamere di psicologi e psichiatri, che vive di telefonini, whatsapp, di messaggi, alla fine ha tempo per tutto, meno che per Dio. A questa nostra generazione la Chiesa ha una buona notizia da dare: Dio ha tempo per noi! Dio ci dona il suo tempo.

Diceva Benedetto XVI all’Angelus del 30 novembre 2008: “Questa  è la prima cosa che l’inizio di un anno liturgico ci fa riscoprire con meraviglia sempre nuova. Sì, Dio ci dona il suo tempo perché è entrato nella storia per aprirla all’eterno”. In questa prospettiva il tempo è un segno dell’amore di Dio, un dono che l’uomo è in grado di valorizzare o sciupare, di cogliere nel suo significato o di trascurare con ottusa superficialità. Il tempo dell’avvento celebra la venuta di Dio; ci invita a risvegliare l’attesa dell’invito glorioso di Cristo, quindi, avvicinandosi il Natale, ci chiama ad accogliere il Verbo fatto uomo per la nostra salvezza.

Ma il Signore viene continuamente ogni istante nella nostra vita, per questo ci dice: “Vegliate”. Tutti siamo invitati ad essere come le sentinelle che attendono l’alba, ad attendere come l’hanno atteso i profeti, come l’ha atteso la Madonna durante la sua gravidanza.

Rileggiamo in questi giorni il racconto di Dino Buzzati, Uno ci aspetta. Dio non è rimasto nella sua reggia ad attenderci. Scrive Sigrid Undset: “egli si è fatto uomo e ha deposto la sua onnipotenza sull’uscio del mondo degli uomini (…) L’onnipotenza che regge il cosmo mendica tra folla delle anime umane, chiedendo come elemosina di poter dare, di poter spartire le ricchezze misteriose del proprio essere”.

Quando il Mistero sceglie di deporre la sua onnipotenza per vestire i panni di un mendicante, di vivere in una grotta, di essere una presenza presente, invita la nostra libertà ad uscire allo scoperto e a prendere posizione davanti a questo avvenimento.

Come diceva Kirkegaard: “Che un uomo abbia detto io sono Dio richiede una presa di posizione personale, che egli sia o non sia esistito è la decisone più grande dell’esistenza. Dio è venuto a cercarmi perché la mia speranza non si rattrappisca, si accosta come un mendicante per ridestare il mio cuore chiedendo come elemosina di poter spartire con noi la ricchezza del suo cuore”.

Questo è lo struggimento supremo di Cristo. Nella canzone di Vasco Rossi “Dannate nuvole” la vita è descritta come un cammino incerto su una realtà che non offre alcun appoggio sicuro, non caso ripete per molte volte “chissà perché?”. Diceva Dostoievski: “Se gli uomini venissero privati dell’infinitamente grande non potrebbero più vivere e morirebbero in preda alla disperazione”.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2014/11/28/Il-tempo-attesa-di-qualcuno-o-noia-del-nulla-/print/559326/

Aperti alla missione

PAPA FRANCESCO

«Mantenete la freschezza del carisma, rispettate la libertà delle persone
e cercate sempre la comunione»

Il Discorso a conclusione del III Congresso mondiale dei Movimenti ecclesiali e delle Nuove Comunità, che si è svolto a Roma dal 20 al 22 novembre 2014, sul tema «La gioia del Vangelo: una gioia missionaria…».

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!Vi accolgo con piacere in occasione del Congresso che state cele- brando con il sostegno del Pontificio Consiglio per i Laici. Ringrazio il Cardinale Ryłko, anche per le sue parole, e Mons. Clemens. Al centro della vostra attenzione in questi giorni ci sono due elementi essenziali della vita cristiana: la conversione e la missione. Essi sono intimamente legati. Infatti, senza un’autentica conversione del cuore e della mente non si annuncia il Vangelo, ma se non ci apriamo alla missione non è possibile la conversione e la fede diventa sterile. I Movimenti e le Nuove Comunità che voi rappresentate sono ormai proiettati alla fase della maturità ecclesiale, che richiede un atteggia- mento vigile di conversione permanente, al fine di rendere sempre più viva e feconda la spinta evan- gelizzatrice. Desidero, pertanto, offrirvi alcuni suggerimenti per il vostro cammino di fede e di vita ec- clesiale.

1. Anzitutto è necessario preservare la freschezza del carisma: che non si rovini quella freschezza! Freschezza del carisma! Rinnovando sempre il «primo amore» (cfr Ap 2,4). Con il tempo infatti cresce la tentazione di accontentarsi, di irrigidirsi in schemi rassicuranti, ma sterili. La tentazione di ingabbiare lo Spirito: questa è una tentazione! Tuttavia, «la realtà è più importante dell’idea» (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 231-233); se una certa istituzionalizzazione del carisma è necessaria per la sua stessa sopravvivenza, non bisogna illudersi che le strutture esterne possano garantire l’azione dello Spirito Santo. La novità delle vostre esperienze non consiste nei metodi e nelle forme, la novità, che pure sono importanti, ma nella disposizione a rispondere con rinnovato entusiasmo alla chiamata del Signore: è questo coraggio evangelico che ha permesso la nascita dei vostri movimenti e nuove comunità. Se forme e metodi sono difesi per sé stessi diventano ideologici, lontani dalla realtà che è in continua evoluzione; chiusi alla novità dello Spirito, finiranno per soffocare il carisma stesso che li ha generati. Occorre tornare sempre alle sorgenti dei carismi e ritroverete lo slancio per affrontare le sfide. Voi non avete fatto una scuola di spiritualità così; non avete fatto una istituzione di spiritualità così; non avete un gruppetto… No! Movimento! Sempre sulla strada, sempre in movimento, sempre aperto alle sorprese di Dio, che vengono in sintonia con la prima chiamata del movimento, quel carisma fondamentale.

2. Un’altra questione riguarda il modo di accogliere e accompagnare gli uomini del nostro tempo, in particolare i giovani (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 105-106). Facciamo parte di un’umanità ferita, – dobbiamo dirci questo! – dove tutte le agenzie educative, specialmente la più importante, la fa- miglia, hanno gravi difficoltà un po’ ovunque nel mondo. L’uomo di oggi vive seri problemi di identità e ha difficoltà a fare le proprie scelte; perciò ha una disposizione a farsi condizionare, a delegare ad altri le decisioni importanti della vita. Bisogna resistere alla tentazione di sostituirsi alla libertà delle

PAPA FRANCESCO

«Mantenete la freschezza del carisma, rispettate la libertà delle persone e cercate sempre la comunione»

persone e a dirigerle senza attendere che maturino realmente. Ogni persona ha il suo tempo, cammina a modo suo e dobbiamo accompagnare questo cammino. Un progresso morale o spirituale ottenuto facendo leva sull’immaturità della gente è un successo apparente, destinato a naufragare. Meglio pochi, ma andando sempre senza cercare lo spettacolo! L’educazione cristiana invece richiede un ac- compagnamento paziente che sa attendere i tempi di ciascuno, come fa con ognuno di noi il Signore: il Signore ha pazienza con noi! la pazienza è la sola via per amare davvero e portare le persone a una relazione sincera col Signore.

3. Un’altra indicazione è quella di non dimenticare che il bene più prezioso, il sigillo dello Spirito Santo, è la comunione. Si tratta della grazia suprema che Gesù ci ha conquistato sulla croce, la grazia che da risorto chiede per noi incessantemente, mostrando le sue piaghe gloriose al Padre: «Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21). Perché il mondo creda che Gesù è il Signore bisogna che veda la comunione tra i cristiani, ma se si vedono divisioni, rivalità e maldicenza, il terrorismo delle chiacchiere, per favore… se si vedono queste cose, qualunque sia la causa, come si può evangelizzare? Ricordate quest’altro principio: «L’unità prevale sul conflitto» (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 226-230), perché il fratello vale molto di più delle nostre personali posizioni: per lui Cristo ha versato il suo sangue (cfr 1 Pt 1,18-19), per le mie idee non ha versato niente! La vera comunione, poi, non può esistere in un movimento o in una nuova comunità, se non si integra nella comunione più grande che è la nostra Santa Madre Chiesa Gerarchica. Il tutto è superiore alla parte (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 234-237) e la parte ha senso in relazione al tutto. Inoltre, la comunione consiste anche nell’affrontare insieme e uniti le questioni più importanti, come la vita, la famiglia, la pace, la lotta alla povertà in tutte le sue forme, la libertà re- ligiosa e di educazione. In particolare, i movimenti e le comunità sono chiamati a collaborare per con- tribuire a curare le ferite prodotte da una mentalità globalizzata che mette al centro il consumo, di- menticando Dio e i valori essenziali dell’esistenza.

Per raggiungere la maturità ecclesiale, dunque, mantenete – lo ripeto – la freschezza del carisma, ri- spettate la libertà delle persone e cercate sempre la comunione. Non dimenticate però che, per raggiungere questo traguardo, la conversione deve essere missionaria: la forza di superare tentazioni e insufficienze viene dalla gioia profonda dell’annuncio del Vangelo, che è alla base di tutti i vostri carismi. Infatti, «quando la Chiesa chiama all’impegno evangelizzatore, non fa altro che indicare ai cristiani il vero di- namismo della realizzazione personale» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 10), la vera motivazione per rinnovare la propria vita, perché la missione è partecipazione alla missione di Cristo che ci precede sempre e ci accompagna sempre nell’evangelizzazione.

Cari fratelli e sorelle, voi avete portato già molti frutti alla Chiesa e al mondo intero, ma ne porterete altri ancora più grandi con l’aiuto dello Spirito Santo, che sempre suscita e rinnova doni e carismi, e con l’intercessione di Maria, che non cessa di soccorrere e accompagnare i suoi figli. Andate avanti: sempre in movimento… Non fermatevi mai! Sempre in movimento! Vi assicuro la mia preghiera e vi chiedo di pregare per me – ne ho bisogno davvero – mentre di cuore vi benedico.

Adesso vi chiedo, tutti insieme, di pregare la Madonna, che ha provato questa esperienza di conservare sempre la freschezza del primo incontro con Dio, di andare avanti con umiltà, ma sempre in cammino, rispettando il tempo delle persone. E poi anche di non stancarsi mai di avere questo cuore missionario.

© Copyright – Libreria Editrice Vaticana

Novembre 2014 a cura di Comunione e Liberazione

http://tracce.it/detail.asp?c=1&p=0&id=4081

L’amore ci precede

Cari Amici, cari Fratelli e Sorelle, illustri Autorità,

papa Francesco, con il Sinodo straordinario dei Vescovi che si è da poco concluso, ha posto all’attenzione della Chiesa e del mondo la realtà della famiglia. Egli ritiene, come tutti noi, che la famiglia sia il cuore della Chiesa e della società. È nella famiglia, infatti, che si imparano e si vivono le dimensioni fondamentali della vita. Si impara che l’amore ci precede, entra a trasformare la nostra esistenza creando dei legami che diventano fondamentali. Nella famiglia si impara l’apertura agli altri, alla nuova vita dei figli, si impara l’importanza dell’educazione, il rispetto delle altre persone, soprattutto attraverso la scoperta che i figli non ci appartengono e che, in definitiva, noi non apparteniamo a noi stessi.
In occasione della festa di san Prospero, nostro patrono, intendo dunque parlare, quest’anno, della famiglia, affrontando di essa un aspetto particolare: i figli, come dono e responsabilità.
Il discorso del Vescovo in occasione della festa di san Prospero vuole parlare a tutta la Città, non per imporre una visione ideologica della vita, ma per proporre alcune osservazioni ed esperienze che possono aiutare a leggere ciò che di profondamente umano vi è nella nostra esistenza e anche ciò che va recuperato e riscoperto. Parlare della famiglia e sostenere la realtà familiare non vuol dire, da parte mia, difendere un passato, semplicemente una tradizione, qualcosa di arcaico che si vuole salvare a tutti i costi. Sostenere la famiglia vuol dire, invece, riscoprire un bene che può costituire un grande punto di costruzione per il nostro futuro.
Tutti quanti siamo chiamati, perciò, a riscoprire la realtà della famiglia, a riscoprire ciò che in essa vi è di fondamentale per la vita degli uomini e ciò che può costituire un bagaglio di speranza per la nostra vita presente.
Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione pastorale Gaudium et Spes, ha messo in luce in modo originale il valore personale dell’amore nella famiglia [1]. Accanto al suo scopo generativo, ha messo in rilievo il bene del rapporto fra le persone, marito e moglie, genitori e figli, come una caratteristica propria della vita familiare.

In questo mio discorso alla Città, desidero parlare della famiglia come luogo naturale della vita, come luogo capace di mettere al mondo un nuovo essere umano e di assicurare ad esso una stabilità di accoglienza, che solo la famiglia può dare. Sono consapevole di tutte le fragilità che sono presenti nella realtà familiare. Essa ha però dentro di sé, proprio per il patto di stabilità che la costituisce, la grande promessa di assicurare al figlio un luogo che lo aiuti a crescere adeguatamente.
Parlo di tutto ciò nella consapevolezza che l’Italia è uno dei Paesi più colpiti dal fenomeno della denatalità. In meno di dieci anni, dagli anni Settanta agli anni Ottanta, siamo scesi da 900mila nascite a 300mila, per poi attestarci intorno a 550mila unità.
Il progressivo cambiamento dei modelli di fecondità della popolazione italiana ha portato il livello di ricambio generazionale sotto la soglia dei due figli per donna da più di trent’anni e ciò, unitamente al progressivo invecchiamento della popolazione, ha condotto alle conseguenze drammatiche che oggi affrontiamo. Se verranno confermati i parametri di questi anni avremo una popolazione di ultra sessantacinquenni, i nonni, che se adesso supera di mezzo milione quella dei nipoti, nel 2030 potrebbe superarla di 6 milioni.
Ci sono poi le ragioni economiche e sociali di questa denatalità, che sono, tra l’altro, il costo dei figli, la difficile conciliazione soprattutto tra lavoro e impegni familiari, il costo delle abitazioni e la disoccupazione giovanile.

La famiglia, luogo della generazione

Vorrei riflettere con voi, allora, su che cosa significa generare dei figli, un bene prezioso che è diventato sempre più raro nel nostro Paese.
Mentre nel mondo animale esiste la riproduzione, cioè la produzione di nuovi esseri per la salvaguardia della specie, nel mondo degli uomini si parla piuttosto di generazione o di procreazione.
La parola generare contiene il riferimento a un’origine, génos. La stessa parola ci collega con il genere maschile e femminile e con la genealogia, cioè con un filo che unisce generati e generandi.
Il generare ha quindi a che fare con la differenza originaria, con l’uomo creato come maschio e come femmina. Nello stesso tempo nell’umano il generare non è solo un’azione in avanti — pro-creare — ma ci fa anche guardare all’indietro, al fatto che i generanti, i genitori, sono essi stessi generati, essi stessi dei figli.
Noi oggi, figli del nostro tempo, viviamo in un presente dilatato, ci concepiamo spesso come se fossimo noi l’inizio assoluto della storia e dimentichiamo la inscindibilità del generare e dell’essere generati. Ogni figlio ha un nome proprio, ma ha anche un cognome, vale a dire fa parte di una storia familiare, ha una genealogia, porta su di sé i geni di molte generazioni, sia da parte della madre che da parte del padre, e ha un rapporto diretto con i nonni che spesso se ne prendono cura, soprattutto nel nostro Paese nel quale i nonni rappresentano una grande risorsa per la famiglia.

L’esperienza positiva e bella delle famiglie con bambini adottati o in affido, ci aiuta a non assolutizzare tutto ciò, ma le particolari fatiche e difficoltà che deve attraversare la famiglia adottiva, anziché contraddire quanto finora affermato, ne mettono in luce l’importanza.

Quando abbiamo detto che solo la famiglia genera, abbiamo voluto dire che in essa l’uomo e la donna si uniscono mettendo in comune dei patrimoni genetici e simbolici che vengono da lontano e che danno origine a un nuovo essere umano. Nel far questo capiscono che la vita che hanno donata è essa stessa un dono che hanno ricevuto.
La novità che introduce nel mondo il nuovo nato è una novità assoluta, non una trasformazione di ciò che già esiste. Generare persone, dunque, è una novità universale che esiste in tutti i tempi e in tutti i luoghi della terra. Come ha scritto Hannah Arendt, «in ogni nascita un nuovo inizio appare all’interno del mondo, un mondo nuovo è virtualmente giunto all’esistenza»[2]. Questo mondo nuovo è la persona.
Dire persona non è la stessa cosa che dire individuo. Noi non siamo degli esseri solitari, ma degli esseri in relazione. Come ha scritto papa Francesco nella Lumen Fidei, «la persona vive sempre in relazione. Viene da altri, appartiene ad altri, la sua vita si fa più grande nell’incontro con altri. E anche la propria conoscenza, la stessa coscienza di sé, è di tipo relazionale, ed è legata ad altri che ci hanno preceduto: in primo luogo i nostri genitori, che ci hanno dato la vita e il nome. Il linguaggio stesso, le parole con cui interpretiamo la nostra vita e la nostra realtà, ci arriva attraverso altri, preservato nella memoria viva di altri. La conoscenza di noi stessi è possibile solo quando partecipiamo a una memoria più grande» [3].

Il figlio: dono o diritto?

Oggi c’è poca consapevolezza della novità e del bene insito nella nuova vita che viene alla luce, lo sentiamo come un diritto più che come un dono. Un diritto degli adulti, della coppia e, a volte, addirittura del singolo, che non vuole privarsi di questa significativa esperienza. La novità della nascita, la novità della presenza di un nuovo essere umano — che viene sì dalle nostre viscere, ma è fin da subito altro da noi, è subito persona con una sua dignità — cede il passo di fronte al “bisogno” realizzativo dell’adulto. Il figlio tende a diventare il prolungamento del genitore che facilmente si rispecchia in lui e affida a lui il senso della sua vita. Diventa la sua “pre-occupazione”. La maggiore sensibilità che abbiamo oggi nei confronti dei bambini — che è sicuramente un fatto positivo — si traduce troppo spesso in forme di possesso sottile che impediscono al padre e alla madre di svolgere il loro compito educativo. Tutto ciò costituisce un’ipoteca per uno sviluppo libero del bambino.
Questo aggrapparsi degli adulti ai pochi bambini che mettono al mondo è anche il segno della fragilità della coppia che cerca la sua consistenza prevalentemente nell’intesa emotiva e poco nella responsabilità nei confronti del partner e dei figli. La famiglia ha perso così il suo ancoraggio nella coppia stabile. Oggi poi, con la messa in discussione della differenza sessuale come prerequisito della unione coniugale, la famiglia rischia non solo di perdere qualche pezzo, ma di perdere la sua stessa identità.
Essa infatti si fonda sull’unione stabile tra un uomo e una donna che mettono in comune i loro corpi, i loro affetti, i significati delle loro vite che hanno ereditato dalle loro famiglie e li trasformano, secondo la loro sensibilità, coinvolgendosi in un progetto generativo.

Ripartire dalla coscienza di essere figli

Come possiamo allora riprendere questo aspetto elementare della famiglia (cioè il figlio come dono) senza smarrirci nella falsa strada del diritto degli adulti? Dobbiamo ripartire dalla condizione di figli, da questo vincolo di dipendenza che è una delle radici più profonde della condizione umana.
Tutti noi siamo figli, tutti i bambini sono figli. Il figlio rimanda, esige i suoi genitori e la sua genealogia. Questo è il suo diritto fondamentale: che venga riconosciuto come figlio, che venga riconosciuto il suo luogo generativo, che gli sia garantita una vita famigliare, come sta scritto nella Convenzione sui diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite del 1989.
Il figlio più difficilmente costruirà la propria identità quando non può vivere, attraverso la sua condizione di figlio, in stretta relazione con chi l’ha generato. Il diritto del bambino-figlio ad avere una famiglia è un diritto, dunque, di identità. Tale diritto, purtroppo, a volte è “tradito” dalla pretesa dei genitori di avere “un figlio a tutti i costi”, ed è ricercato anche attraverso strade, come la fecondazione eterologa o l’utero in affitto, che rendono problematico per il figlio conoscere le sue origini. Nascere con un vuoto di origine alle spalle, non sapendo chi è il padre o la madre o sapendo che il padre ha il volto anonimo di chi ha dato il seme e la madre l’utero, è una verità drammatica per il figlio [4]. I vuoti relativamente alle origini si traducono in lacune gravi dell’identità perché rendono impossibile la narrazione della propria storia personale.

Ma anche gli adulti che si mettono su questa pericolosa china fatta di diritto, possesso e controllo del figlio perdono un aspetto fondamentale dell’esperienza: il fatto che il figlio è un dono, un inatteso, una sorpresa. È la vita stessa dei figli, nei suoi caratteri di novità e imprevedibilità, che smentisce l’illusione del controllo e che richiama i genitori ad un atteggiamento di servizio umile e gratuito nei confronti della vita. Come dice san Giovanni Paolo II nella Lettera alle Famiglie: «Il bambino fa di sé un dono ai fratelli, alle sorelle, ai genitori, all’intera famiglia. La sua vita diventa dono per gli stessi donatori della vita, i quali non potranno non sentire la presenza del figlio, la sua partecipazione alla loro esistenza, il suo apporto al bene comune loro e della comunità familiare» [5].

Il figlio come “compito”

Il dono del figlio è contemporaneamente un compito per i genitori. Si apre qui il grande tema dell’educazione. Il figlio deve essere condotto responsabilmente e amorevolmente lungo l’itinerario che dall’infanzia porta alle soglie della maturità.
L’educazione è il proseguimento della generazione. Il compito educativo della famiglia deve accompagnare il figlio a incontrare le cose e l’intera esistenza. Dice Papa Benedetto XVI: «Educare — dal latino educere — significa condurre fuori da se stessi per introdurre alla realtà, verso una pienezza che fa crescere la persona»[6], perché realizzi qualche cosa di bello e di buono, perché realizzi la propria vocazione.

Occorrerà mettere in conto anche gli insuccessi e i sacrifici. Il sacrificio è una cosa di cui noi post-moderni facciamo fatica a comprendere il valore. Eppure è molto faticoso educare ed è anche molto faticoso per i genitori di oggi chiedere rinunce, porre limiti alle richieste dei figli: temono di perdere il loro affetto. Le insicurezze e le fragilità dei genitori impediscono loro di stabilire un rapporto libero con i figli. Rendono più debole e ambigua la loro autorevolezza. Sono ricattati dal loro bisogno di ricevere affetto e riconoscimento da parte dei figli.
È giusto che i figli occupino un posto importante nella vita. Sono un bene insostituibile, ma non possono essere il senso della vita. Non sono fatti per riempire il vuoto delle nostre esistenze, per consolarci delle nostre ferite, ma perché insieme, attingendo al comune Mistero del dono della vita, realizziamo la nostra vocazione. È particolarmente luminosa a questo proposito l’esperienza di Chiara Corbella ed Enrico Petrillo che hanno accolto i loro bambini “malati” come un dono che Dio faceva loro, certi che quei bambini avevano una missione misteriosa da svolgere e loro, come genitori, erano chiamati ad accompagnarli per il tempo che Dio aveva stabilito. Accompagnarli nella loro vocazione per riconsegnarli a Lui[7].

Oggi i genitori sono in difficoltà nel condurre i figli a realizzare la loro vocazione, sono incerti sui criteri da adottare nelle difficili e complicate scelte dell’esistenza, non sanno che cosa ultimamente desiderare per sé e di conseguenza per i figli. Per questo l’attaccamento dei genitori è più di tipo narcisistico che progettuale. I figli non sono visti come nuova generazione che si affaccia alla vita, ma piuttosto come coloro che riempiono il vuoto esistenziale del genitore. Per questo si tende a trattenerli in casa. Invece una genuina posizione educativa fa sì che il genitore, attraverso un rapporto affidabile, sia un testimone che la vita ha un senso e accompagni il figlio a cercarlo e a trovarlo. E lui stesso, in questo viaggio, sa riproporsi gli eterni “perché”, sa rilanciare la speranza. «È compito di coloro che si sono assunti la responsabilità di genitori — scriveva significativamente il mio predecessore, mons. Adriano Caprioli, nella sua ultima Lettera pastorale — di rendere ragione al figlio della promessa che essi hanno fatto mettendolo al mondo: la promessa per cui “c’è una speranza nella tua vita”»[8].
Da questo punto di vista, è altamente educativo per un figlio vedere una madre e un padre che pregano assieme, che hanno un punto di riferimento più grande di loro, a cui chiedono forza e sapienza. I nostri figli non hanno bisogno di genitori perfetti, che non esistono, ma di adulti che come loro e prima di loro siano affamati di verità e bellezza, di significato e di felicità. Genitori che, pur con tanti limiti e in mezzo a tanti errori, desiderano dare la vita per qualcosa di grande.
In questo senso, l’esperienza della paternità e della maternità è un grande dono innanzitutto per i genitori stessi, anche sul piano spirituale. Proprio perché è un compito che quasi supera le loro risorse, può diventare la strada per trarre fuori da se stessi la parte migliore: pensiamo alla capacità di donarsi, di uscire da sé, di sperare, di avere pazienza…; è una nuova vita non solo per il bambino, ma anche per i genitori stessi. Diventare genitori è un’esperienza che li “costringerà” ad affidarsi, a mettersi in mani più grandi.
La grandezza, la complessità e la fragilità della vita familiare possono diventare l’occasione per scoprirsi sempre più figli, per riconoscersi piccoli, per imparare ad abbandonarsi, a chiedere e a sperimentare la provvidenza del Padre. Diventare papà e mamme significa assomigliare di più a Dio, che ama come padre e madre, ma significa anche diventare più figli: figli insieme come coppia e figli insieme ai propri figli.

La missione della famiglia: umanizzare l’umano

L’educazione aiuta la vita dei figli a fiorire, affinché, a loro volta, producano nuovi frutti vitali. In questo modo la famiglia “umanizza l’umano”. Che cosa significa?
Per diventare pienamente umani occorre imparare innanzitutto cosa voglia dire voler bene, occorre fare esperienza di legami affidabili, del gusto e della fatica di lavorare per un progetto di vita buona. Tutto questo una famiglia lo può dare indipendentemente dal grado di istruzione. Sono spesso le famiglie più semplici, più povere a testimoniare questi “legami affidabili”. Talvolta quanto più si è studiato, tanto più si è portati a pensare che educare sia dare competenze. Lo scopo della famiglia non è dare competenze, ma rendere umani, cioè aiutare l’altro a diventare persona compiuta: la famiglia insegna la fiducia, la speranza, la capacità di perdono, insegna a vedere con realismo anche quella quota di male che segna inesorabilmente la vita di ognuno.
L’uomo può amare se prima ha riconosciuto un amore gratuito su di sé. La famiglia è il luogo dove il soggetto umano fa l’esperienza affettiva e morale elementare, basilare, sperimenta di essere voluto e amato e impara, così, a prendersi cura dell’altro.
Essere figli è cronologicamente la prima e decisiva esperienza che ciascuno di noi ha fatto in seno alla propria famiglia, ed è anche quell’esperienza dalla quale dipenderà in buona parte la capacità di vivere da fratelli, di essere sposi, padri e madri.
Come nella vita relazionale, anche per quanto riguarda la vita spirituale i genitori sono i primi mediatori e testimoni della fiducia, della speranza e dell’amore che Dio ha per noi, creando così nella famiglia un contesto in cui la fede può più facilmente nascere e fiorire.
I genitori educano innanzitutto attraverso la cura del loro legame e rimanendo aperti alla vita. Infatti, l’arrivo di un figlio o di un fratello in una famiglia è il segno che c’è una “sorgente” ancora viva, e non solo biologicamente; significa che c’è stato un atto d’amore. Proprio il prolungamento di quest’atto d’amore è il primo regalo che i genitori sono chiamati a dare ai figli e che essi cercano: tenere vivo nella coppia il volersi bene. I bambini e i ragazzi non hanno solo bisogno di essere amati, ma hanno bisogno di vedere che è possibile e vale la pena amarsi. Da questo nascerà la loro fiducia e la capacità di creare dei legami stabili.

Una comunione educativa

Tutto quanto ho detto finora può far sorgere in noi la domanda: ma è possibile vivere questo compito così complesso? Sì, perché i genitori non sono soli, non sono chiamati ad essere autosufficienti. Anzi, proprio la gravità del loro compito fa avvertire loro, in modo quasi naturale, il bisogno di una comunione con altre famiglie, con cui condividere gioie, preoccupazioni, scelte educative. Il cuore della vocazione dei genitori è proprio questa apertura che sono chiamati a vivere di fronte alla propria inadeguatezza. Dio sempre assegna un compito all’uomo perché questi, attraverso la missione che gli è affidata, abbia a comprendere che da solo non può far nulla (cfr. Gv 15,5). Il compito che Dio affida ad ognuno è sempre anche un espediente per farci entrare nella comunione, per farci capire che siamo fatti per la comunione. Una famiglia che si concepisse da sola, che si ripiegasse su sé stessa, contraddirebbe la sua essenza più profonda.

Oltre che sull’amicizia con altre famiglie, sul sostegno materiale e spirituale di tante persone e sulla comunità cristiana, i genitori possono contare su molte istituzioni che collaborano alla loro opera educativa. Spetta ad essi la responsabilità di scegliere i luoghi più adeguati per la formazione dei loro figli, ma devono poter contare su altre istituzioni e su altri adulti che, nel rispetto dei diversi ruoli, si assumano anch’essi il loro compito educativo. Si comprende, da questo punto di vista, che la possibilità di un’effettiva scelta della scuola, uno tra i più importanti di questi luoghi, è una questione decisiva. Occorrono però anche politiche familiari serie, che sostengano le famiglie valorizzando i soggetti sociali che possano rigenerare quella rete comunitaria che rende più facile l’impresa educativa. Come ha ricordato papa Francesco con un proverbio africano, parlando al mondo della scuola italiana, «c’è bisogno di un villaggio per far crescere un bambino» [9].

+ Massimo Camisasca, Vescovo

Reggio Emilia – Basilica di san Prospero, 24 novembre 2014

NOTE

[1] Cfr. Gaudium et Spes, 47-52; in particolare n. 49: «Proprio perché atto eminentemente umano, essendo diretto da persona a persona con un sentimento che nasce dalla volontà, quell’amore abbraccia il bene di tutta la persona; perciò ha la possibilità di arricchire di particolare dignità le espressioni del corpo e della vita psichica e di nobilitarle come elementi e segni speciali dell’amicizia coniugale».

[2] H. Arendt, La nature du totalitarisme, Payot, Paris 1990, 342.

[3] Francesco, Lumen Fidei 38.

[4] Ho già accennato a questa drammatica realtà nella mia nota sul Gender citando, tra l’altro, le ricerche di E. Scabini e S. Agacinski: «vuoto di origine: […] l’itinerario a ritroso che l’umanità oggi rischia di percorrere trascina al ribasso la persona dal riconoscimento al misconoscimento, all’indifferenza, all’incuria»: E. Scabini, La crisi dei fondamentali dell’umano. Riscoprire l’attrattiva dei fondamentali, in «Tempi», 17 marzo 2014.

«Non ci si è per nulla preoccupati degli effetti che [l’impossibilità di risalire ai genitori biologici] potrebbe produrre nei figli stessi. […] Adesso li conosciamo meglio, poiché molti di questi figli rifiutano, più tardi, di essere prodotti fabbricati con l’aiuto di provette congelate e vorrebbero sapere a quale uomo o a quale donna, in altre parole a quali persone, debbano la vita, per potersi iscrivere in una storia umana. […] Il problema dei bambini a venire, cioè delle future generazioni, è che nessuno li rappresenta sulla scena politica democratica: non possono manifestare, né essere ricevuti, né essere ascoltati. Non costituiscono alcuna forza. Il legislatore deve però preoccuparsi delle condizioni della loro venuta»: S. Agacinski, La metamorfosi della differenza sessuale, in Vita e Pensiero, n. 2, 2013.

[5] San Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie 11.

[6] Benedetto XVI, Messaggio per la XLV Giornata mondiale della pace, 1 gennaio 2012, 2. Parlando del compito educativo della scuola papa Francesco utilizza espressioni simili: «Amo la scuola perché è sinonimo di apertura alla realtà. Almeno così dovrebbe essere!» (Francesco, Discorso al mondo della scuola italiana, 10 maggio 2014).

[7] Cfr. S. Troisi – C. Paccini, Siamo nati e non moriremo mai più. Storia di Chiara Corbella Petrillo, Porziuncola, 2013.

[8] Adriano Caprioli, Vigilate: ecco sto alla porta e busso. Lettera Pastorale per il biennio 2010-2012 [2010], 23.

[9] Francesco, Discorso al mondo della scuola italiana, 10 maggio 2014.

Leggi di Più: I nostri figli non hanno bisogno di genitori perfetti, ma di adulti affamati di verità e bellezza | Tempi.it

Il luogo in cui è possibile fare delle domande

Costantino Esposito

martedì 25 novembre 2014

Pubblichiamo il testo dell’intervento tenuto dal prof. Costantino Esposito in occasione dell’ultima Convention di Diesse (18 ottobre 2014) sul tema “Vivere nella scuola: una sfida alla libertà”. Il testo conserva la forma dell’esposizione orale da parte dell’autore.

Innanzitutto molte grazie dell’invito. Ero stato qui qualche anno fa per un incontro della Bottega di filosofia, che poi ho seguito nello sviluppo di quell’evento inaspettato e sorprendente che sono state le Romanae disputationesdi filosofia, che continuano anche quest’anno con una seconda edizione. In qualche modo, quindi, mi sento parte del vostro percorso e perciò non parlo dal di fuori ma, per quello che posso, in punta di piedi, dall’interno.

Il titolo che è stato dato a quest’incontro — Vivere nella scuola: una sfida alla libertà — penso non vada inteso solo in riferimento al contesto oggettivo in cui ogni insegnante deve rischiare ogni giorno la sua competenza e applicare la sua professionalità; e nemmeno che esso possa esaurirsi in una disposizione psicologica o in un progetto ideologico da parte di chi insegna. A mio modo di vedere questo titolo riguarda, in realtà, niente di meno che la natura, la struttura e lo scopo di quell’ambiente sui generis che è la scuola, e quindi riguarda il tratto caratteristico di quell’attore sui generis sulla scena del mondo che è l’insegnante.

Se penso alla mia esperienza in questi anni — sono un professore di storia della filosofia in università — mi verrebbe da dire che vivere in un ambiente educativo significa esercitare un rapporto con i ragazzi all’interno del quale si rende possibile una scoperta. Non c’è rapporto vero senza scoperta; e non c’è scoperta vera senza rapporto. Non possiamo dividere questi due fenomeni: se togliamo uno dei due, entrambi rischiano di non avere più senso, e non capiamo cosa significhi essere protagonista in un ambiente educativo. È proprio quello che emergeva dai bellissimi interventi che abbiamo ascoltato questa mattina, e che avevano spesso il tono di una testimonianza. Ma se facciamo attenzione, qual è il senso proprio di una testimonianza, se non che in essa si rende presente un pensiero? Un pensiero — quello che emerge dalla testimonianza — che non è astratto dalla vita o slegato dall’esperienza, ma rappresenta una via per addentrarsi nella vita, una strada per capire l’esperienza: è un pensiero, cioè, che indica propriamente un metodo.

Difatti, se una testimonianza si limitasse al contraccolpo emotivo, essa sarebbe senza pensiero, e quindi senza metodo; mentre quello che noi scopriamo con il coinvolgimento emotivo risulta davvero interessante quando porta a un incremento del pensiero e ad una chiarificazione della strada lungo la quale possiamo fare esperienza del reale. Dalla testimonianza degli interventi di questa mattina da parte delle diverse “Botteghe dell’insegnare” emergeva dunque proprio questa indicazione di metodo: vivere un rapporto — un rapporto con se stessi, anzitutto, e con gli alunni, con i colleghi, con il mondo — all’interno del quale si rende possibile una scoperta.

Ma la scoperta ha una sua logica propria, che è la logica della domanda. I questi anni mi si è imposta sempre di più questa evidenza: che la conoscenza procede se permette di incrementare le nostre domande e la scuola è realmente un luogo in cui è possibile vivere solo perché è un luogo in cui si possono porre delle domande, o meglio ancora, un luogo in cui si può imparare a domandare.

Si parla spesso, come di un obiettivo formativo essenziale, dell’acquisizione di una pratica corretta di problem solving. Tuttavia la scuola non deve limitarsi a insegnare come risolvere dei problemi, proprio perché il primo modo per risolvere i problemi è imparare a porre le domande. Infatti molte volte noi non risolviamo i problemi perché non li vediamo — semplicemente non li vediamo —, cioè non siamo educati a domandare. Questo significa che, andando al nocciolo dell’esperienza, la prima questione per noi insegnanti non è appena quella di verificare se e quanto ciò che trasmettiamo o comunichiamo viene appreso dai nostri studenti (cosa che naturalmente deve starci molto a cuore), ma che cosa noi stessi, come insegnanti, impariamo insegnando. Vi sarà certamente capitata questa esperienza: che uno può anche insegnare da anni lo stesso programma, ma proponendolo ancora una volta è come se lo scoprisse, cioè si accorge che è una cosa che “gli piace”, nel senso che ridesta il suo interesse. Allora questo è decisivo: che cosa io stesso imparo insegnando, che poi è anche l’unico modo per far imparare qualcun altro. Io posso insegnare veramente qualcosa mostrando come io la imparo. Posso comunicarla, quella cosa, non come uno che già la possiede — anche se naturalmente in qualche modo “ce l’ho già” rispetto all’alunno che non la sa e che io devo introdurre alla conoscenza —, ma mostrando come io sono al lavoro con essa, cioè come io la sto imparando.

Per questo, se vivere nella scuola è esercitare un rapporto con i ragazzi all’interno del quale si rende possibile una scoperta, e se quella scoperta ha una sua logica propria che è quella della domanda, allora è possibile che noi con i nostri alunni scopriamo quello che già sappiamo. Non vi sembri una contraddizione: è possibile mai scoprire quello che è addirittura già codificato nel programma ministeriale o nel manuale? Secondo me sì, anzi è l’unico modo per impararlo! Ma questo non per una retorica pedagogistica, ma perché — e questo è il secondo passo che vorrei fare con voi — questa logica del domandare o dell’imparare insegnando è, in qualche modo, un’esemplificazione straordinaria della struttura stessa della nostra esperienza del reale, quindi fa parte della struttura epistemologica del nostro insegnamento, in quanto ha a che fare con la struttura ontologica della nostra esperienza.

In diversi casi, quando noi usiamo la parola “realtà”, intendiamo qualcosa che è semplicemente là fuori, fuori di noi. In questo siamo veramente tutti eredi di Cartesio: la realtà è quello che sta all’esterno o al di là della nostra mente, e il problema diventa come riuscire mai ad entrare in rapporto con essa, se sia mai possibile gettare un ponte che colmi la distanza abissale tra la nostra coscienza e il mondo, tra l’io e le cose. E cioè, come possiamo riuscire a catturare questa cosa estranea che è il reale, come misurarla, imbrigliarla, com-prenderla negli schemi della nostra mente. Invece la parola “realtà” indica di per sé un rapporto: la realtà è rapporto, non appena nel senso di qualcosa di alieno a me, e con cui devo entrare in rapporto, ma come qualcosa che di per sé è già rapporto.

Voglio dire: non c’è realtà senza il fatto che, in essa e con essa, sia già in gioco “io”. Il che non significa — mi pare evidente — che io possa ridurre a me la presenza del reale, nella sua alterità e differenza rispetto ai miei schemi, ma che la realtà “è” in quanto mi si dà, o — usando la parola che emergeva dalla Bottega di matematica — “accade”. Cosa vuol dire che la realtà accade? Non semplicemente che essa c’è come un dato irrelato, contro cui il nostro io va a “sbattere” (come pensavano i positivisti), ma che essa si manifesta nella sua verità perché in qualche modo mi tocca, chiede di me, fa nascere la mia domanda.

La struttura elementare del domandare non è mai un esercizio astratto della nostra ragione, perché la domanda non è mai il punto zero, è sempre il punto zero virgola uno: infatti ci deve succedere qualcosa per poter domandare, altrimenti non ci verrebbe neanche in mente. Il nostro domandare è già una risposta al fatto che siamo toccati, che c’è un’urgenza della realtà rispetto al nostro io.

Normalmente pensiamo il nostro io come una sfera separata, come la nostra “capsula interiore”, e la realtà come ciò che sta al di fuori di essa: invece la realtà si manifesta perché è già in qualche modo accolta nello spazio di apertura della mia coscienza, della mia mente, della mia attenzione. Anche senza volerci impegnare in una tesi filosofica sul soggetto cosciente, e restando al solo livello percettivo o neuro-cognitivo, possiamo dire che l’io è uno spazio di accoglienza del dato.

La verità, cioè il significato ultimo delle cose, non è una cosa che ci inventiamo e appiccichiamo alla realtà, ma è il modo che la realtà ha di farsi scoprire da noi: insomma è l’«adaequatio intellectus et rei», come direbbe Tommaso d’Aquino, cioè un certo rapporto tra il dato e la mia apertura a esso. La mia apertura non crea il dato, la mia intelligenza non è creatrice del dato, perché il dato appunto mi è dato, e implica necessariamente una passività da parte mia. Ma l’attività della mia intelligenza è talmente rilevante, che anche un atteggiamento così minimale e fragile come il mio fare attenzione («fate attenzione!», «prestate attenzione!», «un po’ di attenzione!», diciamo ai nostri studenti), cioè il decidere di dare spazio a qualcosa, è un’attività spirituale enorme. Infatti è quel punto in cui in qualche modo tu permetti alla realtà di raggiungerti e le dici: «Sì, ci sto. Mi stavi dicendo? Che cosa mi vuoi dire?». In quel momento nasce nell’esperienza il problema della verità: non qualcosa da aggiungere alla realtà ideologicamente (nel senso tecnico di questo termine, cioè come una mera costruzione della nostra mente), ma una disponibilità a capire il senso che la realtà mi porta.

Senza la mia attenzione, senza la mia disponibilità a questo lavoro, è come se la realtà rimanesse muta, che è il modo con cui normalmente essa viene concepita nel nostro orizzonte culturale più condiviso. La realtà è muta, ma poi bisogna pure elaborare il suo senso, cioè il significato delle cose, altrimenti non si può vivere: e allora, di fronte a una realtà muta o ridotta a un meccanismo (fino a quel meccanismo particolare che viene evidenziato dalle neuroscienze attraverso le risonanze magnetiche funzionali, per cui a ogni nostro atto percettivo, cognitivo o volitivo corrisponde la registrazione di una motilità di alcune aree del nostro cervello) il significato sarebbe per così dire il prodotto di un’elaborazione culturale.

A questo servirebbe la scuola: a produrre un sapere che sopperisca al mutismo dell’essere, della realtà. Tutt’altra cosa, invece, è impostare l’insegnamento e la conoscenza per scoprire che la realtà può attestare il suo significato nella misura in cui mi tocca e provoca in me delle domande (a partire dalle quali poi, naturalmente, parte tutto il lavoro inevitabile e necessario dell’elaborazione culturale).

C’è un passaggio straordinario in un’opera di Agostino d’Ippona che sicuramente conoscerete, il De magistro(che potremmo tradurre anche come L’insegnante, inteso nel suo senso più impegnativo). Cito Agostino non scontatamente, come un’autorità universalmente conosciuta della nostra tradizione, ma per il tipo di esperienza che egli ha fatto e che ai miei occhi risulta, se così posso dire, di una vibrante modernità: qualcuno che ci precede, non perché stia alle nostre spalle, ma perché è davanti a noi e ci aspetta, come un invito da verificare. Ebbene, nel De magistro Agostino scrive una frase fulminante: «Forse che i maestri dichiarano che gli allievi devono apprendere e assimilare ciò che essi stessi, i maestri, pensano, piuttosto che le discipline che ritengono di dover trasmettere con le loro parole? E chi è così scioccamente bramoso del sapere, da mandare a scuola il proprio figlio perché apprenda ciò che pensa il maestro?».

Insomma, i genitori mandano a scuola i figli perché essi imparino le opinioni dei professori, oppure perché riconoscano il problema che è in gioco, e cioè il senso e la verità delle cose? E come lo si impara? Vale a dire (che è l’altro lato della questione), come lo si insegna, cioè come lo si lascia imparare? Una volta che i maestri «hanno esposto con le loro parole tutte le discipline che dichiarano di insegnare», i discepoli arriveranno a considerare «in se stessi» (meglio ancora, «alla presenza di se stessi», «essendoci loro stessi in presenza»: apud semetipsos) «se ciò che è stato detto loro è vero», e lo faranno «intuendone la verità grazie alla loro interiore competenza» (interiorem scilicet illam veritatem pro viribus intuentes).

Filosoficamente Agostino risente qui indubbiamente di una concezione medioplatonica, che si riflette nella dottrina delle verità intelligibili presenti nella nostra anima, ma in questo momento ci interessa soprattutto il dato di esperienza che egli ci segnala e ci suggerisce. Agostino dice che quello che veramente gli alunni imparano è solo quello che scoprono e verificano nella loro coscienza e mediante la loro coscienza (cum vera dicta esse intus invenerint) in quanto lo sperimentano come corrispondente alla verità che è nel loro interno. In altri termini: ne fanno esperienza personale.

Quindi sembra che i discepoli assentano a ciò che dice loro il maestro (arrivando anche a lodarlo per questo), ma in realtà ciò a cui danno il loro assenso non è ciò che dice il maestro (e che loro capiscono subito dopo che il maestro l’ha detto), ma il fatto che ciò che dice il maestro ha permesso loro di venire fuori, di attivarsi. In qualche maniera quello che è stato detto loro li ha toccati e ha fatto nascere, magari in una frazione di secondo, un’attenzione, una domanda, un assenso — che è come dire alla realtà che mi raggiunge: «Cosa significhi?». Se non scatta nell’intimo del discente questa domanda, questo interesse, questa disponibilità, e quindi questo confronto tra ciò che viene dal di fuori e la verità che abita l’io, non avviene nessuna acquisizione di conoscenza. Questo carattere “interiore” della verità non vuol certo dire che noi sappiamo già a priori la soluzione dell’enigma della realtà, quanto piuttosto che l’enigma suscita tutta la nostra creatività nel domandare e nel (tentare di) riconoscere il vero.

Nel decimo libro delle Confessioni Agostino propone un’esemplificazione ancora più chiara di questo fenomeno. Il punto di partenza è la domanda posta dall’autore su dove egli possa trovare il suo Dio, vale a dire il significato ultimo di sé e del mondo, il logos. E allora egli comincia a chiedere alla terra e al mare, alle stelle e alla luna, a tutti gli esseri che ci circondano: «Siete voi? Siete voi?». E tutti gli rispondono. Ma come gli rispondono? Lui dice: «io li guardavo interrogandoli» (interrogatio mea intentio mea), «e loro mi rispondevano con la forma della loro bellezza» (et responsio eorum, species eorum).

La bellezza per Agostino non è un valore estetico, perché è l’ordine delle cose, la loro forma, il fatto che le cose hanno un ritmo, sono sensate: quindi la bellezza ha a che fare con il significato. Agostino si chiede come mai le cose sono e ci parlano con la loro bellezza, ma non tutti capiscono questa bellezza: perché — questa la sua risposta — la capiscono soltanto «coloro che sono capaci di fare domande» (possunt interrogare). Solo chi è capace di fare domande può capire che cosa la realtà gli dice. Infatti gli animali non la capiscono perché interrogare nequeunt, ossia non sanno porre questioni. Ma cosa vuol dire fare domande? Possedere una iudex ratio, «una ragione che giudica», perché fare domande vuol dire giudicare. Per noi giudicare significa normalmente risolvere la questione, avere la soluzione, mentre la logica del giudizio è proprio in questa possibilità di fare domande: che non vuol dire essere sempre sospesi, senza risposte, ma che la risposta è permanentemente qualche cosa che riapre la domanda, che devi continuamente riacquisire nel tuo percorso di conoscenza.

Questo passo di Agostino permette di capire anche in che modo la prima parte del titolo del nostro incontro (vivere nella scuola) si leghi con la seconda (una sfida alla libertà). Agostino incalza: ma perché molte volte noi non riusciamo a percepire questa bellezza, cioè non riusciamo a esercitare la nostra ragione giudicante? Perché «gli uomini spesso hanno un amore asservito alle cose create e i servi non possono giudicare (subditi iudicare non possunt)». Cosa vuol dire che i servi non possono giudicare? Che per giudicare, per conoscere ci vuole libertà, bisogna essere liberi. Ma che tipo di libertà? È una libertà nella conoscenza, prima ancora di essere una libertà a livello morale: è una libertà intesa come un minimo di disponibilità ad accogliere l’urto delle cose, la presenza delle cose, una risposta al fatto che la realtà bussa alla porta della coscienza. I servi non sanno giudicare, non possono giudicare, perché ci vuole un minimo di distanza: non ci si può asservire alle cose. E quando ci si asserve? Quando si diventa schiavi delle cose? Quando l’amore umano diventa schiavo delle cose? Quando appunto l’io rinuncia al significato, e semplicemente utilizza le cose secondo ciò che ha nella sua testa, secondo le proiezioni della propria mente.

Chiude Agostino: la realtà parla a tutti, ma solo alcuni riescono a capire quella bellezza. Educare a questa comprensione è il compito dell’insegnamento, e a mio modo di vedere non vale solo per quelli che insegnano e studiano filosofia, ma anche per quelli che — come diceva la nostra amica della Bottega dell’Infanzia — hanno il problema dei pannolini da cambiare, perché i bambini che hanno il pannolino (e non sto parlando della philosophy for children!) hanno una competenza di giudizio straordinaria: non dobbiamo dargliela noi, ce l’hanno strutturalmente, ed è quella che Cartesio chiamava la bona mens, il buon senso, la ragione naturale.

Questo vale anche per chi non lo teorizza, vale come struttura del rapporto educativo. Chi ascolta la voce della realtà? «Per alcuni è muta, per altri parla, o meglio la realtà parla a tutti, ma la capiscono solo coloro che confrontano questa voce ricevuta dall’esterno con la verità nel loro interno (qui eius vocem acceptam foris intus cum veritate conferunt)», cioè quando si mette in moto l’io: è lì la scintilla del significato.

Comunicare un significato non significa fornire un’idea bell’e pronta, ma riscoprirlo noi innanzitutto e permettere agli studenti di poter paragonare la voce ricevuta dall’esterno con la verità nel loro interno. Qui appunto si capisce come la ricerca del significato abbia come unica condizione questa libertà nel conoscere e dunque il domandare, che a volte ci sembra troppo poco, perché noi con le migliori intenzioni vorremmo dare delle risposte: e invece permettere delle domande ci sembra qualche cosa di ancora provvisorio, qualche cosa che, sì, è importante, ma solo come un primo step per arrivare poi a dare delle risposte conclusive. Ma ragionando così — parlo a me stesso innanzitutto — è come se uno dimenticasse che la risposta coincide con un luogo in cui è possibile fare delle domande, contrariamente a tutto quello che dice la cultura contemporanea, secondo cui avere una risposta vuol dire che finiscono le domande (anzi la risposta coinciderebbe con la cessazione della domanda, perché essa è stata risolta). Invece nell’esperienza si scopre che soltanto quando si intravede una risposta nella realtà, cioè quando si comincia ad accettare un dato, solo allora si comincia veramente a domandare, perché si vuol capire, si vuole andare sino in fondo.

Quanto più emerge la realtà tanto più si intensificano le domande e questo può portare alla straordinaria conseguenza didattica per cui vale la pena studiare ancora Leopardi o studiare ancora il teorema di Pitagora. Perché studiarli ancora? Perché è come se quei contenuti ad ogni generazione aspettassero un “io”, aspettassero me. L’Odissea, Achille o Enea, o il primo principio della termodinamica aspettano me per poter “riaccadere” nella loro verità. Non è che se non li spieghiamo in classe o se un anno li saltiamo non ci sono più l’Iliade o l’Eneide nella biblioteca dell’Istituto o cessano di essere validi i principî della termodinamica: ci sono sempre, ma tutti questi contenuti in qualche modo non sono solo contenuti da imparare, bensì qualche cosa che chiede della nostra attenzione per riaccadere. Soprattutto chiede della nostra domanda per farci capire la possibile sensatezza del mondo.

Responsabili dell’educazione dei nostri figli: per inviare alla Scuola una “richiesta di consenso informato” via PEC

il blog di Costanza Miriano

accordo

L’Avvocato Edoardo Panunzio ha raccolto l’iniziativa del Comitato Articolo 26 e della Manif pour tous Italia circa la “Settimana nazionale contro la violenza e la discriminazione” (vedi l’articolo di Costanza Signorelli): nel suo duplice ruolo di avvocato e di genitore di figli in età scolare, Panunzio ha voluto rivedere un modello di “consenso informato” mettendolo a disposizione di quanti volessero farne uso, offrendosi in più anche per il servizio (gratuito) di comunicazione dei modelli alle Scuole tramite la sua PEC professionale. Di seguito riportiamo la sua lettera.

Carissimi,

View original post 629 altre parole

Tolti dalla disperazione da una presenza quotidiana

salamovNel 1999 fu pubblicata, per la prima volta in Italia, l’opera monumentale di Varlam Salamov, I racconti della Kolyma, sull’inferno dei gulag sovietici. Fu un caso letterario. Quindici anni fa – e ancora oggi – il paragone fra i gulag e i lager è per alcuni inammissibile: la casa editrice Einaudi si rifiutò di pubblicare l’introduzione del polacco Gustaw Herling, reo di aver messo sullo stesso piano i «gemelli totalitari», nazismo e comunismo sovietico. «Eppure, chiunque abbia letto i racconti di Salamov confermerebbe l’esattezza del paragone», nota l’esperto filologo e russofilo Vittorio Strada a Tempi. Per farsene un’idea basta scorrere i pannelli della piccola mostra sullo scrittore russo, in questi giorni, all’Università Statale di Milano. Scrive Herling: «Nei campi sovietici non c’erano i forni crematori, non si mandava la gente nelle camere a gas: il risultato era però il medesimo, anche se si uccideva lentamente, attraverso la fame, il lavoro massacrante e il clima». Cambiava l’obiettivo. In Siberia, «si voleva sfruttare al massimo il lavoro dei prigionieri».

È da questa esperienza quasi ventennale come schiavo del regime comunista che Salamov trasse il bisogno di raccontare, spiega Strada, «non solo ponendosi con Solzenicyn, Grossman e Pasternak, fra gli autori russi che hanno concluso il periodo della letteratura sovietica, ma dando al suo contributo artistico un’eredità più universale». «Mentre Solzenicyn ebbe un ruolo storico decisivo contro il sistema, e il suo Arcipelago Gulag ebbe una diapason amplissima, Salamov fu inizialmente lasciato ai margini, perché si era concentrato sulla forza della testimonianza diretta, sulla disperazione e sull’abisso», afferma Strada.

Uomo dalle «molteplici vite» – conciatore di pelli, studente di diritto, letterato e prigioniero – Salamov descrive l’annichilimento umano nel sistema concentrazionario sovietico nella regione gelida, tetra della Kolyma, agli estremi confini della Siberia, con freddezza e precisione. Nella Kolyma, allora non c’erano strade, non c’era la ferrovia. Soltanto la taiga e migliaia di uomini condannati alla fame, al gelo, al lavoro, in una sconfinata distesa di larici e pini, dove dopo le epurazioni, dalla Rivoluzione di Ottobre, nel 1919, fino al 1970, «fare il socialismo» equivaleva alla rieducazione attraverso il lavoro forzato. Il gulag, però, non restituì un’umanità migliore, sottolinea l’autore russo. Fu invece «una grande prova per le forze morali dell’uomo, per la comune moralità umana, e il novantanove per cento degli uomini non resisteva a questa prova».

Non si scrive per guarire il dolore
Non voleva “fare letteratura”, Salamov, ma raccontare la vita dei gulag. «C’è una profondissima non verità nel fatto che il dolore umano divenga oggetto dell’arte, che il sangue vivo, il tormento, il dolore appaiano sotto forma di quadro, poesia, romanzo. Questo è un falso, sempre», afferma in un’intervista degli anni Settanta. «Peggio ancora è che scrivere significhi per l’artista allontanarsi dal dolore, alleviare il dolore, il proprio dolore, dentro. Anche questo è male».

Quando la sua opera vide la luce nel 1973, Solzenicyn volle chiedergli un contributo per Arcipelago Gulag. Lui accettò, inizialmente. Per capire come contribuì al lavoro, ci si può limitare a una domanda a margine del testo inoltrata a Solzenicyn. Parlando dei detenuti del gulag, alle prese con un gatto, Salamov si chiedeva: «E perché non lo ammazzano per mangiarselo?». Solzenicyn, accolse l’obiezione e corresse. Questo accadeva nel gulag, scrive Salamov. Lo racconta in Giorno di riposo. Qui, alcuni criminali offrono a un pope internato alcuni avanzi di un piatto di carne di montone. Il pope mangia, e quando scopre che in realtà sono i resti di un cucciolo di cane allevato dalla baracca, vomita. Eppure, afferma, «la carne era buona. Non peggio di quella di montone».

lavori-forzati-gulag-mar-baltico«Ho cambiato idea sulla vita come bene, felicità. La Kolyma mi ha insegnato tutt’altro», afferma Salamov ne I taccuini curati da Irina Sirotiskaja. «Il principio della mia epoca e della mia personale esistenza, di tutta la mia vita ciò che ho tratto dalla mia personale esperienza, la regola che ne ho desunto può essere espresso in poche parole. Prima di tutto bisogna restituire lo schiaffo e solo in un secondo tempo l’elemosina. Ricordare il male prima del bene. Ricordare tutto il bene ricevuto per cent’anni e tutto il male per duecento».

Una visione tetra del mondo, che però è in contrasto con l’esigenza di scrivere, spiega Strada. «Nei suoi racconti – afferma il filologo – la potenza letteraria di Salamov ha una fisionomia autonoma, che insieme allo stile, al destino personale, difficile e arduo dell’autore, creano una visione esistenziale di insieme cruda ma non nichilistica». «Salamov d’altronde parla dell’abisso dell’uomo nel mondo concentrazionario. Del destino personale degli uomini schiacciati dalla storia. Un tema che appartiene alla grande letteratura russa», spiega ancora Strada. «Nel periodo sovietico, è emblematica la metafora della Ruota Rossa di Solzenicyn, il romanzo in cui la Rivoluzione viene descritta come un meccanismo che schiaccia le esistenze degli uomini». «Anche in Salamov – afferma Strada – come in Solzenicyn, emerge però la resistenza dell’uomo alla violenza della storia, sulla quale lo scrittore può sempre dire una parola per non essere schiacciato fino in fondo».

L’autore dei Racconti della Kolyma non ha mai negato la sua adesione al bolscevismo. Alla fine dell’esperienza del gulag dice: «Sono stato partecipe di una battaglia persa per l’effettivo rinnovamento della vita». Quella sconfitta lo condannò, come trotzkista, dunque nemico di Stalin, a una vita di miseria e privazioni. Nei campi di concentramento, il credo nell’ideologia comunista si opacizzò e rimase in piedi soltanto la realtà e l’esperienza del gulag. La disperazione.

«La cosa peggiore – afferma nei diari – è quando l’uomo comincia a sentire questo fondo oscuro, e per sempre, come parte della propria vita». Cosa poteva resistere nei gulag? Per l’ateo Salamov, soltanto Dio. «Nei campi di concentramento non ho visto nessuno che avesse più dignità dei credenti. La depravazione invadeva l’anima di tutti; resistevano solo i credenti», dice. Anche lui resistette. Nonostante la disperazione, per poter leggere una recensione delle sue poesie da parte del suo maestro, Boris Pasternak, nel 1952, Salamov percorse più di mille chilometri su una slitta trainata dai cani. Era una stroncatura, ma ne fu felicissimo.

gulag«È a partire dal suo rapporto con Pasternak, rappresentante della letteratura russa, ancora prima della rivoluzione, grande poeta del Novecento, e con un retroterra culturale pre-rivoluzionario, che Salamov deciderà di scrivere del gulag», spiega Strada. Il nucleo dei Racconti della Kolyma emerge così nella corrispondenza con l’autore del Dottor Zivago. In una lettera a Pasternak, Salamov descrive una giornata nel campo di concentramento: «Il giorno lavorativo dura 16 ore. La gente dorme in piedi appoggiandosi sulle vanghe. Non può né sedersi né sdraiarsi – ti fucilerebbero sul posto. Buio biancastro con una tinta di blu della notte invernale, 60 gradi sotto zero. L’orchestra delle trombe d’argento suona le marce davanti alle file di detenuti semimorti. Nella luce gialla delle enormi torce di benzina una guardia legge la lista dei nomi dei detenuti fucilati per non aver raggiunto la norma di produttività».

Il rapporto con Pasternak
Per Salamov, Pasternak è la luce nell’abisso. E da dove provenga questa capacità del Nobel di far sperare un disperato, emerge forse dal resoconto di un incontro tra il grande poeta e Andrej Sinjavskij, sul finire del 1957. Un incontro che offre una risposta alla resistenza del popolo russo all’esperienza totalitaria e all’abisso del gulag. Pasternak, scrive Sinjavskij, «cominciò a parlare di Cristo, che viene a noi da laggiù, dal profondo della storia, come se quelle lontananze fossero il giorno che viviamo, e insieme al giorno si facessero trasparenti e declinassero nella sera, congiungendosi a un domani senza fine. Nelle parole di Pasternak, come mi parve, non v’era neppure l’ombra di un’aspettativa apocalittica. Cristo veniva oggi perché la nuova storia veniva da Cristo e dal Vangelo, compresa la nostra giornata e Cristo era di questa giornata la realtà più naturale e familiare. La storia con il suo passato, il suo presente, il suo futuro, era come un campo, un unico campo, uno spazio che s’apriva ininterrotto allo sguardo. Guardando dalla finestrella i campi e i declivi nevosi Pasternak parlava di Cristo che viene a noi da laggiù. E parlava senza affettazione, né enfasi, senza pompa alcuna, ma con semplicità quotidiana, come se là e laggiù fossero stati gli orti contigui e la fila dei campi biancheggianti che s’allargavano attorno».

Leggi di Più: Varlam Salamov, testimone dell’abisso dei gulag sovietici | Tempi.it

Non è il male che conta ma la salvezza

Vincent Nagle

sabato 22 novembre 2014

Cara F., ho ricevuto la tua lettera. Ne riporto alcuni passi per chi ci legge. “Ieri sera sono andata in crisi” — scrivi — per aver letto “una testimonianza da Mosul”. Si tratta della vicenda di una famiglia: “il papà cieco, la mamma e cinque figli. Non guardavano la tv, per cui sono arrivati tardi a conoscenza di quello che stava accadendo attorno a loro. Sono partiti per scappar via dal loro paese ma per farlo dovevano pagare una tassa all’Isis, e non avevano soldi. Hanno dovuto dare la loro figlia più piccola, tre anni e mezzo, ai soldati. Se ne sono andati via e hanno dovuto lasciare la loro bimba più piccola ai soldati… Ecco, leggendo questo (e anche adesso, scrivendo queste righe) provo dentro un dolore enorme… io non riesco ad accettare e capire il senso di queste cose che stanno accadendo. Perché tutto questo? Perché tutta questa violenza? Perché tutta questa violenza fisica in Iraq? Perché tutta questa violenza culturale e psicologica qui da noi? Ho rabbia, io non credo più in Dio. Io in questo mondo non metto più figli”.

Cara F., sei stata molto succinta. Arrivi subito a una domanda centrale. Questa tua rabbia nasce da dove nasce praticamente ogni rabbia umana: dalla paura. Come tutti gli uomini, hai paura. Hai paura per te, e sei terrorizzata dalla paura che porteresti per un tuo bambino in questo mondo di dolore, menzogna, distruzione e morte. Reagisci e rifiuti. “Perché?” gridi.

Una volta sono andato in un prigione degli States a visitare un uomo che sapevo essere stato condannato ingiustamente. Un tentativo di suicidio l’aveva lasciato paralizzato. Doveva morire ingiustamente e vedere sua moglie privata di ogni legame e sostegno, vivere sulla strada senza documenti e lingua locale. Accusava Dio.

Ci siamo detti molte cose. Io gli ho detto che Cristo avrebbe potuto distruggere il male e i malvagi, ma non lo ha fatto. Perché? Lo scandalo, per i suoi discepoli, era che proprio Lui, che molte volte si era dimostrato in grado di comandare tutti i poteri, anche la morte, non aveva reagito al male che gli era piombato addosso. Perché? Si era lasciato prendere, accusare, abusare, condannare, torturare, massacrare, inchiodare e lasciato a morire coperto di ferite sanguinanti. Perché? Aveva lasciato “vincere” il male sulla terra. Perché?

Ci sono molte cose da dire, ma di una cosa sono sicuro; se con il suo potere distruggesse il male, prima o poi dovrebbe distruggere anche me, perché il male lo penso io, il male lo dico io, il male lo faccio io, e le occasioni infinite di bene che ho ignorato parlano anche contro di me.

In questo stesso momento sto fissando dal finestrino del treno su cui sto viaggiando l’arcobaleno più bello, più forte, brillante e pieno di colori che abbia mai visto in vita mia. È un segno di Dio, che una volta distrusse la vita su tutta la terra, eccetto Noè e i suoi cari con gli animali nell’arca, per ripulire la terra del male. Ma — dice la Scrittura — si era pentito. Mai più!

Dio non vuole più distruggere il male. Vuole salvare l’uomo. Non vuole più distruggere me, ma salvarmi, salvare te, salvare i tuoi bimbi non ancora nati. Perciò ci fa compagnia nel suo Figlio per rendere la nostra strada di dolore e morte l’occasione di un “sacrificio perenne a Dio gradito”. Cioè una lieta offerta di sé.

Chiudi gli occhi. Immagina il tuo bimbo. Immettilo in questa grande avventura in cui lui, accompagnato, si offra lietamente con Cristo per la salvezza del mondo. Seguilo, accompagnalo tu in questa avventura!

E adesso, ti chiedo: di cosa hai paura? Perché la tua rabbia? Di che cosa hai paura tu? Di soffrire, di morire, di essere abbandonata, di non essere toccata, abbracciata, amata? Di che cosa hai paura? Cammina con me, con il Signore! Vedrai che, come dice San Paolo, in tutte queste cose siamo già vincitori, in Cristo, nostro Salvatore.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2014/11/22/Perche-il-male-esiste-/print/557492/