Veglia

Veglia

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita.

Giuseppe Ungaretti

Annunci

“pathèin mathèin”

“La pazienza è la più eroica delle virtù, giusto perché non ha nessuna apparenza d’eroico”. Così Giacomo Leopardi, il più controverso dei poeti che si studiano a scuola, amato e odiato in egual misura da generazioni e generazioni di studenti. E la pazienza è la virtù forse più scolastica, cioè quella più necessaria tra i banchi perché la scuola è un’impresa da eroi. Eroi gli studenti, eroi i professori, eroi tutti i personaggi che si aggirano sulla scena di quel dramma quotidiano (a volte tragicomico) che chiamiamo “scuola”. Agli studenti sfugge il significato antico di tutte queste parole perdute: pazienza, dramma e anche della stessa parola scuola, e si meravigliano e sorridono amaramente quando scoprono che skholé in greco equivale all’ozio, all’occupare piacevolmente il tempo libero, non ci possono credere. Gioco allora un’altra parola perduta: diletto, da cui predilezione e dilettante, parola ambigua: per i miei studenti equivale a dire “approssimativo”, alcuni conoscono l’espressione “dilettanti allo sbaraglio”, ed io invece cerco di spiegarne il significato e alla fine finisce che auguro a tutti loro di diventare tanti magnifici dilettanti. Perché diletto viene da dilectio, cioè “amore”, la passione con cui una persona sceglie e si dedica a qualcosa o a qualcuno.
Senza essere banali si può tranquillamente affermare che i liceali di oggi, anche quelli del classico, non sono come quelli di un volta, che studiavano e basta. Anch’io ho fatto il classico, e “ai miei tempi” (espressione che cerco di non dire quasi mai in classe) c’era la televisione, ma un solo canale, in bianco e nero e i programmi erano solo per alcune ore al giorno. Io studiavo oppure studiavo. Questi ragazzi sono eroicamente sottoposti a uno stress molto più grande: televisione, social network, impegni sportivi (i più variegati), impegni musicali (quelli imposti dalle famiglie e quelli che si creano spontaneamente)… eppure resistono e vanno avanti. Per questo parlo di “dilettantismo” e li provoco: provate a mettere nello studio la passione, la precisione e la dedizione che mettete nel vostro hobby (musicale o sportivo) e vedrete come i vostri voti saranno altissimi! Il dilettante ama quello che fa, con libertà, quella è la sua vera skholè, peccato che spesso non coincida con la scuola.
Ma di tutte queste parole quella che mi sta più a cuore resta la pazienza. La più spirituale, proprio perché molto “fisica”, delle virtù, la più biblica e più vicina alla vita degli studenti: già i greci avevano precisato che è “pathèin mathèin”, soffrire è apprendere. I ragazzi mi ascoltano trepidanti, l’argomento li riguarda da vicino. Ma arriva la campanella, dobbiamo rinviare alla prossima settimana, esercitando ancora una volta questa eroica virtù.

Senza un custode la vita è nulla

«Ora è solo un guscio. La luce nei suoi occhi ormai è svanita». È la prima volta che a un minore, non malato terminale, in grado di respirare autonomamente, sono interrotte le cure

La giustizia inglese si è spinta ben oltre il Parlamento che sta discutendo il disegno di legge sull’eutanasia per malati terminali. L’Alta Corte britannica ha dichiarato che era nell’interesse dei genitori e di una bambina consentire la ”dolce morte” di Nancy Wise, una dodicenne malata, ma non in fin di vita. Si tratta di una decisione inedita per il Regno Unito, perché è la prima volta che a un minore, non malato terminale, in grado di respirare autonomamente, sono interrotte le cure.
Nancy era cieca e sofferente di idrocefalo, meningite e setticemia, incapace di gestirsi autonomamente. Sua madre, Charlotte Fitzmaurice, 36 anni, e suo padre, David Wise, 47, non potevano più sopportare di «non poter alleviare le sue sofferenze». «Nel suo mondo chiuso la sua vita aveva una certa qualità. Ma purtroppo ora non è più così». Così, dopo 14 giorni di agonia, se è vero che «era diventata immune dalla morfina e dagli antidolorifici», il 21 di agosto, Nancy è stata lasciata morire di fame e di sete.

EPPUR VIVEVA. Secondo i medici del Great Ormond Street – che hanno supportato i coniugi nella loro scelta – la bambina sarebbe dovuta morire a quattro anni di vita. Nonostante ciò, la piccola, tra mille disagi, ha continuato a vivere. Anche dopo l’operazione subita nel maggio 2012 per rimuoverle i calcoli renali, che a detta dei dottori le aveva provocato un’infezione per cui non ci sarebbe stato più nulla da fare.
Ma ormai per sua madre quella «non era più mia figlia», perché «ora è solo un guscio. La luce nei suoi occhi ormai è svanita». Non potendo più Nancy essere «la figlia angelica», l’unica soluzione a cui era giunta la coppia era l’eutanasia perché, ha raccontato Charlotte, «volevo avere dei bei ricordi di lei, non di un’anima in pena». Non importa se, come ha aggiunto il padre, «Nancy non ha mai parlato, quindi non potevamo sapere come si sentisse davvero».

«NON MI PERDONERO’». Il giudice, dando ragione ai familiari e ai medici, ha dichiarato che «l’amore, la devozione e la competenza di sua madre sono evidenti», aggiungendo «grande ammirazione» e «profondo cordoglio». L’ultimo giorno, ha dichiarato la signora Fitzmaurice, «è stato il più duro della mia vita. È stato assolutamente terribile». Era «la cosa giusta da fare» anche se «ora non potrò mai perdonarlo a me stessa».

Leggi di Più: Inghilterra. Il caso dell’eutanasia di Nancy, 12 anni | Tempi.it

La Grande Libertà che ” dentro a sé l’ama / tanto che mai da lei l’occhio non parte”

Marco Bersanelli

martedì 28 ottobre 2014

Sono limpide e liberanti le parole che Papa Francesco ha rivolto ieri alla Sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze, riunita in questi giorni per discutere sul tema “L’evoluzione del concetto di natura”. La tematica sottostante è tra le più delicate e affascinanti, ovvero il rapporto tra Creazione e evoluzione. Con un tocco di sapiente ironia il Papa ha invitato innanzitutto a liberarci da un’immagine sempre in qualche modo latente nel pensiero comune quando si parla dell’atto della creazione narrato dal libro della Genesi: “rischiamo di immaginare che Dio sia stato un mago, con tanto di bacchetta magica in grado di fare tutte le cose”. E poi ha insistito che Dio non è un “demiurgo” che agisce su un “caos che deve ad altro la sua origine”. Egli è invece Colui che “ha creato gli esseri e li ha lasciati sviluppare secondo le leggi interne che Lui ha dato ad ognuno, perché si sviluppassero, perché arrivassero alla propria pienezza”.

E’ importante non perdere la portata di queste parole. Il Creatore non è un essere fra gli altri esseri con dei poteri speciali (non è un mago, appunto), Egli è invece la fonte stessa dell’essere. Tutto ciò che esiste ha in Lui la radice ultima. Così fa parte della creazione la capacità delle cose naturali di evolvere nel tempo, di compiere la propria natura. Il divenire delle cose, l’evoluzione dell’universo fisico è una storia che la scienza pian piano tenta di decifrare, uno straordinario racconto che si dispiega nel tempo. Ma il tempo stesso, come diceva Sant’Agostino già nel IV secolo, è Sua creatura. Non esiste un istante di tempo che non sia creato da Lui. Così come sono Sue le leggi di natura, quelle misteriosissime “leggi interne che Lui ha dato a ogni essere”, grazie alle quali l’universo fisico è mutato nel tempo secondo una evidente direzione di sempre maggiore complessità e ricchezza, perché le cose “si sviluppassero, perché arrivassero alla propria pienezza”.

Non vi è perciò contraddizione tra creazione ed evoluzione, come già avevano chiarito san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI; non vi sono conflitti tra la legge fisica che “spiega” scientificamente certi fenomeni e il fatto che quei fenomeni (così come quella legge che li “spiega”) sono creati: “L’evoluzione nella natura non contrasta con la nozione di Creazione, perché l’evoluzione presuppone la creazione degli esseri che si evolvono”, ha detto in splendida sintesi Papa Francesco. Allora ogni istante della storia cosmica assume il suo umile e alto significato: “la creazione è andata avanti per secoli e secoli, millenni e millenni finché è diventata quella che conosciamo oggi”. E in effetti sono davvero tanti i millenni di quella storia, visto che misuriamo l’età dell’universo in 13,8 miliardi di anni! Ma, come ha detto Francesco in una recente omelia anticipando questi temi, Egli è «il Signore della storia» e anche della «pazienza»…

C’è dunque una necessaria distinzione tra la creatura e il creatore, un distacco che però non è affatto estraneità ma è piuttosto la condizione dell’abbraccio: “Egli ha dato l’autonomia agli esseri dell’universo al tempo stesso in cui ha assicurato loro la Sua presenza continua”. Coincidono questa “autonomia” che Dio lascia alla creatura e il dono della Sua presenza, piena di trepidazione per il destino e il compimento di tutto. Come ha suggerito Dante, il rapporto di Dio con la sua creazione è uno sguardo amoroso e instancabile, Egli “dentro a sé l’ama / tanto che mai da lei l’occhio non parte”. E’ come una madre che osserva con discrezione il suo figlio, gli dona continuamente la propria presenza, ama il suo destino, desidera per lui tutto il bene possibile, ma non si sostituisce a lui.

Se il Creatore “dà l’essere a tutti gli enti” — ai sassi e alle stelle, ai fiori e agli animali, e a ogni momento del tempo della storia dell’universo — Egli dà l’essere anche alla nostra povera esistenza in questo istante. E nel darci il respiro e la vita fisica, ci dà anche quel desiderio di amare, quella sete inestinguibile di conoscere che sono nel cuore di ogni uomo: “Quando, al sesto giorno del racconto della Genesi, arriva la creazione dell’uomo, Dio dà all’essere umano un’altra autonomia, un’autonomia diversa da quella della natura, che è la libertà”. E in effetti la libertà ci dà un’altra autonomia perché ci svincola dalle leggi di natura, pur essendovi sottoposti in quanto esseri corporali, perché a differenza dei sassi e delle stelle non siamo determinati solamente da esse.

Il miracolo dell’innestarsi della libertà nell’universo attraverso la creatura umana, significa anche una grande, vertiginosa responsabilità. Nel creare l’essere umano libero, Dio “lo rende responsabile della creazione, anche perché domini il Creato, perché lo sviluppi e così fino alla fine dei tempi”. Lo scienziato, in particolare, è chiamato a “interrogarsi sull’avvenire dell’umanità e della terra” e a “costruire un mondo umano per tutti gli esseri umani e non per un gruppo o una classe di privilegiati”.

Siamo insomma invitati a collaborare alla creazione, per il bene della persona umana, sempre aperti a rinvenire nuovi tesori che il Mistero ha messo nelle pieghe del mondo che ci ha donato. Papa Francesco ha infatti incoraggiato gli scienziati ad essere mossi “dalla fiducia che la natura nasconda, nei suoi meccanismi evolutivi, delle potenzialità che spetta all’intelligenza e alla libertà scoprire e attuare per arrivare allo sviluppo che è nel disegno del Creatore”. Difficile immaginare un compito più affascinante di questo.

Quella speranza che solo un’amicizia può dare

Paolo Vites

lunedì 27 ottobre 2014

Reyhaneh Jabbari era una bella ragazza iraniana di 27 anni, il fisico un po’ appesantito e provato dai lunghi anni passati nel braccio della morte. Brittany Maynard è una bella ragazza americana di 29 anni, anche lei il fisico un po’ appesantito dalle cure per il tumore che l’ha colpita al cervello.

Reyhaneh Jabbari è stata impiccata all’alba di qualche giorno fa, Brittany Maynard si toglierà la vita il prossimo 1° novembre, il giorno dopo il compleanno del marito. Reyhaneh Jabbari voleva vivere e non glie l’hanno permesso, Brittany Maynard non vuole più vivere e ha deciso di darsi il permesso di morire.

Se oggi c’è una differenza tra terzo mondo — ma esiste davvero ancora? — e mondo ricco — anche questo esiste ancora? — è quella tra chi la vita se la vede togliere per volontà di altri e chi la vita può permettersi il lusso di togliersela da solo.

Si dirà: Brittany è una malata terminale e sta compiendo una scelta dignitosa, quella di porre fine alla sua esistenza prima che la malattia la devasti nel dolore fisico e mentale. Si dirà anche che i contorni giudiziari del caso che ha coinvolto Reyhaneh Jabbari non sono chiari: omicidio premeditato, il coltello con cui ha ucciso l’uomo l’aveva comprato il giorno prima, c’era una terza persona coinvolta nell’uccisione e quant’altro. Non è così semplice ovviamente: la donna sosteneva invece di essere stata oggetto di tentativo di stupro e l’uomo ucciso apparteneva ai servizi segreti iraniani, dunque, visto il clima che si respira in quel paese, un intoccabile, un essere superiore, e chi ha l’ardire di toccarne uno va punito.

Ma c’è una costante nelle due storie, che è quella della morte, data e voluta. Perché la morte è la costante in questo mondo del terzo millennio che ci troviamo a vivere. Una morte cattiva, tracimante, un ghigno fastidioso che emerge da ogni notiziario: chi ad esempio ridarà una vita e una speranza alle oltre duecento ragazzine rapite in Nigeria nel momento più bello della loro vita, quello della scuola?

In America e in Europa invece ci siamo dati un lusso, quello di toglierci la vita quando essa ci sembra diventata insopportabile. Ci sembra, perché la vita in realtà non è mai insopportabile, anche nelle situazioni più estreme. Di fatto oggi in quelle che una volta erano le ricche e opulente società avanzate la vita è insopportabile, malattie a parte. C’è una disperazione silenziosa  e strisciante che si sta impossessando di ognuno di noi.

“Dopo un’operazione e un ciclo di cure, in aprile i medici le hanno detto che il cancro era tornato più aggressivo di prima, e le restavano solo sei mesi di vita, da trascorrere tra atroci dolori. Brittany ha effettuato delle ricerche, scoprendo che non esiste un trattamento in grado di salvarle la vita, mentre con le cure prescritte dai medici le sue capacità intellettive sarebbero decadute inesorabilmente” si legge in giro.

E’ un modo di riportare una notizia evidentemente tendenzioso che nega ogni possibilità. Ecco dove sta la morte, in questo modo di riportare fatti e realtà. A senso unico tanto da togliere voglia di vivere a chiunque.

Nei giorni scorsi un seminarista americano ha scritto una lettera aperta a Brittany che in pochi hanno letto. Anche lui è malato di tumore al cervello, però lo è da sei anni. Anche a lui avevano dato pochi mesi di vita, ma è ancora vivo. Bizzarro? Può darsi.

Nella sua lunga lettera Philip Johnson chiede a Brittany di non uccidersi per non negare a quelli come lui la speranza. Ogni gesto, aggiungiamo noi, anche negli angoli più remoti del mondo, ha delle conseguenze che si ripercuotono poi su tutti. Poi le dice che lui, in questi anni di malattia in cui ha spesso pianto, maledetto Dio — sì, lui, un seminarista — per il dolore e la paura di morire ha avuto qualcosa per cui è stato comunque contento di vivere nelle sue condizioni. Gli amici, la famiglia, Dio, la sua Chiesa. Non è mai stato solo, dice. “Cara Brittany, se sceglierai di combattere questa malattia la tua vita e la tua testimonianza sarebbero un esempio incredibile per innumerevoli altri nella tua situazione, saresti certamente di ispirazione per me che continuo la mia lotta contro il cancro” scrive Philip. E aggiunge: “Ho camminato nei panni di Brittany ma non ho mai dovuto camminare da solo. Tale è la bellezza della Chiesa, delle nostre famiglie e il sostegno che ci diamo l’uno con l’altro tramite la preghiera. Noi non siamo soli neanche nel dolore”.

Alla fine forse è tutto qua: non essere soli. Anche Brittany non è sola, ha una famiglia e degli amici, ma la scelta è diversa.

Non farlo, Brittany, se non altro in rispetto di Reyhaneh Jabbari. Lei voleva vivere, ma non glie lo hanno permesso. Lei amava la bellezza. Lei che aveva scritto ai suoi parenti, dal braccio della morte: “Il primo giorno in cui alla stazione di polizia una vecchia agente zitella mi ha schiaffeggiato per le mie unghie, ho capito che la bellezza non viene ricercata in quest’epoca. La bellezza dell’aspetto, la bellezza dei pensieri e dei desideri, una bella scrittura, la bellezza degli occhi e della visione e persino la bellezza di una voce dolce”.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2014/10/27/IL-CASO-Reyhaneh-Jabbari-e-Brittany-Maynard-il-si-alla-vita-e-un-amicizia/print/547436/

© Riproduzione riservata.

Un’amicizia per carisma

don_giussani-jpg-crop_display
I primi di ottobre del 1954, sessant’anni fa, don Luigi Giussani salì i tre gradini del liceo Berchet. In questi giorni, con tanti altri, fuori dalle porte delle chiese abbiamo venduto il numero di Tracce, rivista ufficiale del movimento di Comunione e Liberazione, che ha in allegato il dvd La strada bella: un video per i sessant’anni di Cl. La copertina del mensile dice: “Che cosa è Cl?”. Chi crede di sapere, dimentichi. Apra quel dvd di Roberto Fontolan e Monica Maggioni e ascolti, guardi i volti degli ergastolani di Padova o delle donne spaccatrici di pietra a Kampala. Ho trovato una mia intervista della quale don Giussani non ha controllato il virgolettato. Ma il nastro è autentico. C’erano altri testimoni autorevoli intorno a me.

tracce-cl-strada-bellaEravamo nella sala B di via Porpora, sede di Cl, sotto un grande ritratto fotografico di papa Wojtyla. Avevo l’incarico, che poi ho abbandonato e Dio sa quanto ho sbagliato, di scrivere la storia di Comunione e Liberazione. Questo testo l’ho riprodotto in un libricino di quasi dieci anni fa. Ma non se n’è accorto nessuno. Potevo accedere in ogni momento allo studio di don Giussani, dove lavorava e riceveva senza soste, avvolto in una nuvola da sigaro toscano. È la stessa scrivania di legno scuro, da Brianza anni Trenta, dove mi risulta riceva ancora oggi don Julián Carrón, il successore. Don Giussani mi faceva sedere e mi offriva del Porto. Era il 10 giugno del 1996.

Quando inizia questa cosa che poi prende il nome di Comunione e Liberazione?
La nascita di Cl è quando, guardando il piede che andava sull’altro gradino del liceo Berchet di via Commenda a Milano, in quell’ottobre del 1954, dicevo: «Ma per cosa vengo qui?». Per Lui, dal primo istante. Perché davanti a Dio posso aver fatto tutto sbagliato, ma non sarebbe vero che io abbia fatto una cosa non per questo.

Quando, per la prima volta, hai detto dentro o fuori di te: «Questo è un movimento, una creatura, un figlio», o qualcosa del genere?
Mai! Dico mai perché è stato mai. È un problema che non mi sono mica posto. Era ovvio: quando ho visto per la prima volta a Varigotti quei 350 che eravamo, era l’identica sensazione di quando quella prima volta ho radunato i sei o sette del Berchet per uno dei primi raggi. E i novemila dell’altro giorno (si riferisce alla giornata di fine anno del giugno 1996 al Palatrussardi, nda) non mi dicevano di più. Cioè, dicevano di più della stessa cosa: non di ciò che avveniva sotto i nostri occhi, ma di ciò che era avvenuto con la grazia di Dio. Speriamo di avere buoni vescovi, che ci aiutino di più a far pesare nella Chiesa la grazia che abbiamo ricevuto noi. Per questo bisogna pregare la Madonna, specialmente in questi tempi che sembrano buoni da questo punto di vista, perché ci dia la grazia, anche se non la meritiamo, di vescovi veramente generati e generatori dell’esperienza del movimento.

papa_luigi_giussaniLa storia dei tuoi rapporti con l’autorità ecclesiastica…
Bellissima!

Ma durante la crisi, hai mai pensato di rivolgerti all’autorità romana, magari attuando un rapporto diretto e immediato col Papa?
Mai! Mai, non mi è neanche venuto in mente. Come avrei fatto a osare, io, mettere in mezzo Roma? Se son rose, fioriranno.

La prima volta che sei entrato in contatto con Roma, come è accaduto?
Roma ha cercato il rapporto con noi. L’ha testimoniato il cardinal Giovanni Benelli l’ultima volta che ho mangiato con lui a Firenze. Io ero seduto alla sua sinistra, e mi ha detto: «Senta, le dico una cosa che non ho mai detto a nessuno. Una volta Paolo VI mi ha chiamato e mi ha detto: “Guardi per favore a Cl. Non abbiamo mai fatto attenzione a questo movimento, ma non lo perda di vista”». Allora mi sono ricordato dell’impressione che ho avuto un giorno quando mi è arrivata una notizia dalla nostra segreteria: mi chiamava la Segreteria di Stato. La Segreteria di Stato! Io vado, e penso: «Chissà che ramanzina!». E Benelli, allora sostituto segretario di Stato, mi ha ricevuto immediatamente e mi fa: «Allora, mi racconti un po’, come va Cl?». E io: «Benissimo. Ma ha qualche cosa da dire?». «No, non ho nulla da dire, anzi, il Santo Padre si interessa molto a voi». E basta. Da allora, ogni 4-5 mesi, mi chiamava.

Era il 1974? Perché quello è l’anno in cui – secondo la testimonianza che ho raccolto da monsignor Girolamo Grillo, arcivescovo di Civitavecchia e allora in Segreteria di Stato – Paolo VI riceve Benelli e lui dice accorato, a proposito di Cl: «Ci restano soltanto loro!».
Questa fu la malinconica conclusione della constatazione del vuoto che ebbe attorno a sé in Piazza San Pietro. Ma quello cui si riferisce Benelli accade prima. Prima del referendum sul divorzio. Pochi giorni prima c’era stato un raduno in San Pietro. E a un certo punto Paolo VI ha visto un cartello: “Clu Firenze”. Allora ha fermato il suo corteo e ha detto: «Ecco il Clu di Firenze. Bravi, siete proprio fedeli a quello che la Chiesa ha sempre insegnato. Salutatemi il vostro fondatore Giussani». Questa fu l’unica volta che un nome fu fatto all’interno di San Pietro. Così scopersi di essere fondatore.

giussani-varigottiPrima non ti era mai venuto in mente?
«Ma va’. Però c’erano stati due momenti in cui fui considerato in questo modo, un po’ come un fondatore. Capitò quando monsignor Costa, capo di tutta l’Azione Cattolica italiana dal quale eravamo andati a congratularci (primi anni Sessanta, nda), disse: «Eh, bisogna stare attenti, bisogna sempre rispettare il ruolo dei laici». In quel momento suona il telefono, non so chi fosse, ma lo sento dire: «No, quel ministro no! T. agli Esteri sarebbe un delitto! Io ne farei piuttosto un altro per documentare la non ingerenza della Fuci (la Federazione degli universitari cattolici italiani, nda)». Ma il picco è stato con il cardinal Giovanni Colombo. Lui è il paradosso incarnato. Glielo ha fatto notare Giacomo Biffi: «Guardi, eminenza, non può negare che tutto quello che lei ha detto, l’unico ad averlo preso sul serio è stato don Giussani. Fino a quando ha ripetuto quello che diceva lei, tutto andava bene. Ma quando poi ha cominciato ad affermare le sue idee in pratica, ha avuto come ribrezzo, e non poteva sopportarle». E queste parole di Biffi mi ricordarono come qualche mese prima il cardinale mi avesse chiamato e mi avesse detto: «Senti, Giussani, i tuoi superiori ecclesiastici sono contro Cl». «Mi spiace», gli dissi io. «Perché, vedi» proseguì, «siete buoni, siete giusti, siete generosi, sacrificati, però dove arrivate disturbate». Allora io, che ho avuto un istante di ictus: «Ma si disturbano anche coloro che dormono». Lui ha fatto un suo tipico cenno col capo, faceva sempre così, e poi: «Insomma, secondo i tuoi superiori tu dovresti chiudere Cl». Mi ricordo che con tranquillità gli risposi: «Eminenza, se lei mi dà un ordine e se ne assume tutta la responsabilità – tutta – e perciò mi comanda di chiudere Cl, entro un’ora tutte le comunità di Cl sapranno che non devono più esistere come Cl. Ma se lei lascia un millimetro di spazio alla libertà della mia coscienza, a quel che vede la mia coscienza… la mia coscienza vede che questa è la cosa più bella che ci sia nella Chiesa adesso, nella vita della Chiesa di adesso, perciò io continuerò. Tocca a lei dirmi: ti comando, oppure no». Tacque, e io andai avanti. Chi tace, acconsente. Ma avrei obbedito all’istante, sul serio.

Enrico Bartoletti, il vescovo segretario della Conferenza episcopale. Viene dopo, ma fu un momento importante, no? Esiste un diario in cui Bartoletti parla dell’input che ebbe da Paolo VI perché Cl fosse accolta come si deve nella Chiesa italiana.
Ci furono due conversazioni, una di fila all’altra. La prima di me, da solo con lui, a Roma. Bartoletti mi fece delle domande, io risposi secondo l’entusiasmo che avevo addosso. Lui non arguì niente e disse: «Bene, bene, coraggio». Mi mandò via con questa parola: «Coraggio!». La settimana dopo, parlò a un gruppetto: Negri, Scola, Sante Bagnoli (fondatore di Jaca Book, nda), io non c’ero, ma lo stesso Negri ha raccontato di una sua frase che è la più bella della nostra storia: «Forse una realtà come la vostra», disse Bartoletti, «non ha bisogno di uno statuto, perché è la vostra amicizia il vostro statuto. Non avrei mai creduto che si potesse fare un’organizzazione così stretta e così impavida e così sicura solo per amicizia». Ecco, questo può essere il punto per spiegare cos’è l’amicizia.

cl-comunione-liberazioneQuesti episodi segnano il momento in cui il Papa dice: «Mi resta solo Comunione e Liberazione». È il momento in cui dai un giudizio molto duro su questi anni più o meno ideologici. Quelli erano gli anni dell’egemonia, della preoccupazione egemonica.
Ma l’egemonia aveva entusiasmato anche me! La gloria di Cristo è qualcosa che è nella storia, perché un minuto dopo la fine della storia non c’è la gloria di Cristo, c’è la gloria di Dio. Comunque la storia di Cl non è la storia di un’ideologia che procede per blocchi, così come non lo è la storia della Chiesa. Perché è come il sole che durante il giorno si ingrandisce, la luce si ingrandisce. È la stessa cosa: così è il piccolo punto luminoso all’orizzonte, e poi è il sole di mezzogiorno. È lo stesso. La questione dell’egemonia è andata così. Io ero inizialmente entusiasta delle posizioni di Angelo Scola e Rocco Buttiglione sull’egemonia. Poi non fu una negazione di questo che condusse avanti le cose. Fu uno sguardo sempre fisso alla stessa cosa, che man mano che il tempo passava diceva altre cose. E questo ha chiarito anche il problema dell’egemonia.

Hai detto, un giorno, che senza che tu lo potessi prevedere, senza la tua paternità consapevole, un gruppetto di universitari ha ripreso la mossa del tuo ingresso al Berchet. È la prima volta che ti capita di riconoscere questo riaccadere dell’esperienza in termini così vasti senza che fossi tu a comandare esplicitamente le danze? O forse c’eri?
C’è stato un fatto particolarissimo: il ballo di fine anno con il gruppetto della Cattolica (Intiglietta, Fontolan, Giojelli, Amicone, la Cioni…). Quello è forse il momento più tipico dell’ingenium che lo Spirito ha immesso nella nostra esperienza. «Bello il ballo, suggestiva la musica, che vibrazione di gioia. Pensate, tra mezz’ora voi vi starete salutando sulla porta delle vostre case, e ci sarà una malinconia dentro di voi, che voi non guarderete in faccia, che non vorrete ammettere. Ecco, era questo che mancava alla gioia di quella sera. Manca qualcosa di cui la festa era un segno, una profezia, una profezia incompiuta, tanto incompiuta che andrete a letto con una malinconia strana, più grande e più buona del solito». Carà Beltà, che amore lungi m’ispiri… Che bello!

don-giussaniCome giudichi la crisi del 1967-1968? Cosa fu?
Fu la storia di una infedeltà, la causa è un’infedeltà. Infedeltà alla compagnia in cui si era colpiti, nati e cresciuti, per una prevalenza di stupore e ammirazione data al fare degli altri, all’attività politica degli altri. Allora si sono viste le due parti, i due fattori implicati nella vita di Gioventù Studentesca. Gs diceva: «La fede in Gesù ci fa cambiare la vita». Tutti o quasi si sono buttati sul «cambiare la vita». Da noi la vita cambiava insensibilmente; il cambiamento vertiginoso, vorticoso, clamoroso era da parte di quelli che esaltavano l’azione: l’esaltazione dell’azione dell’uomo, governata dalla interpretazione delle cose che l’uomo faceva. Dall’altra parte, quello su cui insistevo io: «La salvezza è Cristo. Non l’azione dell’uomo, ma Cristo è la salvezza». Allora, il discorso che facevo spesso nelle prediche era: «Voi fate come i preti delle parrocchie, che per cinquant’anni hanno parlato del sesto e del nono comandamento (la purità, i puri e forti di Lazzati)». In quel momento, una ideologia nuova impegnata, travolgente, li stendeva a terra. Per questa ideologia le leggi più gravi erano il quinto e il settimo. Non uccidere (eppure uccidevano). Non rubare (eppure si impossessavano di tutto). Il gioco era tale e quale: la salvezza sta nell’osservare la legge. Esattamente come per i farisei. Dicevo: «Per noi la salvezza è nella tenerezza con cui Cristo guarda la gente e come ci ha abbracciati nonostante i peccati, nonostante l’incoerenza. La grande questione è osservare la legge oppure è obbedire a quest’uomo». La grande questione ebbe la risposta adeguata solo in questi anni. Il discorso delle due morali accenna l’ultimo passo. La difesa e la descrizione della nuova morale è il punto culminante, dal punto di vista apologetico, della verità della nostra posizione, della verità del cristianesimo. Chi salva il mondo è una presenza nel mondo, umana: di uno che mangiava e beveva, andava con i peccatori, abbracciava le prostitute, da tutti condannato. Ma chi era colpito da questo Uomo riusciva a cambiare, e tutti gli dicevano: «Sbagli come prima, non hai cambiato niente!». E invece l’unico possibile cambiamento era fissare quest’Uomo. «Chiunque ha speranza in Lui, si purifica come Egli è puro». Lo scopo della storia non è la gloria dell’uomo, la forza dell’uomo, la coerenza dell’uomo, la coerenza morale dell’uomo. Non è quanto predica Norberto Bobbio; insomma non è la moralità: la salvezza dell’uomo è un’altra cosa. È l’incontro e l’amicizia; la compagnia che nasce dall’incontro; il popolo nuovo che nasce dall’affezione a questo Uomo. Si rileggano Paul Claudel e T. S. Eliot. In questo, Claudel più di tutti. Charles Péguy è come un anticipo, ma chi l’ha detto espressamente è stato Claudel, ed Eliot ha tratto la conseguenza cosmica della storia come tale. E il dramma incomincia adesso: capire se la morale nasce da un incontro, la morale è resa possibile, esistenzialmente, storicamente attuale da un incontro, da un connubio; o se invece è generata da un’analisi e da una coerenza piena di presunzione. Questione, peraltro, già risolta agli inizi, duemila anni fa: tutto è carità. La virtù è carità, e la carità è amare una presenza umana, di carne e ossa, così che «pur vivendo nella carne, noi viviamo nella fede del Figlio di Dio», che è la frase più riassuntiva, di cui mi sono accorto l’anno scorso.

Leggi di Più: Don Giussani racconta i primi anni di Cl | Tempi.it

Il mistero della Grazia

Collegamento permanente dell'immagine integrata
Giuseppe Frangi

sabato 25 ottobre 2014

Appartiene a una famiglia europea che vuole rimanere anonima e che assicura di non avere nessuna intenzione di metterlo sul mercato. È un olio su tela, misura 103,5 cm per 91,5, e sul retro nascondeva un indizio molto importante: un foglietto con grafia seicentesca che dice: «Madalena reversa di Caravaggio a Chiaia ivi da servare pel beneficio del Cardinale Borghese di Roma». Chiaia è la zona di Napoli dove abitava la Marchesa Colonna, grande protettrice dell’artista. Il Cardinal Borghese è quello Scipione che con grande acume aveva rastrellato tante opere del Caravaggio, comprese alcune mal digerite dai committenti. Se oggi la Galleria Borghese a Roma può vantare il più importante gruppo di quadri del Merisi, il merito è tutto suo, del cardinale nipote di papa Paolo V. Ma alla raccolta di Scipione mancò questa Maddalena, che come sembrerebbe gli era pur stata promessa. Cosa sia successo non lo sappiamo. Sappiamo solo che il quadro ebbe un immediato, straordinario successo, e quindi ne circolarono subito tante copie. Otto sono note e arrivate sino a noi. Ma ora secondo Mina Gregori, che su Caravaggio ha passato una vita di studi, siamo arrivati a rintracciare l’originale.

Il nostro aveva una particolare predilezione per questo soggetto, se non altro perché gran parte delle donne che compaiono nella sua biografia facevano lo stesso mestiere che Maddalena aveva fatto nella prima parte della sua vita, cioè la prostituta. Era tale Anna Bianchini, che posò quasi certamente per la prima meravigliosa versione della Maddalena, conservata oggi alla Galleria Pamphili di Roma. È un quadro del primo periodo romano, quando Caravaggio sceglieva ancora ambientazioni chiare, e si dilungava con meravigliosa abilità su mille particolari. È una Maddalena penitente, che se ne sta sola nella stanza, con lo sguardo reclinato, le braccia abbandonate sul grembo, i capelli sciolti, mentre tutti gli oggetti delle sue passate vanità sono sparsi, con “ordinato disordine” sul pavimento. La Bianchini viene descritta da un rapporto di polizia intorno al 1595, «più presto piccola che grande» e dai «capelli rosci et lunghi». Era figlia di una prostituta, e a quanto pare prostituta pure lei. Era molto impulsiva, e in occasione di un altro incidente con la giustizia, dovette spiegare alle autorità che aveva tirato fuori il coltello per difendersi, in quanto «volevano entrare dentro e me volevano toccare il culo». Morì a 25 anni, nel 1604. Caravaggio, che è il meno moralista dei pittori, la fece posare anche per un altro suo capolavoro giovanile: il Riposo durante la Fuga in Egitto, conservato sempre alla Pamphili. Anna è Maria, chinata sul capo del Bambino; una Maria di una dolcezza e di una maternità indimenticabili e struggenti. Una delle più tenere Marie di tutta la storia della pittura.

In un’altra opera con il soggetto di Marta e Maria, conservata a Detroit, Anna Bianchini è invece nelle parti della prima, mentre l’onore di posare come Maddalena spettò a Fillide Melandroni, altra celebre presenza femminile del giro di Caravaggio.

Invece nella Maddalena ritrovata, che è da riferirsi all’ultima stagione di Caravaggio, si riconoscono i sembianti di Lena, cioè Maddalena Antognetti, una donna celebre in tutta Roma per la sua bellezza: alta, capelli neri e folti, seno florido. Ne conosciamo tutto il fascino perché è lei a posare per la Madonna dei Pellegrini della Chiesa di Sant’Agostino; una Madonna traboccante fisicità, vera popolana romana sull’uscio della sua casa, che si china con uno sguardo protettivo e rassicurante  sui due popolani inginocchiati. Le madonne di Caravaggio, sono sì sottomesse al Figlio, ma non certo al mondo. Semmai sono capaci di tener testa al mondo.

Che Lena fosse chiamata alle due parti non deve stupire, perché c’è tutto Caravaggio in questa apparente provocazione. Da una parte quel suo senso drammatico della realtà, con la dimensione della colpa e dell’ombra che lo assaliva; dall’altro il presentimento potente di un qualcuno sempre pronto ad accogliere e salvare. A chiamarti senza chiedere condizioni come fece con Matteo. Da una parte quindi Maddalena e dall’altra Maria. Due istanze che misteriosamente convivono e che dicono tanto del genio travolgente e così umanamente vero di Caravaggio.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2014/10/25/CARAVAGGIO-Maddalena-in-estasi-non-c-e-peccato-che-resiste-alla-Grazia/print/547023/

La realtà viva della poesia

Uberto Motta

venerdì 24 ottobre 2014

Che cosa significhi capire una poesia è questione con cui tutti, o quasi, ci siamo una volta o l’altra confrontati, sui banchi di scuola o come semplici lettori, alla ricerca di un atteggiamento adeguato di fronte a oggetti — le poesie, appunto — che si dicono “da maneggiare con cura”. “Capire una poesia — argomentava già T.S. Eliot nel 1956 — vuol dire gustarla pienamente per la ragione giusta”. Ed era subito così richiamato il valore formativo di un’operazione complessa, in cui interagiscono competenze tecniche e applicazioni di ordine esperienziale. Perché, aggiungeva Eliot, “capire una poesia travisandola significa compiacersi di una mera interpretazione della propria mente”, e, d’altro canto, “è ugualmente vero che non possiamo capirla fino in fondo se non la gustiamo”.

Le poesie infatti, come le persone, possono essere osservate da punti di vista differenti. Ci si può chiedere come sono, da dove vengono, oppure dove vanno. Quando, come e perché sono state scritte, in quale situazione storica, culturale, psicologica…, allo scopo di rinvenirne i molteplici ingredienti e fattori. Questa è la spiegazione storico-causale, che a lungo ha prevalso nella scuola e all’università. Con il benefico risultato di limitare, tra gli studenti, ogni deriva grettamente impressionistica. Ma a quale prezzo?

“Quando nasce una poesia — scriveva ancora Eliot — è accaduta una cosa nuova, che non può essere interamente spiegata da qualsivoglia cosa avvenuta prima”. Capire, dunque, significa prendere in custodia il mistero di questo accadimento, sempre presente, in cui una voce assume forma e ci si affida. Interpellando la nostra ragione. Scuotendo la nostra sensibilità, a patto che il testo, dissolto nel suo contesto, non venga devitalizzato, ridotto allo scheletro di una lettera morta.

Vittorio Sereni, uno dei più grandi poeti del Novecento italiano, ha lasciato al riguardo straordinarie testimonianze, proprio a partire dalla sua esperienza di lettore, e specialmente in rapporto all’autore forse da lui più intensamente amato, Eugenio Montale. Si prenda questo brano del 1966: “Montale con i suoi primi versi precorreva in noi la presa di coscienza del mondo circostante e dei suoi stessi lineamenti fisici: nella misura in cui ci avvertiva che lo spazio immediatamente a noi vicino e nel quale stavamo già muovendoci con la nostra esistenza non solo poteva essere ma già era abitato dalla poesia. Ci avvertiva al punto di determinare i nostri passi e il nostro stesso sguardo? È probabile che sia stato così”. Sono qui distillati, limpidamente, alcune passaggi fondamentali: capire una poesia significa entrare in dialogo con essa fino al punto di lasciare che la sua voce orienti e guidi la nostra lettura della realtà, dimostrandocene, in primo luogo, la poeticità, la sua bellezza e verità, e, quindi, evidenziando la possibilità, dentro a ciò, di un cammino.

Sulle pagine del settimanale Epoca, nel novembre del 1975 Sereni tornava ad affermare: “Montale — il fenomeno sembra oggi irripetibile — ci aveva accostati alle sue poesie come a persone: quasi che ogni sua poesia fosse una persona viva. Questo è il vero debito (extraletterario, occorre dirlo?) che abbiamo nei suoi confronti: di averci, in tanto dubbio suo sulla vita, appassionati in gioventù alla vita”. Una poesia, come una persona, diviene nel tempo e nella storia, e dunque non potrà mai essere “decifrata” fino in fondo, chiarita definitivamente come un rebus. Quel che conta è l’incontro con essa, come fosse — perché è — una persona viva, di cui misuriamo il fascino tanto quanto ne sappiamo riconoscere i lineamenti più veri, l’unicità irripetibile. Ed è questo che appassiona alla vita, qualsivoglia sia il tema specifico di un testo: la scoperta della possibilità di riformulare l’esistenza in una parola, che, cristallizzatala, ne restituisca l’intensità e l’eccezionalità rendendole oggettive e, insieme, trasparenti. Ancora nel 1981, sulle colonne del Corriere della Sera, Sereni aveva cura di ribadire: “Fin dentro gli anni della guerra la poesia di Montale ci aveva offerto la chiave più naturale per noi, non dirò per leggere l’universo, ma per affacciarsi sull’esistenza che era nostra, e viverla, in certi casi inventarla. Era come se Montale ci avesse tolto la parola di bocca ogni volta che stavamo per pronunciarla”.

All’inizio di un nuovo anno di scuola si potrebbe tradurre la dichiarazione di Sereni in auspicio: come invito, o appello, per gli insegnanti, a lasciarsi togliere di bocca la parola dai poeti. Che chiedono di essere spiegati quel tanto che basta perché essi afferrino la nostra immaginazione e, investendola, ci forniscano una chiave, nuova e naturale, per essere qui e ora.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2014/10/24/LETTURE-Che-cosa-significa-capire-una-poesia-/print/546084/

Medici al servizio della vita

La Nigeria è fuori pericolo e non corre più il rischio di essere devastata da Ebola. Alla scadenza dei 42 giorni senza nuovi contagi, tarati sull’incubazione del virus che è di 21 giorni, l’Organizzazione mondiale della sanità ha fatto l’annuncio che un popolo intero stava aspettando. Perché Liberia, Sierra Leone e Guinea sono stati falcidiati dal virus mentre la Nigeria ne è uscita senza troppe vittime? Per i giornali nigeriani, gran parte del merito va a Stella Ameyo Adadevoh (foto sotto a sinistra).

LA DIAGNOSI. Quando a luglio nella città principale del paese, Lagos, un uomo proveniente dalla Liberia è stato portato al First Consultant Hospital con i tipici sintomi del virus, è stata la dottoressa Adadevoh, 48 anni, che ha lanciato l’allarme rosso. A luglio l’epidemia non aveva ancora raggiunto le proporzioni che oggi tutti conoscono e in Nigeria in pochi erano in grado di diagnosticare Ebola. La dottoressa, invece, non ha avuto dubbi e ha isolato subito il malato, Patrick Sawyer.

ebola-nigeria-ameyo-stella-adadevoh«SPARGEVA SANGUE OVUNQUE». Riuscirci è stata un’impresa. «Il paziente all’inizio era molto aggressivo. Voleva a tutti i costi lasciare l’ospedale», racconta alla Bbc il direttore dell’ospedale, Benjamin Ohiaeri. «Gridava e si strappava via i tubi endovenosi e spargeva il suo sangue ovunque». Una sorella dell’uomo era già morta e secondo i medici Sawyer voleva recarsi da un pastore pentecostale, che aveva promesso di guarirlo in modo miracoloso.

PRESSIONI ESTERNE. Nei primi giorni di ricovero, quando non era ancora certo che si trattasse di Ebola, la dottoressa Adadevoh venne messa sotto pressione perché liberasse l’uomo: una mossa che avrebbe potuto portare a conseguenze catastrofiche. «L’ambasciatore liberiano ha cominciato a fere pressioni sulla dottoressa. Secondo lui stava sequestrando l’uomo e le disse che si trattava della negazione dei suoi diritti umani fondamentali e che saremmo andati incontro a sanzioni». Ma «l’unico modo per essere responsabili verso il nostro popolo e il nostro Stato – continua il direttore dell’ospedale – era quello di tenerlo qui».

ebola-nigeria-ameyo-stella-adadevoh1IL RACCONTO DEL FIGLIO. Sawyer è morto di Ebola all’interno dell’ospedale e la dottoressa Adadevoh, al pari di altri 11 suoi colleghi, è rimasta contagiata. La donna è stata portata in un centro specializzato nel contenimento del virus, che il figlio della dottoressa Bankole Cardoso ha definito «invivibile». «I primi due giorni di ricovero sono riuscito ad avvicinarmi alla finestra per parlarle, poi non ho più potuto fare neanche quello», ricorda Cardoso.

CATASTROFE EVITATA. «All’inizio – continua il figlio parlando alla Bbc – eravamo ottimisti, poi all’improvviso è cambiato tutto. Hanno convocato in una stanza me e mio padre e ci hanno detto che ormai era questione di ore. È stato il momento più difficile di tutta la mia vita». Oggi, a due mesi dalla sua morte, Cardoso si rende conto di quanto il lavoro di sua madre sia stato fondamentale per evitare una catastrofe: «Identificando il primo caso di Ebola ha aiutato la Nigeria a prepararsi per individuare ogni possibile caso: questo credo abbia fatto la differenza rispetto agli altri paesi africani». Cardoso sa che il sacrificio di sua madre non è stato inutile: «È come se l’avessimo condivisa con tutti».

Leggi di Più: Ebola. Nigeria è salva grazie a Stella Ameyo Adadevoh | Tempi.it