Il Gesù ebreo

​Marc Chagall, “Il compleanno”, 1915
L’aveva dipinto spesso già nei primi decenni del Novecento come simbolo delle sorti del suo popolo, ma a posteriori è difficile non vedere nell’ebreo errante una sorta di specchio di Chagall. Dagli esordi nel 1908 fino alla morte nel 1985, l’artista ha attraversato storia geografia del secolo breve portandosi stretto nel sacco i suoi abiti di ebreo chassidico. La mostra aperta a Milano tra Palazzo Reale, una grande retrospettiva di oltre duecento opere, e Museo Diocesano, dove ci si concentra sul ‘messaggio biblico’, consente una panoramica vasta e convincente del suo mondo, sulle trasformazioni dello stile ma soprattutto sulle note di fondo che attraversano l’opera. Non è infatti la vicinanza a uno o più dei linguaggi elaborati nel Novecento a rendere Chagall un artista moderno. C’è in lui una dimensione etnica prima ancora che popolare. Il chassidismo è una tradizione impregnata di un misticismo quotidiano. Tradizione ebraica e russa confluiscono insieme nell’humus profondo della favola. La fiaba in lui è fusione di sapienza ancestrale e infanzia, da intendersi non come ingenuità naïf ma come tempo di creatività potente e di più acuta percezione. In opere celebri e felici come Il compleanno (1915) e La passeggiata (1917-18), in cui gli innamorati imparano a volare, e nella presenza sistematica nei dipinti di persone che siedono sui tetti o passeggiano a testa in giù («il mondo capovolto» è detto in Russia quello delle fiabe), Chagall sembra dire che le leggi della fisica sono un’invenzione. Non solo non spiegano la verità più intima della realtà, ma ne sono un ostacolo.

Lo spazio onirico di Chagall non è dunque quello psicanalitico del surrealismo ma quello incantato della fanciullezza. Anche per questo il presente di Chagall, eterno fanciullo, sembra stare sempre altrove. La natia Vitebsk è una miniera di spunti da trasfigurare. L’incontro con le avanguardie ne darà la cifra espressiva.

Negli anni parigini filtra le novità che si vanno elaborando a Montmartre attraverso la memoria di Vitebsk. Ma quando nel 1914 torna in Russia, la città natale come i personaggi e i simboli del suo mondo ebraico sono osservati sotto la lente di Parigi. Il percorso di Chagall è allora forse da confrontare con quello di artisti molto diversi da lui come Kandinskij (affascinato dallo sciamanismo) o Brancusi, che nella tradizione romena trova radici e ragioni dei suoi lavori. Nella musica è forte la ricerca di nuove soluzioni ritmiche e armoniche a partire dal patrimonio del folklore, come in Stravinskij o Bartók. Tutte personalità provenienti dall’Est europeo, protagonista nei primi decenni del Novecento di una fioritura culturale, prima di essere essiccato dalle nube dei totalitarismi.

Il repertorio di figure e simboli ebraici rimane costante, ad accadere è semmai una fluttuazione tra narrazione e metafora e mutazioni di segno, come durante gli anni ’30 e ’40 quando queste immagini si caricano di presagi e di ombre. Chagall mette a frutto il capitale dell’immaginario ebraico anche nel lavoro intorno ai temi biblici (al Museo Diocesano viene presentata anche una serie di gouaches inedite), con il risultato di illustrare gli episodi in una prospettiva iconografica lontana da quella cristiana e occidentale. È la stessa con cui presenta il Cristo crocifisso, che diventa protagonista nella sua opera in coincidenza con l’ascesa del nazismo e la guerra. Quello innalzato sulla croce è un Gesù ebreo, cinto sempre del
tallèd, lo scialle di preghiera. Coraggiosamente, Chagall in Cristo fa convergere la tragedia del suo popolo e con esso di tutta l’umanità. È una scelta che trascende la dimensione storica del dramma e lo proietta in una invece biblica, in cui il dolore si confronta con la fede. E una candela come una preghiera è la sola luce accesa in questo corpus ampio terribile, una Guernica della Shoah, in cui il solo lume che può resistere non è la ragione ma quello della speranza.

Milano, Palazzo Reale e Museo Diocesano
MARC CHAGALL

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