L’eros del desiderio di sapere

Nel solco della «ispirata lettura del testo platonico» di Lacan, Massimo Recalcati rintraccia nella scena iniziale del Simposio l’origine di quella che definisce «l’erotizzazione del sapere».Agatone, discepolo di Socrate, chiede al maestro di prendere posto a tavola e di sdraiarsi accanto a lui. Ad animare la domanda di Agatone è la medesima «illusione scolastica» che «guida ogni allievo nei confronti del proprio maestro: supporre nell’Altro un sapere di cui si vuole condividere il mistero e la potenza assimilandone il contenuto per contiguità».

«Socrate accetta di sedersi accanto al discepolo, ma si sottrae alla definizione di oggetto amato – eromenos – e rivendica piuttosto il ruolo di erastes, puro amante del sapere». In questo gesto di Socrate sta la possibilità di avviare un processo di conoscenza: «Egli – Socrate – sa bene che al centro del sapere – non del suo, ma del sapere in quanto tale – dimora un “vuoto”, una faglia che è indice dell’impossibilità di sapere tutto, di spiegare ogni cosa. Questo significa che il sapere del maestro non è mai ciò che colma la mancanza, quanto ciò che la preserva. L’apprendimento non avviene per travaso passivo da un bicchiere più pieno a uno più vuoto, perché il modello sul quale si fonda non è mai quello di un vuoto da riempire – le teste vuote degli allievi dentro le quali si deve versare il cemento del sapere – quanto di un vuoto da aprire. Rifiutandosi di incarnare il sapere, Socrate rinvia all’allievo il saper che l’allievo ricerca in lui, mantenendo aperto il luogo del sapere come luogo di una mancanza strutturale. Chiediamoci: non è questo il movimento essenziale che caratterizza il lavoro di ogni insegnante degno di questo nome? Aprire vuoti nelle teste, aprire buchi nel discorso già costituito, fare spazio, aprire le finestre, le porte, gli occhi, le orecchie il corpo, aprire mondi, aprire aperture impensate prima. Non è questa la materia di cui è fatta l’erotica dell’insegnamento? Non è questo il gesto che fa esistere un insegnamento in grado di generare effetti infiniti di soggettivazione?».

E così l’autore, in un momento di «evaporazione interdisciplinare» della Scuola (sempre con la lettera maiuscola nel testo!), ribadisce con forza la funzione dell’insegnante. Di qui la centralità dell’ora di lezione: «Se il sapere umano è attraversato da una faglia, non è perché è impossibile acquisire tutto il sapere, ma perché il sapere è solcato da un limite: il sapere non può venire a capo del senso della vita, non può sapere tutto. L’eccedenza della vita lo esorbita scavando al suo interno una mancanza. Ecco allora da dove sorge un vero insegnamento: quando il maestro sa alludere, evocare, portare alla presenza questo limite, questa mancanza e questa eccedenza, senza mai pretendere di ridurli a un oggetto che possiamo padroneggiare».

Un insegnante, quello tratteggiato da Recalcati, che, libero dall’illusione generata o dall’ipercognitivismo oggi dominante nella scuola – un sapere senza vita – o, al contrario, dalla nuova ondata psicologista – una vita senza sapere -, sa fare dell’ora di lezione, quale che sia la materia insegnata e dentro le strettoie prodotte dalla burocrazia o dall’ansia valutativa, il momento in cui può accadere l’inizio, innanzitutto in sé, e perciò in chi ha davanti, di un amore per il sapere aperto al mistero. L’impossibilità di sapere, alla quale l’autore fa riferimento, lascia dunque lo spazio a quella inesausta ricerca di senso che ha dato e dà vita a ogni espressione umana in ogni ambito del sapere e comunque in ogni mossa dell’essere.

E vi sono come delle condizioni perché l’insegnante possa assolvere al suo straordinario compito. Tra le tante descritte dall’autore, che ci riserva splendidi affondi sul significato della parola e del linguaggio piuttosto che sulla necessità dell’apprendimento mnemonico come condizione del vuoto necessario all’apprendimento, almeno un paio vanno segnalate.

La prima, «tacere l’amore»: «Il dono più grande del maestro non è il dono del sapere ma quello di saper “tacere l’amore”. Se il maestro non sa tacere il proprio amore, rischia di esigere, volontariamente o meno, che l’allievo segua le sue orme, che diventi ciò che lui si attende. Solo saper tacere l’amore può svuotare il luogo dell’Altro di ogni attesa e permettere al soggetto di incamminarsi per la propria via»; la seconda, non avere paura dell’inciampo, non avere paura cioè di non sapere, e, nel contempo, essere d’inciampo ai propri studenti: «Ricordiamo gli insegnanti che sono stati per noi degli inciampi, che ci hanno sottratti alle nostre abitudini mentali e ci hanno fatto pensare in modo nuovo».

Il testo si chiude con il bellissimo racconto della personale esperienza scolastica dell’autore e in particolare dell’incontro con Giulia, giovane insegnante di lettere in un Istituto agrario della periferia milanese. Giulia, in questa commossa e delicata rievocazione che Recalcati ha voluto regalarci di un vissuto tanto intimo e decisivo, restituisce alle pagine del testo una profondità che le affranca, in modo originale e perciò convincente, da una riflessione astratta sul significato dell’insegnamento e pone invece la forza di una testimonianza: «Perché vi sia desiderio di sapere è necessario un contagio, un incontro con un testimone di questo desiderio». O ancora: «Le possibilità dell’apprendimento hanno come condizione l’eros del desiderio. Pensare di trasmettere il sapere senza passare dalla relazione con chi lo incarna è un’illusione, perché non esiste una didattica se non entro una relazione umana».

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