Se lo spazio è Cristo

 

Sergio Cristaldi

 

martedì 9 settembre 2014

La decisiva dimensione del tempo entra necessariamente in conflitto con quella dello spazio? I processi si svolgono entro concrete coordinate. Hanno luogo. E da qualche decennio, una considerazione dello spazio ha ripreso vigore, in ambito filosofico e di teoria e critica letteraria. Per limitarsi alla più recente novità: è fresco di stampa un volume miscellaneo dedicato a un intrigante binomio, Locus-Spatium; esito di un convegno promosso dall’Istituto per il Lessico Intellettuale Europeo. 

A veder bene, «spazio» è categoria tipica della modernità. In una sua accezione connotata, ma emblematica, implica un’estensione neutra, dove tutti i punti risultano equivalenti; estensione disponibile alla scoperta, alla misurazione e in definitiva alla presa di possesso da parte dell’uomo, legittimato a consumarne uno sfruttamento intensivo in vista del proprio benessere. Si è parlato perciò di spazio «liscio» (prima di ogni perimetrazione e mappatura) e di spazio «striato» (in cui le demarcazioni supportano la conquista e il dominio). Il Medioevo alimenta, però, un’ottica diversa; lo aveva già rilevato lo studio ormai classico di Paul Zumthor, La misura del mondo, un contributo che non smarrisce, a poco più di vent’anni dalla sua pubblicazione, smalto e attualità. 

Persuasi a loro volta che l’uomo fosse costituito come possessor dominus mundi, i medievali fondavano questa acquisizione sulla coscienza che lo spazio era dono di Dio, prima ancora che estensione da annettersi o bene da far fruttare. Questo dono costituiva una traccia, dotata di rilievo irrecusabile in sporgenze qualificate. Ai sensi di una geografia sostanzialmente religiosa, si riconoscevano «luoghi» eminenti, dove Dio aveva stampato in maniera clamorosa la sua impronta. Un sentore del genere era già diffuso prima del cristianesimo: tutte le civiltà antiche ravvisavano «luoghi sacri», in grandiose cornici naturali, teatro di forze telluriche e paniche. La religione cristiana coniugava però congiuntamente spazio e tempo, in forza della storia della salvezza e del suo evento culminante, l’Incarnazione, con coefficiente sia storico che geografico. Il Medioevo venerava perciò «luoghi santi», quelli eletti dal progetto divino a contesto della Redenzione, anzitutto la Terrasanta, e con essa i principali sbocchi di una fede in cammino, in irradiazione, la Roma di Pietro, i santuari che ricordavano apparizioni, miracoli, esistenze scandite dalla preghiera e dalla carità.

Ma il mondo, per l’uomo medievale, era la preparazione in vista del compimento, la strada utile alla meta, tant’è vero che i teologi distinguevano tra condizione in via e condizione in patria: qui siamo stranieri, la nostra città è altrove, in cielo, anche se per raggiungerla non dobbiamo evadere dal solco in cui ci troviamo (la valle di lacrime va attraversata). «Città celeste» è evidentemente una metafora, l’aggettivo non permette di dubitarne. Ciò che questa immagine suggerisce, insieme alle consimili «dimora», «paradiso», «giardino», è forse privo di ogni esponente spaziale, di qualsiasi localizzazione?

Oggi risponderemmo senza esitazione, non per nulla la cultura più aggiornata ha elaborato la categoria di «non-luogo» e ne ha individuato un caso paradigmatico proprio nell’aldilà. Non è detto, però, che il nostro punto di vista debba colonizzare le fasi storiche che ci hanno preceduto; così come non è detto che a delimitare la sensibilità medievale rispetto a quella moderna bastino operazioni di meccanico ribaltamento.

L’escatologia del Nuovo Testamento, mentre riprende immagini di ascendenza giudaica, parlando di «paradiso», «trono», «albero della vita», «acqua», «luce», «seno di Abramo», infonde in esse un nuovo significato: come osservò Joseph Ratzinger in un agile libretto, Escatologia. Morte e vita eterna, redatto per una collana da lui diretta insieme a Johann Auer, «tutte queste immagini non descrivono dei luoghi, bensìcircoscrivono il Cristo, il quale è la luce vera e la vita vera, l’albero della vita». Era questa, in effetti, la consapevolezza maturata dai Padri e successivamente, con una messa a fuoco anche più nitida, dalla Scolastica. I teologi medievali non nutrono incertezze in merito: l’aldilà è per loro uno stato piuttosto che un luogo. Più precisamente, l’approdo escatologico attinge un rapporto personale: è l’amore di Cristo il luogo definitivamente acquisito o ceduto, è la contemplazione del Padre l’orizzonte a cui si giunge o a cui si rinuncia. Alla felicità occorre una persona, non un paese. In parallelo, la condanna eterna è colta anzitutto come separazione dal Signore, esilio dalla sua intimità, ciò che trova definizione tecnica nella formula poena damni, non senza la concorde avvertenza che una sanzione del genere è infinitamente più grave di qualsiasi altra, fuoco, gelo, tortura, sevizie. Ma il riconoscimento della centralità di Cristo comportava di necessità l’archiviazione di ogni elemento cosmologico? 

Per Tommaso d’Aquino, il Paradiso ha una sede non metaforica nell’Empireo, l’ultimo dei cieli cosmici, la decima delle sfere che circondano la terra. Il motivo di questa localizzazione – allora in auge presso tutti i maestri in sacra doctrina – viene accuratamente enucleato. La remunerazione ultraterrena, spiega Tommaso, implica, assieme alla gloria spirituale, anche una gloria corporale; la prima conosce un’anticipazione nella beatitudine degli angeli, ai quali i santi verranno equiparati, ma allora anche la seconda deve avere un preannuncio. La conclusione si profila: era conveniente che la gloria corporale avesse inizio a sua volta sin dal principio, manifestandosi almeno in un corpo, libero per intrinseca struttura dalla mutevolezza e dalla corruzione; ebbene, questo corpo è il decimo cielo, immobile perché nel suo genere perfetto, e così anticipo e pegno della finale redenzione di tutti i corpi e dell’intero cosmo. 

L’idea che dell’Empireo coltiva Dante presenta una complessità che non si può esaurire in breve, ma ci interessa qui metterne in risalto almeno un aspetto, riscontrabile nel suo trattato in lingua volgare, ilConvivio. A proposito del decimo cielo, snidiamo espressioni singolari, ancor più sorprendenti nella loro contiguità: «E quieto e pacifico è lo luogo di quella somma Deitate»; «Questo loco è di spiriti beati». 

Un luogo, dunque, condiviso da Dio stesso. Il linguaggio si tende, a costo di sfiorare l’incongruenza: Dio, come tale, non è incluso da nulla, al contrario abbraccia ogni cosa; a rigore, è l’Empireo in Dio, e non viceversa. Eppure, l’Empireo accoglie la presenza di Dio, se i beati vivono davanti a Lui, anzi in Lui, sperimentandone la contemplazione, godendo di un abbraccio che abolisce la distanza e non permette ritorno alla distanza. 

E traspare forse un’intuizione ulteriore in quelle espressioni a prima vista abnormi. Il Dio presente in tutte le cose non aderisce per questo a un indiscriminato “dovunque”; è in tutto, certo, ma insieme al di sopra di tutto. Ciò non significa, però, che non sia “da nessuna parte”, come se nella sua costitutiva imprendibilità finisse per evaporare; al contrario, possiede un suo luogo, in qualche modo identificabile. Non si ha il coraggio, oggi, di dire: perfettamente identificabile. 

 

 √http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2014/9/9/LETTURE-Da-Ratzinger-a-Dante-qual-e-il-luogo-di-Dio-/print/525696/

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