N di Nazareno

Comincio subito dal fulmine. Spero che mi folgori mentre ne scrivo dopo esserne stato incendiato. Il presidente della Repubblica armena Serz Sargsyan parla nella pancia del Vittoriano, a Roma. Dice una cosa che nessuno aveva detto e noi – io almeno – neanche pensato. Rievoca la condizione dei cristiani di oggi in Medio Oriente straziati dall’islam del Califfo (gli armeni hanno una certa esperienza alle spalle…) e dice: «Tutti abbiamo dispositivi fatti per ritrasmettere filmati festosi di battesimi. Oggi capita di vedere con frequenza, sui telefonini, immagini di giornalisti cristiani decapitati». Ripeto: giornalisti cristiani decapitati. La lingua armena è tale che il suono di quelle parole li fa risultare più cristiani e più decapitati di quanto si percepisca in lingua italiana.
Avevano pensato fossero giornalisti. E poi americani e scozzesi. Di questa o quella idea politica. L’identità degli assassini invece li assegnava nei nostri pensieri a un islamismo feroce, però nel contempo proprio così li premiava: la definizione di costoro l’abbiamo riferita al rapporto con Dio. Invece che gli uccisi fossero cristiani, no, questo non lo aveva detto nessuno, ma neanche pensato. Perché?
Il fatto è questo: non abbiamo inconsciamente voluto offendere i morti, togliere loro qualcosa dicendo che erano cristiani. Non riusciamo a pensare una persona considerando decisivo per lei e per la civiltà che l’ha partorita il nesso che ha con la verità. La cosa più vergognosa che si possa dire di un uomo o di una donna oggi in Occidente come in Oriente è la qualifica di cristiano.
Il cristianesimo nelle nostre teste occidentali è diventato qualcosa di serio solo nella mente contorta di chi si prende la briga di tracciare la “N” di Nazareno sulle case di gente remota dell’Iraq o della Siria. Altrimenti per noi è un dato culturale così sbiadito e ovvio da essere un orpello retorico, spiegando che combattiamo gli islamici terroristi sì, perché loro combattono la civiltà cristiano-occidentale, ma non perché noi siamo cristiani e ci teniamo. È un hobby privato meno rispettabile di certo dell’essere vegani. O un orrore simmetrico a quello di chi dice «Allahu Akbar!».
Invece, guardando quella mostra, si capisce: i cristiani sono gente normale che vive di Cristo e se ne nutre nella normalità quotidiana, con un legame misterioso e concreto con Dio incarnato. Questo insegna il nostro tempo di martiri cristiani d’Oriente. Non sono assassinati perché eroi giganteschi, ma perché, poveretti come sono, afferrati da Cristo e perciò stesso, senza alcun merito, odiati e assassinati.
La mostra “Parabole d’Oriente”, che presentava il presidente Sargsyan nell’occasione, è l’epifania di questa verità elementare e semplice. Non gran che il titolo: sembra una canzone di Franco Battiato, un po’ profumi, mistiche e geometrie, saggezze sublimi per iniziati. Invece no. Dentro, che roba.
Sono felice che sia al Vittoriano in Roma, è bene che stia lì, come una reliquia sotto l’altare della Patria: lux ex Oriente nel buio del nichilismo. Un’altra folgore, dopo la prima dura e tremenda della parola “cristiani decapitati” (capitò anche a san Paolo, e non per mano di islamici, ma di acculturati romani): quella di una bellezza troppo forte e insieme quotidiana per essere stata partorita da misere creature. Sono riflessi del divino-umano quelli esposti in fotografie provenienti da sette paesi dove oggi – oggi! – sono sgozzati nostri fratelli.
Non esiste il cristianesimo in generale. Ma quello, con dei nomi e cognomi, luoghi, possibilmente numeri di telefono. Non parole diacce ma generose facce, sguardi compunti nella liturgia e abbandonati nell’allegria, chiese scoperchiate e lune immacolate. Viene da fare la rima, come nelle filastrocche dell’infanzia quando la verità è semplice ed è la mamma che indica Gesù crocifisso.
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La fiaccola

Tra le tante cose che ci hanno spiazzato dell’ultimo Meeting, c’è un’immagine che ha colpito molti. L’ha usata padre Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica , in un bellissimo incontro dedicato a questo Pontificato. Diceva Spadaro che si può intendere la Chiesa “come un faro”, una luce che illumina la via alle navi in tempesta: ” Sono qui , il porto è qui.Qui c’è la sicurezza”. Ed è verissimo. E’ una roccia, la Chiesa. Indefettibile, da sempre. Ma c’è un altro modo di far luce a chi è nel buio: la fiaccola. Che non sta ferma, ma “cammina là ove  sono gli uomini , illumina l’umanità dove si trova. Se l’umanità va verso il baratro, la fiaccola va verso il baratro, cioè accompagna  gli uomini nei loro processi.”E’ così  che “magari riesce a strapparli dal baratro, facendoglielo vedere”. Molti sussulti in sala, tante domande poi. Nella confusione che regna tra le parole quando ci si distacca dall’esperienza, quando qualcuno ha pensato che quel'”andare verso l’abisso” sia segno di una fede ritirata, accondiscendente. Una specie di cristianesimo debole, che si accontenta della ” testimonianza” e di dare al massimo il buon esempio, senza che questo possa cambiare veramente il corso della storia. Niente di più sbagliato. Anzi, di più contrario all’esperienza , a ciò che accade. Perché per “accompagnare” l’umanità oggi nelle ” periferie esistenziali care al Papa, nello smarrimento delle evidenze perdute e dei valori confusi, ci vuole molto più di un pensiero giusto. Ci vuole una certezza viva. Qualcosa che succede di continuo, che scopri e approfondisci di continuo, che ti genera di continuo. Bisogna fare esperienza del rapporto con Cristo. ” Il cristiano non ha paura di decentrarsi” perché ha il suo centro in Gesù”, ricordava il Papa proprio nel messaggio al Meeting. E’ questo che dà la forza di compromettersi con la vita dell’altro, di fargli compagnia, molto più di quando ci si ferma sul bordo della strada a ripetergli le cose vere . Ed è questo che ci dà il gusto di scoprire man mano l’amore alla sua libertà. Non solo rispetto, ma proprio amore. Perchè solo da lì , nella libertà, possono riemergere le evidenze e le esigenze che costituiscono il nostro cuore. (..)

Tratto dall’Editoriale, La riconquista dell’umano, di Tracce di settembre 2014

Ildegarda in italiano

il blog di Costanza Miriano

VISION. A film by Margarethe von Trotta.

Un gruppo Facebook e una serie di avvenimenti a livello nazionale per ricordare una delle più grandi figure femminili del medioevo: santa Ildegarda di Bingen. A promuovere l’iniziativa un gruppo di studenti dell’Università di Salerno, che nel 2011 ha fondato la pagina “Il Medioevo non è stata  un’epoca buia!” sul più popolare social network del web.

I ragazzi hanno ora deciso di portare all’attenzione del grande pubblico la richiesta, avanzata alle reti nazionali e alla Rai in particolare, di doppiare in italiano e trasmettere il film “Vision” del 2009 di Margarethe von Trotta, dedicato a santa Ildegarda di Bingen e «purtroppo largamente ignorato», affermano.

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E’ la fame di Lui che fa vincere

Vincent Nagle

sabato 27 settembre 2014

Per molti anni il mio lavoro come prete si è interrotto a causa del mio licenziamento, dovuto normalmente a dichiarazioni, parole o affermazioni che erano o troppo rozze per essere sopportate, o troppo provocatorie per poter passare senza forti reazioni. Alla fine, un mio superiore venne da me con il dichiarato intento di dirmi che dovevo abbandonare queste provocazioni e continuare invece in un modo che potesse essere accettato dagli altri senza reazioni violente. Mi vergognai abbastanza di me stesso, ma mi sentii anche consolato nel pensare che, dopo tutto, vi era qualcuno nella storia cristiana le cui parole erano state a volte ancor più provocatorie, più capaci di portare a violente reazioni che non le mie: sto parlando del Signore Gesù.

Il Vangelo di questa domenica è un buon esempio di quanto sto dicendo. “Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo…’In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio'” (Mt 21,31). Ora, questa è un’accusa tale da sollevare una tempesta di proteste indignate. Non sono forse sacerdoti e anziani quelli che si sono dedicati a essere modelli di vita secondo Dio, a compiere i loro doveri nel loro tempio, nelle loro famiglie, nelle loro comunità? Non sono proprio loro i buoni sui quali può contare e costruirsi la società? E non sono invece i pubblicani coloro che tolgono i beni al popolo di Dio per consegnarli ai violenti miscredenti della forza militare di occupazione, riempiendo al contempo i propri forzieri? E non sono le prostitute che distruggono l’ordine della vita familiare, portando gli uomini a tradire la fiducia e l’affetto delle loro famiglie e a dilapidare i propri beni senza riguardo per il benessere della moglie e dei figli?
È difficile non rimanere offesi dalle parole di Gesù. Ho perfino sentito apologisti musulmani citare queste parole come prova che “le parole del profeta Gesù” sono state distorte e che i Vangeli non sono quindi affidabili. “Nessun uomo di Dio potrebbe aver detto una cosa simile”.

In effetti, come avrebbe potuto dire questo? Perché lo avrebbe fatto? Lo ha fatto per dare ai suoi ascoltatori una scossa tale da risvegliarli alla condizione fondamentale della vita che avevano invece dimenticato. Essi non pensavano più di aver bisogno della salvezza misericordiosa di Dio e non riuscivano perciò a riconoscere il Salvatore, perché ritenevano che la salvezza mediante il perdono dei peccati avesse poco o niente a che fare con loro. Gesù cercò di liberarli da questa illusione. Infatti, Gesù non era venuto in primo luogo per assicurare la coesione nella famiglia o il buon ordine nella società, o forse è meglio dire che voleva dare un più vero fondamento a questi grandi beni.

Se penso a queste affermazioni “offensive” di Gesù, mi viene alla mente un’immagine che mi aiuta a chiarire di più le parole di Gesù. Penso a due astronauti sulla Luna. Terminati i compiti loro assegnati sul pianeta, risalgono sul modulo di atterraggio e premono il bottone di accensione dei razzi per tornare alla nave madre. Ma non succede niente. Sono inchiodati alla superficie lunare. Ci vorrà molto tempo prima che arrivino per salvarli e, nel frattempo, potrebbero morire per mancanza d’aria, cibo e acqua. Uno dei due astronauti apre immediatamente il libro con le procedure e comincia a mettere in pratica ciò che in esso è prescritto, seguendo fedelmente le istruzioni. L’altro comincia ad andare nel panico, ignorando ogni regola e mettendo ancor più a repentaglio la loro sopravvivenza, e il primo astronauta comincia a odiarlo. Ad un certo punto, il cattivo astronauta prende delle provviste e fugge via. Ma quando arrivano i soccorsi, chi ha bisogno di essere salvato? Entrambi! Sono tutti e due sulla stessa barca! Cosa potrebbe essere più assurdo del primo astronauta così compreso del suo comportamento diligente e della sua fredda obbedienza da dimenticare che anch’egli è nella stessa situazione dell’altro astronauta: ha bisogno di essere salvato!
Questa è la consapevolezza che rende tutti noi – anche i macellai islamici che uccidono, stuprano e distruggono nel nome di Dio – ciascuno e ognuno di noi assolutamente simili. Scoprire il nostro bisogno di salvezza mediante la presenza del Salvatore è scoprire ciò che unisce me a ogni essere umano in un oceano di compassione. Questo è ciò che gli anziani avevano dimenticato, di essere nella stessa condizione e con lo stesso bisogno dei peccatori. Gesù cerca di risvegliare tutti noi a questo fatto fondamentale.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2014/9/27/Se-le-prostitute-entrano-prima-di-noi/print/534157/

Il Gesù ebreo

​Marc Chagall, “Il compleanno”, 1915
L’aveva dipinto spesso già nei primi decenni del Novecento come simbolo delle sorti del suo popolo, ma a posteriori è difficile non vedere nell’ebreo errante una sorta di specchio di Chagall. Dagli esordi nel 1908 fino alla morte nel 1985, l’artista ha attraversato storia geografia del secolo breve portandosi stretto nel sacco i suoi abiti di ebreo chassidico. La mostra aperta a Milano tra Palazzo Reale, una grande retrospettiva di oltre duecento opere, e Museo Diocesano, dove ci si concentra sul ‘messaggio biblico’, consente una panoramica vasta e convincente del suo mondo, sulle trasformazioni dello stile ma soprattutto sulle note di fondo che attraversano l’opera. Non è infatti la vicinanza a uno o più dei linguaggi elaborati nel Novecento a rendere Chagall un artista moderno. C’è in lui una dimensione etnica prima ancora che popolare. Il chassidismo è una tradizione impregnata di un misticismo quotidiano. Tradizione ebraica e russa confluiscono insieme nell’humus profondo della favola. La fiaba in lui è fusione di sapienza ancestrale e infanzia, da intendersi non come ingenuità naïf ma come tempo di creatività potente e di più acuta percezione. In opere celebri e felici come Il compleanno (1915) e La passeggiata (1917-18), in cui gli innamorati imparano a volare, e nella presenza sistematica nei dipinti di persone che siedono sui tetti o passeggiano a testa in giù («il mondo capovolto» è detto in Russia quello delle fiabe), Chagall sembra dire che le leggi della fisica sono un’invenzione. Non solo non spiegano la verità più intima della realtà, ma ne sono un ostacolo.

Lo spazio onirico di Chagall non è dunque quello psicanalitico del surrealismo ma quello incantato della fanciullezza. Anche per questo il presente di Chagall, eterno fanciullo, sembra stare sempre altrove. La natia Vitebsk è una miniera di spunti da trasfigurare. L’incontro con le avanguardie ne darà la cifra espressiva.

Negli anni parigini filtra le novità che si vanno elaborando a Montmartre attraverso la memoria di Vitebsk. Ma quando nel 1914 torna in Russia, la città natale come i personaggi e i simboli del suo mondo ebraico sono osservati sotto la lente di Parigi. Il percorso di Chagall è allora forse da confrontare con quello di artisti molto diversi da lui come Kandinskij (affascinato dallo sciamanismo) o Brancusi, che nella tradizione romena trova radici e ragioni dei suoi lavori. Nella musica è forte la ricerca di nuove soluzioni ritmiche e armoniche a partire dal patrimonio del folklore, come in Stravinskij o Bartók. Tutte personalità provenienti dall’Est europeo, protagonista nei primi decenni del Novecento di una fioritura culturale, prima di essere essiccato dalle nube dei totalitarismi.

Il repertorio di figure e simboli ebraici rimane costante, ad accadere è semmai una fluttuazione tra narrazione e metafora e mutazioni di segno, come durante gli anni ’30 e ’40 quando queste immagini si caricano di presagi e di ombre. Chagall mette a frutto il capitale dell’immaginario ebraico anche nel lavoro intorno ai temi biblici (al Museo Diocesano viene presentata anche una serie di gouaches inedite), con il risultato di illustrare gli episodi in una prospettiva iconografica lontana da quella cristiana e occidentale. È la stessa con cui presenta il Cristo crocifisso, che diventa protagonista nella sua opera in coincidenza con l’ascesa del nazismo e la guerra. Quello innalzato sulla croce è un Gesù ebreo, cinto sempre del
tallèd, lo scialle di preghiera. Coraggiosamente, Chagall in Cristo fa convergere la tragedia del suo popolo e con esso di tutta l’umanità. È una scelta che trascende la dimensione storica del dramma e lo proietta in una invece biblica, in cui il dolore si confronta con la fede. E una candela come una preghiera è la sola luce accesa in questo corpus ampio terribile, una Guernica della Shoah, in cui il solo lume che può resistere non è la ragione ma quello della speranza.

Milano, Palazzo Reale e Museo Diocesano
MARC CHAGALL

La promessa della realtà è più forte nulla

Esisteva la chick-lit, la narrativa dedicata alle giovani donne. Il termine, davvero poco onorevole, arrivava da chick (diminutivo nello slang americano di “pollastrella”) e lit (che stava per letteratura). Il Diario di Bridget Jones di Helen Fielding, Sex and The City di Candace Bunshell fino a Il Diavolo veste Prada di Lauren Wisberger ne sono gli esempi più famosi. Se questo fenomeno sembra in parte stabile, l’attenzione è ora tutta per la cosiddetta sick-lit.Dove lit resta sempre per letteratura, ma sick sta per malattia. Una letteratura indicata per YA, young adults, la nuova categoria del marketing editoriale che va dai 14 in su.

I casi più noti sono certamente Colpa delle stelle di John Green, la cui recente trasposizione cinematografica ha ridato linfa a un successo letterario di dimensioni globali, e Braccialetti Rossi di Albert Espinosa, che dopo la fiction italiana di successo sta per diventare una serie tv americana addirittura per la regia di Steven Spielberg. Ma pensiamo anche al bellissimo I dieci mesi che mi hanno cambiato la vita, di Jordan Sonnenblick, vincitore del Premio Bancarellino 2014, e allo stesso Bianca come il latte e rossa come il sangue di Alessandro D’Avenia.

Gli adulti parlano molto di questa letteratura come fenomeno, in sedi specialistiche e non. I giovani, soprattutto ragazze, la leggono molto. Si appassionano, e si commuovono.Non mancano anche le voci critiche, e l’accusa è proprio quella di speculare sulla malattia per aumentare il fatturato. C’è addirittura chi paventa comportamenti patologici indotti o alimentati da queste storie a sfondo ospedaliero.

Eppure ai giovani piacciono, e se le vendite salgono non è solo per le relative operazioni di marketing letterario, quanto per un passaparola contagioso. Il dato più evidente che spicca ai nostri occhi è come i più giovani desiderino guardare in faccia proprio quelle tematiche che gli adulti spaventati tentano di censurare da tempo, innanzitutto a loro stessi. La morte, la malattia e il limite che vogliamo a ogni costo buttare fuori dalla porta del quotidiano rientrano nella vita dalla finestra della letteratura. 

Non si creda ci sia del masochismo in questo; in molte di queste storie ciò che le riempie non è il male, bensì l’amicizia, gli affetti della famiglia, le contraddizioni, le parole che affiorano alle labbra e quelle che si arrestano, l’amore che nasce e si interrompe, la ripresa di chi resta, le attese confermate o deluse, la speranza.

Nel panorama attuale vale l’indicazione di valutare questi romanzi, uno a uno, senza affastellarli in un gruppo indistinto. Le storie migliori sono quelle i cui protagonisti risultano credibili e verosimili nel loro porsi questioni interessanti e cercare risposte convincenti. Le storie meno riuscite sono, invece, quelle che hanno come unico e morboso protagonista la malattia, con i diversi personaggi ridotti a puro contorno. I ragazzi, però, se ne accorgono e dobbiamo confidare proprio nella loro capacità di giudicare le vicende di carta in cui si immergono. Sentono subito puzza di bruciato alle prime avvisaglie di una storia banale fatta solo per promuovere una commozione prêt-à-porter. Spesso sono lettori più accorti ed esigenti di quanto noi supponiamo.

Dei buoni libri che parlano (anche) di malattia i ragazzi apprezzano proprio che se ne parli, che non sia più un argomento tabù. Agli adulti che si precipitano sul telecomando per nascondere il dolore e la morte sembrano dire: «Mostrateceli, se esistono perché nasconderli?»

Un ragazzo che sta ancora bene non ha l’angoscia di morire, chiede piuttosto che non gli venga nascosto nulla. E sa vedere tutta la vicenda, senza fissarsi sulla malattia. Proviamo a chiedere loro di cosa parla il libro che hanno tanto amato: raramente ci diranno che parla della morte. Individueranno, piuttosto, l’amore e l’amicizia.

Sembra paradossale come alla generazione del tutto-consumato-e-bruciato nell’istante con un click sul mouse o una ditata sul touch screen piacciano invece le storie dove il per sempre permea ogni pagina, come una promessa. Ma paradossale non è: dietro la passione per questi libri si nasconde anche il desiderio di una tenuta, di una durata nel tempo, di qualcosa che tenga oltre l’emozione effimera di un momento. Si svela l’attesa di rapporti sinceri e soddisfacenti, privi di maschere e finzioni, in cui mostrarsi senza orpelli. Stanchi di selfie forzatamente sorridenti, i più giovani sembrano rivendicare il diritto di fermarsi a pensare, di porsi delle questioni e cercare delle risposte. Si può essere felici a sedici anni anche con una gamba sola? Cosa resta del rapporto con i miei genitori se sono così concentrati sulla malattia di mio fratello? Come posso continuare se chi amo se ne va per sempre?

C’è da augurarsi che qualcuno sappia raccogliere e intercettare queste domande, talora nascoste dietro un’apparenza di superficialità, perché si dia realmente la possibilità di un’esperienza che vi risponda. Oltre a quella letteraria, già di per sé densa e coinvolgente.

È difficile distinguere se la sick-lit esista realmente o se esista solo nella testa di chi la chiama così. E forse è anche poco importante. Quello che è certo è che abbiamo bisogno di storie vere, che non abbiano paura del reale, che ribadiscano che non dobbiamo restare forever young, che non indichino la perfezione come ideale dell’io, che non abbiano scandalo del limite, che offrano soluzioni da giudicare.

Di storie così, sane e non certo sick, non dobbiamo avere paura. In fondo, raccontano la vita, che non solo vale la pena di essere vissuta, ma che vale la pena anche di essere letta.

http://www.tracce.it/default.asp?id=329&id_n=43330

La dignità umana irriducibile

Libertà di scelta e diritto di morire. Così è stata giustificata in Belgio la decisione di autorizzare l’eutanasia per Frank Van Den Bleeken, 52enne condannato all’ergastolo per omicidio e abuso sessuale e che perfino Wim Distelmans, principe della “buona morte” in Belgio, si è rifiutato di uccidere. A chi ha ravvisato preoccupanti somiglianze con la pena di morte è stato risposto: è il detenuto che l’ha richiesta e per la legge è tutto in regola. In realtà non è così.

CONDANNATO MA INTERNATO. Come scrive l’avvocato Jean-Paul Van de Walle sul belga La Libre, «Frank Van Den Bleeken non è stato condannato al carcere “come gli altri”. Affetto da problemi mentali, è stato “internato”: “Misura di sicurezza destinata a proteggere la società e a fare in modo che siano dispensate all’internato le cure richieste dal suo stato di salute in modo da reinserirlo nella società” (definizione legale)».

VOLONTÀ. Questa premessa è molto importante: «Una delle condizioni legali per contemplare l’eutanasia è che la domanda venga fatta in modo “volontario” e “ben ponderato”». Ma se Frank «non ha abbastanza lucidità da comprendere i suoi misfatti e quindi da subire la pena, e necessita di un trattamento medico, come può avere lucidità “sufficiente” per chiedere legalmente l’eutanasia?».

PRECEDENTE PERICOLOSO. Come si può approvare l’eutanasia di una persona quando «resta un dubbio» sulla sua capacità di intendere? Domanda Van de Walle: «Ricorriamo a una “certezza” di tipo diverso quando parliamo di persone con problemi mentali? Ci rendiamo conto del precedente che abbiamo creato? E dove ci fermeremo?». Soprattutto se si pensa che in Belgio è appena stata approvata «l’eutanasia per i minori, a condizione che si sia certi della loro “capacità di discernimento”».

«DOVETE AIUTARMI». L’avvocato di Bruxelles critica la decisione di uccidere il detenuto anche per un altro motivo, che esula dall’ambito legale e considera quello umano. Van Den Bleeken, prima dell’eutanasia, aveva chiesto di essere curato (e non ucciso) in Olanda e in Belgio. Così aveva formulato la richiesta, facendo riferimento alle terribili condizioni delle carceri belghe, nella sua prima intervista rilasciata aPanorama: «Se non ho la possibilità di andare nei Paesi Bassi [a curarmi], non essendo possibile curarmi in Belgio, allora la mia sofferenza fisica sarà “incurabile” e secondo la legge ho diritto all’eutanasia. (…) La gente si deve rendere conto che… dovete fare qualcosa. Quando internate la gente che ha commesso delitti sessuali, aiutatela anche. Aiutatela a convivere con ciò che ha fatto. Ma non lasciate semplicemente qualcuno dietro delle sbarre con ciò che ha fatto. Qui non si aiuta nessuno: né la persona stessa, né la società, né la vittima».

VIVERE IN MODO DEGNO. Questa, scrive l’avvocato Van de Walle, «sarebbe una richiesta di “eutanasia”? E per giunta “volontaria”? Permettetemi di dubitarne, ancora una volta. (…) Alcuni reclamano a gran voce una nuova “estensione” della legge per permettere alle persone come Frank di “morire in modo degno”. (…) Frank, ne sono convinto, non ha bisogno di morire in modo degno: lui ha bisogno di vivere in modo degno. Forse siamo ancora in tempo per correre in suo aiuto. Per lui e per tutti gli altri».

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Libertà di scelta e diritto di morire. Così è stata giustificata in Belgio la decisione di autorizzare l’eutanasia per Frank Van Den Bleeken, 52enne condannato all’ergastolo per omicidio e abuso sessuale e che perfino Wim Distelmans, principe della “buona morte” in Belgio, si è rifiutato di uccidere. A chi ha ravvisato preoccupanti somiglianze con la pena di morte è stato risposto: è il detenuto che l’ha richiesta e per la legge è tutto in regola. In realtà non è così.

CONDANNATO MA INTERNATO. Come scrive l’avvocato Jean-Paul Van de Walle sul belga La Libre, «Frank Van Den Bleeken non è stato condannato al carcere “come gli altri”. Affetto da problemi mentali, è stato “internato”: “Misura di sicurezza destinata a proteggere la società e a fare in modo che siano dispensate all’internato le cure richieste dal suo stato di salute in modo da reinserirlo nella società” (definizione legale)».

VOLONTÀ. Questa premessa è molto importante: «Una delle condizioni legali per contemplare l’eutanasia è che la domanda venga fatta in modo “volontario” e “ben ponderato”». Ma se Frank «non ha abbastanza lucidità da comprendere i suoi misfatti e quindi da subire la pena, e necessita di un trattamento medico, come può avere lucidità “sufficiente” per chiedere legalmente l’eutanasia?».

PRECEDENTE PERICOLOSO. Come si può approvare l’eutanasia di una persona quando «resta un dubbio» sulla sua capacità di intendere? Domanda Van de Walle: «Ricorriamo a una “certezza” di tipo diverso quando parliamo di persone con problemi mentali? Ci rendiamo conto del precedente che abbiamo creato? E dove ci fermeremo?». Soprattutto se si pensa che in Belgio è appena stata approvata «l’eutanasia per i minori, a condizione che si sia certi della loro “capacità di discernimento”».

«DOVETE AIUTARMI». L’avvocato di Bruxelles critica la decisione di uccidere il detenuto anche per un altro motivo, che esula dall’ambito legale e considera quello umano. Van Den Bleeken, prima dell’eutanasia, aveva chiesto di essere curato (e non ucciso) in Olanda e in Belgio. Così aveva formulato la richiesta, facendo riferimento alle terribili condizioni delle carceri belghe, nella sua prima intervista rilasciata aPanorama: «Se non ho la possibilità di andare nei Paesi Bassi [a curarmi], non essendo possibile curarmi in Belgio, allora la mia sofferenza fisica sarà “incurabile” e secondo la legge ho diritto all’eutanasia. (…) La gente si deve rendere conto che… dovete fare qualcosa. Quando internate la gente che ha commesso delitti sessuali, aiutatela anche. Aiutatela a convivere con ciò che ha fatto. Ma non lasciate semplicemente qualcuno dietro delle sbarre con ciò che ha fatto. Qui non si aiuta nessuno: né la persona stessa, né la società, né la vittima».

VIVERE IN MODO DEGNO. Questa, scrive l’avvocato Van de Walle, «sarebbe una richiesta di “eutanasia”? E per giunta “volontaria”? Permettetemi di dubitarne, ancora una volta. (…) Alcuni reclamano a gran voce una nuova “estensione” della legge per permettere alle persone come Frank di “morire in modo degno”. (…) Frank, ne sono convinto, non ha bisogno di morire in modo degno: lui ha bisogno di vivere in modo degno. Forse siamo ancora in tempo per correre in suo aiuto. Per lui e per tutti gli altri».

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La pace inizia dal rifiutare l’aborto

il blog di Costanza Miriano

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di Costanza Miriano

Mi dispiace, sarò ripetitiva, ma per me, finché non si riapre seriamente un discorso sull’aborto, tutti i discorsi sulla pace e sulla guerra non hanno un gran senso. Perché una violenza si chiamerebbe diritto intoccabile, progresso e liberazione, e un’altra violenza invece sarebbe una crudeltà da combattere? Chi giudica quale violenza sia buona e quale cattiva? A parte quella per legittima difesa, tutta la violenza è cattiva (non uccidere, quinto comandamento). Allora perché dovrei indignarmi per una guerra, se c’è un genocidio consumato quotidianamente nei nostri ospedali, in un’apparente pulizia e asetticità, in cui le vittime sono i più deboli tra i deboli, i più piccoli tra i piccoli, i bambini che stanno cercando di crescere sotto il cuore della loro mamma?

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Guarda

C’è un quadro di Boccioni di cui mi sono innamorato. Si intitola “La strada entra nella casa”, dipinto nel 1911. Una donna, le cui fattezze sono della madre del pittore, affacciata al balcone guarda la città dall’alto e, in un movimento a spirale di edifici e uomini dediti a diverse attività, la strada sembra riversarsi come un fiume danzante dentro la casa, attraverso lo sguardo vigile e attento della donna. Guardandolo mi sono chiesto: come guardiamo la strada o come lei entra nel nostro sguardo? Lo sguardo stanco di molti, la lamentela come tema dominante dei discorsi, il disincanto sulle cose più belle, l’amore in primis, mi suggeriscono che tutto, al contrario di quel quadro, diventa immobile, vecchio, ripetitivo, incolore, stantio. La grande promessa di vita sembra non poter esser mantenuta. Il paradiso si manifesta in singoli e fugaci istanti di pienezza non in qualcosa di duraturo e stabile. Cercare questi istanti è la goccia di miele nell’esilio? Dov’è il nuovo che dà vita a ogni cosa in ogni momento del giorno e in modo duraturo? Devo rassegnarmi all’opacità del quotidiano o c’è altro?
Solo il nuovo sconfigge la routine, solo il nuovo dà sangue a ciò che diventa esangue. Per questo è bello innamorarsi: il cuore si rinnova e una ventata di luce e freschezza ci ricorda per cosa siamo fatti. L’eternamente uguale invece è l’inferno. Per questo la vigilanza (vegliate!) è il requisito primo richiesto all’uomo che voglia essere uomo: la sua disponibilità totale al presente, l’apertura elastica al dono di ogni istante, qualsiasi cosa contenga. Agostino chiamava “attenzione” la presenza del presente, rispetto a quella del passato (memoria) e del futuro (attesa). La guerra che dobbiamo condurre ogni giorno è proprio quella contro l’abitudinarismo, contro il farsi andar bene la stanchezza del cuore e dell’amore, per mancanza di vigilanza, di attenzione. La pace è frutto della guerra contro la tiepidezza che rende tutto incolore, noioso e ripetitivo. Ma come si fa a mantenere questa disposizione del cuore a inaugurare ciò che tocca? A trasformarlo in gioia duratura e fedele? La strada è segnalata in poche parole che leggo e rileggo in questi tempi di crisi: «Guarda (dice l’originale greco, più spesso tradotto con “ecco”), io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5). Così Dio dice nell’Apocalisse all’uomo impaurito dal fallimento, dalla stanchezza, dalla crisi. L’uomo da solo non può inaugurare, rinnovare: ha bisogno di ricevere questa novità istante per istante, e scoprire che ogni momento è pieno di questa novità che può baluginare solo raramente se procurata dalle nostre forze esigue (tutta l’arte vive di questo slancio, enorme anelito di apertura al mistero della creazione, così percepita come dono).
Ma quel verbo all’imperativo («Guarda»), a differenza dell’azione divina che è al di fuori della portata dell’uomo (fare nuove tutte le cose: proprio tutte, uno sguardo, un amore, un lavoro, una persona, un dolore, un fallimento…), segnala lo spazio affidato all’uomo verticale: guardare. Per accedere al rinnovamento continuo di tutte le cose, alla primavera che ogni istante contiene anche se minacciato da stanchezza e opacità, bisogna essere condotti al piano di chi vede veramente, ricordando quello che già Montale lamentava nei suoi versi: «Gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede». Si scorna chi crede che la realtà sia solo quella che si vede, perché la realtà è invece quella che ci viene concesso di “guardare”. Quello che si vede è il trascorrere delle cose umane in un flusso che inevitabilmente perde forza, slancio, vigore. Quello che si guarda è invece il legame con chi rende viva ogni cosa in questo momento, anche la più fragile e stanca. Ma c’è bisogno di me, punto di contatto tra la fonte che rinnova e la realtà da rinnovare. Sono io che entro in classe, che incontro un genitore, che correggo un compito, che scrivo una pagina, che ascolto un amico, che risolvo un problema, che cucino un piatto di pasta, che provo il dolore di un fallimento, di un errore, di un tradimento, di un turbamento, di un peccato. Sono io quella congiunzione tra l’effimero e la realtà, e in me può compiersi la trasformazione di ciò che è vecchio in ciò che è nuovo, non grazie a me, ma attraverso di me. Purché io guardi. Io guardi veramente le cose. È qualcosa che a livello umano gli artisti sperimentano, perché il loro guardare è uno dei gradini di questo invito in cui naturale e soprannaturale possono toccarsi.
Raymond Carver, maestro di attenzione nei suoi racconti e poesie, scriveva «si possono descrivere delle cose, degli oggetti quotidiani, usando un linguaggio comune, ma preciso – una sedia, una forchetta, la tendina di una finestra – e dotare questi oggetti di un potere immenso, addirittura sbalorditivo». La scrittura è veglia dei sensi, prima ancora che segno sulla pagina. Va oltre il poeta e premio Nobel D.Walcott, che del modo di dipingere di Pissarro, ne Il levriero di Tiepolo, dice: «Ogni pennellata era intrisa di quell’assenza; con regolare, quieto dipingere / costruiva il suo azzurro. Era questo il suo modo di pregare». Il poeta-pittore intuisce che guardare, strumento primario del suo lavoro nel mondo, è pregare: vigilare, custodire, inaugurare ogni cosa. L’arte ci ricorda, fissandolo nella materia, per cosa sono fatti i nostri occhi: la novità di tutte le cose che in questo istante Dio opera, silenziosamente, lievemente come la brezza di Elia.
Il pieno compimento di questa possibilità, secondo l’invito della Rivelazione-apocalisse, è però un dono: si chiama preghiera (vigilanza). Una preghiera continua, costante, importuna ci viene chiesta, perché il presente richiede attenzione continua. Non come una prestazione impossibile: non è un moralismo utopico, perché la preghiera non è una prestazione, ma un prestito di occhi e cuore, che sono la radice degli occhi. È Colui che dice di far nuove tutte le cose che la rende costante, continua, importuna, inesausta. Io posso solo ricevere questa possibilità aprendomi ad essa e vedrò tutto rinnovarsi sotto il mio sguardo, non per magia, ma per caduta di paoline squame dagli occhi e scorgere ciò che io non potevo vedere (Danielou scrive che i tre della Trasfigurazione sul Tabor videro come stavano le cose in realtà, per grazia furono resi meno ciechi).
Questo comporta la fatica buona del rimanere aperti, compatibile con la gioia, ma non con la stanchezza, col disincanto, con l’abitudine. Guardare tutti i volti di una classe ogni giorno in modo unico è faticoso, ma non stanca. Allattare il bimbo è faticoso, ma riempie. Questo guardare il rinnovarsi di tutte le cose che tocchiamo è ciò che abbiamo da dare ad un mondo stanco. Un cristiano che non prega (veglia) in ogni istante, attraverso ciò che sta facendo, rapidamente perde smalto, perché ha perso il suo legame con la fonte, con la vite/a. Non ha più nulla che lo rinnovi, non può vedere più nulla, perché non guarda più nulla. La meraviglia di una continua novità, quella che ci prende di fronte ad un panorama alla fine di una lunga camminata, quella che ci afferra nelle movenze della donna di cui ci innamoriamo, quella che ci spiazza nel sorriso di un bambino, è la possibilità data in ogni momento a ciascuno di noi. È quello che la strada chiede a quella donna affacciata al balcone nel quadro di Boccioni: dare senso e casa al caos di quella strada. Grazie a quel «guarda» ogni giorno mi stanco, ma non mi annoio. Ho il cuore e gli occhi pieni di una meraviglia che nessuno può strapparmi, perché non l’ho messa io nelle cose: il loro reale rinnovarsi è lì disponibile per i miei occhi liberati dalle squame. Il mio compito, a volte faticoso, è goderne. E poi raccontarla.

ll bell’amore

di Davide Perillo

Il «bell’amore». Lo chiama così, il cardinale Angelo Scola, con una espressione presa a prestito dalla sapienza biblica. Bruciando in due parole intere paginate di anticipazioni e commenti, di presunti scoop e diatribe più o meno velate, anche tra prelati. Tutti con oggetto il prossimo Sinodo dei Vescovi sulla famiglia, che a leggere certe cronache sembrerebbe destinato ad affrontare quasi soltanto questioni etiche e giuridiche, come la comunione ai divorziati o la riforma della Sacra Rota. E invece sarà l’occasione per approfondire «un tema che alla Chiesa sta molto a cuore, perché si tratta di riscoprire il valore antropologico dell’esperienza affettiva». Parola dell’Arcivescovo di Milano, che a questi temi ha dedicato diversi saggi come teologo, ma soprattutto se li ritrova davanti in carne e ossa da pastore.
Il sipario si apre il 5 ottobre, con il Sinodo straordinario in Vaticano. Ne seguirà un altro l’anno prossimo. E nei mesi scorsi, nelle Diocesi di tutto il mondo, sono state raccolte opinioni, riflessioni, testimonianze che hanno portato all’Instrumentum laboris, il testo di preparazione.

Eminenza, perché questo Sinodo è così atteso? 
Sulla questione degli affetti è in corso, da almeno vent’anni, una radicale trasformazione dei comportamenti. Basta guardare al modo con cui vivono questa dimensione non solo gli adulti, ma anche i ragazzi, già dalle medie. La Chiesa vuole invitare tutti a riflettere su questa domanda: qual è il vero significato della dimensione degli affetti e dell’amore nella vita dell’uomo e della donna? Quello che viene presentato come un clima di libertà, in cui vige il criterio «fai come ti pare anche in campo sessuale», è davvero adeguato alla crescita della persona, alla prospettiva di felicità delle donne e degli uomini? Questa è la vera ragione dei due Sinodi. Per discutere le questioni etiche o problemi sollevati dalla bioingegneria genetica, che sono di grande importanza perché possono dare a questa trasformazione dei comportamenti una impronta irreversibile, bisogna approfondire un fattore che viene prima. E la Chiesa se ne occupa perché è per sua natura un soggetto educativo.

Dai lavori preparatori emerge quello che lei chiama uno «scarto significativo» tra le affermazioni della Chiesa, anche quando continuano ad essere viste come un ideale, e l’esperienza reale della maggior parte degli uomini. Perché questa distanza? 
Diciamo, anzitutto, che la fragilità umana in questo campo c’è sempre stata. La Chiesa lo sa, e ha sempre risposto proponendo la verità e la pienezza dell’esperienza del «bell’amore». Distinguendo il peccato dal peccatore, essendo molto comprensiva nei confronti del peccatore, ma mettendolo di fronte alla sua responsabilità e chiedendogli dei passi precisi per la riconciliazione e la maturazione. Solo che negli ultimi tempi le cose sono molto cambiate.

Che cosa è cambiato?
È cambiato il costume. I comportamenti oggi vengono platealmente esibiti in nome di una concezione della libertà intesa come insofferenza verso ogni vincolo. E quindi cose che prima sembravano inaccettabili – e che magari anche certi cristiani hanno contribuito, con la loro rigidità, a rendere più pruriginose -, vengono sbandierate come una liberazione.

Eppure il “bell’amore”, il fascino e il desiderio del “per sempre”, è connaturato all’umano. Come si è perso per strada? 
Ormai ho una certa esperienza come Vescovo, incontro spesso i fidanzati. Parlandoci, ci si rende conto che non sono stati molto aiutati a vedere la dimensione profonda dell’amore. Non solo per responsabilità degli uomini di Chiesa. Hanno molto peso la pressione dell’opinione pubblica, i media… Ma troppo spesso si è insistito sul «tu devi» senza motivarlo, senza darne le ragioni. Senza spiegare che questo dovere sgorga dalla bellezza del rapporto intrinseco tra l’affezione che spalanca al dono di sé, all’unità dell’uomo e della donna e al frutto di questo rapporto che è il figlio. Da anni chiamo l’intreccio di questi tre fattori “il mistero nuziale”. Ritengo necessario e liberante riproporre con forza questa visione complessiva.

Ma perché dottrina e pastorale sembrano così separate che ci si deve porre il problema di «coniugarle»? È una preoccupazione che emerge spesso, nelle relazioni affluite per preparare il Sinodo…
È una questione che viene da lontano. Bisogna anzitutto tener conto di un dato: i precetti e le leggi sono per loro natura universali, ma gli atti sono sempre singolari. Quindi l’azione morale deve essere valutata a partire dalla singola persona che compie il singolo atto, e questo dice la difficoltà di ogni etica e anche della morale cattolica. Tuttavia la separazione tra dottrina e azione pastorale è legata a una visione statica dell’uomo: si pensa ancora, con un certo intellettualismo etico, che l’unico problema sia imparare la dottrina giusta per poi applicarla alla vita: «L’autentica dottrina, una volta proclamata, vincerà». Questa posizione, però, non tiene conto di un dato: per il fatto stesso di essere “gettato” nella vita, l’uomo si trova a fare un’esperienza da cui nascono domande, interrogativi. La dottrina, che evidentemente per il cristiano si basa sull’esperienza originaria della sequela di Cristo proposta autorevolmente dal Magistero, deve essere riscoperta come risposta organica ai “perché?” che nascono dall’esperienza. Altrimenti non basta.

Il Papa, in questo, sta dando una spinta forte.
Mi sembra che il Santo Padre abbia visto con chiarezza la necessità di chinarsi sulle ferite dell’uomo anche sotto questo aspetto. Quando invita tutta la Chiesa, attraverso uno dei suoi organismi più importanti come il Sinodo, a riflettere sul significato della famiglia, penso che intenda affrontare questa situazione, con il realismo che gli è proprio, per ridare speranza e fiducia non solo ai cristiani, ma a tutti gli uomini e le donne che vogliano prendere sul serio questa esperienza elementare. La famiglia è un dato comune a tutti, perché ognuno di noi ha dentro di sé il desiderio di essere amato per sempre e vuole imparare ad amare; ognuno di noi si interroga su come questo desiderio possa diventare realtà e ognuno di noi si confronta ogni giorno con le figure dominanti dell’amore e della sessualità nella cultura attuale. Figure che sempre più scambiano il piacere con il vero godimento, il gaudium, quello che sant’Ignazio chiamava «il piacere che dura».

Lei insiste molto, nei suoi interventi, sulla necessità di recuperare l’«orizzonte sacramentale» del matrimonio. Perché è essenziale ribadirlo? Che cosa vuol dire che il matrimonio è anzitutto un Sacramento? 
Per il cristiano – ma se ben inteso questo discorso vale per qualunque esperienza umana – la questione di fondo è se Cristo è il cuore, il “centro affettivo” della mia vita. Se è il motore della mia vita, Cristo mi deve essere contemporaneo. È la grande sfida lanciata da Lessing: «Chi mi aiuterà a superare questo tremendo fossato che mi separa da Cristo vissuto duemila anni fa?». Kierkegaard diceva: «Solo uno che è contemporaneo a me può salvarmi». In che modo Cristo può essermi contemporaneo? La strada ce l’ha indicata Gesù stesso, offrendo alla nostra libertà il Sacramento, cioè il dono permanente della sua Passione, Morte e Resurrezione nell’Eucaristia. Il Sacramento è la possibilità, donatami tutti i giorni, di un’interlocuzione personale con Gesù, che si realizza pienamente nell’Eucaristia, ma che imposta in maniera analogica tutte le circostanze e i rapporti che Dio mi propone lungo una giornata. Rapporti e circostanze sono un «quasi sacramento»: hanno cioè nell’Eucaristia il paradigma pieno, ma sono una modalità con cui Gesù si rende contemporaneo alla mia vita. Allora, da questo punto di vista, cosa diventa l’amore? Cosa diventa il concreto innamorarsi di questa donna? Diventa una pro-vocazione, ovvero una chiamata che un Altro rivolge alla mia libertà, perché io mi coinvolga con Cristo attraverso l’assunzione responsabile di questo innamoramento. Responsabile, perché richiede un lavoro. Ma questa visione sacramentale riguarda tutti. Ogni uomo fa questa esperienza: è il fatto stesso dell’innamoramento a provocarlo ad una risposta, a metterlo in gioco. Non a caso gli amici ironizzano sull’innamorato, perché lo vedono come colpito da qualcosa di nuovo, un po’ fuori dal mondo… Insomma capiscono al volo che c’è di mezzo un incontro con qualcuno che lo chiama in causa profondamente. Ecco, questo mi sembra – detto grossolanamente – uno sguardo sul valore sacramentale che è universale.

Non è un sigillo, una «garanzia», ma un rapporto vivo.
Ogni dono è dato alla libertà. Così il sacramento è un dono da accogliere e, come tale, mette sempre in gioco la libertà. Dove non si rischia, non c’è libertà e se si rischia uno deve pagare di persona. Come si paga di persona nell’amore, perché anche tutte le esperienze di amore ferito con cui ci imbattiamo si portano comunque dentro domande, questioni, interrogativi… Nel campo dell’amore niente si dà senza che uno ci metta la faccia e senza che uno ne esca comunque cambiato.

Nel dibattito in corso si considera abbastanza questa dimensione del rischio?
Dalle cose che ho potuto leggere, spero che il Sinodo sia l’occasione per riportare a galla le dimensioni profonde di questo tema, prima di affrontare i problemi pratici che ci sono e di fronte ai quali non ci si dovrà nascondere. Mi preme che venga a galla anzitutto la riflessione su quello che io chiamo il Mistero nuziale, e cioè sulla singolarità dell’esperienza affettiva di ogni uomo. Perché su questo punto c’è un grande equivoco: procedere per generalizzazioni, come se ci fosse il genere degli omosessuali, il genere dei divorziati e risposati… Mentre se c’è un aspetto che è strutturalmente singolare e che va affrontato in maniera specifica e personale da ciascuno è proprio quello della sessualità, dell’affezione, della sua relazione all’amore e alla procreazione. Esiste un processo, un cammino – che una equilibrata psicoanalisi chiama «di sessuazione» –, a cui ogni uomo è chiamato, da quando nasce a quando muore. Nessuno, eterosessuale od omosessuale, può espungere dalla propria vita questa componente sempre drammatica. Ognuno deve farci personalmente i conti, affrontarla per sé, perché ha origine nell’esperienza affettiva primaria dell’io che domanda di compiersi nell’amore dell’altro e per l’altro. Così come, dal punto di vista cristiano dobbiamo approfondire con cura il legame tra l’Eucaristia e il matrimonio, proprio perché l’Eucaristia è l’espressione potente della dimensione nuziale del rapporto tra Cristo e la Chiesa. Come dice la Lettera agli Efesini, l’unione dello sposo e della sposa diventa simbolo dell’unione tra Cristo e la Chiesa. Questi sono temi su cui comunque i Sinodi si concentreranno: proprio per avere un orizzonte abbastanza largo e poter affrontare anche le questioni etiche.

Ecco, a proposito di questioni etiche: in certe prese di posizione sui divorziati risposati non si rischia di fraintendere proprio il legame che lei sta richiamando adesso, tra Eucaristia e matrimonio? Si parte dalle ferite aperte, che certo ci sono, ma a volte sembra che si finisca quasi per reclamare un diritto…
Il problema è complesso. Per affrontarlo in termini realistici, cioè secondo tutta la sua verità, bisogna prima di tutto guardare in faccia la singolarità delle esperienze. Raggruppare nel “genere dei divorziati e risposati” un’esperienza inevitabilmente personale è di fatto qualcosa che va contro la realtà: non guarda in faccia né al processo di maturazione affettiva e sessuale dell’individuo, né al valore dell’Eucaristia come condizione della contemporaneità di Cristo alla mia vita. Inoltre, la dottrina cristiana ha già detto con grande chiarezza che i divorziati e risposati non sono fuori dalla comunione ecclesiale e ha già indicato le molte forme con cui possono partecipare alla vita della Chiesa: sono almeno nove, come dice la Sacramentum Caritatis, anche se non è possibile l’accesso alla Comunione sacramentale. Certo, c’è un po’ da correggere la modalità con cui spesso si è affrontata la questione nella pratica, oscillando tra il lassismo e il rigorismo anziché accompagnare tutti dentro un’esperienza viva di comunione. Penso che si debba e si possa guardare in termini più sostanziali e positivi anche a questo aspetto. L’altra cosa che va valutata bene sono i criteri di verifica di nullità del matrimonio e la modalità con cui questa verifica oggi viene fatta nella Chiesa: forse si possono trovare forme più pastorali. Così come il fenomeno massiccio del distacco da una pratica cristiana consapevole pone anche il problema del peso di un minimo di fede come condizione per contrarre il Sacramento matrimoniale. Bisogna lavorare, capire e trovare le strade rispettose della singolarità nell’esperienza dell’amore e anche del nesso oggettivo tra l’Eucaristia e il matrimonio.

L’altro grande dibattito che incrocia i temi sinodali è quello sulle unioni omosessuali. Non vorrei tanto entrare nel merito del perché, secondo la Chiesa, la differenza sessuale è una componente essenziale del legame familiare, quanto sottolineare un paradosso: perché, secondo lei, tante associazioni di omosessuali reclamano il diritto al matrimonio? Questo desiderio di vedere riconosciuta come matrimonio una relazione è solo una richiesta di tutele economiche e legali o ci dice altro?
È la conferma di un dato che io richiamo spesso: non è il matrimonio ad essere in crisi, infatti si vogliono sposare tutti… Quello che è in crisi è il bell’amore. È la capacità di vedere che non è vero che quando in un rapporto affettivo subentra il dovere finisce il volere. Non è vero che quando subentra il compito finisce il desiderio. Ritorniamo al fatto che la fragilità nel vivere l’esperienza amorosa è in realtà una fragilità antropologica. Si tende a non dare più la risposta alla grande domanda: «Chi è l’uomo?». E soprattutto, «chi vuole essere l’uomo del Terzo millennio?». Un io-in-relazione o semplicemente l’esperimento di se stesso? Per rispondere, bisogna risalire al problema dell’educazione.

Qual è il compito dei cristiani in tutto questo? Dall’Instrumentum laboris emerge la necessità di «testimoni». Ma cosa vuol dire testimoniare la bellezza del matrimonio?
Vuol dire fare quello che ancora tanti giovani fanno, cioè accettare di consegnare la riuscita della propria vita, che è la santità, alla strada che il Signore – attraverso dei segni precisi – ci indica come la via privilegiata per raggiungere questo compimento. Si tratta di testimoniare che si può amare così, maturando pazientemente, nella fatica e magari nella contraddizione, la dimensione affettiva della propria esistenza, compresa la dimensione sessuale, punto di partenza per spalancare la relazione con l’altro. Egli deve essere scelto ed amato per sé e in sé, aperti ad accettare il frutto di questo amore, secondo l’acuta intuizione di Von Balthasar: per capire fino in fondo che cos’è l’atto sessuale – egli afferma – occorrerebbe «saltare la distanza del tempo circa l’esito del frutto di questo atto». Ovvero, bisognerebbe capire che l’elemento unitivo e l’elemento procreativo sono contenuti nell’atto stesso del rapporto coniugale. Di qui l’urgenza di una testimonianza che è ben di più del buon esempio: è un modo di conoscere la realtà – in questo caso la realtà del bell’amore – e di conseguenza di comunicarla nella sua verità.

Il che non vuol dire ritirarsi in sacrestia: sottolineare che la chiave di volta è la testimonianza non implica il disinteresse per il dibattito pubblico, la politica, l’impegno a far sì che le leggi siano le migliori possibili…
Pensare che le due cose siano in alternativa nasce da un equivoco con cui si guarda alla testimonianza: come “buon esempio” e basta, appunto. Siccome la testimonianza parte dalla persona, dal soggetto, la si soggettivizza, la si ritiene un fatto privato. Ma la testimonianza assume di per sé anche quelle forme concesse dal diritto che sono diverse secondo la società in cui uno vive. Se siamo in una società plurale, questo tipo di testimonianza può battere le strade previste in democrazia e dare vita anche a proposte legislative, a pubblico dibattito, se è il caso a manifestazioni. Si tratta di decidere di volta in volta ciò che è proporzionato al compito, tanto più decisivo in una società plurale, di offrire la propria visione delle cose al libero confronto in vista di un riconoscimento reciproco, perché questo è costruire una democrazia. In questo contesto è, inoltre, fondamentale approfondire il valore sociale dell’obiezione di coscienza. Mi auguro che questo tema diventi occasione di un proficuo dibattito.

Due anni fa Benedetto XVI venne a celebrare la Giornata della Famiglia proprio a Milano: che frutti hanno portato quei giorni?
Anzitutto nel gesto in sé. Sia nell’assemblea che nella Messa molte famiglie, con semplicità e purezza hanno testimoniato, appunto, la bellezza della loro esperienza. Lì si è visto quanto sia fecondo l’amore familiare: penso all’impegno con chi è nel bisogno, all’adozione, all’accoglienza. Ma da lì sta nascendo anche un ripensamento della famiglia all’interno della proposta cristiana. Le famiglie stanno diventando sempre più – per usare un’espressione “ecclesia lese” – un “soggetto della pastorale” e non più solo un “oggetto della pastorale”. Nelle parrocchie, o nei gruppi e movimenti, lo tocco con mano: c’è una grande fraternità, le famiglie si aiutano molto tra di loro. Certamente si tratta di qualcosa che c’era anche prima, ma l’Incontro mondiale di Milano lo ha aiutato. Un altro fatto assai bello sono i gemellaggi tra famiglie lombarde e famiglie greche.

Ma se lei avesse davanti, ora, due giovani che le chiedono perché vale  la pena sposarsi, che cosa direbbe loro?
Che la vita è sempre una risposta. Se l’uomo non si autogenera, e non potrà mai farlo, se vengo da un Altro, allora devo farci i conti, devo rispondere. E dato che la vita – al di là di tutte le scoperte scientifiche – è breve ed è una sola, allora bisogna scoprire come l’esperienza della relazione e dell’amore ne sia il fondamento, perché l’amore vince la morte. Io sono chiamato a svolgere, lungo tutta la mia esistenza, la promessa contenuta nel bene di essere stato messo al mondo – con tutte le contraddizioni, le fatiche e via dicendo – affinché possa succedere quello che io vedo tutte le volte che vado in una parrocchia. Alla fine della messa, c’è sempre qualche coppia di anziani che, sorridendo, mi fa: «Eminenza, cinquant’anni di matrimonio, sessant’anni di matrimonio…». Penso che un’esperienza così sia formidabile, incomparabilmente più appagante di quella di chi ha cambiato dodici partners nella vita. Per questo dico ai giovani che ne vale la pena. Vadano alla ricerca di questi testimoni: non mancano!

Lei parla spesso della sua famiglia. Che cosa le è rimasto dell’educazione ricevuta dai suoi genitori, della vita che si respirava in casa?
La cosa più importante che ho visto nei miei genitori, forse, è il pudore degli affetti. Poche parole, poche smancerie e una dedizione totale ai figli, perché potessero essere e diventare uomini, e avere più carte di loro. Per esempio, lo studio. E ospitale apertura agli altri. E poi, i miei genitori erano complementari. Mia mamma era una donna di fede acuta e robusta, molto attaccata alla Chiesa e alla tradizione; mio padre era un po’ lontano dalla Chiesa, ma molto appassionato alla giustizia e alla politica. Direi che mi hanno dato il gusto di tutte e due le cose.

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