Omaggio alla dignità

Che cosa sia, realmente, la povertà, crediamo di saperlo. Crediamo sia una domanda semplice. Non siamo sempre in grado di accettare che la soluzione sia a portata di mano, ma più o meno crediamo di sapere dove si trova. Possono esistere differenze nei dettagli: qualcuno di noi parla di ridistribuzione delle risorse, altri di rendere i mercati più efficienti e sensibili. Eppure, spesso queste indicazioni, quando messe in pratica, sembrano peggiorare le cose. Diamo del nostro superfluo, per i più svariati motivi, e pensiamo che ciò basti. Ma non è mai abbastanza. Allora diamo di più, e ancora non è sufficiente. Spesso, la povertà che cerchiamo di trattare diventa cronica, o cominciano a manifestarsi nuovi sintomi. In luogo della piena povertà, si radica una dipendenza che presto diventa, a suo modo, malefica come le condizioni che l’hanno preceduta. I poveri rimangono “fra noi” – salvo il fatto che noi non siamo “con loro”. Questo è il vero problema. Questa è la vera povertà.

Per il Meeting 2014 mi è stato chiesto di contribuire curando una mostra sulle attività di Avsi in tre località: Quito in Ecuador, Nairobi in Kenya, San Paolo in Brasile. La mostra sarà incentrata sui progetti educativi che Avsi ha impiantato in quei luoghi, che hanno come fondamento la visione di Giussani di un metodo educativo che pone al centro lo sviluppo della persona – la generazione di un nuovo soggetto.

Il titolo della mostra sarà: “Generare bellezza. Nuovi inizi alle periferie del mondo”. Riecheggia il tema del Meeting di quest’anno, ovvio. Ma quello che seguiamo è l’eco della voce insistente di don Giussani in luoghi in cui le circostanze umane recano una sfida incommensurabilmente più grande di quanto si possa immaginare, in quelle che papa Francesco ha chiamato «periferie esistenziali».

È un’espressione che si proietta ben oltre la dimensione geografica, sociologica, ideologica, e perfino oltre l’idea di adesione a una fede. Ci chiama a una responsabilità che si colloca per noi oltre una chiamata al dovere o alla compassione, al di là di ciò che convenzionalmente è definita “carità”. Mi ha violentemente colpito come una chiamata rivolta a me personalmente, come uomo, nella mia essenza fondamentale – a un livello più profondo di tutto ciò che ho imparato, udito o incominciato a credere – perché mi ponessi la domanda di chi sono io e di quale sia il mio destino.

Parte di questa chiamata è la domanda imponente riguardo a quale possa essere la mia responsabilità nei confronti degli altri. E quindi, come immediata conseguenza, chi sono questi “altri” e cosa posso essere io per loro? Che cosa il Signore domanda a me, in quanto Suo seguace?

Non è semplice, non è scontato. Non è certamente sufficiente mettermi la mano in tasca e tirar fuori un pugno di monete. Mi costa meno di niente, risolve il mio senso di colpa molto più di quanto non allevii la fame o il dolore di chi le riceve, e quindi lascia anche me… bisognoso.

E allora? Giussani ce lo mostra nel suo metodo educativo, che non offre elemosine, aiuti, risorse, ma la possibilità di una totale rigenerazione della persona umana. Questo è ciò che siamo stati chiamati a capire nel nostro lavoro di preparazione della mostra: come la chiamata di Cristo offra prospettive di una vita migliore in una serie di rapporti umani in luoghi distanti e diversi, nei quali i bisogni dell’uomo appaiono nella loro essenzialità più profonda.

A Quito, per esempio, abbiamo visitato le “invasioni” di Pisulli, una zona della città che è esplosa con l’arrivo di gente da fuori, che si è stabilita in un determinato luogo e ha costruito una dimora per sé e per la propria famiglia, piazzando una tenda e difendendo il suo spazio con le armi.

Pisulli e i suoi sobborghi si sono costituiti nei primi anni Ottanta, quando gruppi di persone provenienti da varie regioni di tutto l’Ecuador si sono riuniti e hanno “invaso” quell’area, in precedenza nota come “Pisulli Ranch” e di proprietà del Ministero della Sanità. Le invasioni provocarono furiosi scontri a fuoco – quasi una guerra civile – sia con i proprietari del terreno sia con gli abitanti di altre aree occupate dei dintorni, e diverse persone, fra cui molti bambini, persero la vita.

In quell’area oggi i due terzi della popolazione vivono in povertà. Molti sono stati più volte truffati, vittime della corruzione, hanno perso ripetutamente tutto quello che avevano.Eppure qualcosa nello spirito di queste persone ha permesso loro di sopravvivere e restare per costruire quella che è una nuova civiltà nel cuore di una vecchia.

In mezzo a questa gente, attraverso il lavoro di Avsi, si è fatto strada un metodo che ha visto il percorso educativo non come un mezzo per formare delle competenze operative nell’economia o nella società, ma come un modo per risvegliare l’intero essere umano. Lì siamo arrivati a vedere come la fede diventa cultura, che è ciò che accade quando lo studente (o chiunque altro in questo caso) incontra un adulto la cui presenza è oggettivamente una proposta di una ipotesi che spieghi la vita nella sua totalità. Questo, come Giussani ha sviluppato ne Il rischio educativodiventa un cammino di riconoscimento, un percorso di affezione, un processo di riappropriazione e di uso della realtà per i propri scopi. In questo modo lo studente diviene un adulto, vero protagonista nel reale, capace di generare lui stesso una novità nella storia.

Lungo la strada, abbiamo incontrato molte provocazioni alle nostre certezze riguardo a ciò che già davamo per “conosciuto”, e molti sorprendenti testimoni che hanno sfidato i nostri preconcetti a partire dalla verità della loro vita.

Tornando a come ora potrei definire la “povertà”… Beh, non lo so dire con esattezza. Vedo più chiaramente che il problema per troppo tempo è stato affrontato con analisi e spiegazioni semplicistiche. Ma ho imparato da san Paolo che ha qualcosa a che fare con una forma di solitudine a cui non avevo mai pensato prima.

La parola “esclusione” riempie la bocca di politici e filantropi, ma ciò che evoca nelle nostre culture è qualcosa di parziale e inadeguato. Suggerisce la negazione della partecipazione alla vita economica della società, ma questo è solo un aspetto iniziale. È ciò che ne deriva che dà forma al circolo vizioso costituito dalla povertà: la perdita di cittadinanza, la dipendenza, la mancanza di dignità, il disprezzo di sé, la degradazione culturale, la vergogna, la morte della persona anche quando il corpo continua a vivere. La povertà è un colpo subìto, anche se la società può non essere consapevole di averlo dato. E il dolore e lo smarrimento causati da questo colpo possono restare per tutta la vita, ed essere tramandati di generazione in generazione.

Una delle cose che ho osservato a San Paolo attraverso il lavoro del Cren (Centro di recupero educativo e nutrizionale), che è sostenuto da Avsi nel suo impegno a favore dei poveri delle favelas, è che la malnutrizione non è per forza una condizione definibile matematicamente, come io credevo. Certamente ha a che fare con la carenza di buon cibo, ma molto di più con una forma di amnesia. Ragazze, abbandonate dalle loro famiglie in campagna, vengono a vivere nelle favelas, si sposano, fanno figli, ma poi scoprono di aver dimenticato come prendersi cura adeguatamente dei loro bambini in circostanze di emergenza. Il nutrire non è cosa che accade naturalmente, ma è una saggezza che nasce dentro una cultura, e quando le culture vanno in pezzi per l’indigenza, l’aridità, gli spostamenti, quella saggezza coltivata con cura da generazioni si trova spiazzata. Nell’ambiente cittadino le nuove generazioni si trovano smarrite perché non sanno che cosa hanno perso. Questo è uno dei modi in cui la “solitudine” si manifesta come un sintomo chiave di una vera e profonda povertà.

In questo possiamo cogliere l’importanza dell’intervento dell’uomo – l’atto radicale di rigenerazione che è l’educazione nel suo senso più profondo. Tale intervento non può essere paternalistico, per la semplice ragione che del paternalismo abbiamo già sperimentato tante volte il fallimento. Può accadere solo nella forma di un’amicizia, una compagnia, in cui l’identica matrice dei bisogni è riconosciuta e resa visibile. Siamo tutti poveri, seppure in modi diversi. Siamo tutti soli, pur se con accenti che non sono immediatamente uguali. Diventa vitale allora l’idea di una compagnia, il riconoscere che tanto coloro che cercano di aiutare, quanto coloro che attendono un aiuto contribuiscono a un processo di reciproca crescita e rigenerazione. Il Destino non lascia solo l’uomo.

Se esiste un antidoto alla povertà, può essere la bellezza, nel suo senso più profondo e più vero: l’eco, il ricordo, o la nostalgia di una qualche grandezza in noi che abbiamo dimenticato. A Nairobi l’abbiamo visto con maggiore evidenza nel fortissimo contrasto fra gli slum di Kibera e la novità, la freschezza che si respira nelle classi delle scuole Little Prince e Cardinal Otunga, nelle quali i ragazzi sperimentano la possibilità di una vita diversa. Vedere questi ragazzi fiorire letteralmente davanti ai nostri occhi è stata una cosa incredibile.

Siamo andati in quei luoghi per parlare con quanti si sono trovati davanti, da studenti, al metodo educativo di don Giussani, e insieme con quanti sono andati lì qualche tempo fa per offrire la loro opera di educatori portando il carisma di Giussani. La domanda che ci guidava può essere riassunta così: «Che cosa si può ottenere se un essere umano va da un altro senza altro obiettivo che non sia l’omaggio alla sua dignità, e nel far ciò rende più chiara la coscienza del destino di entrambi?». Ognuno ha risposto a suo modo.

Ma la cosa più sorprendente, forse, è un’altra. Lungo il percorso, in Ecuador, Brasile o Kenya, abbiamo chiesto a quanti incontravamo di raccontarci che cosa ha significato nella loro vita l’essere invitati ad accompagnare ed essere accompagnati. Cosa significa invitare un altro a essere se stesso, aiutarlo a generare in se stesso una nuova persona? «Quale metodo avete usato per cambiare la vita degli altri?».

Molto spesso abbiamo ottenuto la stessa risposta, semplice: «Ho cambiato me stesso».

 

http://www.tracce.it/default.asp?id=266&id2=348&id_n=42258

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