Racconti di pace /3

A Gaza è guerra. I missili verso Israele, la violenta rappresaglia di Tsahal, le case palestinesi distrutte, le vittime civili, i bambini uccisi sulla spiaggia. Ora l’attacco di terra. È un film già visto, in cui non si scontrano le ragioni degli uni e degli altri, ma sono i torti ad intrecciarsi in nodi sempre più inestricabili. Non siamo ingenui, vediamo quel che accade. Ma proprio per questo, perché è inaccettabile quello che sta accadendo, vogliamo guardare là dove restano accese esperienze percorribili di pace. Come anche papa Francesco ha chiesto nel suo appello al termine dell’Angelus di domenica 15 luglio, ricordando è sempre la preghiera che «aiuta a non lasciarci vincere dal male né rassegnarci a che la violenza e l’odio prendano il sopravvento sul dialogo e la riconciliazione». Questa è l’ultima di tre storie che ci aiutano a ricordare che no, non tutto in quelle terre è già scritto con l’inchiostro della violenza. E speriamo di poterne raccontare molte altre.
Eran Tzidiaku fa la guida turistica. E fin qui nulla di strano. Se non fosse che i tour organizzati da questo ragazzo israeliano, ricercatore alla Hebrew University di Gerusalemme, sono decisamente particolari. Sì, perché da qualche anno a questa parte Eran si è messo in testa di portare gli israeliani in visita nei Territori occupati palestinesi. «A volte mi chiedono se ho paura ad andare dall’altra parte del Muro, e io rispondo che mi farebbe più paura il non andarci. Perché se le persone non si conoscono, non si incontrano, e questo Paese non conoscerà mai la pace».

Eran è un ex soldato, ha visto e provato in prima persona quanta miseria e violenza ha portato negli anni il conflitto israelo-palestinese. Con un gruppo di amici ha deciso di fare qualcosa. «Questi tour sono nati dall’incontro tra alcuni palestinesi e alcuni israeliani a Bet-Jala, una città della Zona C (sotto il controllo e l’amministrazione israeliana) nella West Bank, in cui è permesso incontrarsi. Un mio amico palestinese, Ahmad Alhelu, disse che voleva portare i cittadini israeliani nei Territori e i palestinesi nelle città israeliane. Vicino a lui c’era un’altra ragazza israeliana, di nome Noa Maiman, che ha detto: «Sai una cosa? Ci sto! Cominciamo a farlo. Però dobbiamo fare in modo che sia legale».

Così hanno chiesto il permesso all’esercito, al sistema israeliano e a quello palestinese per seguire le procedure corrette. Le prime volte usavano delle macchine private, perché temevano che i numerosi preconcetti avrebbero causato il flop dell’operazione. «Io mi sono unito a loro subito dopo», racconta Eran, «e ho deciso di buttarmi nel progetto. Il fatto di essere israeliano mi garantisce una grande conoscenza del territorio, della politica e di quello che sta succedendo oggi. Abbiamo cominciato a creare un tour diurno di israeliani nei Territori, specialmente a Gerico e a Betlemme; ogni volta c’erano sempre più persone e abbiamo dovuto sostituire le macchine con i pullman».

Oggi i tour vengono organizzati regolarmente ogni settimana. Ma il lavoro comincia ben prima, e non si limita all’organizzazione delle visite in Palestina. «Di solito, prima di metterci in viaggio facciamo un incontro, ci sediamo, beviamo un caffé e tutti parlano un po’ di sé. Se un palestinese è un musicista e lo è anche un israeliano, vogliamo che lo sappiano, così durante il giorno possono discutere e parlarne. Sicuramente le passioni comuni aiutano. E, sembra strano ma è così», sorride, «israeliani e palestinesi hanno diverse passioni in comune». Un modo come un altro di dire che sono uomini.

Qualcuno lavora nel commercio o magari è un ingegnere, ma chiunque può trovare nell’altro dei punti in comune, spesso per lavorare insieme. Restrizioni politiche permettendo. «Le persone stanno creando dei network sociali e alla fine di ogni viaggio si scambiano mail e Facebook, per continuare a sentirsi». I problemi maggiori per Eran sono al check-point, «per tutte quelle le ore che rimaniamo lì ad aspettare, anche se adesso il sistema sta migliorando». Eran e i suoi non pretendono di risolvere il conflitto. Sono consapevoli che «la soluzione è politica, ma il problema principale è che le persone non si incontrano mai. Nessuno sa della situazione dell’altro. Noi abbiamo cominciato a creare un movimento popolare in cui la gente inizia a conoscersi. A scoprire che anche dall’altra parte del Muro ci sono “brave persone”».

Può accadere anche tra due ex militanti. Come Nitzam e Roni, israeliano l’uno e palestinese l’altro, che si sono ritrovati sul pullman insieme. Roni era stato gambizzato da Niztam durante la seconda Intifada. «Non lo sapevamo, si sono visti e si sono subito riconosciuti. Quello che è successo dopo, però, ha dell’incredibile: sono diventati amici e adesso lavorano insieme in un’associazione che hanno fondato in favore della pace. È stato il dono più grande di tutti questi anni». Sembra un’utopia in una terra lacerata dal conflitto. E invece, su quei pullman, diventa la cosa più normale del mondo.

 

http://www.tracce.it/default.asp?id=371&id_n=42637

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...