La Vergine nordica

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È una vergine nordica quella dipinta da Marianne Stokes, artista austriaca del XIX secolo. Una Vergine Madre che rimanda alle tante Madonne del velo seminate nella storia dell’arte: la Madonna del velo di Raffaello, la Madonna del velo di Umberto Giunti, attribuita erroneamente a Botticelli. Madonne le quali, sollevando il velo che nasconde il divino Bambino, sembrano dire con il loro gesto: «Sotto il velo della carne si nasconde il Verbo dell’Altissimo, nato per morire».
Forse per questo la Madonna della Stoke è anche un’Addolorata. Lo dicono i colori dell’abito, il rosso del sangue, il blu del Mistero. Lo dice lo sguardo mesto rivolto a noi, che rimaniamo quasi indifferenti di fronte al miracolo inusitato di un Dio che si fa uomo. Della passione, del destino di questo bambino, apparentemente uguale a tutti gli altri bambini, narrano gli arbusti spinosi sullo sfondo. Una girandola di spine che presto avvolgeranno il capo del Salvatore. Spicca tra esse un arbusto strano, ma inconfondibile per quanti amano andar per campi a raccogliere erbe, il finocchio selvatico. Un simbolo raro nell’arte, ma non sulla tavola.
Un tempo, infatti, si era soliti offrire, con il vino meno buono, dolci al finocchio per la proprietà aromatica di questi semi capaci di correggere i difetti del vino. Per questo si prese ad usare il vocabolo “infinocchiare” col senso preciso di trarre in inganno. Non a caso la Madonna ha un abito dorato, tempestato di grappoli d’uva: quello che Cristo dispensa è il vino buono della gioia e della salvezza. Lo scopriranno quanti saranno fedeli nella tribolazione e lasceranno che si sollevi, per tempo, il velo della verità.Il finocchio, infatti, ha la duplice valenza simbolica della forza e del tradimento. Non sono poche le nature morte che, mediante la comparsa di quest’ortaggio insieme con altri elementi, alludono alla Vanitas, cioè alla caducità della vita. Di fronte ai diversi dibattiti sul genere, sui principi non negoziabili, di fronte all’appello accorato del Santo Padre contro eventuali guerre, la riflessione su ciò che veramente conta s’impone. E s’impone, ahimè, solo quando ciascuno di noi è messo di fronte al crudo realismo dei problemi, dove nessun tentativo di infinocchiare la realtà tiene.
È bello allora trovare riposo fra le braccia di una Madre, come quella che ci offre Marianne Stoke, una madre capace di aiutarci a sollevare il velo che copre le coscienze, scoprire le falsità e giudicare tutto a partire da quella dimensione eterna che ci attende, dove tutto cadrà e solo la verità resterà, appunto, senza velo.

 

L’ospedale dove si curano soldati e bimbi della Striscia (di Fiamma Nirenstein)

Diemme - La strada è lunga, ma la sto percorrendo

(Ndr: So che questo blog sta diventando monotematico, ma in questo momento è così. Vi riporto questo articolo di Fiamma perché è un pezzo che ci porta un po’ là, non in un luogo di guerra, ma di cura, di convivenza e di speranza, dove la guerra si cerca di contrastarla)

(Tel Hashomer) Più che un ospedale è un microcosmo di Israele in guerra l’ospedale di Tel Hashomer, ultra-tecnologico, 2000 pazienti in una città di padiglioni. Mentre i volti sorridenti dei soldati uccisi in azione ti inseguono dai giornali e si avvilisce ogni speranza, Tel Hashomer ce la mette tutta. Girando per le sue stanze si penetra il punto interrogativo immenso del perchè in cambio di Gilad Shalit furono consegnati 1500 terroristi palestinesi. In Israele la vita non ha prezzo. Qui arrivano i soldati feriti direttamente dal campo: ne vediamo subito uno semisvenuto, un ventenne pallido, bruno, in barella subito…

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Incontrare il cielo dei desideri

Lidia Macchi, studentessa universitaria varesina attiva nei boy scout e militante di Comunione e Liberazione, venne ritrovata uccisa con 29 coltellate il 7 gennaio 1987 in una radura nei pressi dell’ospedale di Cittiglio, Varese, dove era andata a trovare un’amica. Aveva 21 anni. Lo scorso venerdì 25 luglio, dopo 27 anni che il caso giaceva insoluto presso la procura di Varese e avendolo avocato a sé soltanto otto mesi orsono, il sostituto procuratore generale di Milano Carmen Manfredda ha depositato presso la Corte d’Appello del capoluogo lombardo l’avviso della conclusione delle indagini e una richiesta di archiviazione della posizione di un sacerdote che il pm di Varese Agostino Abate non aveva mai ufficialmente espunto dall’albo degli indagati (vedi per esempio la cronaca dell’Ansa).
Qui di seguito riportiamo la lettera in cui Lidia confida a un’amica la circostanza del suo primissimo incontro con don Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione. La lettera, risalente agli anni in cui Lidia è già iscritta e frequenta l’Università statale di Milano, proviene dall’archivio personale del direttore di 
Tempi e all’epoca fu trascritta e fatta circolare dai ciellini in forma di ciclostilato.
Carissima Mara,

abbiamo appena appeso il telefono ed io mi sono con amarezza resa conto che in fondo ti ho raccontato solo le cose più banali della mia vita di adesso. A me sta capitando una cosa straordinaria e un po’ confusa ma veramente grande; è come se in me adesso ribollissero con chiarezza un sacco di domande e di desideri sulla vita. Il desiderio d’essere felice, d’essere libera, cioè di trattare con libertà, senza essere schiacciata od appesantita da tutte le circostanze della vita, il desiderio di amare con profondità le persone che mi sono care, gli amici; il desiderio di costruire anch’io un pezzetto di storia perché altrimenti la storia ce la fanno gli altri sulla nostra testa e noi viviamo la nostra vita completamente indifferenti a ciò che accade fuori dal nostro cantuccio, che per quanto comodo è pur sempre meschino e determinato da piccole stupidaggini ed angherie quotidiane.

Ecco è come se la mia incoscienza, il fare sempre solo ciò che istintivamente mi salta in mente, mi avesse profondamente annoiato con la sua stupidità e superficialità. Mai come adesso la vita mi sembra profonda e grande e soprattutto misteriosa.

È proprio un mistero grandissimo che io ci sia, esista, che sia un fragile puntolino su questo pianeta che ruota con leggi straordinariamente perfette intorno al sole, ed il sole non è che un microbo nell’immensità spaziale e temporale del cosmo.

Ma cavoli, basta sollevare gli occhi al cielo di notte per intuire che la vita di tutto questo universo è un mistero grandioso e noi che siamo uomini e abbiamo e possiamo avere la coscienza di ciò, sprechiamo il nostro tempo afflitti da piccole banalità e da piccoli dolori, senza chiederci – perché ci fa troppa paura ascoltarci per un attimo, ascoltare quella voce che parla in noi, che grida che la vita non può non avere un senso – senza chiederci perché ci siamo, perché siamo fatti così uno diverso dall’altro, eppure al fondo, tutti con lo stesso desiderio.
Dio mio, ma perché se queste domande e desideri ci sono noi ci rassegniamo, viviamo in fondo disperati cioè non attendendoci niente dal domani, chiudendoci in una gabbia che diventa la nostra tomba al limite concedendoci qualche ricordo nostalgico dei bei tempi? Ma quali tempi! È inutile piagnucolare, siamo noi che per primi abbiamo presuntuosamente rinunciato ad essere seri, a prendere in considerazione tutti i grandi desideri che si agitano in noi, perché ci fa comodo piagnucolare, stare nel nostro brodo, fare dei piccoli e miseri peccatucci per credere che se almeno non siamo santi, beh, un po’ cattivelli però lo siamo; invece i nostri peccati fanno ridere i polli, consistono al massimo nella sensualità, in trasgressioni che in realtà fanno tutti, sono alla portata di tutti, perché in fondo siamo solo dei mediocri. Magari si incontrasse qualche grande peccatore profondamente abbagliato dal male!

E quand’anche io sappia tutto, come funziona l’universo intero, e come faccio a respirare, a camminare, a mangiare, chi si sogna per un attimo di ascoltarti quando ti chiedi chi sei, che cosa ci fai sulla faccia di questa terra? Di queste domande hanno tutti paura e nessuno ne parla… Ma perché oggi ci sei, domani muori, e buonanotte…

Buonanotte un corno! Io ci sono, le domande ci sono e voglio sapere, fossi anche l’unica con questo desiderio, in questo mondo superficiale – perché vuole essere tale – urlerò fino a squarciagola, finché morirò, quello che io sento.

Un mese fa mi è capitato, quasi per caso, di andare alla Cattolica con dei miei amici di Varese e di ascoltare uno che si chiama don Giussani, che faceva una lezione di teologia o morale, qualcosa del genere, perché questi esami lì sono obbligatori, e al posto di parlare dei santi e tutto il resto, parlava proprio di queste domande, con un entusiasmo ed una forza che mi hanno molto colpito e spiegava tutti i procedimenti tecnici e pratici che gli uomini escogitano per non starle ad ascoltare, per fare come se non ci fossero o non fossero importanti. Mi sembrava che parlasse proprio di me e ritrovavo tutti i nostri comportamenti abituali spiegati così chiaramente.

Io ero andata lì quasi per caso perché queste persone di Varese e altre di Milano che lo conoscono, mi avevano invitato ed io sono andata lì pensando di ascoltare le solite cose, e invece no.
È strano perché più delle sue parole, mi ha colpito lui, il suo sguardo profondo e attento, qualcosa di inafferrabile, un uomo libero, aperto, non arrabbiato o irato con la vita. Non so dirti niente di più preciso ma è come se custodisse un segreto, una forza non sua.

Io sento che devo parlargli, che lui non ha calpestato le domande che si agitano dentro di me, avrei molte cose da chiedergli, in un modo o nell’altro devo incontrarlo ancora.
Adesso non mi sembra più di essere sola alla ricerca disperata di qualcosa di cui tutti se ne fregano; è come se qualcuno, facendomi sobbalzare, perché è arrivato inaspettatamente, mi avesse detto: “Ehi, sono qui, non urlare e non disperarti, perché seguendo questa strada usciremo dalla foresta”.

E io voglio uscire dalla foresta, perché la vita è mare, cielo, monti e pianure, case, alberi, volti umani, stelle, sole e vento e noi siamo fatti per questo Infinito che c’è; basta solo guardarsi in giro e per questo seguire questo “Qualcuno” che mi è venuto incontro nel groviglio della foresta e che mi dice: “Guarda lassù tra le foglie, vedi, c’è un pezzettino di cielo blu, blu, usciamo a vederlo”.

Leggi di Più: Lidia Macchi, in una lettera l’incontro con don Giussani | Tempi.it

Il poeta della giovane speranza

Proviamo a tornare indietro di cent’anni. È il 28 luglio 1914, siamo in un piccolo sobborgo di Parigi. Charles Péguy ha concluso la faticosa produzione della quindicesima serie dei suoi Cahiers de la Quinzaine e ora, come tutte le estati, può ritagliarsi un poco di tempo da dedicare alla scrittura. Vuol continuare a difendere la filosofia di Bergson e, come al solito, così tanti pensieri e spunti lo sollecitano che le pagine si accumulano velocemente l’una sull’altra. Del tempo lo dedica anche ai tre figli, soprattutto al primo che ormai è adolescente, ed alla moglie Charlotte che è incinta del quarto. La concentrazione sulla scrittura e la quiete – trovata a caro prezzo – dell’ambiente familiare sono però attraversati da una grave preoccupazione. Giusto un mese fa l’attentato di Sarajevo ha incrinato definitivamente gli equilibri continentali e proprio oggi l’Austria dichiara guerra alla Serbia. Inizia la prima guerra mondiale e non passeranno molti giorni prima che il conflitto si allarghi e coinvolga altri paesi.
Infatti il 31 luglio la Germania lancia l’ultimatum alla Francia, che risponde con la mobilitazione generale. Péguy, che ha quarantun anni ed è un riservista, ha solo due giorni per organizzare la partenza. Saluta la famiglia, prepara lo zaino e poi va a Parigi. Ha bisogno di trovare qualcuno cui affidare i suoi cari nel caso non improbabile in cui non faccia ritorno: sarà lo stesso Bergson. Inoltre desidera riappacificarsi col maggior numero di quelli con cui si era scontrato: alcuni li va a visitare a casa loro, altri li riceve nell’ufficio dei Cahiers, ad altri lascia un biglietto. Così potrà scrivere di aver lasciato Parigi «con le mani pure. Vent’anni di schiuma e di scarabocchi sono stati istantaneamente lavati».
La concentrazione dei soldati francesi è a Coulommiers, poco ad est di Parigi. Péguy è il vice comandante di una compagnia di circa 150 uomini. Partono in treno verso il fronte tra ali di folla osannante: vivono tutti nella fallace illusione – comune anche agli avversati tedeschi – che la guerra sarà un affare di poche settimane e sicuramente vittorioso. Non sarà così. L’armata francese, sorpresa dalla tattica tedesca che effettua una manovra di accerchiamento invadendo il neutrale Belgio, deve rivedere tutti i suoi piani e arretrare frettolosamente per non cadere in una sacca. Giorni di marce sfiancanti di cui non si capisce bene lo scopo. Péguy – lo ricorda il memoriale di un commilitone sopravvissuto – ha l’energia fisica e morale di un giovanotto; non può credere che la disfatta sia vicina, nonostante le poche notizie che filtrano parlino di molte battaglie perse dai francesi.

Come ha lasciato Parigi con le mani pure, vuol lasciare questa terra – se così dovrà accadere – con l’anima pura e partecipa, il giorno dell’Assunta, alla messa; cosa che per la sua situazione familiare non aveva più fatto dai tempi in cui era ragazzo. Il 3 settembre, trovandosi accampato nei pressi di una chiesetta di campagna, passa parte della notte ad addobbare di fiori da lui raccolti la statua della Madonna, e a pregare. Alla sera del giorno successivo arriva la comunicazione che la controffensiva è imminente; l’ordine del Quartier Generale è quello di farsi ammazzare piuttosto che arretrare di un metro. Il 5 settembre il battaglione di Péguy si rimette in moto e la sua compagnia arriva a Villeroy verso le due del pomeriggio. I francesi sono in un campo di barbabietole, esposti ai colpi dei tedeschi asserragliati nel bosco. Parte l’attacco; il capitano è ucciso subito; Péguy prende il comando e incita i suoi ad avanzare. Viene colpito da una pallottola in fronte alle cinque e mezza. Non potrà mantenere la promessa che aveva fatto prima di partire: «Quello che scriverò al ritorno sorpasserà quello che ho fatto finora».
Ma quel che ha fatto e scritto è per noi una fonte di riflessione più che abbondante. Il lettore che voglia approfondirla potrà farlo anche al Meeting di Rimini, dove ci sarà una mostra dedicata al poeta della «giovane speranza».
http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2014/7/28/Peguy-il-poeta-della-giovane-speranza-/print/516812/

Il cuore cerca il suo tesoro

Non c’è scocciatura più grande nella vita che dover fare un trasloco, eppure anche questa esperienza porta in sé una positività che viene dal trovarti tra le mani vecchie e nuove fotografie, documenti, lettere, che nemmeno pensavi più di avere e che ti seguono da molti anni. Tra quelle lettere io ho trovato un piccolo tesoro ereditato dai miei genitori, le lettere che si scrivevano al tempo del loro fidanzamento. Se mi soffermo a leggerne alcune, provo un tuffo al cuore perché scopro quanto era bello, vero, buono l’amore tra di loro, quanto era puro. Mi viene da fare il paragone con l’oggi, con esperienze con cui vengo in contatto oggi. Normalmente i tesori sono beni preziosi, antichi. Sono cose che valgono, perché hanno dentro un valore inestimabile. Che coscienza avevano due giovani innamorati negli anni Venti per scriversi: “Domenica avremmo dovuto vederci, ma so che al tuo paese verrà un missionario a predicare. Vallo a sentire, così avremmo cose più belle da raccontarci la prossima volta”. Oppure: “Desidero e non vedo l’ora di portarti all’altare pura come un angelo”.

C’è un valore inestimabile in questa esperienza. Il tesoro di cui parla Cristo non è sinonimo di ricchezza e di potere, ma è l’esperienza di un incontro che ti ha segnato e seguito per tutta la vita, sono volti di amici che non hai mai perduto, sono anche oggetti: doni che conservi con devozione. La nostra vita è fatta di cose antiche e nuove, ma ciò che stimiamo oggi, che ci affascina è soprattutto la densità del cristianesimo che hanno vissuto i nostri genitori o i nostri educatori. Questa verità non invecchia mai; è antica perché ha 50, 100, 2000 anni, ma – è questa la cosa più sorprendente – la verità è sempre nuova.

Questo tesoro di verità, di bellezza, di bontà non lo trovi dall’antiquario, ma ti è tramandato da chi ha vissuto seriamente la vita, da chi ha affrontato tutto: sacrifici, prove, guerre senza perdere la fede e la speranza, in una parola da chi ha incontrato Cristo; ha stimato questo tesoro della fede e l’ha preferita a tutto, anche ai beni di questo mondo. San Benedetto scrive nella sua regola: “Nulla anteporre a Cristo” e San Cipriano da Cartagine: “Non anteporre nulla all’amore di Cristo, perché Cristo non ha anteposto nulla a te”.

In questo trovare il tesoro nascosto o la perla preziosa non c’è un filo di moralismo. Si tratta di una scoperta che un bel giorno ti affascina, e ti colma sempre di più di stupore. Ci sono ancora famiglie che sanno consegnare ai figli il tesoro della tradizione fatto di cose antiche e di cose nuove?

Ci sono – per riferirci alla preghiera di Salomone (1 Re, 3) – capi di stato e di governo che a Dio chiedono un cuore docile per rendere giustizia al popolo, chiedono di saper distinguere il bene dal male, chiedono il discernimento nel giudicare? Se per chi governa il tesoro è solo sinonimo di potere e di ricchezza, davanti alla crisi uno è smarrito, come per lo più lo sono i governanti di oggi. Ma se il vero tesoro è il regno di Dio, esso insegna a chi ha potere di domandare ciò che è giusto per il popolo, così come ha fatto Salomone.

Quest’estate c’è un luogo dove possiamo incontrare uomini dal cuore saggio ed intelligente, uomini capaci di giudizio e di discernimento; dove si possono visitare mostre che testimoniano le perle preziose contenute nel cristianesimo; dove si possono incontrare testimoni della verità antica e sempre nuova, un luogo da dove essere rilanciati ad amare la realtà per come Dio ce la dà: è il Meeting di Rimini, dal 24 al 30 agosto e che ha come tema: “Il destino non ha lasciato solo l’uomo. Viaggio nelle periferie del mondo e dell’esistenza”. Un meeting destinato ad abbattere la globalizzazione dell’indifferenza che scopriamo in noi è attorno a noi, da cui uscire arricchiti dai testimoni che ci tramandano il tesoro nascosto del regno di Dio che è la Chiesa.

Ciò che la Chiesa trasmette nei secoli, lo chiamiamo anche “depositum fidei”, le verità contenute oggi nel nuovo catechismo della Chiesa cattolica. Queste verità non sono cristallizzate, ma sono carne, esperienza, parole conservate vive, come direbbe Péguy, e non chiuse nelle scatole dei nostri pensieri. Per questo il vangelo di domenica ci sfida tutti a chiederci se abbiamo già trovato questo tesoro e che cosa siamo disposti a vendere per acquistare quel tesoro. Il tesoro più grande, lo ripeto, è l’educazione. Nel colloquio con Scalfari, Papa Francesco ha fatto questa osservazione: l’educazione come noi la intendiamo sembra quasi aver disertato le nostre famiglie. Ciascuno è preso dalle proprie personali incombenze, spesso per assicurare alla famiglia un tenore di vita sopportabile, talvolta per perseguire un proprio personale successo, altre volte per amicizie e amori alternativi. L’educazione come compito principale verso i figli sembra fuggito via dalle case.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2014/7/26/La-verita-che-non-invecchia-mai/print/515944/

Mi manca la parola

Berlicche

In ogni lingua esistono parole non facilmente traducibili. Una di queste è la giapponese komorebi.
Komorebi indica i raggi del sole che traspaiono dalle foglie di un albero. Vedete: ce ne vuole una mezza dozzina, di parole italiane, e ancora non si raggiunge il pieno significato originale.
Eppure si tratta di qualcosa di cui tutti noi abbiamo esperienza. Pensate che difficoltà avrei a fare capire il senso di quella parolina ad un eschimese, che mai ha veduto un albero.

Così io potrei narrarvi di una bellezza che traluce tra i tempi della vita. Ma mi manca la parola giusta per raccontarla, una parola che si faccia capire anche a chi non l’ha mai provata.
E così balbetto, invitandovi a vedere.

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Omaggio alla dignità

Che cosa sia, realmente, la povertà, crediamo di saperlo. Crediamo sia una domanda semplice. Non siamo sempre in grado di accettare che la soluzione sia a portata di mano, ma più o meno crediamo di sapere dove si trova. Possono esistere differenze nei dettagli: qualcuno di noi parla di ridistribuzione delle risorse, altri di rendere i mercati più efficienti e sensibili. Eppure, spesso queste indicazioni, quando messe in pratica, sembrano peggiorare le cose. Diamo del nostro superfluo, per i più svariati motivi, e pensiamo che ciò basti. Ma non è mai abbastanza. Allora diamo di più, e ancora non è sufficiente. Spesso, la povertà che cerchiamo di trattare diventa cronica, o cominciano a manifestarsi nuovi sintomi. In luogo della piena povertà, si radica una dipendenza che presto diventa, a suo modo, malefica come le condizioni che l’hanno preceduta. I poveri rimangono “fra noi” – salvo il fatto che noi non siamo “con loro”. Questo è il vero problema. Questa è la vera povertà.

Per il Meeting 2014 mi è stato chiesto di contribuire curando una mostra sulle attività di Avsi in tre località: Quito in Ecuador, Nairobi in Kenya, San Paolo in Brasile. La mostra sarà incentrata sui progetti educativi che Avsi ha impiantato in quei luoghi, che hanno come fondamento la visione di Giussani di un metodo educativo che pone al centro lo sviluppo della persona – la generazione di un nuovo soggetto.

Il titolo della mostra sarà: “Generare bellezza. Nuovi inizi alle periferie del mondo”. Riecheggia il tema del Meeting di quest’anno, ovvio. Ma quello che seguiamo è l’eco della voce insistente di don Giussani in luoghi in cui le circostanze umane recano una sfida incommensurabilmente più grande di quanto si possa immaginare, in quelle che papa Francesco ha chiamato «periferie esistenziali».

È un’espressione che si proietta ben oltre la dimensione geografica, sociologica, ideologica, e perfino oltre l’idea di adesione a una fede. Ci chiama a una responsabilità che si colloca per noi oltre una chiamata al dovere o alla compassione, al di là di ciò che convenzionalmente è definita “carità”. Mi ha violentemente colpito come una chiamata rivolta a me personalmente, come uomo, nella mia essenza fondamentale – a un livello più profondo di tutto ciò che ho imparato, udito o incominciato a credere – perché mi ponessi la domanda di chi sono io e di quale sia il mio destino.

Parte di questa chiamata è la domanda imponente riguardo a quale possa essere la mia responsabilità nei confronti degli altri. E quindi, come immediata conseguenza, chi sono questi “altri” e cosa posso essere io per loro? Che cosa il Signore domanda a me, in quanto Suo seguace?

Non è semplice, non è scontato. Non è certamente sufficiente mettermi la mano in tasca e tirar fuori un pugno di monete. Mi costa meno di niente, risolve il mio senso di colpa molto più di quanto non allevii la fame o il dolore di chi le riceve, e quindi lascia anche me… bisognoso.

E allora? Giussani ce lo mostra nel suo metodo educativo, che non offre elemosine, aiuti, risorse, ma la possibilità di una totale rigenerazione della persona umana. Questo è ciò che siamo stati chiamati a capire nel nostro lavoro di preparazione della mostra: come la chiamata di Cristo offra prospettive di una vita migliore in una serie di rapporti umani in luoghi distanti e diversi, nei quali i bisogni dell’uomo appaiono nella loro essenzialità più profonda.

A Quito, per esempio, abbiamo visitato le “invasioni” di Pisulli, una zona della città che è esplosa con l’arrivo di gente da fuori, che si è stabilita in un determinato luogo e ha costruito una dimora per sé e per la propria famiglia, piazzando una tenda e difendendo il suo spazio con le armi.

Pisulli e i suoi sobborghi si sono costituiti nei primi anni Ottanta, quando gruppi di persone provenienti da varie regioni di tutto l’Ecuador si sono riuniti e hanno “invaso” quell’area, in precedenza nota come “Pisulli Ranch” e di proprietà del Ministero della Sanità. Le invasioni provocarono furiosi scontri a fuoco – quasi una guerra civile – sia con i proprietari del terreno sia con gli abitanti di altre aree occupate dei dintorni, e diverse persone, fra cui molti bambini, persero la vita.

In quell’area oggi i due terzi della popolazione vivono in povertà. Molti sono stati più volte truffati, vittime della corruzione, hanno perso ripetutamente tutto quello che avevano.Eppure qualcosa nello spirito di queste persone ha permesso loro di sopravvivere e restare per costruire quella che è una nuova civiltà nel cuore di una vecchia.

In mezzo a questa gente, attraverso il lavoro di Avsi, si è fatto strada un metodo che ha visto il percorso educativo non come un mezzo per formare delle competenze operative nell’economia o nella società, ma come un modo per risvegliare l’intero essere umano. Lì siamo arrivati a vedere come la fede diventa cultura, che è ciò che accade quando lo studente (o chiunque altro in questo caso) incontra un adulto la cui presenza è oggettivamente una proposta di una ipotesi che spieghi la vita nella sua totalità. Questo, come Giussani ha sviluppato ne Il rischio educativodiventa un cammino di riconoscimento, un percorso di affezione, un processo di riappropriazione e di uso della realtà per i propri scopi. In questo modo lo studente diviene un adulto, vero protagonista nel reale, capace di generare lui stesso una novità nella storia.

Lungo la strada, abbiamo incontrato molte provocazioni alle nostre certezze riguardo a ciò che già davamo per “conosciuto”, e molti sorprendenti testimoni che hanno sfidato i nostri preconcetti a partire dalla verità della loro vita.

Tornando a come ora potrei definire la “povertà”… Beh, non lo so dire con esattezza. Vedo più chiaramente che il problema per troppo tempo è stato affrontato con analisi e spiegazioni semplicistiche. Ma ho imparato da san Paolo che ha qualcosa a che fare con una forma di solitudine a cui non avevo mai pensato prima.

La parola “esclusione” riempie la bocca di politici e filantropi, ma ciò che evoca nelle nostre culture è qualcosa di parziale e inadeguato. Suggerisce la negazione della partecipazione alla vita economica della società, ma questo è solo un aspetto iniziale. È ciò che ne deriva che dà forma al circolo vizioso costituito dalla povertà: la perdita di cittadinanza, la dipendenza, la mancanza di dignità, il disprezzo di sé, la degradazione culturale, la vergogna, la morte della persona anche quando il corpo continua a vivere. La povertà è un colpo subìto, anche se la società può non essere consapevole di averlo dato. E il dolore e lo smarrimento causati da questo colpo possono restare per tutta la vita, ed essere tramandati di generazione in generazione.

Una delle cose che ho osservato a San Paolo attraverso il lavoro del Cren (Centro di recupero educativo e nutrizionale), che è sostenuto da Avsi nel suo impegno a favore dei poveri delle favelas, è che la malnutrizione non è per forza una condizione definibile matematicamente, come io credevo. Certamente ha a che fare con la carenza di buon cibo, ma molto di più con una forma di amnesia. Ragazze, abbandonate dalle loro famiglie in campagna, vengono a vivere nelle favelas, si sposano, fanno figli, ma poi scoprono di aver dimenticato come prendersi cura adeguatamente dei loro bambini in circostanze di emergenza. Il nutrire non è cosa che accade naturalmente, ma è una saggezza che nasce dentro una cultura, e quando le culture vanno in pezzi per l’indigenza, l’aridità, gli spostamenti, quella saggezza coltivata con cura da generazioni si trova spiazzata. Nell’ambiente cittadino le nuove generazioni si trovano smarrite perché non sanno che cosa hanno perso. Questo è uno dei modi in cui la “solitudine” si manifesta come un sintomo chiave di una vera e profonda povertà.

In questo possiamo cogliere l’importanza dell’intervento dell’uomo – l’atto radicale di rigenerazione che è l’educazione nel suo senso più profondo. Tale intervento non può essere paternalistico, per la semplice ragione che del paternalismo abbiamo già sperimentato tante volte il fallimento. Può accadere solo nella forma di un’amicizia, una compagnia, in cui l’identica matrice dei bisogni è riconosciuta e resa visibile. Siamo tutti poveri, seppure in modi diversi. Siamo tutti soli, pur se con accenti che non sono immediatamente uguali. Diventa vitale allora l’idea di una compagnia, il riconoscere che tanto coloro che cercano di aiutare, quanto coloro che attendono un aiuto contribuiscono a un processo di reciproca crescita e rigenerazione. Il Destino non lascia solo l’uomo.

Se esiste un antidoto alla povertà, può essere la bellezza, nel suo senso più profondo e più vero: l’eco, il ricordo, o la nostalgia di una qualche grandezza in noi che abbiamo dimenticato. A Nairobi l’abbiamo visto con maggiore evidenza nel fortissimo contrasto fra gli slum di Kibera e la novità, la freschezza che si respira nelle classi delle scuole Little Prince e Cardinal Otunga, nelle quali i ragazzi sperimentano la possibilità di una vita diversa. Vedere questi ragazzi fiorire letteralmente davanti ai nostri occhi è stata una cosa incredibile.

Siamo andati in quei luoghi per parlare con quanti si sono trovati davanti, da studenti, al metodo educativo di don Giussani, e insieme con quanti sono andati lì qualche tempo fa per offrire la loro opera di educatori portando il carisma di Giussani. La domanda che ci guidava può essere riassunta così: «Che cosa si può ottenere se un essere umano va da un altro senza altro obiettivo che non sia l’omaggio alla sua dignità, e nel far ciò rende più chiara la coscienza del destino di entrambi?». Ognuno ha risposto a suo modo.

Ma la cosa più sorprendente, forse, è un’altra. Lungo il percorso, in Ecuador, Brasile o Kenya, abbiamo chiesto a quanti incontravamo di raccontarci che cosa ha significato nella loro vita l’essere invitati ad accompagnare ed essere accompagnati. Cosa significa invitare un altro a essere se stesso, aiutarlo a generare in se stesso una nuova persona? «Quale metodo avete usato per cambiare la vita degli altri?».

Molto spesso abbiamo ottenuto la stessa risposta, semplice: «Ho cambiato me stesso».

 

http://www.tracce.it/default.asp?id=266&id2=348&id_n=42258

Il desiderio periferico

Scenari mondiali in cui la guerra sembra l’unico modo per risolvere contrasti e gravi ingiustizie a danno dei più deboli; a casa nostra una ripresa economica ancora troppo timida; su tutto, una grave incertezza esistenziale che toglie energia e visione del futuro. A mali estremi, estremi rimedi? No, rimedi “periferici”: è ciò che propone il Meeting di Rimini quest’anno, raccogliendo l’appello di papa Francesco a uscire verso le «periferie esistenziali».

L’edizione 2014 del Meeting, intitolata «Verso le periferie del mondo e dell’esistenza. Il destino non ha lasciato solo l’uomo», è dedicata all’uomo e al suo cuore, l’irriducibile desiderio di bene che lo costituisce. Questa forza dell’uomo è considerata “periferica”, qualcosa di insignificante. Ma proprio questa forza, figlia della propria identità e autenticità, è il fattore vero e duraturo che determina il mondo e la storia.

Pensiamo a fatti diversi, ma caratterizzati da questo “scatto” nel cuore dell’uomo: la rinascita dell’Europa dopo le guerre mondiali fratricide, la pace in Nord Irlanda, la transizione pacifica nell’Est Europa, la ripresa del dialogo in Sudafrica dopo la detenzione di Mandela… A questo riguardo c’è un punto che caratterizza da sempre l’impegno del Meeting, che non a caso si chiama «per l’amicizia fra i popoli»: portare alla luce come il dialogo, che nasce quando si dà spazio a questo anelito, nella storia si riveli vincente. Quest’anno toccherà a padre Pierbattista Pizzaballa (custode di Terra Santa e uno dei protagonisti decisivi nell’organizzazione dello storico incontro in Vaticano tra Papa Francesco, Shimon Peres e Abu Mazen) testimoniare questo punto nell’incontro inaugurale, «Dialogo: unica via per la pace». E sulla stessa linea interverranno Paul Bhatti, fratello del politico pakistano ucciso per il suo impegno in difesa delle minoranze (cristiane e non solo) perseguitate, e Ignatius Kaigama, presidente della Conferenza episcopale della Nigeria, che riporteranno al centro dell’attenzione fatti drammatici, ma ormai abbandonati all’indifferenza quasi totale, come il rapimento delle 300 ragazze nigeriane o le uccisioni quotidiane da parte dei qaedisti in Iraq.

Ma anche in questo caso il tema è il richiamo alla vera libertà e possibilità di bene per ogni persona, che può riportare la pace e offrire una svolta. E non la guerra di civiltà, come si nota dai fallimenti totali di strategie fondate su prove di forza.

Allora, centro del Meeting saranno questi solo apparentemente periferici protagonisti: ragazzi che ci ricordano come dopo la rivoluzione di piazza Taharir in Egitto è una nuova affezione tra giovani musulmani e cristiani copti la vera possibilità di svolta; ucraini, che credono nella possibilità di una convivenza pacifica con i russi, come Alexandr Filonenko, docente di filosofia all’università di Char’kow, a cui è affidata la relazione sul titolo del Meeting. E ancora, Panteleimon (vicario del Patriarca di tutta la Russia), Shodo Habukawa, monaco buddista, Joseph Weiler, costituzionalista americano di fama mondiale e presidente dell’Istituto universitario europeo, che parlerà dell’orizzonte dell’Europa di oggi e domani.

Per rispondere alla crisi epocale della società e della politica, il Meeting riscopre quella periferia esistenziale del mondo che è capace di percepirsi in cammino verso un destino buono. Come ci diranno Luciano Violante e Javier Prades, rettore dell’Università San Damaso di Madrid, la giustizia nasce da un’affezione all’uomo, dalla gratuità.
Ripartire dalla risorsa umana significa anche mettere al centro il tema dell’educazione e della formazione, fulcro di una vera ripresa sociale.
Al Meeting saranno affrontati diversi temi che riguardano la crescita, il lavoro e il welfare. E interverranno protagonisti dello scenario economico come Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat, e Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, insieme a imprenditori di piccole, medie e grandi aziende, che dialogheranno per aiutarsi a capire come svoltare.

Il Meeting approfondisce quest’anno la sua intuizione originaria, che non è quella di essere un palcoscenico per chi è in cerca di notorietà tardo-estiva, ma quella di mostrare esempi di crescita umana e di amicizia tra persone di origine ed estrazione differenti, che lottano pacificamente per libertà, giustizia, sviluppo e autenticità umana: ciò che rimane quando tutto sembra crollare. Come testimoniano i personaggi delle canzoni di Enzo Jannacci e degli episodi di Giovannino Guareschi, che sarà possibile incontrare nello spazio “Mondo piccolo e Roba minima”. Personaggi in apparenza marginali, che non cercano il riconoscimento sociale, ma, non si sa come, semplicemente stanno, vivendo dei loro bisogni e desideri.
Storie imprevedibili, sempre imperfette, come è l’uomo, ma portatrici di bene e novità. Storie alla ricerca del proprio “centro”, che vivono la “periferia” come luogo in cui scoprire le proprie radici umane, perché poi i rami dell’albero possano crescere in tutte le direzioni.
*Presidente Fondazione per la Sussidiarietà

 

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La teologia del tempo

Sperimentare lo scorrere del tempo significa «fare esperienza di una grande debolezza. Abbiamo paura di dimenticare, perdendo così la nostra identità e quella dei nostri cari. Oppure temiamo il presente che sfugge o il futuro incerto, in cui può accadere il peggio. Ecco perché ci viene il desiderio di isolarci dal tempo: lo vediamo come una forza distruttiva». Invitano a fermarsi, per riflettere, le pagine del volume Teologia del tempo. Saggio sulla memoria, la promessa e la fecondità, pubblicato dalle Edizioni Dehoniane di Bologna (pagine 352, euro 33,00) e scritto da padre José Granados García, docente di Teologia dogmatica e patristica al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II di Roma e professore invitato alla Gregoriana. Perché è un libro che coniuga ragionamento teologico ed esperienza quotidiana in modo puntuale, con un linguaggio accessibile anche ai non addetti ai lavori.

Nella società occidentale i ritmi di vita sono frenetici e il tempo viene centellinato nei rapporti umani ma riempito di impegni lavorativi.
«Viviamo una crisi nel modo di vivere il tempo, collegata al rifiuto postmoderno dei grandi racconti. Il passato si è allontanato sempre di più come realtà fuori moda; il futuro si è aperto senza misura, pieno di paure e minacce. Ci resta l’istante presente, sempre scarso. Ecco perché è così frequente dire: “Non ho tempo”. Questa crisi appare nell’esperienza della noia e, allo stesso tempo, in quella della fretta. In ambedue i casi il tempo perde la sua armonia, non c’è più collegamento tra un momento e l’altro. Come uscirne? Non basta modificare il modo in cui investiamo il tempo. La soluzione è cambiare il nostro modo di viverlo, recuperandone una visione che intreccia intreccia la nostra vita con quella degli altri tramite ricordi e speranze. Non si tratta dunque, di avere “tempo” per coltivare i rapporti umani, ma di capire che proprio nelle relazioni il tempo si genera».

Cosa dà senso, davvero, al tempo che scorre, passa e sembra dissolversi?
«Pensiamo, ad esempio, al nostro passato: prigione che ci lega, memoria pesante o paura di dimenticare? Ma avere un passato vuol dire anche riconoscere un’origine, confessare che qualcuno ci ha dato la vita, appartenere a una famiglia, alla storia del nostro Paese… Tutto questo non è oppressione e limite, ma liberazione e pienezza. E il tempo rende possibile quest’appartenenza, rivelando il senso della comunione, dello scambio mutuo nell’amore».

Come verificare se si ha un rapporto equilibrato con il tempo?
«La paura a vivere nel tempo è molto legata all’individualismo. Accettare il tempo significa accogliere la differenza, l’alterità, quello che non è sotto il nostro controllo. Nel libro propongo tre coordinate per misurare la pienezza del tempo: il passato come memoria filiale, riconoscendo l’origine che ci ha generato; il presente come tempo della fedeltà alla promessa di vita con altri e per altri; il futuro con il volto della fecondità. In questi rapporti la vita si apre anche verso Dio e il mistero».

Esiste dunque una teologia del tempo?
«Certamente, è il grande segreto che il tempo nasconde: Dio si rivela proprio in esso. Questa esperienza era molto viva in Israele: Dio si è rivelato nella storia liberando il suo popolo. Come dimenticare un evento, se è la sua manifestazione? La memoria è il modo di capire chi è Dio. E i sacramenti sono solenni momenti di memoria, segni di una promessa, anticipo di una fecondità più grande».

Quale peso ha la memoria in una visione cristiana del tempo?
«La memoria è decisiva perché ci parla dell’origine: chi la riconosce può anche assumere le difficoltà della memoria, quando il passato nasconde un’offesa subita o il ricordo di una colpa. Ma se c’è una memoria fondante e indimenticabile – quella del dono della vita –, allora può rigenerare anche il male che ci opprime. Gesù ha assunto quest’esperienza del suo popolo; come Figlio, era esperto in gratitudine verso il Padre e ci dona la possibilità di partecipare alla sua memoria nell’Eucaristia».

Come valorizzare il passato in un’epoca che polverizza i ricordi?
«Per custodire questa visione viva del passato è essenziale pensare alla promessa filiale che Dio ci ha fatto, intrecciando i momenti dispersi della vita. Nel matrimonio, ad esempio, anzitutto c’è una promessa originaria che Dio fa agli sposi: potranno rimanere uniti perché la ricorderanno, sigillandola nel loro amore».

In una cultura individualista, come recuperare la consapevolezza che la storia di ogni persona è intrecciata con quelle altrui?
«Papa Francesco ci ha invitato a non aver paura del tempo. La famiglia, ad esempio, possiede il tempo nuovo e pieno e per questo può collegare le generazioni, curarsi degli anziani e dei giovani, essere luogo di tradizioni e anche del vero progresso, perché trasmette il grande dono della vita».

Nella logica dominante dell’hic et nunc, come riscoprire la speranza nella vita eterna?
«A volte pensiamo che l’eternità sia la negazione del tempo. Ma Dio è il Signore del tempo. Ci aiuta la dimensione del frutto: se generiamo un amore più pieno, l’annuncio di una parola di vita che illumina gli altri, il figlio nella sua nascita ed educazione, stiamo partecipando all’eternità. In paradiso ci sarà anche il frutto. Fare del nostro tempo il tempo del frutto, del generare vita negli altri, è il nostro modo di iniziare la vita eterna. Il segreto del tempo è, in fondo, un segreto di fecondità».

 

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