La lotta tra il bene e il male

 

Il male è il male. I sospetti diventati realtà, l’assassinio di Motta Visconti ha il volto peggiore che si potesse pensare, quello del “nemico intimo”. Si vorrebbe girar pagina, parlare di altro, ma i giorni passano e il dolore resta: dolore per le vittime, ma anche smarrimento per una natura umana che può degradarsi fino a punti impensati e che, anche dopo tutto l’orrore, restano tali. Si vorrebbe girar pagina, ma un simile delitto tra le mura di casa, tra le case della propria comunità fatta di gente onesta e magari anche lavoratrice, magari anche timorata di Dio e impegnata nelle attività parrocchiali, oppure, inserita nei gruppi di volontariato a difesa dell’ambiente, tutto quest’orrore non può non interrogarci. Per di più – è un fatto – gli episodi non sono più isolati ma proseguono, con una cadenza incessante. Oggi non è ieri: che lo si voglia o no, oggi emergono i mostri. Nella confusione di una società alla deriva, incapace di formare ed educare, pronta a baloccarsi con gli ultimi “piccoli e volgari piaceri” acquistati a interessi zero, incapace di disegnare un qualsiasi futuro, emergono le pulsioni più antiche fatte di possesso, di vendetta, di incapacità totale di guardare e riconoscere l’altro, anche quando ha gli occhi della persona amata. Le pulsioni comandano sovrane sul singolo, lo determinano e lo rendono schiavo facendolo precipitare nell’abisso.
Non ci sono cause, non ci sono condizionamenti di nessuna natura. L’utopia moderna di un male provocato dalle strutture sociali, il sogno sociologico di Rousseau, del quale noi moderni siamo tutti eredi, si infrange con mesta miseria e profondo smarrimento dinanzi a tanta deriva. Risalire il fiume dei delitti privati che hanno sconvolto le nostre anime negli ultimi mesi ci riconsegna sempre lo stesso referto: le tanto ricercate “cause” non ci sono. La via breve, la scorciatoia sociologica ci è preclusa. Il facile sentiero degli anni sessanta, dove ogni miseria veniva ricondotta alla marginalità materiale e morale, ed ogni marginalità era la conseguenza degli assetti sociali ed economici, da risolvere e superare con mutamenti politici, si è rivelato un labirinto inconcludente, un vero e proprio parco-giochi della ragione ottimista e illuminata nel quale ci siamo consapevolmente baloccati. Il male è il male, e non ha cause.
Ma se non ha cause, il male – proprio come il bene – ha dei percorsi, delle spinte e delle logiche che lo fanno apparire plausibile, possibile. La tentazione – in particolare quella assassina e omicida – ha i suoi argomenti, il suo delirio, la sua folle catena di ragionamenti personali che la rendono accettabile a chi vi ricorre, fino al punto, da presentarla come una soluzione ammissibile, anzi l’unica soluzione possibile se si vuole far tacere il proprio dolore interiore che non si sa nominare, ma che devasta mente e cuore, fino alla follia.
Ma se così è, allora il chiamare il male con il suo nome, il non archiviarlo come semplice “conseguenza”, ma presentarlo come scelta consapevole di una lucida e conseguente follia è il primo passo per rintracciarlo. Uscir fuori dal parco giochi della ragione ottimista, abbandonare il sentiero della ricerca delle cause vuol dire incamminarsi per le strade che riportano alla conoscenza dell’essere umano e della sua natura. Occorre risalire il fiume della storia fino al punto di rottura, fino a quel concetto di “peccato originale” e di “natura umana corrotta” del quale ci siamo con troppo fretta sbarazzati e che adesso riemerge, con tutto il carico tragico di follie senza nome. Occorre allora, con Agostino, tornare a pensare l’uomo come mortalmente fragile, come costituito da una natura ferita e quindi esposta al degrado di sé. Un natura che, proprio per questo, porta a scegliere tra bene e male, tra il riconoscimento dello sguardo dell’altro (perche l’altro è sempre riassunto nel volto) ed il suo disconoscimento, il suo annullamento, la sua soppressione.
Avere girato le spalle a questa verità, non averne più parlato, non ci ha certo giovato ed oggi ci troviamo tutti, sgomenti e senz’armi, dinanzi ad efferatezze infinite, tra le nostre provincie migliori e tra persone che ci somigliano in molto e che, fino a ieri, abbiamo ritenuto come le più affidabili. Dinanzi a tutto questo dolore dobbiamo convertirci culturalmente a pensare al male come ad una realtà che esiste, nella sua radicale assolutezza. Così come dobbiamo ritornare a pensare che la scelta tra bene e male, tra l’arrendersi al volto dell’altro – che è la “saggezza dell’amore” – ed il negarlo nella sua dignità, nella sua delicatezza, nella sua stessa esistenza, si chiama “peccato” ed è la vera scelta cruciale della nostra esistenza, l’unica che veramente conta, l’unica della quale saremo, sempre e ovunque, chiamati a rispondere.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2014/6/20/Il-male-e-il-male/print/508665/

 

Il mio amico Leopardi

Il mio amico Leopardi di Mario Elisei è un libro che visita i luoghi di Recanati, presenti nella poesia leopardiana. Di primo acchito sembra un’esagerazione, ma vedendo oltre la siepe de L’infinito, per esempio, «appare una vista sulla campagna che cattura l’attenzione, … Ordinata dal lavoro degli agricoltori, nuova ad ogni stagione». E acquista enorme potenza l’espressione «interminati spazi», mostrando che la grande poesia, anche se usa parole vaghe, è sempre esatta.

La seconda parte del libro è un saggio di Ignacio Carbajosa, ordinario di Antico Testamento all’università San Damaso di Madrid, parla del rapporto tra Leopardi «poeta della prima metà dell’Ottocento, da tanti considerato simbolo del pessimismo, e don Giussani, prete ambrosiano educato nella prima metà del Novecento»; sembra un grande paradosso.

Cosa ha da dire Leopardi che si affaccia sulla modernità, vedendone il nulla, a un prete che dovrebbe vedere in ogni cosa il segno di Cristo? Le problematiche sollevate da Leopardi oscurano tutte le altre, costituiscono «un ribollire di domande ed esigenze che sono la stoffa del nostro io». C’è nella nostra umanità un pensiero dominante, che agli albori della nostra vita comincia a prendere possesso di tutte le nostre azioni e preoccupazioni fin alla loro radice ultima. C’è anche il sospetto tutto moderno dell’inconsistenza del reale, dell’impossibilità di una verità che ecceda l’apparenza.

Leopardi sta tutto in questo polo dell’attrattiva e della negazione. E, anche se sceglie la negazione, sentiamo nelle parole e nelle immagini che usa che l’uomo vuole «vedere gli occhi, il volto, del pensiero dominante», vuole trovare «in questa terrena stanza l’angelica sembianza». Leopardi dà a don Giussani, quando fa la terza ginnasio, le ragioni dell’essere malinconico, facendolo giungere al «bel giorno» nel quale scopre il desiderio del poeta si è fatto carne, ed è venuto a provar «gli affanni di funerea vita». Così quella che per i maestri è stata un’intuizione ideale, in don Giussani diventa una genialità pedagogica: la fedeltà a ciò che urge nell’animo è la condizione per conoscere Cristo.

 

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Thank you

A Richmond, quartiere benestante nel sudovest di Londra, c’era un «buco nero». Così gli inglesi chiamano le zone della città dove le scuole non sono facilmente raggiungibili dalla comunità locale. E a patirne maggiormente i disagi erano soprattutto le famiglie meno agiate e i loro figli. Se lo Stato avesse voluto costruire una scuola statale in quell’area avrebbe dovuto spendere 6 milioni di sterline. Ma grazie alle free school, le scuole lanciate dal governo inglese sul modello delle charter school svedesi e statunitensi, ne ha spesi solo 4,5 di milioni. Risparmiando, oltre al tempo, il 25 per cento di spesa. A raccontare la storia di quella scuola, la Thomson House School, che sorge all’interno di una vecchia chiesa a lato della ferrovia, è Matteo Rossetti, milanese trentasettenne, trapiantato oltremanica dai tempi dell’università, che di quell’istituto è il fondatore, nonché presidente del consiglio di amministrazione, in occasione di una tavola rotonda organizzata ieri a Milano dall’Istituto Bruno Leoni. Un’occasione interessante per illustrare anche in Italia l’efficienza di questo innovativo esempio di autonomia scolastica.
COME SI APRE UNA FREE SCHOOL. «In tutta Inghilterra sono state presentate al ministero dell’Istruzione 400 domande per fondare free school», ha esordito Rossetti. «La nostra è una delle 102 che sono state accettate». Probabilmente proprio perché «il nostro progetto rispondeva a un bisogno reale del territorio». È dal 2011, infatti, che il governo di Londra consente ad ogni singolo cittadino o gruppo di cittadini, spesso comitati composti da professori e genitori, di fondare una scuola. O, perlomeno, di provarci. Ma avviare una free school non è così semplice come può, a prima vista, sembrare. E non tutti ci riescono. Non solo perché le free school sono ancora viste da più parti come un «eccessivo tentativo di deregulation operato dalla middle class londinese», ma anche perché l’iter da seguire è complesso e puntiglioso. I controlli dell’organismo indipendente preposto a vigilare sui requisiti richiesti non lasciano scampo a nessuno.
Non appena individuato uno stabile, il primo passo, ha raccontato Rossetti è stato quello di «redigere un budget decennale, stressato del 5/10 per cento. Ci siamo riusciti, stringendo alleanze educative con altre scuole locali e ricorrendo inizialmente all’autofinanziamento e al coinvolgimento di tanti volontari, tra i quali anche un ex banchiere di Goldman Sachs in pensione e del presidente di Montessori Uk». Poi ci «siamo attivati per reclutare preside e docenti, spiegando loro che avrebbero dovuto lasciare un posto sicuro per uno in una scuola che ancora non c’era! Ma ci siamo riusciti». Rossetti e quei genitori che si sono coinvolti con lui in questa avventura sono «passati alla fase più propriamente politica, ovvero quella di dimostrare che di una scuola a Richmond c’era veramente bisogno. Perciò abbiamo incontrato le istituzioni locali, le famiglie, i residenti di lungo corso, abbiamo organizzato volantinaggi e public meeting per sensibilizzare le persone». Il riscontro è stato ancora una volta positivo.
LIBERI DI SCEGLIERE. Giunto a questo punto, Rossetti si è recato al ministero dell’Istruzione con il progetto in mano, 260 pagine con tutti i dettagli, dai corsi alla governance, fino a cosa sarebbe successo nel caso i numeri degli studenti iscritti fossero stati inferiori alle aspettative. Il faldone è stato esaminato e approvato. Ed è seguito il primo finanziamento da 220 mila sterline per provare a far partire la scuola. Si chiama fase di «pre-opening», ha spiegato ai presenti Rossetti, «ma se non raggiungi i numeri che ti eri preposto e non riesci a far partite la scuola, chiudi». Se ci riesci, invece, cosa succede? «Semplice – ha proseguito – sei bombardato da professionisti che vogliono entrare nel progetto per aggiudicarsi quei soldi». Rossetti sa benissimo che, nonostante il 25 per cento delle free school inglesi sia gestito da alleanze educative di genitori e professori e il 15 per cento da enti religiosi o caritatevoli, ci sono anche grandi gruppi commerciali che stanno provando a puntare il piede, nel caso in cui, in futuro, questo modello di istruzione dovesse dimostrarsi anche profittevole. Ma Rossetti non ha ceduto alle lusinghe.
LA SCUOLA, OGGI. Oggi la Thomson House School ha due classi, due prime elementari da 26 alunni ciascuna, e a settembre ne partiranno altre due. L’obiettivo è quello di arrivare a 364 alunni a regime nel 2019. Le immatricolazioni avvengono in base a un criterio di prossimità territoriale all’istituto. Criterio che è stato preferito a quello della lotteria. Oltre ai finanziamenti dello Stato, pari a 4 mila sterline per studente, come per le scuole totalmente gestite dal pubblico, l’istituto può fare fundraising e chiedere un contribute ai genitori (il 70 per cento ha deciso di versarlo), e può anche aspirare a fare margini di profitto tra il 5 e il 10 per cento. A patto, però, che le risorse siano reinvestite nella scuola. Se economicamente non si sostiene da sé, la scuola viene chiusa.
Un organismo indipendente monitora periodicamente i risultati assegnando un punteggio che va da outstanding (eccezionale), good (bene), need to be improved (da migliorare) a unsatisfaction (insufficiente). Così che anche i genitori possano conoscere la qualità della scuola dove iscrivere, oppure no, i loro figli. Piena, invece, è la libertà nel selezionare (e licenziare) il personale e il corpo docente. Totale l’autonomia finanziaria. Rossetti, per esempio, ha cambiato la preside due settimane prima dell’apertura, perché aveva trovato qualcuno che poteva meglio rispondere alle esigenze della scuola. È un ex preside in pensione. E ha pensato che era la persona più adatta. Le ha proposto un contratto di un anno, per valutare i risultati, cambiando in corsa.
UNA POLITICA LUNGIMIRANTE. Le free school non sono nate ieri. A spalancare le porte dell’autonomia scolastica alla pubblica istruzione inglese è stato, anzitutto, il governo conservatore del primo ministro Margaret Thatcher con un libro bianco del luglio 1988. Una riforma che, spiega Rossetti, ha avuto il merito di «devolvere poteri, che una volta appartenevano allo Stato centrale, a livello delle istituzioni scolastiche, soprattutto per quanto concerne l’amministrazione finanziaria e la gestione delle risorse umane. È così che si è venuto a creare un vero e proprio mercato del lavoro per i docenti». Che è tutt’ora la vera «precondizione necessaria perché il modello delle free school possa funzionare». Una cosa che, purtroppo, «in Italia non avete ancora, e francamente non capisco perché». Il libro bianco, inoltre, ha introdotto il principio per cui «i finanziamenti statali devono seguire l’alunno». Che è un fatto indubbiamente positivo, perché significa «riconoscere la libertà di scelta per i genitori», che così possono decidere a quale scuola iscrivere i loro figli.
L’esecutivo laburista guidato da Tony Blair ha, poi, proseguito sulla strada tracciata dalla “Lady di Ferro”, introducendo nell’ordinamento scolastico inglese le cosiddette «academy schools» o «free schools», finanziate dallo Stato ma indipendenti da esso, che sono l’equivalente delle charter school statunitensi. E lo ha fatto «devolvendo ancora più poteri alle scuole, che ora possono scegliere liberamente i programmi, a patto di rispettare determinati criteri, e anche come strutturare il tempo, la durata delle giornate e dei trimestri». Ma, soprattutto, «ha permesso agli istituti di assumere i professori anche al di fuori dei contratti statali». Una free school, del resto, spiega Rossetti, «per competere deve poter offrire condizioni, anche contrattuali, attraenti ai candidati che aspirano a entrare nel corpo docenti». L’ultimo passo, infine, è stato compiuto nel 2011 dal ministro dell’Istruzione Michael Gove, conservatore del governo di coalizione Cameron, che ha aperto a tutti i cittadini la facoltà di fondare una free school. Proprio come ha fatto Rossetti. L’Italia, invece, ha fatto notare Serena Sileoni, vicedirettore dell’Istituto Bruno Leoni, «non le avrà fino a che non cambierà il mercato del lavoro».
@rigaz1
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Ciò che occorre è un uomo

Bisogna ripercorrere almeno le linee salienti della vita di questo poeta che è stato ingiustamente dimenticato, pressoché assente da tutte le antologie scolastiche, pur essendo, a nostro avviso, uno dei grandi del Novecento. Nato a Torino nel 1899, Carlo Betocchi intraprende quel percorso di studi così inconsueto per un letterato, eppure così abituale per i poeti del Novecento, che è caratterizzato da un’impostazione tecnica e professionale. Infatti, trasferitosi a Firenze e perso il padre a soli dodici anni, si diploma geometra. Appartiene alla generazione del ’99, quella che parte per la guerra a soli diciotto anni. Molti vengono chiamati alle armi nel 1917 e, dopo essere stati frettolosamente istruiti, sono inviati a combattere. Non si sa quanti perdono la vita tra le centinaia di migliaia di ragazzi che partono. Ufficiale al fronte, Carlo Betocchi appartiene al novero di quanti fanno ritorno dalla guerra. Solo dopo il 1928 è di nuovo a Firenze, città in cui vive il decennio per eccellenza dell’Ermetismo fiorentino e attraversa l’esperienza della rivista cattolica «Il Frontespizio», che dal 1929 al 1940 cercherà di recuperare una visione religiosa della letteratura, contrapponendosi all’ondata culturale dominante del decennio. La prima raccolta Realtà vince il sogno (1932) è seguita nell’ordine da Altre poesie (1939), Notizie di prosa e poesia (1947), Un ponte sulla pianura (1953), Poesie (1955), L’estate di San Martino (1961), Un passo, un altro passo (1967), Prime e ultimissime (1974), Poesie del sabato (1980). Betocchi morirà a Bordighera nel 1985.
La poesia
«Betocchi appartiene» scrive Sauro Albisani «a una specie molto più rara di quella del poeta: è un animale religioso. Soprattutto: un autentico animale religioso» (Sauro Albisani). In realtà, ogni uomo è, in primo luogo, un homo religiosus, ovvero un essere che si pone domande sulla vita, sul senso e sul destino del tutto, come il pastore errante dell’Asia di leopardiana memoria che si chiede: «Che fai tu Luna in ciel? […] A che vale/ Al pastor la sua vita,/ La vostra vita a voi? Dimmi; ove tende/ Questo vagar mio breve,/Il tuo corso immortale?». Eppure, la considerazione dell’Albisani ci conferma che l’uomo oggi si comporta come se fosse soprattutto homo oeconomicus, un essere che ha sostituito il desiderio del cuore con una molteplicità di bisogni materiali da soddisfare. Così, Betocchi «ha l’aria del bambino capitato per caso in mezzo a gente con la quale non ha niente da spartire». Egli è, per così dire, «poeta per sbaglio» e «la poesia è un mezzo, […] una pratica religiosa» (S. Albisani).
Proprio nel recupero di questa dimensione religiosa dell’esistenza fondamentali nella sua vita sono gli amici, ad esempio quelli con cui collabora nella rivista di cui sopra si è parlato (Piero Bargellini, Carlo Bo, Mario Luzi), e la madre che sarà per lui un costante punto di riferimento per la sua fede, come accade per Ungaretti. In questa trama di rapporti Betocchi si accorge che ciò che manca maggiormente nella società contemporanea è un io e scopre che proprio l’io è l’essenziale bisogno oggi, concetto che è ben espresso nella poesia «Ciò che occorre è un uomo». Il testo recita così: «Ciò che occorre è un uomo/non occorre la saggezza,/ciò che occorre è un uomo in spirito e verità;/non un paese, non le cose/ciò che occorre è un uomo/un passo sicuro/e tanto salda la mano che porge,/che tutti possano afferrarla/e camminare liberi e salvarsi». L’uomo ha necessità di riscoprire che il primo fondamento per vivere, per muoversi, per resistere alle intemperie della vita in cui sembra di essere sommersi dalle circostanze è l’io. L’uomo avverte che il proprio cuore anela ad un’acqua viva e zampillante in eterno, di una felicità infinita. L’animo umano è presentato nei termini evangelici e, al contempo, leopardiani. Solo la constatazione di trovarsi in un arido deserto (Dante lo rappresentava come una selva oscura) può permettere all’uomo di domandare e di mendicare, di chiedere aiuto e accettare la mano che gli permette di rialzarsi. Nella poesia «Della solitudine» sentiamo come Betocchi sappia cogliere l’essenziale valore dell’attraversamento della circostanza e della condizione umana di solitudine: «Io non ho bisogno/che di te, solitudine;/alta, solenne, immortale,/dove più nulla è sogno.//In questo deserto/ attendo l’implacabile/ venuta d’un’acqua viva/ perché mi faccia a me certo». Se tanta poesia del Novecento ha esaltato il dubbio e l’insicurezza in cui l’uomo è immerso, specchio di quel crollo delle certezze e di quel relativismo che caratterizza l’epoca, Betocchi si stupisce di fronte alla prima evidenza, cioè quella che la realtà c’è: «E godo la terra/bruna, e l’indistruttibile/certezza delle sue cose/già nel mio cuore si serra://e intendo che vita/è questa, e profondissima/luce irraggio sotto i cieli/colmi di pietà infinita».
Non c’è presunzione nei suoi versi, non c’è una vantata superiorità intellettuale, ma, al contrario, emerge quella percezione esistenziale che dovrebbe accomunare ogni uomo, quel senso di sproporzione tra la propria pochezza e miseria e l’anelito di verità totale a cui il nostro cuore aspira. Betocchi così scrive nella poesia «Come tutti» che ha salito «le scale del […] non sapere» senza avere «parola che dicesse il possibile/ (entro il credibile, entro quel che è da credere,/ e non è mio, è di tutti)». Eppure, nel tempo, si è fatto «uno che parla a stormi di versi/affamati di verità, come passeri nel gelo/d’inverno». Betocchi è come un povero di spirito di evangelica memoria, «come tutti i beati poveri, tutti/i santi beati che hanno lasciato se stessi/per trovar l’Altro, il vero, il solo sapiente». Il tempo, passando, consuma le forze e le energie, ma, nonostante ciò, in lui «l’amore […] resiste/ ed è esigente» (dalla poesia «Quasi ubriaco»). Nonostante non rimanga altro «che lo stento di una vita/ che sta passando, e perduto il suo fiore/mette spine e non foglie, e a malapena/respira», rimane in Betocchi «quell’amore nascosto […],/quel sentore di terra, che resiste,/come nei campi spogli: una ricchezza/creata, […] inestinguibile». Anche nella vecchiaia, quando «la vita che rallenta/si riveste di una grossa corteccia/entro la quale l’anima è non meno/tenera, ma soltanto più solitaria», anche allora quando i sensi sono attenuati e, talvolta, quasi spenti «la vita sente e ripensa se stessa/con i medesimi palpiti» (dalla poesia «A questa età»).
Nella stessa prospettiva, se san Francesco apostrofa la morte come «sorella» nel «Cantico delle creature», Betocchi parla di «amata morte», non già perché desideri che tutto finisca, che la sofferenza e il dolore finalmente abbandonino le sue giornate, non già perché la morte sia la «fatal quiete» per dirla col Foscolo, bensì perché «un’altra […] vita risorge,/ nulla finisce, anzi tutto continua, o morte,/ o amata morte, o amata» (da «Qui e ora»). Certamente, Betocchi non dimentica la croce, «l’amarezza dell’abbandono» (da «A mani giunte»), non si scorda che gli uomini vivono l’illusione «di viver padroni dell’essere proprio» (da «Condizione»). La vera religiosità è riconoscere l’originaria dipendenza dall’Essere che mi ha fatto, che mi fa in ogni istante e verso cui tendiamo. Solo questa certezza incrollabile incontrata nell’esistenza può far amare all’uomo il proprio destino, vagheggiandolo come il punto dell’incontro finale.
Invito alla lettura
Dal definitivo istante.
Proposta di analisi di testo
Carlo Betocchi, «Ciò che occorre è un uomo»
Ciò che occorre è un uomo
non occorre la saggezza,
ciò che occorre è un uomo in spirito e verità;
non un paese, non le cose
ciò che occorre è un uomo
un passo sicuro
e tanto salda la mano che porge,
che tutti possano afferrarla
e camminare liberi e salvarsi.
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La cultura e l’affermazione del bello

 

Il Colonnello Buendía è morto. Andato con quel mondo esotico e lontano nel quale ognuno di noi aveva potuto riconoscere una zia, la madre, il nonno, la calura surreale e polverosa di un luogo misterioso in cui le passioni, i dolori, le gioie e le lotte potevano essere estese a tutte le latitudini. Macondo è stato il Luogo nell’immaginario collettivo degli avidi lettori di Marquez, il posto primitivo in cui si originava l’Amore come l’Odio, l’Ammirazione e la Vendetta. Qui anche la morte ha avuto la sua celebrazione, anche la violenza ha avuto un garbo che la rendeva più accettabile, come la parte di un universo dall’impeccabile meccanismo poetico.
Gabriel García Márquez è stato uno dei più grandi narratori proprio perché, nonostante scrivesse dell’esperienza umana, ci ha risparmiato la crudeltà del reale che noi già sperimentavamo vivendo. Questo il senso delle sue parole quando, nel 1982, gli fu assegnato il Nobel per la letteratura: la varietà della natura umana, che si esprime attraverso il poeta e il mendicante, il guerriero e il brigante, il musicista e il profeta, lascia poco spazio all’immaginazione poiché tutto è già successo e continua a succedere ogni giorno. Con un coraggioso salto logico Marquez già allora suggeriva di cercare un modo per rendere credibili le nostre esistenze in continua “competizione” con la finzione.
Forse anche per questo le sue opere si sviluppano in un tempo dilatato in cui i tiranni non muoiono, gli amori si ripetono e i cadaveri non si decompongono mai. La più famosa di tutte, Cent’anni di solitudine, è stata tradotta in decine di lingue e ha portato Marquez alla ribalta, dalla sera alla mattina. Grandi successi come anche Cronaca di una morte annunciata e L’amore al tempo del colera non hanno fatto altro che confermare la capacità di Marquez di raccontare della vita e della morte dispiegandone il mistero. Qualcuno ha definito Marquez il capostipite del realismo magico, a cui apparterrebbe per certi versi anche Isabel Allende. Di certo come molti intellettuali latino-americani, ha sentito l’impellenza di rimarcare il clima politico del suo tempo, anche attraverso la sua attività giornalistica precedente alla scrittura che lo ha reso famoso. Ma mentre si oppoveva strenuamente, e giustamente, al regime dittatoriale di Pinochet, intratteneva rapporti stretti e amichevoli con un altro dittatore, Fidel Castro, al quale pare facesse leggere le bozze dei suoi libri. La stessa Susan Sontag, negli anni Ottanta, si diceva scandalizzata dal fatto che un uomo con un talento simile si prestasse a dar voce a un governo che calpestava i diritti umani.
Colombiano, figlio di un impiegato delle poste che a malapena riusciva a supportare moglie e 12 figli (di cui Marquez era il maggiore), ha vissuto una parte importante della sua esistenza nella casa dei nonni paterni con tutta la famiglia. Qui è stato suggestionato dall’atmosfera e dalle credenze soprattutto da parte della nonna. A quei tempi non avrebbe mai immaginato che la fatica da giovane giornalista inviso al regime un giorno sarebbe stata ampiamente ripagata da fama e agiatezza.
Ammiratore di Melville, Faulkner, Proust, Kafka cercò sempre di non imitarli ma di trarne una lezione. Umile nella scrittura come alcuni dei suoi personaggi, ogni volta che finiva un libro se ne distaccava. Doveva mettere della distanza per tornare a scrivere, aspettare e ritrovare un modo nuovo. Doveva ricominciare come fosse la prima volta, riprendere a imparare a scrivere per sentirne il calore. Forse è per questo che ha descritto così efficacemente la normalità della vita rendendola mistica.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2014/6/16/LETTURE-La-battaglia-solitaria-di-J-Franzen-per-salvarci-dal-brutto/507654/

La settimana nazionale Simeu del Pronto Soccorso

16-22 GIUGNO 2014: LA SETTIMANA NAZIONALE SIMEU DEL PRONTO SOCCORSO: È URGENTE FARE SQUADRA!
di Silvia Alparone
Una settimana per sfatare i luoghi comuni sul pronto soccorso, spiegare alla popolazione dinamiche e problemi dell’attività di emergenza sanitaria e ascoltare le esigenze dei cittadini: dal 16 al 22 giugno medici e infermieri Simeu organizzeranno sul territorio delle diverse regioni incontri, dimostrazioni di manovre di primo soccorso e altre occasioni di confronto con la cittadinanza, fuori dagli ospedali, in luoghi inconsueti per l’emergenza.
Gli operatori sanitari escono dai luoghi di cura per andare incontro alla cittadinanza, confrontarsi e fare squadra insieme per un servizio sanitario migliore, nonostante la crisi e i tagli di risorse che il sistema ha subito in questi ultimi anni.
La società scientifica dell’emergenza urgenza organizza un calendario di appuntamenti il cui scopo è aprire un nuovo canale di dialogo con la popolazione al di là della tensione dei casi di cronaca e dei momenti di difficoltà personale in cui ci si rivolge alle strutture di urgenza sanitaria e sottolineare che il servizio sanitario pubblico è di tutti: tutti dobbiamo poterne beneficiare in caso di necessità e tutti abbiamo la responsabilità di farlo funzionare al meglio, istituzioni, medici, infermieri e cittadini comuni.
Etichettato sotto settimana del Pronto Soccorso 622 giugno Settimana Simeu
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LA CAMPAGNA SIMEU A FAVORE DELLA SCUOLA DI SPECIALIZZAZIONE IN MEDICINA DI EMERGENZA-URGENZA
di Silvia Alparone
Nelle ultime settimane Simeu è stata protagonista di un’intensa campagna in difesa del numero di borse messe a disposizione dal ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca per la Scuola di Specializzazione di Medicina di emergenza-urgenza. La scuola, nata nel 2009, rischia di subire una diminuzione dei posti finanziati, rispetto agli scorsi anni, per effetto dei tagli previsti all’alta formazione in medicina, proprio nell’anno in cui stanno per diplomarsi i primi 82 specialisti.

tratto da : http://www.itjem.org/notizie-ufficio-stampa.html

#diconocheèrisorto

il blog di Costanza Miriano

di Paolo Pugni

Certo che sono forti questi discepoli, dovremmo imparare da loro l’onestà intellettuale. Sono sconvolti, lo dicono loro, abbattuti e anche un po’ indisposti da questo viandante che si affianca a loro sulla strada per Emmaus. Che già se oggi sei lì che cammini a testa bassa e triste e ti si avvicina uno che ti chiede come va, e non sai chi sia, è un “foresto”, lo mandi a stendere. Che accidenti vuoi? diresti. Invece loro lo accolgono, magari per deriderlo un pochino, lo prendono per un tonto, uno che sta fuori dal mondo, magari non è neanche su Facebook, non c’ha l’account Twitter e non sa nulla di #gerusalemmeGesùcrocifisso che è stato il trand più seguito degli ultimi giorni. E calano l’asso: #diconocheèrisorto. Ma le donne eh? Non ci allarghiamo, che non si sa mai quello che dicono.

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La vita è mia, irriducibilmente mia

 

«L’inizio delle vacanze non è lo sfogo, ma è occasione per giudicare che l’esperienza è un punto da cui partire per conquistare la maturità». Queste le parole di Alberto Bonfanti, insegnante, a qualche centinaio di ragazzi delle superiori riuniti insieme a Milano, l’8 giugno, al teatro dell’istituto Leone XIII. E poi cita don Giussani: «La vita è mia, irriducibilmente mia»; e Jack Kerouac: «Non mi dimetto dal mio tentativo di essere felice». Sul palco c’è anche Davide Prosperi, ricercatore universitario e responsabile di CL. Questi gli ingredienti con cui prende il via la Giornata di fine anno di Gioventù Studentesca milanese per gli studenti che hanno deciso di spendere il primo assaggio di estate e di vacanza a raccontarsi le proprie esperienze e le scoperte fatte in questi mesi di scuola.

Al mattino, appena si aprono le porte, il salone del teatro si riempie piano piano, con ordine. Microfono aperto al pubblico sul palco, con domande e interventi che iniziano a susseguirsi da subito.

Inizia Marta, del liceo scientifico Alexis Carrel: «Quest’anno è stato molto intenso, e la cosa che mi stupisce è che mi ha obbligato a chiedermi cosa mi interessa veramente. Ho dovuto riconoscere nel mio modo di vivere lo studio che mi interessava scoprire cosa c’era in gioco. Questo non toglie la fatica ma cambia completamente la prospettiva». Le fa eco Maria, raccontando del saluto di Carrón al Triduo pasquale: «Sono rimasta molto colpita, anche se non ho capito tutto, quando parlava dell’affezione a sé». Le risponde Prosperi: «La parte che non hai capito, non l’hai capita perché non ti volevi bene, in fondo. Questo dimostra la verità che ha detto Carrón: che il senso della vita sia sperimentato dentro uno sguardo. Cioè che ci sia qualcuno che ti guarda come “bene”. Come è possibile che questa affezione diventi affezione a sé? Che uno deve desiderare di essere desiderato». Replica subito Checco, che frequenta la scuola professionale Cometa di Como: «Ho tutti i mezzi per scoprire Gesù in ogni cosa che mi accade, dall’uscire con la morosa a quando faccio caritativa coi miei amici. Perfino quando vado a mangiare dai miei nonni. Perché Gesù è presente ora. Altrimenti sarebbe tutto un po’ di meno».

Sale sul palco Federica: «Dopo essere stata eletta rappresentante di istituto nella mia scuola mi sono imposta di portare qualcosa di nuovo per migliorare le cose. Ma più cercavo idee è più mi accorgevo che mancava qualcosa che le tenesse insieme, un centro. Tornata del Triduo mi sono accorta che ero felice…». La incalza Prosperi: «Il desiderio che hai è molto di più: tu non puoi far coincidere l’espressione di questa grandezza con un gesto che fai tu. Prendi la Vocazione di San Matteo di Caravaggio: c’è Gesù che indica Matteo e Matteo indica sé con una mano e con l’altra i soldi. Gesù arriva e ti chiama così come sei, mentre stai facendo. Non ti chiede di metterti a posto, ti prende come sei e dove sei. Sta a lui di farti sua, non ti è chiesto di diventare quello che non sei, ma di essere disponibile». E poi continua raccontando la storia di Edimar, un ragazzo brasiliano ucciso vent’anni fa per aver rifiutato di obbedire al capo della gang della favela dopo l’incontro con una professoressa del movimento: «“Dopo aver guardato a lungo il cielo in cerca di te, i miei occhi da scuri che erano, sono diventati azzurri”. Erano le parole di una poesia che avevano colpito Edimar durante uno dei momenti trascorsi con la prof e con quel suo gruppo di amici. Rifiutò di uccidere una persona, e fu ucciso. I suoi occhi erano “diventati azzurri”. Il suo cuore era da un’altra parte, preso da qualcosa che lo trascinava verso quello che attendeva. Era dominato da ciò che quella compagnia aveva introdotto nella sua vita».

Tanto basta a guardare l’estate che comincia. Come vogliamo vivere? Cosa vogliamo guardare? Così le due ore volano, nonostante la fatica della “domenica mattina” e il caldo. E anche il pranzo, con un banchetto per salutare gli amici più grandi che tra qualche giorno saranno alle prese con la maturità, diventa occasione per rivedere “di carne” le parole del mattino. E ancora il pomeriggio semplice, fatto di una cantata insieme fino alla messa finale. Il fil rouge non cambia: tutto è un’occasione per ciascuno. Anche dopo la fine della Giornata di fine anno. Niente giochi di parole, ma così ha il sapore di un inizio. Prossima tappa? Le vacanzine. Altro che sfogo…

 

tratto da :http://www.tracce.it/default.asp?id=345&id_n=41889

Incoercibili onanismi

Berlicche

 “La determinazione di avere o meno un figlio, anche per la coppia assolutamente sterile o infertile, concernendo la sfera più intima ed intangibile della persona umana, non può che essere incoercibile”
Corte costituzionale, sentenza N. 162/2014

Sono state pubblicate le motivazioni che la Corte Costituzionale porta per l’abolizione del divieto della fecondazione artificiale eterologa, cioè con l’intervento di ovuli o sperma di terzi. Ora, io certo non sono uno di questi autorevoli legulei; a me piace molto di più la scienza, dove di solito uno più fa due e le leggi danno conseguenze certe. Se le leggi della fisica fossero date in gestione a certi giudici probabilmente l’universo sarebbe già collassato oppure esploso.

Infatti nelle motivazioni sono espresse le ragioni della sentenza; peccato però che l’impianto si contraddica intimamente sin nel fondamento. Nel momento infatti che si afferma che “Il divieto in esame cagiona, in definitiva, una lesione della…

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